Corso di Religione

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“Il successo ecumenico, slancio per l’Europa cristiana”

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Si apre oggi la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che si concluderà come consuetudine il 25 gennaio, festa della Conversione di San Paolo. source: zenit. org Posted by Federico Cenci on 18 January, 2017

Questa scadenza annuale è da sempre occasione, oltre che di preghiera ecumenica, anche di confronto tra le varie confessioni cristiane, per discutere dei progressi compiuti nonché degli ostacoli all’unità.

Di questi aspetti ne parla con la franchezza che gli è propria don Ennio Innocenti. Classe 1932, cappellano della Sacra Fraternitas Aurigarum, docente di Storia, Filosofia e Teologia, mantiene la passione giovanile allorquando è chiamato ad esprimersi sui temi della fede, mentre tra due giorni ricorre il 60esimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale.

Per tre anni, dalla sua istituzione fino al 1972, è stato segretario della Commissione Ecumenica del Vicariato di Roma.

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Don Ennio, cosa ha tratto dall’esperienza ecumenica?

Già ai tempi del ginnasio maturai un’aspirazione ecumenica, tant’è che allacciai una fitta corrispondenza con uno studente tedesco protestante che divenne poi cattolico. Ordinato sacerdote, ricordo che prima ancora di ricoprire questa carica, nei primi anni ’60, quando ero viceparroco a San Giovanni de’ Fiorentini, dal momento che nel territorio della parrocchia c’era una chiesa metodista, presi contatto con il pastore e organizzai con lui delle riunioni tra cattolici e protestanti per confrontarci e soprattutto per pregare insieme.

Non mancavano però resistenze. Esse emersero in modo limpido anche quando ero segretario. All’epoca organizzai la prima riunione di preghiera pubblica tra cattolici e protestanti, nella chiesa di Santa Maria in Cosmedin, con la partecipazione di mons. Cunial, vicegerente della diocesi di Roma, e del presidente della Federazione evangelica. Ebbene, ci furono contestazioni da parte protestante.

Lo seppi con anticipo, avvisai la questura che sparse in chiesa degli agenti, i quali intervennero quando iniziarono i primi focolai di dissenso. Insomma, la strada è buona ma non priva di difficoltà.

Qualche perplessità la colse anche da parte cattolica?

Ricordo che quando organizzavo quegli incontri con i metodisti, fui chiamato in Vicariato e interrogato da mons. Giovanni Canestri, allora vescovo ausiliare di Roma, il quale concluse il nostro colloquio affermando: “Queste tue idee sono più adatte per Parigi che per Roma”. Cioè erano “aperturiste”, a Roma una simile iniziativa era considerata troppo avanzata.

Il clima negli anni si è disteso. A cosa è dovuto?

Il germe dell’ecumenismo, sorto già ai tempi dei cardinali Newman e Mercier, si diffuse durante il secondo conflitto mondiale, quando fu posto il problema della testimonianza cristiana davanti al totalitarismo e alla persecuzione. E poi nel dopoguerra, l’imposizione della democrazia senz’altro ha favorito, gradualmente, un clima di tolleranza fra i popoli e anche fra le Chiese.

Ricordo a tal proposito sempre un’esperienza personale. Negli anni ’70, quando conducevo “Ascolta si fa sera”, su RadioRai, ero in una squadra di collaboratori ecumenica e interreligiosa. Eravamo infatti cinque cattolici, un protestante e un ebreo. Era un buon esempio nel contesto degli anni di piombo.

Restano tuttavia ostacoli all’ecumenismo…

Eccome. Con i protestanti non esiste un’intesa di base, cominciando con il canone delle Scritture. Le posizioni del Concilio di Trento sul peccato originale, sull’effetto che la grazia ha sulla natura umana dopo il peccato, sono definizioni dogmatiche.

La “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione”, frutto di una commissione teologica mista, non stabilisce nulla da un punto di vista sostanziale. Va bene il dialogo, va bene la tolleranza reciproca, vanno bene anche le preghiere comuni, ma dissonanze teologiche si ripercuotono poi su questioni pratiche.

A cosa si riferisce?

Quando ero segretario, era vivissimo in Italia il dibattito sul divorzio, sull’aborto, sullo sfruttamento capitalista. Proprio in occasione di un incontro, in quegli anni, durante una settimana di preghiera ecumenica, dissi ai protestanti: ‘Questi sono campi su cui possiamo collaborare!’. Ma loro risposero negativamente.

Ancora oggi su questi temi è difficile collaborare con i protestanti?

Ma certo! I protestanti non concepiscono il diritto naturale, come invece facciamo noi cattolici sulla base ontologica definita dal Concilio di Trento. Loro hanno perduto l’orizzonte concettuale della metafisica. Il filosofo di riferimento di Lutero era Guglielmo da Ockham, un nominalista, dunque oppositore del realismo.

Ancora oggi sui matrimoni omosessuali, per citare un esempio, è difficile trovare convergenza tra cattolici e protestanti. Per non parlare poi dei sacramenti. Per loro il ministero è basato su un concetto sociologico, esigenza che viene dalla base, per questo lo consentono anche alle donne. Ma qui si tratta di far miracoli, di cambiare la materia, la sostanza! Questo potere è soprannaturale e viene trasmesso – per fede – dall’alto, da Cristo agli apostoli e da questi ai successori.

