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La crisi fra Riyadh e Doha mette in fuga i cattolici del Qatar. I wahhabiti alla conquista del medio oriente.

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Mons. Camillo Ballin parla di numerose famiglie cattoliche che hanno lasciato l’emirato nelle ultime settimane. Una “crisi sociale” in atto, che ha portato molte persone (anche cristiane) “a perdere il lavoro”. source: asianews.it 03/07/2017

I timori e le incertezze per il futuro e il rischio di un “Paese bloccato”.
I sauditi estendono di 48 ore l’ultimatum per accettare la lista di richieste. Doha (AsiaNews) -

Molte famiglie cattoliche “hanno lasciato il Qatar” in queste ultime settimane, a causa dello scontro in atto fra Doha e il blocco dei Paesi della regione del Golfo guidati dall’Arabia Saudita.

Si può parlare già di “crisi da un punto di vista sociale”, che ha portato “molte persone a perdere il lavoro” e a “generare una situazione di incertezza per l’avvenire”.

È quanto racconta ad AsiaNews mons. Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia Settentrionale (Kuwait, Arabia Saudita, Qatar e Bahrain), descrivendo la situazione dei cattolici in Qatar, in larga maggioranza immigrati, colpiti dalla feroce controversia divampata a giugno fra Riyadh e Doha.

“Questa situazione - prosegue il prelato - finisce per coinvolgere i cristiani che non hanno interessi personali nelle vicende di politica locale”. L’incertezza, aggiunge, “non incoraggia gli investimenti e il risultato è un Paese bloccato”.

Alla base dello scontro, l’accusa rivolta al Qatar di sostenere movimenti terroristi islamici e, soprattutto, di mantenere legami diplomatici e commerciali con l’Iran, nemico numero uno dei sauditi in Medio oriente. In realtà, secondo alcuni si starebbe consumando la battaglia finale per il dominio in Medio oriente fra wahhabiti e Fratelli musulmani , con pesanti ripercussioni nel settore del turismo e del lavoro.

In queste ore l’Arabia Saudita e altre tre nazioni del mondo arabo hanno esteso di 48 ore la deadline al Qatar per accettare la lista di richieste per chiudere la crisi; in caso di rifiuto, sono pronte a scattare sanzioni. Il termine iniziale è scaduto ieri; secondo alcune fonti i vertici di Doha - che hanno definito la lista “un affronto al diritto internazionale” - dovrebbero rispondere per iscritto.

La missiva, consegnata oggi al Kuwait (mediatore nella crisi) dal ministro degli Esteri Mohammed bin Abdul Rahman Al Thani, porta la firma dell’emiro del Qatar. Al momento, sottolinea mons. Ballin, “non si hanno ancora numeri precisi” sul numero di cristiani che hanno lasciato il Paese. Tuttavia, è certo che “diverse famiglie sono già partite” e dagli oltre 300mila fedeli del periodo pre-crisi “il numero potrebbe presto calare”.

La comunità cattolica locale, prosegue il prelato, è composta da “migranti economici e lavoratori, provenienti in larga maggioranza da Paesi dell’Asia: su tutti India e Filippine, poi dal Bangladesh e dal Pakistan”. I cristiani sono occupati in diversi settori, alcuni dei quali “specializzati” come “infermieri, farmacisti, dottori, insegnanti”; altri ancora sono “operai generici” che si adattano alle professioni più varie “pur di mantenere le famiglie di origine”.

“A livello di vita quotidiana, non vi sono ancora effetti visibili della crisi - prosegue mons. Ballin - perché Iran e Turchia riforniscono il Paese di tutto il fabbisogno. Queste importazioni sono però più care e finiscono per influire sulla vita della fascia più povera della popolazione”. Il timore, spiega il prelato, è che se “vi saranno altre sanzioni o i Paesi che hanno congelato i conti decidono di ritirare i loro soldi dai depositi bancari, sarà una tragedia per il Qatar. E i primi a rimetterci saranno anche in questo caso i più poveri”.

Gli effetti, aggiunge, “si vedono nel mercato del lavoro e dal fatto che i grandi investitori non vogliono fare nuovi progetti. L’instabilità è un pericolo evidente ed è un fenomeno in atto da tempo a livello regionale, conseguente all’abbassamento dei prezzi del petrolio. Ovvio, non mancano i timori di un nuovo conflitto per la regione e di ulteriori ripercussioni, soprattutto in termini di lavoro e vite umane”.

Il prelato di origini italiane - è nato il 24 giugno 1944 Fontaniva, in provincia di Padova - dal 31 maggio 2011 è il (primo) vicario apostolico dell’Arabia settentrionale. “Quelli che partono - racconta - non lo fanno certo con l’intenzione di tornare nel futuro, almeno nell’immediato.

Noi cerchiamo di aiutare chi resta, anche se non è facile perché i bisogni sono grandi e il clima di incertezza non aiuta. Del resto la Chiesa non si può addossare il sostentamento di migliaia di famiglie e se non c’è lavoro l’unica alternativa è partire”. Questo porta a un “impoverimento” della comunità cristiana locale, avverte mons. Ballin, ed è fonte di “grave preoccupazione.

