Corso di Religione

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«È in atto un risveglio delle religioni, che non sono l’oppio ma l’eccitante dei popoli.»

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Il politologo statunitense Walzer: la paura è legittima.
I politici non la possono ignorare.
fonte: corriere.it Milano, 30 luglio 2016 -di Davide Casati 30 luglio 2016 (modifica il 30 luglio 2016 | 23:07) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Che tipo di conflitto stiamo vivendo? Da tempo Michael Walzer, uno dei più grandi pensatori politici viventi, riflette sul tema della «guerra giusta». Di fronte a sé, ora, vede forte il rischio della confusione.

Quella ai terroristi è una «guerra giusta»?

«È giusto combattere Isis: ma occorre farlo in modo giusto. La cosiddetta “guerra al terrore”, che gli Stati Uniti combattono dall’11 settembre di 15 anni fa, ha richiesto un vero e proprio impegno militare, ma è sempre stata, principalmente, un lavoro di polizia. Il che pone una serie di problemi inediti.

Quando Hollande o Merkel parlano di “guerra” in questo senso, indicano la disponibilità a rinunciare ad alcuni dei vincoli costituzionalmente assegnati alle forze dell’ordine. Ma quali? Bisogna discuterne in profondità. E non credo lo si stia facendo abbastanza».

Quando si è colpiti dal terrorismo la paura rischia di superare la riflessione...

«L’altro giorno Hillary Clinton ha citato Roosevelt: “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. Ma gli attentati hanno fornito motivi più che ragionevoli per essere spaventati. I politici non possono ignorare questo sentimento, né schivare l’argomento. Specie se di sinistra, devono mostrare non solo il coraggio di ripudiare la demagogia, ma anche di rispondere all’autentica paura dei cittadini».


Perché lei, liberal, parla in questo modo della sinistra?

«Perché è stata tradizionalmente contraria all’uso della forza e ostile alle forze dell’ordine. Convinta della secolarizzazione inevitabile, è stata lenta nel riconoscere il fanatismo. Ma è in atto un risveglio delle religioni, che in alcuni casi non sono l’oppio, ma l’eccitante dei popoli, e a causa di questo si è creata una piccola, ma significativa schiera di persone pronte a morire e uccidere. La sinistra è stata lenta nel vedere il mondo così com’è».

Perché?

«Spesso mi è capitato di incrociare persone più preoccupate di evitare le accuse di islamofobia che di condannare l’estremismo islamista. Si badi: la prima preoccupazione è comprensibile, perché il pericolo è quello di reazioni populiste violente contro tutti i musulmani. Le destre, di fatto, hanno tutto da guadagnare da meccanismi che aumentano l’estremismo. Ma la politica è l’arte della distinzione: ed è importante dire chiaramente che il fanatismo è pericoloso».

Non crede che, nonostante il tema del rapporto con l’Islam sia di enorme attualità da oltre un decennio, la conoscenza di quella religione sia ancora poco diffusa?

«Assolutamente sì. Dobbiamo studiare per poter interagire con le persone di fede islamica, e per poter capire che cosa li muova. Di nuovo, l’invito vale per tutti, ma io lo sento particolarmente vivo per la sinistra: molti hanno mantenuto il materialismo come lente attraverso cui vedere il mondo».

«Ce la faremo», come dice Merkel, ad accogliere un grande numero di profughi?

«Bisogna pensare a un ingresso regolato, e dare aiuti massicci a coloro che sono arrivati in Paesi come Giordania, Libano e Turchia. Ma non dimentichiamo che davanti a noi abbiamo persone disperate, nei confronti delle quali occorre dimostrarsi aperti».

A ogni crimine compiuto da un migrante, però, si invocano muri, fisici o no.

«Il tasso di criminalità tra i rifugiati, in Europa, è uguale, se non più basso, a quello tra chi li accoglie. Dobbiamo imparare a resistere all’automatismo che, dal gesto di un singolo, fa trarre conclusioni nei confronti di tutti i profughi. Piuttosto, si aumentino gli investimenti per l’integrazione».


Lei immaginava un futuro in cui culture diverse si mescolassero rendendo la tolleranza naturale. È possibile?

«Gli Stati Uniti, dove vivo, non sono privi di problemi. Ma da noi le forme delle organizzazioni religiose si sono adattate all’esperienza americana. Non siamo una città sul monte, ma in qualche modo possiamo essere un modello».

Gli imam francesi e membri della comunità islamica italiana hanno chiesto ai musulmani di entrare, oggi, nelle chiese. Che ne pensa?

«È un gesto potente: e più persone ci saranno, più uscirà dall’ambito simbolico per entrare in quello della reale presa di contatto. Io ho provato più volte a mettere in dialogo ebrei e arabi: ma le iniziative sono rimaste marginali. È importante che queste, invece, riescano a influenzare la realtà».

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