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Bioetica globale: il tutto interconnesso.

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Muovendo dall’assunto che tutto sia strettamente relazionato, oggigiorno l’integralità appare un criterio imprescindibile per comprendere e affrontare ogni problematica, sia essa sociale, politica, ambientale, economica o culturale.source :Francesca Marin, 15/11/2017 ilregno.it

In effetti, si adotta ad esempio un approccio riduttivo dinnanzi al fenomeno dell’inquinamento nel momento in cui ci si limiti a constatare il degrado ambientale che esso comporta; è questa una chiave interpretativa univoca che dimentica come tale fenomeno, pregiudicando tra le altre cose la qualità e l’accesso alle risorse naturali, specie per i paesi più poveri del mondo, sollevi anche questioni di giustizia sociale nonché di responsabilità nei confronti delle generazioni future.

Ecco perché, come giustamente evidenzia papa Francesco nel quarto capitolo dell’enciclica Laudato si’, un luogo inquinato è espressione di un’unica e complessa crisi socio-ambientale (139).

I temi globali dell'etica: dall'ecologia alla salute...

Nell’ultimo decennio l’esigenza di ampliare lo sguardo e di prediligere un approccio integrale è emersa anche nel dibattito bioetico: dovendo superare un orientamento biomedico che la portava ad occuparsi prevalentemente delle questioni etiche sollevate dal continuo progresso medico-tecnologico, la bioetica è oggi chiamata ad affrontare temi di portata globale, quali il rispetto della dignità umana e delle libertà fondamentali, l’accesso giusto ed equo alle cure essenziali, la condivisione dei benefici derivanti dalla ricerca scientifica e la protezione della biosfera e della biodiversità.

Sono questi alcuni dei principi contenuti nella Dichiarazione universale sulla bioetica e i diritti umani approvata all’unanimità il 19 ottobre 2005 dalla trentatreesima Conferenza generale dell’UNESCO.

A dire il vero, negli ultimi anni già a livello biomedico si è avvertita la necessità di adottare una prospettiva più ampia: quando si parla di promozione della salute, è sempre più frequente l’utilizzo dell’espressione “salute globale” che invita a cogliere l’interdipendenza tra le varie dimensioni dell’esistenza umana che concorrono a determinare lo stato di salute.

In questa direzione va anche l’attuale Codice italiano di deontologia medica il quale, all’art. 5 con perifrasi Promozione della salute, ambiente e salute globale, chiede al medico di «considerare l’ambiente di vita e di lavoro e i livelli di istruzione e di equità sociale quali determinanti fondamentali della salute individuale e collettiva».

Tutto è interconnesso

Alla luce di queste brevi considerazioni, si può constatare come non possa che rientrare anche in ambito bioetico la visione del tutto interconnesso, cioè l’idea in base alla quale ogni cosa è relazionata all’altra e si deve quindi tenere conto dell’interconnessione tra l’uomo e le altre forme di vita nonché tra gli esseri viventi e l’ambiente che li circonda.

Pur essendo condivisibile, questa visione rischia però di dar luogo a pericolose logiche di appiattimento qualora non sia antropologicamente fondata. È questo un pericolo rilevato dallo stesso pontefice nell’enciclica richiamata in precedenza quando afferma in maniera sintetica ma altrettanto netta: «Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (118).

In effetti, per poter prestare attenzione e cure al bioregno, l’uomo deve innanzitutto riflettere su se stesso e attivare quel meccanismo della motivazione che può condurlo ad essere un soggetto morale in relazione con l’ambiente. Detto altrimenti, egli dovrà chiedersi: che tipo di essere umano voglio diventare? Perché devo istituire una buona relazione con le altre forme di vita e con l’ambiente che mi circonda?

Da questo punto di vista, il contributo della bioetica può risultare significativo soprattutto nel momento in cui solleciti tali interrogativi e favorisca una visione integrale che riconosce le interconnessioni ma al tempo stesso le specificità e le differenze tra le molteplici componenti della biosfera.

Un nuova saggezza: la bioetica globale di Simone Morandini, 16/11/2017 ilregno.it

Di fronte alla parola bioetica, il pensiero va quasi naturalmente a questioni legate all'ambito della medicina o, più in generale, a quello dell'esistenza umana nella sua dimensione biologica. In effetti, la riflessione bioetica proposta dalla grande maggioranza dei testi in circolazione - che muova da un approccio basato su principi o che prenda a forma in relazione alle virtù o alla cura; che sia centrata sulla legge o sulla responsabilità; che si declini come laica o come religiosamente fondata - tratta comunque delle vicende di uomini e donne e delle scelte che essi/e si trovano ad affrontare in tali ambiti.

