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Ratzinger riabilita Müller. Ma anche sul papa emerito piovono accuse di eresia.
"Hai difeso le chiare tradizioni della fede, ma nello spirito di papa Francesco hai anche cercato di capire come possano essere vissute oggi". È questo l'elogio che il "papa emerito" Benedetto XVI rivolge al cardinale Gerhard L. Müller, in apertura del volume pubblicato in Germania in occasione dei 70 anni del cardinale e dei 40 anni della sua ordinazione al sacerdozio.source :di Sandro Magister 02 gen 2017 http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/

Il 1° luglio scorso papa Francesco ha bruscamente esonerato Müller dalla carica di prefetto della congregazione per la dottrina della fede, dopo aver più volte mostrato di non gradire la sua vigilanza sulla correttezza dottrinale del proprio magistero.

Ma non per questo dovrà arrendersi, gli scrive ora Joseph Ratzinger. Perché, anche senza più un ufficio specifico, "un prete, e certamente un vescovo e un cardinale, non è mai semplicemente in pensione". Anzi: "potrai continuare anche in futuro a servire pubblicamente la fede", specie in questi "tempi confusi in cui viviamo". Servizio che effettivamente Müller sta già svolgendo con instancabile impegno.

Ratzinger riconosce all'amico cardinale di aver svolto il suo ruolo di prefetto della congregazione per la dottrina della fede nel modo giusto, coniugando cioè la competenza teologica con la "sapienza" di chi ha "ben in vista l'intera vita" della Chiesa. E osserva, a questo proposito: "Penso per esempio che nella riforma liturgica alcune cose sarebbero state diverse se l’ultima parola non fosse stata lasciata agli esperti, ma ci fosse stata in più una saggezza nel giudicare". Si potrebbero qui citare altri passi significativi del "saluto" che Benedetto XVI rivolge all'amico cardinale nel libro in suo onore.

Ma è il suo testo integrale che merita di essere letto. L'originale in tedesco , Grußwort von Papst em. Benedikt XVI . Mentre qui di seguito c'è una sua traduzione in italiano.

Si noterà che Ratzinger dedica ampio spazio anche al proprio lavoro di teologo e cita autori come Karl Rahner e Bernard Häring sui quali – così come su di lui – si sono formate intere generazioni di teologi e di pastori. Curiosamente, però, la pubblicazione di questi suoi ricordi, nel libro in onore del cardinale Müller, è coincisa con l'uscita di un attacco teologico frontale, di durezza senza precedenti, proprio contro il Ratzinger teologo. Da parte di chi, e perché, è spiegato al termine di questo post, in coda all'elogio di Ratzinger a Müller.


UNA PAROLA DI SALUTO del papa emerito Benedetto XVI

Eminenza! Fratello caro! Il tuo 70.mo compleanno si avvicina, e anche se io non sono più in grado di scrivere un vero e proprio contributo scientifico per il libro che si dedica in tuo onore in quest’occasione, vorrei parteciparvi con una parola di saluto e di gratitudine.

Sono passati 22 anni da quando mi hai donato, nel marzo 1995, la tua "Katholische Dogmatik für Studium und Praxis der Theologie". È stato per me un segnale incoraggiante che anche nella generazione dei teologi postconciliari ci fossero pensatori che hanno il coraggio di impegnarsi per l’integralità, cioè per rappresentare la fede della Chiesa come unità e totalità.

Anche se è importante la ricerca dettagliata, non meno importante è che la fede della Chiesa appaia nella sua unità interiore e nella sua completezza e che quindi diventi visibile anche tutta la semplicità della fede, nonostante tutte le complesse riflessioni teologiche. Perché la sensazione che la Chiesa ci imponga un pacchetto di cose incomprensibili, che interessano alla fine solo gli specialisti, è un ostacolo di prima grandezza per il sì al Dio che parla a noi in Gesù Cristo.

Grande teologo si diventa, a mio avviso, non trattando dettagli raffinati e intricati, ma perché si è in grado di rappresentare la finale unità e semplicità della fede. Quella tua "Dogmatik" in un unico volume mi toccò anche per un motivo autobiografico. Karl Rahner aveva presentato nel primo volume dei suoi scritti un progetto per una rinnovata struttura della dogmatica che aveva elaborato con Hans Urs von Balthasar. Naturalmente questo aveva suscitato in tutti noi una grande sete di vedere questo schema riempito ed elaborato.

