Corso di Religione

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Le razze umane esistono. Ma...
In una società sempre più soggetta a fenomeni quali migrazione e “mobilità temporanea” la mescolanza fra le genti sarà sempre più facente parte della nostra quotidianità, facendo venir meno – anche a livello percettivo – l’idea di “razza”. Ma come sarebbe il mondo se…source:  http://confronti.net 5 Aprile 2019 di Stefano Allievi. Sociologo e islamologo. Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.


Le razze esistono, come dato di fatto (la pelle di colori e sfumature diverse, per capirci, e altre forme di differenza biologica visibile).

Non esiste ciò che ne deduciamo
: differenze di capacità, intelligenza, o addirittura morali. «Il barbaro è innanzitutto chi crede nella barbarie», ammoniva in proposito Lévi-Strauss, al contempo mettendo in guardia coloro che troppo facilmente – in anni (i Sessanta) di maggiore ottimismo dei nostri – le davano per superate.

Le razze esistono e contano perché esistono e contano innanzitutto nella percezione che ne abbiamo, e poco importa che la nostra percezione sia fondata o meno su solide basi. La xenofobia emergente, il neo-tribalismo che vediamo fare capolino nelle nostre città, i neo-etnicismi, gli espliciti razzismi, la tentazione di differenziarsi dagli altri (e di categorizzarsi in superiori e inferiori: questi ultimi, per definizione, sempre gli altri) su basi biologiche, sembrerebbero testimoniare che le razze non hanno smesso di influenzare il nostro modo di pensare, di collocarci e di collocare gli altri in geografie mentali che le prevedono, con le loro definite – per quanto incerte e scientificamente infondabili – scale cromatiche: con i loro black (come li definisce il linguaggio della strada e qualche volta anche quello della legge e della statistica), anche se più propriamente sono brown, come rivendicava ironicamente un militante anti-apartheid come Steve Biko, i loro white (anche se per Biko erano, più correttamente dopo tutto, pink), e i loro red, yellow, ecc.

Esistono persino se non vogliamo usare il termine per non legittimarlo, magari togliendo il riferimento alla razza nell’art. 3 della nostra Costituzione, come sa bene chi ne coglie le manifestazioni nella quotidianità delle nostre vite: anche involontariamente sfuggiteci, come negli “imbarazzismi” su cui ha ironizzato lo scrittore italotogolese Kossi Komla-Ebri.

Ma nello stesso tempo esistono sempre meno proprio nella nostra quotidianità, mano a mano che, grazie alle migrazioni, ma anche, più semplicemente, ai meccanismi di mobilità temporanea (turismo, soggiorni studio, Erasmus, lavori all’estero, stage in agenzie internazionali, frequentazione di ambienti cosmopoliti o globali per definizione – dal mondo della cooperazione internazionale fino alle chiese), si finisce per mischiarsi sempre di più, e soprattutto con sempre maggiore naturalezza, senza neanche percepire l’innaturalità (che, per l’appunto, non c’è) che in passato sarebbe stata cucita addosso a queste forme di mixité.

E, per l’appunto, amicizie miste, matrimoni misti, luoghi di incontro misti (dalle squadre sportive ai laboratori scientifici, dalle scuole alle imprese, dal mondo della musica a quello accademico), ma pure famiglie adottive e tanti altri soggetti, banalmente, per così dire, si ritrovano ad essere non solo interrazziali, ma interessati e ben disposti a fondere gli elementi razziali, meticciandosi, creolizzandosi, ibridandosi. Creando qualcosa di nuovo, che prima non c’era, come il figlio di una coppia razzialmente mista è diverso da entrambi i genitori, e soprattutto non preoccupandosi affatto di questo, non vedendolo come un problema.

Insomma, l’uso della categoria razziale per differenziarsi e considerarsi superiori è ancora d’attualità, come mostrano i suprematisti bianchi (ma ce ne sono anche di altri colori). E tuttavia le razze si mischiano inesorabilmente nelle città globali e nei corpi che li abitano.

Domani sarà più frequente di oggi quell’incontro tra diversi (che dalla collaborazione arriva all’innamoramento) che il mondo della fantascienza – con una trasparente metafora – usa attribuire agli abitanti di pianeti lontani: da Star Trek ai Guardiani della galassia, passando per Guerre stellari.

E finiremo per vivere in chiave positiva – non è un auspicio: è una tendenza in atto, misurabile – la constatazione un po’ cinica di Mark Twain, che diceva: «Io non domando mai di che razza è un uomo; basta che sia un essere umano: nessuno può essere qualcosa di peggio». Scoprendo che non solo c’è un’unica razza, quella umana: ma si mischierà con quelle – umane? – che abitano altrove.






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