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Rimanere p migrare? La forbice genera mobilità.

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All’origine dei flussi umani vi sono fattori vari e interconnessi. Difficile districarli, separando nettamente (e in modo surreale) povertà e violazioni dei diritti. Ecco perché bisogna, insieme, accogliere e seminare sviluppo. fonte: caritasitaliana.it.

Nessuno è profugo per caso.

Le migrazioni sono originate da una serie di fattori che interagiscono tra loro: persecuzioni politiche, religiose, carestie, esclusione sociale, violazioni dei diritti umani… Tutte cause che generano insicurezza e precarietà diffuse, soprattutto nel Medio Oriente e nell’Africa subsahariana, da cui proviene il grosso della mobilità umana verso l’Europa.

Vi è dunque l’esigenza di operare un sano discernimento sulla mobilità umana, affermando la globalizzazione dei diritti e la res publica dei popoli.

D’altro canto, è evidente la sfida antropologica che le migrazioni pongono, e che ha a che vedere con il riconoscimento della dignità della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. In questo contesto s’inserisce l’iniziativa giubilare della Conferenza episcopale italiana (Cei), per la realizzazione di mille microprogetti nei paesi di origine dei richiedenti asilo e rifugiati, in risposta ai ripetuti appelli lanciati da papa Francesco.

Essa era contenuta nel Vademecum della Cei, indirizzato lo scorso anno a tutte le diocesi italiane per meglio vivere e organizzare l’accoglienza, valorizzando le esperienze di cooperazione internazionale e di cooperazione missionaria attraverso le proposte di Caritas Italiana, Missio, Focsiv e della rete dei missionari presenti nelle diverse nazioni di provenienza dei profughi.

A questo proposito è doveroso fare chiarezza, andando al di là dei luoghi comuni o dei pregiudizi fuorvianti. L’Europa, per esempio, non è il continente maggiormente coinvolto nelle migrazioni.

Lo scorso anno, la mobilità umana ha interessato 60 milioni di persone e l’Europa ha accolto poco più di un sessantesimo di questa cifra totale.


Non solo. La distinzione tra rifugiati e migranti economici è a dir poco surreale. Ammesso pure che vi fossero solo due categorie – come affermava nell’ormai lontano 1973 un certo Egon Kunz, che elaborò la suddetta distinzione –, il paradosso è evidente.

Se il migrante scappa dalla guerra o è perseguitato da un regime totalitario può essere accolto (qualificandosi appunto come rifugiato), se invece fugge da inedia e pandemie, in quanto nel suo paese non esistono le condizioni di sussistenza, non può partire e deve accettare inesorabilmente il suo infausto destino.

Il peso della speculazione

Detto questo, l’iniziativa Cei “Il diritto di rimanere nella propria terra” non va letta come un banale “aiutiamoli a casa loro affinché non invadano le nostre terre”, ma come un modo concreto per recepire le istanze dell’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco.

La verità è che la povertà non è una fatalità. Essa è determinata, in gran parte, dall’architettura debitoria (cioè generatrice di debito) dell’economia mondiale.

Pensiamo, ad esempio, agli effetti devastanti della speculazione finanziaria che ha preso il sopravvento sull’economia reale, determinando gravi sofferenze nei paesi del Sud del mondo, come la crescita del cosiddetto “debito aggregato”, vale a dire quello dei governi, delle imprese e delle famiglie.

E cosa dire dello strapotere dello shadow banking mondiale, vale a dire il sistema bancario occulto, composto da tutte le transazioni finanziarie fatte fuori dalle regolari operazioni bancarie, dunque, rigorosamente over the counter (otc), con conseguenti shock debitori nei paesi poveri?

Per non parlare, poi, del valore delle commodity (materie prime, fonti energetiche in primis) nei paesi del sud del mondo, sempre più condizionato dalle fluttuazioni incontrollate dei mercati monetari e dalle regole del commercio internazionale…

Parlare, dunque, di migrazioni, prescindendo dalle vere ragioni che determinato la mobilità umana, è demagogico.

Peraltro, studi recenti mostrano che la crescita del reddito delle famiglie, non riduce le migrazioni ma, anzi, le acuisce (anche se le rende meno traumatiche).

È solo quando diminuirà significativamente la forbice tra paesi ricchi e poveri, che i numeri della mobilità scenderanno. Ecco perché il diritto a una vita migliore nei propri paesi, deve essere comunque accompagnato dal sacrosanto diritto a migrare.

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