Pag.  1                                      Il matrimonio nell' ebraismo                   -   1   2   3   4  
Il matrimonio nell’ebraismo costituisce uno dei doveri più importanti. www.romaebraica.it - redazione

Questo precetto ristabilisce l’unità originaria di Adamo che conteneva in sé il principio maschile e quello femminile e provvede alla continuità del popolo ebraico, attraverso la procreazione.

1- Quando una coppia decide di sposarsi, deve presentarsi all’Ufficio Rabbinico che provvederà a comunicare tutte le informazioni necessarie per stabilire la data delle nozze e per porre le basi per la fondazione di una casa e di una famiglia ebraica. In questa fase preparatoria del matrimonio i futuri sposi frequenteranno dei corsi organizzati dalla Comunità che li informeranno sul significato del matrimonio, sul diritto matrimoniale ebraico, sulla kasherut, sull’osservanza del sabato e delle feste, sull’insegnamento della Torah ai figli, sulle norme della Taharat ha-mishpachà(rapporti coniugali), sulla mitzvà della tzedaqà (l’aiuto ai bisognosi).

Tali norme contribuiscono a creare quell’atmosfera di Kedushà (santità) che rendono solida la famiglia ebraica e le assicurano le felicità e la benedizione divina. All’atto delle pubblicazioni gli sposi dovranno dichiarare che intendono celebrare le nozze presso il Tempio Maggiore di Roma o in un altro luogo e dovranno consegnare all’Ufficio di Stato Civile del Comune, oltre ai certificati richiesti dalla legge (nascita, cittadinanza, stato libero), una richiesta dell’Ufficio Rabbinico, che potrà essere ritirata presso il medesimo. Le pubblicazioni non si debbono fare di Sabato, né di giorno di festa ebraica.

2- Fissata la data delle nozze, ottenuto il nulla osta da parte dell’Ufficiale di Stato Civile del Comune, gli sposi si presenteranno all’Amministrazione della Comunità e all’Ufficio Rabbinico per consegnare tali documenti e per fornire i moni ebraici propri e dei genitori, necessari per la scrittuta della Ketubà (contratto matrimoniale).

3- La sposa prenderà accordi per fare la Tevilà (bagno rituale) nel Mikvè. Il Mikvè è una vasca contenente acqua di fonte o acqua venuta a contatto con acqua di fonte o acqua piovana, costruita secondo determinate norme. Per essere conforme alle regole, la Tevilà deve essere fatta solo nel Mikvè (0, a determinate condizioni, in acqua di fonte, di mare etc.). La Tevilà può essere fatta solo quando siano trascorsi almeno sette giorni dalla fine del periodo mestruale. Durante la Tevilà, la donna dovrà curare di non avere addosso anelli o forcine, lacca sulle unghie, rossetto o qualunque altra cosa che imepdisca il contatto con l’acqua; durante l’immersione la bocca deve ssere chiusa e non serrata. La Tevilà dovrà essere effettuata prima del matrimonio.

Come il bambino esce dalle acque amniotiche per vedere la luce, così l’emersione dall’acqua del Mikvè ripete ogni volta il momento della nascita. Inoltre l’immersione nel Mikvè potrebbe rappresentare il nuovo rapporto che si stabilisce con la creazione originaria. In questa interpretazione di origine talmudica infatti i fiumi dell’Eden sono considerati come l’unico collegamento rimasto tra il nostro mondo ed il giardino dell’Eden. Immergendosi nelle acque del Mikvè è quindi possibile entrare nuovamente in rapporto con la creazione originaria.Secondo la Torah, la vita sessuale è parte fondamentale dell’esistenza e rientra nel progetto della creazione. Scopo dei rapporti sessuali, accanto alla procreazione, è anche quello di creare una vita di coppia armoniosa.

