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Le radici ( religiose) del negazionismo




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Intervista ad Alberto Maggi

source : http://www.istitutoeuroarabo.it di Lella Di Marco, laureata in filosofia insegnante nella scuola secondaria. Associazione  Annassim .


Da laica apprezzo moltissimo il pensiero e l’operato dei nuovi “teologi”, pur nelle loro differenze, chi ancora dentro la Chiesa, chi a latere. Naturalmente la loro rimane una visione eminentemente idealista, soprattutto di ri-costruzione delle coscienze, volta a contribuire come comunità alla cura e alla gestione del bene pubblico.

A guardar bene, sul negazionismo il giudizio può essere morale, psicologico o politico. Di fatto quello che succede sembra una commedia di Eduardo, come se il virus negato si sia offeso e allora come un fulmine colpisce sbruffoni e negazionisti, in forza della legge del contrappasso.

Al di là degli aspetti connessi alle speculazioni politiche e ai settarismi ideologici, forse ciò di cui occorre preoccuparsi di più sono gli effetti di quel “negazionismo psicologico” in qualche modo praticato dal governo e dal personale medico, soprattutto in questa seconda fase della pandemia.

È pur vero che la disgregazione è ovunque e che nella globalità del sapere e della ricerca ogni disciplina sembra essere autonoma, separata da tutto il resto, e allora succede che si opera scollegati in un grande deficit culturale. Nessuno ha analizzato la pandemia come un fenomeno biopsicosociale, curando così soltanto la malattia e non avendo attenzione al malato.

Nella attuale fase la situazione è ancora più complicata in quanto l’esplosione delle depressioni, dei disturbi mentali e bisogni psicologici (prevedibilissimi), non trovano adeguate risposte a livello del servizio sanitario. L’unica cura è affidata ad ansiolitici e antidepressivi. Farmaci del resto usati anche prima, tanto da collocare l’Italia al primo posto tra i consumatori.

Ho parlato a lungo con Alberto Maggi, teologo e biblista, che nonostante vicissitudini personali, conserva uno visione decisamente positiva della vita e del mondo, uno sguardo aperto e sgombro da qualsiasi velo ideologico. 




Come vede la situazione che stiamo vivendo?


«La considero, al di là delle sofferenze soggettive, una grande opportunità di rinnovamento. Di costruzione di un altro mondo. È proprio nei momenti di grande difficoltà che vengono fuori gli elementi più forti di rinnovamento e di apertura. Siamo stati fin troppo chiusi in noi stessi a goderci un benessere che era superfluo, apprezzando una società dei consumi che prima o poi si sarebbe inaridita».

Secondo lei tutti hanno preso coscienza della gravità del momento storico? Come vede i negazionisti – quelli che si oppongono all’evidenza?

«Il negazionismo ha radici antiche e già nelle prime pagine della Bibbia si trova il primo negazionista. Nel Libro della Genesi si legge che il Creatore aveva avvertito l’uomo e la donna, da lui creati, di non mangiare “dell’albero della conoscenza del bene e del male”, perché altrimenti sarebbero morti (Gen 2,17). Ed ecco spuntare il primo negazionista della storia, il serpente, che disse alla donna: “Non morirete affatto!” (Gen 3,5), e si sa come poi è andata a finire.

E negazionisti spuntano anche al tempo di Noè, “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei” (Gen 6,9). Avvertito da Dio dell’imminente disastro, pensa a mettersi in salvo costruendo un’arca di legno, ma gli altri no, “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito… e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti” (Mt 24,38).

Non c’è qualche relazione tra negazionismo e fede religiosa?


C’è poi un altro tipo di negazionismo dalle conseguenze drammatiche, perché si fonde con il fanatismo religioso. 

È il negazionismo che, forte delle sue sacre convinzioni, rifiuta la realtà perché è inammissibile, scomoda o spiacevole. Un esempio di questo negazionismo si trova negli scritti di Geremia, dove il profeta avverte il popolo dell’imminente pericolo, rappresentato dall’invasione dei Babilonesi guidati da Nabucodonosor, invitandolo ad abbandonare false certezze: “Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore” (Ger 7,4).

Ma il grido d’allarme del profeta non fu ascoltato nonostante l’evidenza dell’approssimarsi della tremenda invasione. Gerusalemme era la città del Dio d’Israele e per questo non poteva essere conquistata. La tradizione religiosa, infatti, credeva che Gerusalemme fosse imprendibile in quanto Dio stesso avrebbe impedito la caduta del luogo che conteneva la sua presenza. Del resto anche il salmista esaltava l’imprendibilità di Gerusalemme, perché “Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba… Il Signore degli eserciti è con noi, nostro baluardo è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 6.8), per poi dover amaramente constatare che “hanno ridotto Gerusalemme in macerie” (Sal 79,1), come già Geremia aveva vanamente profetizzato: “Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine” (Ger 26,18).

Dove sono dunque da ricercare le cause profonde di questo fenomeno?

Le radici del negazionismo vanno ricercate nella paura. Il negazionista è, infatti, un individuo che è vittima della sua stessa paura che non vuole riconoscere. Non sapendo come gestire la sua ansia, semplicemente la nega e, non sapendo affrontare un mondo che è in costante cambiamento, lo rifiuta. Tutto quel che è complesso, quel che richiede riflessione, un ragionamento articolato e fondato, esula dalle sue capacità e liquida il tutto con un secco NO.

Forse l’immagine con cui si potrebbe raffigurare il negazionista è quella dello struzzo con la testa infilata per terra. Il pericolo c’è, ma lui si ostina a non vederlo, a ignorarlo, illudendosi così di eliminarlo dal suo orizzonte. Per farsi notare il negazionista deve andare contro l’evidenza, e contro la verità, e per questo suo delirio deve appoggiarsi su una visione della società vittima di ogni tipo di complotto, dal finanziario al religioso, con il continuo sospetto che si traduce in rifiuto di tutto quel che con le sue limitate capacità intellettuali non riesce a comprendere».

Ma intanto creano confusione e sospetti


«Di questo non mi preoccupo. La luce prevale sempre sul buio. Vedo che soprattutto in questo periodo di grandi paure e fragilità stanno aumentando i fedeli con la voglia di essere attivi, partecipi per il benessere della collettività. Del resto l’unica ricetta è continuare per la nostra via accettando con gioia quello che abbiamo e costruire assieme un percorso di cambiamento, contrastando così anche l’arroganza e incompetenza di gran parte della gerarchia ecclesiastica».

Dialoghi Mediterranei, n. 46, novembre 2020


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