Si celebrano nel 2017 i 500 anni della Riforma luterana. Il Papa è stato a Lund a commemorare l’evento con esponenti protestanti…

Il Papa ha ringraziato Dio, nella cattedrale di Lund, per “le tante intenzioni ispiratrici, teologiche e spirituali che abbiamo ricevuto per mezzo della Riforma”. Il Papa dice diplomaticamente che questo beneficio è venuto per mezzo della Riforma, ma nel senso che è venuto dopo la Riforma, per riparare la Riforma, per trarre profitto dal disordine della Riforma, non per merito della Riforma, ma per merito dei tanti Santi sorti nel periodo contemporaneo e successivo alla Riforma.

Con gli ortodossi sul piano dottrinale esiste maggiore convergenza…

Certo! Il patriarca russo Kirill ha scritto di recente un Catechismo, io gli ho inviato una lettera per comunicargli che non c’è alcuna differenza tra la sua esposizione della dottrina cristiana e ciò che io ho insegnato per anni. Infatti dal punto di vista della professione di fede, l’unione con gli ortodossi si potrebbe fare subito.

Un ecumenismo, quello con gli ortodossi, favorito a livello popolare dalla devozione verso la Madre di Dio. Mentre ho sperimentato insofferenza tra i protestanti per la Madonna. Ecco, la mariologia è la chiave dell’unione tra i “due polmoni” d’Europa.

Quali sono allora i nodi da sciogliere con gli ortodossi?

La Chiesa cattolica resta un’istituzione fortemente monarchica, estranea in pratica alla sinodalità che contraddistingue gli ortodossi. Tra questi ultimi, inoltre, esistono ampi settori – specie tra i pope più anziani – fortemente contrari al dialogo ecumenico: ci considerano eretici.

Ci sono poi alcune questioni che andrebbero affrontate: il tema delle seconde nozze tra gli ortodossi e la concezione della purificazione dell’anima dopo la morte. Ma l’intesa, a mio avviso, si può facilmente trovare. È ciò che chiede il popolo. E che il popolo invocò a gran voce nel 1999, a Bucarest, durante una Messa celebrata da Giovanni Paolo II alla presenza del Patriarca rumeno ortodosso. Per due minuti cattolici e ortodossi gridarono in coro un eloquente “Unità, unità!”.

Quanto gioverebbe l’ecumenismo all’Europa come istituzione politica?

Moltissimo. La Costituzione europea per ora è soltanto un progetto e per giunta intergovernativo, molto astratto. Essa rinnega le sue radici cristiane, ma può essere ancora cambiata. Se il popolo europeo si ritrovasse unito sui fondamenti cristiani, sicuramente influirebbe sulle decisioni dei governanti. Il commercio e la finanza non bastano a dare un’identità all’Europa, come hanno sempre sottolineato i Papi fin da Pio XII.

Serve nuovo slancio, che solo il Cristianesimo le può dare, per costruire uno sviluppo integralmente umano in Europa e per favorirlo fuori dall’Europa. Serve tutelare la famiglia, cellula fondante della società, non solo per ragioni demografiche ma soprattutto per educare alla solidarietà e al civismo. Il successo dell’ecumenismo darebbe notevole slancio all’Europa politica, liberandola dalle secche finanziarie ed economiche.

Ccee e Kek: “Le crisi dell’Europa ci avvicinano ancora di più”
“Le molteplici crisi che l’Europa e gli Stati vicini sono chiamati ad affrontare ci avvicinano ancor più. Guerre e conflitti, incertezza politica, migrazioni e sfide ecologiche, povertà materiale e spirituale, toccano le vite di tutti in Europa e oltre”.

 Questo il cuore del Messaggio congiunto dei presidenti del Ccee , il card. Angelo Bagnasco, e della Kek , il rev. anglicano Christopher Hill, in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani 2017.

“Con queste crisi, tuttavia, giunge anche la speranza”, scrivono i leader dei due organismi europei, “insieme possiamo testimoniare l’amore di Cristo per la riconciliazione attraverso la salvaguardia del Creato, la solidarietà nei confronti dei poveri e la tutela della dignità del popolo di Dio”.

Nel messaggio si ricorda anche la storia del Cristianesimo in Europa “segnata da dolorosi periodi di divisione, mutua condanna e persino violenza”. “Mentre alcune chiese si preparano a celebrare il 500° anniversario dagli inizi della Riforma Protestante, ci viene ricordato ancora una volta il nostro difficile passato. Ricordare questi eventi e confrontarci con la nostra storia è una preziosa opportunità per rinnovare il nostro impegno nei confronti del risanamento delle ferite e del superamento delle divisioni”.

Bagnasco e Hill si rivolgono dunque a Cristo, “che riconcilia tutti i popoli e il creato con Dio”, affinché “ci guidi in questo compito. Con umile gratitudine per il dono ricevuto, operiamo per la riconciliazione attraverso le nostre parole e le nostre azioni”. “Oggi celebriamo altresì la nostra crescita nell’imparare a collaborare e a coltivare un significativo dialogo teologico”, si legge ancora nel documento. 

“Il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa e la Conferenza delle Chiese Europee collaborano da 45 anni attraverso il Comitato Congiunto in relazione a diverse tematiche di interesse comune. Anche la condivisione della sofferenza e della gioia terrena ci unisce. La nostra solidarietà nei confronti dei Rom, il nostro impegno per la giustizia ecologica e la preghiera per l’unità all’interno del Corpo di Cristo sono ulteriormente consolidati da questo rapporto”.

“Attraverso il dialogo – aggiungono i due presidenti – approfondiamo la nostra reciproca conoscenza. Attraverso testimonianze e azioni comuni costruiamo ponti. Attraverso la preghiera impariamo a riconoscere l’opera dello Spirito Santo. La via da seguire può sembrare non sempre chiara o semplice, ma teniamo sempre nel cuore quella verità secondo cui ‘l’amore di Cristo ci spinge'”.



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