Il desiderio che sorgeva ovunque di una dogmatica Rahner-Balthasar si congiunse inoltre con una operazione editoriale. Erich Wewel aveva convinto negli anni Cinquanta padre Bernard Häring a scrivere un testo di teologia morale in un unico volume, il quale dopo la sua pubblicazione divenne un grande successo. Dopo di che a quel bravo editore venne l'idea che anche nella dogmatica dovesse esistere qualcosa del genere e che un’opera completa scritta dalla stessa mano corrispondesse a un bisogno reale. Ovviamente si rivolse a Karl Rahner e gli chiese di scrivere lui questo libro. Ma Rahner nel frattempo era coinvolto in così tanti impegni che non si vide in grado di liberarsi per un’impresa così grande.

Stranamente l’editore si rivolse allora a me, che all'inizio del mio percorso insegnavo teologia dogmatica e fondamentale a Frisinga. Ma purtroppo anch’io, anche se all'inizio della mia strada, ero impegnato in tante attività e non mi sentivo in grado di scrivere una tale grande opera entro tempi accettabili. Così chiesi di poter coinvolgere un co-autore, il mio amico padre Alois Grillmeier. Nella misura del possibile collaborai al progetto e incontrai anche più volte padre Grillmeier per ampie consultazioni.

Ma il Concilio Vaticano II impegnò a quel punto tutte le mie forze e impose un approfondito ripensamento dell’intera presentazione della dottrina tradizionale della Chiesa. Quando fui nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga, nel 1977, era chiaro che non potevo più pensare a un tale lavoro. Quando nel 1995 il tuo libro giunse quindi nelle mie mani, vidi improvvisamente, ad opera di un teologo della successiva generazione, quello che avevo voluto ma che non si era realizzato.

Ho potuto conoscerti di persona quando la conferenza episcopale tedesca ti propose come membro della commissione teologica internazionale. In essa ti sei fatto notare in modo particolare per la ricchezza della tua competenza e per la tua fedeltà tutta interiore alla fede della Chiesa. Quando nel 2012 il cardinale Levada si dimise per ragioni di età dal suo lavoro come prefetto della congregazione per la dottrina della fede, apparisti tu, dopo tutte le valutazioni, come il vescovo più idoneo ad assumere questo compito.

Quando assunsi io questo incarico nel 1981, l’arcivescovo Hamer – allora segretario della congregazione per la dottrina della fede – mi spiegò che il prefetto non doveva essere necessariamente un teologo, ma un uomo saggio, il quale stando sopra le questioni teologiche non avrebbe dovuto formulare giudizi specialistici, ma piuttosto comprendere che cosa in un dato momento ci fosse da fare per la Chiesa.

La competenza teologica doveva concentrarsi nel segretario, colui che dirige la "consulta", l’assemblea di esperti teologi che insieme danno un giudizio scientifico corretto. Ma come nella politica, la decisione finale non può essere presa dagli esperti, ma da sapienti che hanno familiarità con il lato tecnico ma in più hanno ben in vista l'intera vita di una grande comunità. Durante gli anni del mio ufficio ho cercato di corrispondere a questo standard. Fino a che punto ci sia riuscito, saranno altri a giudicare.

Nei tempi confusi in cui viviamo, la convivenza tra la conoscenza tecnica e la saggezza su ciò che alla fine è decisivo mi sembra particolarmente importante. Penso per esempio che nella riforma liturgica alcune cose sarebbero state diverse se l’ultima parola non fosse stata lasciata agli esperti, ma ci fosse stata in più una saggezza nel giudicare, che avrebbe riconosciuto i limiti del mero uomo di studi. Nei tuoi anni romani, ti sei ripetutamente impegnato a lavorare non solo come studioso, ma come saggio, come padre nella Chiesa.

Hai difeso le chiare tradizioni della fede, ma nello spirito di papa Francesco hai anche cercato di capire come possano essere vissute oggi. Papa Paolo VI ha voluto che le più alte cariche nella curia – quelle del prefetto e del segretario – fossero sempre assegnate solo per cinque anni, al fine di proteggere la libertà del papa e la mobilità del lavoro curiale. Nel frattempo, il tuo mandato quinquennale per la congregazione della fede è scaduto. Quindi non hai più un ufficio specifico, ma un prete, e certamente un vescovo e un cardinale, non è mai semplicemente in pensione.

