Corso di Religione

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Non bastano i giudici per decidere sull'aiuto al suicidio.
Non può essere considerato un problema giuridico ma di bioetica.source :Famiglia Cristiana 8-2018  di Francesco D'Agostino, presidente della Unione giuristi cattolici italiani.

La Corte d’assise di Milano non ha voluto decidere: ha rinviato alla Corte costituzionale la questione della costituzionalità dell'articolo 580 del Codice penale, che punisce l’istigazione e aiuto al suicidio.

In tal modo la soluzione giuridica della vicenda del viaggio e della morte in Svizzera di Dj Fabo e quella della responsabilità penale di Marco Cappato, che gli ha prestato ogni aiuto possibile, si protrarrà ancora chissà per quanto tempo.

E' però una questione insolubile, non formalmente ma sostanzialmente, sia perché Ia norma in questione risale al 1930 ed è stata pensata per un contesto criminale che non è quello di oggi, sia perché il lessico usato, anche se apparentemente non è invecchiato, è però mutato semanticamente.

Si è arricchito infatti di una dimensione che, se è facilmente percepita da tutti, quella del “suicidio terminale” (categoria che ormai si intreccia e viene confusa con quella della" eutanasia volontaria"), è ancora ben lontana dall'essere adeguata mente elaborata, a livello giuridico, morale, religioso, bìoetico.

Siamo testimoni di una dinamica non del tutto nuova. Essa riproduce quella che ha portato, dopo secoli e secoli di dura repressione, alla depenalizzazione del suicidio e più in particolare alla sua “deteologicizzazione”.

Interpretato per secoli come peccato imperdonabile, il suicidio è stato ricondotto nell’Ottocento nella categoria degli eventi psicopatologici, svuotati quindi di responsabilità morale (come attesta la possibilità, sancita nell’ultima versione del Codice di diritto canonico, di celebrare i funerali religiosi per chi si tolga la vita).

L’opinione pubblica di oggi, come non riesce più a trovare colpa morale in chi si uccide, così non ne trova nel desiderio e nella richiesta di morte che emerge nei malati colpiti da terribili patologie degenerative, che non li portano a un rapido decesso, ma li condannano a sopravvivenze lunghissime e penose.

Coerentemente diventa sempre più difficile colpevolizzare coloro che li aiutano a realizzare il loro desiderio.

Il parlamentare Marco Cappato ha accompagnato Di Fabo a morire in una clinica svizzera. Quello della qualificazione sociale dell'aiuto al suicidio resta un problema di immensa difficoltà . Ma dobbiamo riconoscere che è sempre meno ragionevole considerarlo alla stregua di un problema giuridico.

Affidarne la soluzione a giudici, per quanto illuminati, è un’ingenuità, così come è ancora più ingenuo pensare che possa essere la legge a risolvere situazioni così estreme e drammatiche.

La bioetica dovrebbe rivendicare il suo primato sulla biogiuridica e sulla biopolitica e chiedere che le terribili questioni di fine vita, che il progresso della biomedicina continua a moltiplicare, vengano affidate non alla legge o ai tribunali, ma a Comitati etici indipendenti e interdisciplinari.

Ma la bioetica, a fronte della biogiuridica e dela biopolitica, è debolissìrna. Quindi, aspettiamo la risposta della Corte costituzionale, ma non illudiamoci: ci attende un futuro oscuro.



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