Per questo vi chiedo di pregare per noi - conclude il prelato - e per la decina di preti che ogni giorno lavorano a contatto con la comunità”. I cattolici in Qatar sono oltre 300mila (suddivisi in quattro riti: latino, maronita, assiro-malabarese, assiro-malankarese) su una popolazione complessiva di circa 2,6 milioni di abitanti (dati di inizio 2017), anche se il numero varia a seconda della stagione e dell’offerta di lavoro.

Solo 313mila circa sono cittadini del Qatar e i restanti sono lavoratori migranti (quasi 2,3 milioni). I non arabi costituiscono la grande maggioranza della popolazione del Qatar e la comunità più importante è quella proveniente dall’India (650mila). A seguire vi sono i nepalesi (350mila), i bangladeshi (280mila), filippini (200mila) egiziani (145mila), immigrati dello Sri Lanka (145mila) e pakistani (125mila). (DS)


06/07/2017, 11.10 QATAR-GOLFO Toni più pacati, ma la crisi fra Doha, Riyadh e Abu Dhabi continua, anzi peggiora di Pierre Balanian

L’ultimatum si è concluso con un nulla di fatto. I Fratelli Musulmani - ben visti da Usa e Gran Bretagna - bollati come “organizzazione terrorista” anche dal Bahrain. Ridotte le pretese verso Al Jazeera. Il carattere indipendente del Qatar e le mire di potere del principe degli Emirati.

Il wahhabismo alla conquista di tutto il Medio oriente.


Riyadh (AsiaNews) – L’ultimatimum nei confronti del Qatar (allungato di 48 ore) è scaduto ieri con un nulla di fatto e una conferenza stampa priva di contenuti, tenuta dai quattro ministri degli Esteri dei Paesi accusatori: Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Bahrain ed Egitto. I giornalisti venuti per ascoltare quali sarebbero state le reazioni dopo la scadenza dell’ultimatum ed il rifiuto del Qatar di sottostare alle condizioni, sono ripartiti con la misera risposta del ministro degli Esteri del Bahrain, Khaled Ben Ahmed Al Khalifa: “ Le decisioni da prendere necessitano tempo”.

Egli ha fatto anche sapere che i quattro Paesi hanno deciso di riunirsi periodicamente per decidere sul da farsi e che la prossima riunione si terrà a Manama, capitale del Bahrain, l’anello più debole della coalizione anti-Qatar, il cui regno sopravvive grazie all’azione militare dell’Arabia Saudita e degli Emirati.

L’unica novità registrata è che si è deciso “di riconoscere come organizzazione terroristica il Movimento dei Fratelli Musulmani ormai fuori legge nei quattro Paesi e che si procederà all’arresto di tutti i membri, simpatizzanti, sostenitori e diffensori”.

Ma anche su questo non vi è molto di nuovo: tale ultima decisione riguarda soltanto il Bahrain dal momento che il Movimento dei Fratelli Musulmani è già fuori legge in Egitto ed Arabia Saudita (dal 2013) e negli Emirati Arabi Uniti (dal novembre 2014), mentre Stati Uniti e Gran Bretagna rifiutano di classificare gli Ikhwan (Fratelli Musulmani) come gruppo terroristico.

Durante la Conferenza stampa congiunta dei quattro ministri degli esteri si è comunque rilevato un abbassamento di tono nelle dichiarazioni e secondo indiscrezioni da Riyadh, sembrerebbe che i quattro Paesi siano giunti alla conclusione di rivedere le condizioni dettate come ad esempio quella inerente all’emittente Al Jazeera di cui si chiede la chiusura.

Basterebbe un cambiamento di stile redazionale dell’emittente, ovvero astenersi dal criticare la famiglia reale saudita e gli Emirati pena l’annullamento dell’autorizzazione ad emettere via i satelliti di Nile Sat e Arab Sat ( sanzione già applicata contro la Tv di stato siriana e Al Manar, la Tv degli Hezbollah).

Unica condizione che è passata sempre in sordina riguarda l’ultimo ed unico pensatore scrittore ed accademico cristiano arabo di grande calibro e credibilità ancora esistente nel mondo islamico e che vive in Qatar e la cui espulsione viene anch’essa richiesta senza margine di trattiva, si tratta di Azmi Antun Bshara, nato a Nazareth nel 1956, ex membro della Knesset israeliana e sostenitore dell’unità araba.

Da tutto ciò emerge ancora una volta che la crisi del Golfo e la lotta contro il Qatar hanno dato man forte ai wahhabiti nella loro lotta per il dominio del mondo sunnita e delle minoranze non islamiche.

La domanda che in tanti si pongono è: come mai ora? E quali sono le motivazioni dell’improvvisa sopremazia dei wahhabiti tekfiri sui Fratelli Musulmani? E chi è il vero sostenitore del nuovo potere wahhabita?

Il motore della crisi contro il Qatar si trova non a Riyadh bensì negli Emirati arabi uniti e precisamente nelle mani di Mohamed Ben Zayed, principe di Abu Dhabi, figlio del fondatore degli Emirati, fratello dell’attuale Principe degli Emirati ed erede al trono, oltre che ministro della difesa degli Emirati.

