SOMMARIO RASSEGNA STAMPA
Nota del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica s
ulla decisione della corte civile d’Appello di Milano a proposito del caso Eluana Englaro 
Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica, diretto dal prof. Adriano Pessina
Roma, 9 luglio 2008-COMUNICATO STAMPA

I giudici della Corte d'appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro, in qualità di tutore, ad ottenere l’interruzione del trattamento di idratazione ed alimentazione che da sedici anni permette ad Eluana di continuare a vivere. Si deve constatare la gravità di una simile decisione che di fatto scardina il principio della non disponibilità della vita umana e del dovere, proprio di ogni società civile, di non legittimare forme di abbandono terapeutico ed assistenziale nei confronti dei propri cittadini che non sono in grado di provvedere a loro stessi.

Di fatto viene attribuito ad un tutore un vero e proprio potere di vita e di morte nei confronti della persona che gli è affidata, stravolgendo lo stesso significato della tutela. Non è pensabile che il miglior interesse di una persona, che non sta subendo alcuna forma di accanimento clinico, sia la morte, la quale non costituisce mai un bene da tutelare. Questa decisione, inoltre, introduce un serio e grave problema deontologico nella medicina: sospendere trattamenti ordinari come quelli somministrati ad un paziente in stato vegetativo a motivo di una decisione che non ha fondamento clinico, significa di fatto scardinare il dovere fondamentale del prendersi cura dei pazienti che non sono in grado di intendere e volere.

Quanto al riferimento di una presunta e precedente volontà espressa da Eluana di non voler vivere in condizioni nelle quali non le fosse possibile l’esercizio della coscienza vigile, pur essendo in sé comprensibile, non può determinare nessuna azione volta all’abbandono assistenziale,né legittimare forme di eutanasia. Risulta inoltre inaccettabile e viziata da una erronea concezione antropologica, definire la vita personale di chi si trova in condizioni di stato vegetativo come pura vita biologica. La coscienza umana non definisce l’identità personale, ma semplicemente la manifesta. Per questo la cura delle persone in stato vegetativo si configura come doverosa.

L’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione comporteranno una lenta agonia di Eluana Englaro, colpevole soltanto di essere ancora viva. Ci auguriamo che questa decisione non venga attuata e ci appelliamo, ancora una volta, al sig. Englaro affinché permetta che Eluana continui a vivere. I parenti dei pazienti che sono nelle condizioni di Eluana Englaro e che in questi anni hanno combattuto grandi e significative battaglie culturali e sociali per rivendicare la dignità dei loro cari e il loro diritto ad essere accuditi e custoditi con cura ed affetto in strutture adeguate, rischiano di veder vanificata in questa sentenza la loro meritevole opera di civiltà.

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