Per questo motivo potrai continuare anche in futuro a servire pubblicamente la fede, sulla base della tua ispirazione interiore, della tua missione sacerdotale e del tuo carisma teologico. Siamo tutti contenti che, con la tua grande responsabilità interiore e il dono della Parola che ti è stato dato, continuerai ad essere presente nella lotta del nostro tempo per la giusta comprensione dell'essere uomo e dell'essere cristiano.

Che il Signore ti aiuti in questo. Infine, devo esprimere ancora un ringraziamento molto personale. Come vescovo di Ratisbona hai fondato l’"Institut Papst Benedikt XVI”, che – guidato da uno dei tuoi allievi – svolge un lavoro davvero eccezionale nel mantenere il mio lavoro teologico disponibile al pubblico nella sua interezza. Il Signore ti ricompenserà per il tuo sforzo.

Città del Vaticano, Monastero "Mater Ecclesiae", nella festa di Sant'Ignazio di Loyola 2017
Tuo Benedetto XVI


L'attacco di questi giorni al Ratzinger teologo è in un libro fresco di stampa che ha per autore Enrico Maria Radaelli, noto come il più fedele discepolo di Romano Amerio (1905-1997), il filosofo svizzero che nel 1985 pubblicò in "Iota Unum" la più sistematica e argomentata accusa contro la Chiesa cattolica della seconda metà del Novecento di aver sovvertito i fondamenti della dottrina in nome del soggettivismo moderno.

Il libro di Radaelli ha per titolo "Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo" ed è edito "pro manuscripto" da Aurea Domus, l'editrice di cui è titolare lo stesso autore, presso la quale può essere acquistato via e-mail, oltre che in alcune librerie di Roma e Milano.

Ciò che ha determinato in Radaelli la decisione di accusare anche la teologia di Ratzinger d'essere sovversiva è stata la lettura e l'analisi della sua opera teologica più nota e più letta, quella "Introduzione al cristianesimo" che pubblicata per la prima volta nel 1968 ha poi avuto decine di riedizioni e di traduzioni in numerose lingue, fino ai giorni nostri.

Ora, ciò che più colpisce è che Radaelli non si è ritrovato solo nel demolire l'impostazione teologica di Ratzinger, perché immediatamente è sceso in campo a suo sostegno un teologo e filosofo dei più titolati, monsignor Antonio Livi, decano emerito della facoltà di filosofia della Pontificia Università Lateranense, accademico pontificio e presidente della International Science and Commonsense Association.

Anche a giudizio di Livi, infatti, Ratzinger e la sua teologia hanno potentemente contribuito all'ascesa "al potere", cioè ad un ruolo sempre più egemonico nei seminari, negli atenei pontifici, nelle commissioni dottrinali, nei dicasteri di curia e nei gradi più alti della gerarchia fino al papato, di ciò che egli chiama "la teologia modernista con la sua evidente deriva ereticale".

Non occorre qui riassumere gli argomenti messi in campo da Radaelli nella sua requisitoria contro il Ratzinger teologo e poi papa. Basta leggere la chiarissima sintesi che ne fa Livi : L'eresia al potere .

Da ciò si ricava che Francesco non è il solo papa che sia oggi bersaglio di una "correctio" per eresia, perché nemmeno il suo vivente predecessore "emerito" ne è più al riparo. Sia Radaelli che Livi sono tra i primi firmatari della "correctio" indirizzata a papa Francesco la scorsa estate. E ora anche di questa contro Benedetto XVI.

Nel frattempo, l'interminabile controversia sull'applicazione di "Amoris laetitia", pro o contro la comunione ai divorziati risposati che convivono "more uxorio", si arricchisce da oggi, 2 gennaio 2018, di un nuovo intervento pubblico ad opera di tre vescovi: Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale

Come già si intuisce dal titolo, è un intervento fermamente contrario a ogni mutamento della dottrina e della disciplina della Chiesa di sempre. Lo firmano tre vescovi del Kazakistan: - Tomash Peta, arcivescovo metropolita dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana;
- Jan Pawel Lenga, arcivescovo-vescovo emerito di Karaganda;
- Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana.





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