Non a caso essa nasce a partire dalla tradizionale etica medica, pur ripensata in contesti decisamente nuovi. Una parola e i suoi significati In realtà quando il termine è stato coniato, il suo significato era abbastanza diverso, che però è poi caduto quasi completamente in disuso nella riflessione successiva.

Il primo ad usare la parola bioetica sembra, infatti, essere stato nel 1970 l'oncologo Van Resslaer Potter, che l'ha poi ripresa l'anno successivo per la raccolta di saggi in cui proponeva una nuova riflessione etica (Bioetica, ponte verso il futuro; ed. it. Sicania, 2000). Quella che disegnava l'autore americano era un'etica della vita in senso ampio, in grado di misurarsi con le sfide globali alla sopravvivenza dell'umanità - a partire dall'inquinamento e dal suo impatto sulla salute umana e più in generale dell'ecologia.

Era una "nuova saggezza", capace di offrire "la conoscenza di come usare la conoscenza". Era cioè un'etica che - aldilà della nefasta separazione tra le due culture - muovesse da una comprensione della vita stessa ampiamente radicata in quel sapere biologico che egli compendiava nei 12 postulati enunciati nel capitolo I.

Origini cui ritornare?

Di fronte alle aporie in cui così spesso sembra trovarsi oggi la riflessione bioetica, il nome di Van Resslaer Potter viene talvolta evocato come punto di riferimento, cui ritornare per una prospettiva più ampia. In realtà, rileggendo la raccolta di saggi del 1971 non poche sono le ingenuità, che impediscono passaggi troppo facili. Il riferimento alla rilevanza etica della biologia è così immediato da sfiorare lo scientismo; minimale l'attenzione per le mediazioni necessarie ad un autentico argomentare morale; francamente superficiale la netta contrapposizione tra un'etica fondata sulla scienza e l'insieme delle etiche religiose.

L'ampiezza dell'intenzione si declina cioè in tale opera pionieristica in una prospettiva ancora ristretta, non veramente all'altezza di un punto di vista specificamente morale.

Allargare l'orizzonte

Eppure vi sono anche indicazioni importanti, che meritano una considerazione più attenta. Da un lato l'istanza metodologica di articolare la riflessione etica su solide competenze scientifiche, che non si limitino alla comprensione di fenomeni particolari, ma sappiano misurarsi con un'effettiva percezione della vita nella sua complessità biologica.

Dall'altro l'esigenza di allargare lo spettro di interesse della bioetica stessa alla considerazione di quello che K.Danner Clouser nell'edizione del 1974 dell'Encyclopedia of Bioethics chiamava bioregno, a disegnare una correlazione forte con l'etica ambientale.

Impensabile, in effetti, una bioetica che continui a concentrarsi in modo esclusivo sulla vita individuale o sulla dimensione clinica senza coglierne la correlazione - ad esempio - con fenomeni globali come il mutamento climatico.

È del resto in tale prospettiva che l'espressione bioetica globale è stata ripresa negli ultimi decenni, ad esempio da Henk Ten Have, direttore emerito della divisione di Etica della scienza e della Tecnologia dell'UNESCO, disegnando un orizzonte valorizzato in Italia anche dalla Fondazione Lanza .

Il problema è quello di perseguire tali istanze con attenzione ed equilibrio. Da un lato la valorizzazione della dimensione scientifica entro la bioetica andrà bilanciata con un'approfondimento dell'orizzonte umanistico in cui essa si inscrive (come fa ad esempio U. Curi nel suo recente Le parole della cura, 2017), qualificandola cioè anche davvero come bioetica.

Dall'altro, occorrerà evitare che la correlazione con l'etica ambientale si trasformi in identificazione (magari con pericolose pretese di assorbimento dell'una nell'altra): un approccio integrato non dovrà cancellare la specificità di punti di vista che hanno metodi e assiomi in parte diversi.

La complessità della vita rimanda, insomma, ad una complessità dell'umano, che con essa si intreccia inestricabilmente. Un pensiero morale responsabile dovrà essere davvero fedele all'una e all'altra, accogliendone le sfide.




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