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La fame ha sempre una componenete politica

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Malnutrizione e assenza di cibo sono esperienze purtroppo non eliminate nel mondo contemporaneo. Anche in tempi recenti, un gran numero di carestie hanno alla radice conflitti. E arrivano addirittura a essere usate come occasione di reclutamento… fonte: caritasitaliana.it di Paolo Beccegato giu 206

Si torna a parlare di diritto al cibo, non a caso.



Oggi la fame è ancora una realtà, sperimentata nel mondo da quasi un miliardo di persone, molte delle quali vivono in aree che sono teatro di conflitti dimenticati, le cui conseguenze ricadono soprattutto su innocenti inermi.

Producendo inevitabili “ondate” di profughi.

Anche nei tempi recenti, un gran numero delle peggiori carestie è stato causato da guerre o cambi di regime violenti. In questo tipo di crisi, l’interruzione del mercato, la perdita di valore della valuta e l’accaparramento da parte di pochi sottraggono immediatamente il cibo alla disponibilità dei più.

La fame comincia subito.

Nel solo ventesimo secolo, le carestie hanno ucciso almeno 70 milioni di persone, in grande maggioranza a causa della sovrapposizione tra penuria di cibo e guerre, o rivoluzioni.

La componente politica nelle carestie è sempre presente, se non altro nella forma di mancanza di piani d’emergenza, di riserve alimentari e di politiche di sicurezza alimentare da parte dei governi nazionali. Ma quando si arriva al conflitto armato, ovvero al fallimento della politica, i meccanismi possono essere diversi e molto complessi.

Innanzitutto c’è l’impatto della violenza sui sistemi di produzione e distribuzione: lo sfollamento allontana i contadini dalla terra, il lavoro agricolo diventa impossibile e s’interrompe il ciclo produttivo. Il bestiame viene ucciso o confiscato, i sistemi d’irrigazione danneggiati, le mine anti-persona rendono impraticabile il territorio.

Benché il settore agricolo venga normalmente meno colpito di quello industriale dagli effetti del conflitto, nondimeno la produzione agricola scende di almeno l’1,5% l’anno e l’apporto calorico del 7% nelle guerre tradizionali.

Incomparabilmente di più nelle emergenze complesse. Ad esempio, alla fine del 2012, dopo appena un anno e mezzo di guerra civile in Siria, la produzione di cereali era scesa da 4,5 milioni di tonnellate l’anno a meno di 2.

Gli aiuti, un vantaggio tattico

Bisogna poi considerare la confisca del cibo da parte delle forze combattenti. Un caso esemplare è quello del Sudan che, negli anni Novanta, vendette le sue riserve alimentari per finanziare le forze militari, ma si rifiutò di dichiarare l’emergenza alimentare, impedendo agli aiuti in cibo di raggiungere le aree controllate dall’opposizione. Bisogna poi considerare che quando i giovani uomini hanno fame, tendono ad aggregarsi ai gruppi che controllano il cibo, rafforzandone i ranghi.

La fame, dunque, funziona come mezzo di reclutamento mentre sottrae forza lavoro all’agricoltura, aggravando la crisi.

Naturalmente, avere il controllo sugli aiuti umanitari costituisce un vantaggio tattico eccezionale.

Durante l’operazione “Lifeline Sudan”, che fornì alimenti a milioni di persone durante la guerra tra Nord e Sud, questo fattore determinò dinamiche molto importanti, che influirono significativamente sull’esito del conflitto. L’impatto sui trasporti e la distruzione delle infrastrutture impediscono al cibo di raggiungere i mercati, i quali sono a loro volta convertiti al commercio clandestino e alla distribuzione porta a porta.

Trionfa il mercato nero e il costo del cibo sale alle stelle. Assieme alla disoccupazione, questo costringe molta gente ad adottare strategie di sopravvivenza: si vendono i beni della famiglia, a volte la stessa terra, impedendo ogni resilienza. Si arriva all’indebitamento, poi alla piccola criminalità e alla prostituzione per procurarsi il nutrimento essenziale.

La tendenza dei conflitti violenti a protrarsi per molti anni porta all’esaurimento delle strategie di fronteggiamento delle crisi a livello individuale e familiare. Fino al punto in cui non resta altro che smettere di mangiare.

Il continuo aumento del numero dei conflitti armati e il proliferare del mercato delle armi producono un inevitabile impatto sulla popolazione civile, non solo per quanto riguarda le violenze, ma anche la fame.

Occorrono maggiore consapevolezza e più azione, a partire dalla comunità internazionale, per prevenire ogni tipo di inevitabile conseguenza.

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