E’ lui la mente che governa tutti i Paesi del Golfo arabo, ad eccezione di Qatar, Oman e Yemen. L’odio nei confronti di Doha proviene dalla natura indipendentista del Qatar, da sempre amante della propria autonomia decisionale sin dall’era passata quandi i Qatarioti erano semplici pescatori di perle che vagavano per gli oceani asiatici commerciando le loro perle e sfidando i pirati degli Emirati.

Il Qatar ha benessere, successi finanziari, mediatici (attraverso Al Jazeera) e diplomatici; è l’unico emirato ad intrattenere ottimi rapporti con gli amici, ma anche coi nemici del Golfo ( l’Iran, la Russia, la Cina, Israele ecc..). Tutto ciò non va a genio agli Emirati arabi uniti che mirano ad essere il numero uno della regione.

Il desiderio di vendetta nei confronti del Qatar covava da decenni da quando il 2 dicembre 1971 vennero creati gli Emirati Arabi dall’unione dei piccoli principati di quelli che una volta erano conosciuti come i Principati della costa dell’Oman. Il Qatar era stato invitato a far parte degli Emirati, ma Doha rifiutò scegliendo di rimanere indipendente con una velleita che supera la sua estensione geografica di 10.700 kmq.

La creazione del Consiglio dei Paesi del Golfo, 36 anni fa, aveva placato le tensioni per anni ma la primavera araba e il sostegno del Qatar alla rivolta in Egitto, che ha spodestato Hosni Mubarak - amico di famiglia del Principe degli Emirati - ha riacceso le rivalità. Da qui l’alibi per la crisi sostenuta da Arabia Saudita ed Emirati Arabi : il Qatar sostiene il terrorismo islamico. Il ministero siriano degli Esteri ha definito tale accusa insieme “patetica e comica”, in quanto nessuno dei tre Paesi è immune dall’accusa.

Basti pensare alla nazionalità degli attaccanti delle due Torri gemelle a New York; a chi ha creato i Talebani, Al Qaeda e infine Daesh con tutte le sue miriadi di gruppuscoli sparsi in Siria ed Iraq per rendersi conto che Arabia Saudita ed Emirati sono gli ultimi a potere rivolgere tale accusa.

Basta vedere i libri di fondamentalismo islamico lasciati dietro dai terroristi in fuga da Iraq e Siria per accorgersi che il libro di testo di insegnamento dogmatico più diffuso fra i terroristi è quello di Mohamed Ben Abdel Wahhab, fondatore del wahhabismo.

Eppure, con la luce verde degli Stati Uniti, si continua a sostenere il wahhabismo.

Anche la visita di Trump a Riyadh è da attribuire all’abilità degli Emirati. Mohamed Ben Zayed di Abu Dhabi ha saputo giocare in tempo, approfittando del passaggio di potere nella famiglia reale dei Saud, fondatori del regno, dai figli ai nipoti. Finita la generazione dei figli, con l’ultimo re Salman ormai ammalato e sul punto di lasciare il trono, è iniziata la lotta per il trono fra gli oltre 1500 nipoti esistenti. Fra i primi classificati vi erano Mohamed ben Nayef, sostenuto dal Qatar, e Mohamed ben Salman, che compirà 32 anni ad agosto, sostenuto dagli Emirati.

A Mohamed ben Salman del quale si dice è disposto a tutto pur di diventare il prossimo re, serviva ottenere vittoria su tre condizioni: l’avallo della famiglia Al Saud; quello dei religiosi wahhabiti e il consenso americano. Mohamed Ben Zayed di Abu Dhabi ha mobilitato la lobby finanziaria e mediatica degli Emirati negli Stati Uniti ed è riuscito a fare di Mohamed Ben Salman l’erede al trono. In cambio, il nuove erede al trono si è alleato in pieno con gli Emirati portando con sé il Bahrain.

L’Egitto vi si è aggiunto perché ha ha i suoi motivi nella lotta contro i Fratelli Musulmani. Con la sconfitta di Mohamed Ben Nayef sul quale puntava il Qatar, è stato possibile isolare Doha sferrando l’attacco contro i Fratelli Musulmani, come voluto dai wahhabiti in Arabia Saudita, ora sostenuti anche e con più fermezza pure da Abu Dhabi.

Resta la carta di Hamas ( Fratelli Musulmani) che sostiene anche i gruppi anti Sissi nel Sinai. Riuscirà l’Egitto ad prendere per la gola Hamas, e la Striscia di Gaza, accerchiata e priva di corrente elettrica in questa stagione estiva?

Farseli alleati attraverso l’apertura del valico di Rafah, ora che Qatar è isolato potrebbe essere un’occasione irripetibile. Il valico è chiuso da 100 giorni per esso gli Emirati arabi hanno già speso milioni di dollari per renderlo sicuro e protetto. La partita continua ed il braccio di ferro fra Abu Dhabi e Qatar sembra essere ancora agli inizi.



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