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Nuovo studio pubblicato su Journal of Experimental Social Psychology conferma che la scienza apre a Dio
«Poca scienza allontana da Dio», notava Louis Pasteur, «ma molta scienza riconduce a Lui».

source : iltimone.org NEWS 25 luglio 2019    di Giuliano Guzzo


Dalla morte del grande scienziato francese sono trascorsi oltre 120 anni, eppure queste sue parole sembrano tornare di attualità. Ma non per via di qualche pensatore cattolico o cristiano – come ci sarebbe da aspettarsi -, bensì grazie a uno studio scientifico in fase di pubblicazione sul Journal of Experimental Social Psychology.

Si tratta di un lavoro di psicologia sperimentale effettuato da ricercatori americani che, in buona sostanza, rileva l’opposto di quanta afferma certa cultura laicista, e cioè che l’impegno scientifico può effettivamente promuovere la fede in Dio. Nello specifico, gli studiosi hanno effettuato due distinti e interessanti esperimenti.

Nel primo, il team di ricerca ha sondato in un campione prescelto quanti fossero interessati alla scienza, quanti fossero interessati al pensiero logico e quanto spesso sperimentassero un sentimento di meraviglia. Sorprendentemente,
coloro che hanno riportato un forte impegno nei confronti della logica – congiunto ad un sentimento di travolgente meraviglia – erano anche coloro i quali avevano maggiori probabilità credere in Dio, per lo più descritto come una entità dai poteri illimitati. Nel secondo esperimento, i ricercatori hanno fatto vedere ai partecipanti due differenti video: in uno, con un sottofondo musicale, si potevano osservare atomi e particelle in movimento, nell’altro c’era invece un fisico che, con linguaggio tecnico, offriva una descrizione del comportamento e delle traiettorie delle particelle. Gli studiosi hanno riscontrato come al termine delle proiezioni, quanti avevano visto il primo video – che dava una visione spettacolare delle meraviglie della fisica – avevano più probabilità di dichiararsi credenti in Dio. A quel punto, gli studiosi hanno provato a replicare l’esperimento con altri rimuovendo nel primo video quelli che potevano essere fattori confondenti – come la presenza del sottofondo musicale, che stimolare un coinvolgimento emotivo -, ma hanno ottenuto gli stessi risultati: chi era stato posto messo davanti alla bellezza del creato, sia pure in un’ottica fisica, era poi più incline a dirsi credente. «Ciò che abbiamo riscontrato», ha spiegato Kathryn Johnson, una delle responsabili dell’esperimento, «è che quando le persone sono colpite dalla complessità della vita o dalla vastità dell’universo, il sentimento di timore riverenziale le rende più aperte a concettualizzare e pensare Dio». «Sebbene la scienza sia spesso pensata in termini di dati e freddi esperimenti», ha sottolineato Jordan Moon, psicologo anch’esso coinvolto nell’esperimento, «in realtà essa (la sicenza, ndr) potrebbe tornare utile per testare la propensione personale di alcuni soggetti in ordine alle loro credenze su Dio». Un altro studioso coautore di questa ricerca, Adam Cohen, ha invece notato come simili esperimenti possano essere utili soprattutto alla luce del fatto che «molte persone pensano che la scienza e la religione non vadano insieme, ma hanno concezioni relative sia alla religione sia alla stessa scienza davvero troppo semplicistiche» In effetti, lo sbalorditivo numero di grandi scienziati – da Galileo a Newton, da Mendel a Copernico – che a loro volta sono stati pure uomini di fede, aveva già messo in evidenza quanto sia paradossale contrapporre la scoperta scientifica con la dimensione soprannaturale del divino.

Tuttavia non può non colpire che una simile consapevolezza, quella sul legame di fede e ragione come «due ali che conducono alla verità» – per dirla con san Giovanni Paolo II – che a loro volta si cercano e si completano -, sia espressa così apertamente da uomini di scienza, per di più sulla base di una pubblicazione scientifica.

Poi certo: il Dio a cui si è fatto finora riferimento non è quello cristiano. Ciò nonostante è evidente come questo esperimento e questa notizia tornino utili per smascherare l’inconsistenza dell’ateismo e lo stereotipo ottocentesco dello scienziato non credente. Una caricatura ampiamente smentita dai fatti e, adesso, dalla stessa ricerca ufficiale.









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