Trascorsi sette giorni dalla constatazione della totale assenza di eprdite di sangue, la donna si immerge nel Mikvè. Il rispetto di queste regole ha, tra le altre conseguenze, il fatto che astenendosi per almeno dodici giorni al mese dall’avere rapporti sessuali, i coniugi sono indotti fin dall’inizio ad impostare il matrimonio su sacre forme di dialogo e comunicazione. Dopo ogni Tevilà si ha così un rinnovamento dei rapporti con una riscoperta continua del proprio partner, cosa che contribuisce ad impedire che il rapporto possa inaridirsi.

La Tevilà – eccetto quella che si deve fare prima del matrimonio e che può fatta di giorno – va fatta di sera dopo l’uscita delle stelle. La donna, prima dell’immersione, deve essere perfettamente pulita. Il testo sulle norme della Tevilà può essere richiesto all’addetta al Mikvè.

4- E’ uso che i padri degli sposi e lo sposo salgano alla lettura della Torah il sabato precedente il giorno del matrimonio.

5- Prima della lettura della Ketubà, lo sposo consegnerà al Rabbino celebrante l’anello che intende dare alla sposa da lui stesso acquistato. Non è uso ebraico lo scambio degli anelli. Il Cohen è sottoposto ad alcune limitazioni nella scelta della sposa (ad esempio: non può sposare né una divorziata né una proselita).

Il matrimonio non si celebra nei seguenti giorni:di sabato, nelle feste solenni e mezze feste, nei digiuni, nei giorni che vanno da Rosh Ha-Shanà a Kippur, durante una parte dei giorni dell’Omer (dal 1° al 18 diYiar) e in quelli che vanno dal 17 di Tamuz al 9 di Av.

IL MATRIMONIO EBRAICO (testo di Rav  E.Toaff)

Vedi anche : http://www.morasha.it/tesi/fbbr/index.htmlIl legame che tiene unito l'uomo alla propria donna e' definito dai maestri del Talmud con il termine di Kiddushin, parola che deriva dalla radice kadosh (sacro).


Questa sacralita' ha lo scopo fondamentale e basilare di creare nella vita matrimoniale ebraica una nuova progenie fondata, come la precedente, sull'amore verso il D-o unico e sull'osservanza dei suoi precetti.

La sessualita' e la necessita' di alimentarci costituiscono le sole sfere della vita che ci rendono simili agli animali. Per tale motivo, tutto il complesso delle norme che regolano questi due aspetti fondamentali della nostra vita, mirano ad imprimere un carattere di sacralita' che si manifesta sia nella vita fisica che in quella morale, concepiti come elementi inscindibili in un'unica entita'.

Il matrimonio costituisce un dovere per ogni ebreo.

Scopo supremo di esso e' la procreazione e infatti questo e' il primo precetto che ci viene comandato da D-o. Nel costituire una nuova famiglia, l'uomo si associa a D-o nella continuazione dell'opera divina della creazione, creata appositamente per lui. Il matrimonio viene quindi inteso non solo come un obbligo prescritto dalla legge, ma soprattutto come il fine ultimo e principale della creazione stessa.
L'unione coniugale e' considerata nella tradizione ebraica come lo stato ideale degli esseri umani e la base della societa', secondo quanto stabilito da D-o nel momento stesso della creazione.

Troviamo scritto in Genesi:

D-o creo' l'uomo a sua immagine, lo creo' ad immagine di D-o, creo' maschio e femmina. D-o li benedisse e disse loro: prolificate e moltiplicatevi e riempite la terra e assoggettatela.

Da questi versetti impariamo che D-o stesso ha creato il primo nucleo familiare, con il supremo scopo di generare figli, i quali sono fonte di forza e soprattutto di benedizione.
Oltre alla soddisfazione del precetto divino, il matrimonio ha il fine di porre al nostro fianco una compagna che ci sottragga alla solitudine e soprattutto ci sia di aiuto e di conforto nelle difficolta' della vita, come recita il versetto:

Disse il signore D-o: non e' bene che l'uomo sia solo, faro' per lui un aiuto che gli si confaccia.

D-o plasmo' direttamente dalla vivente carne del primo uomo la sua compagna, un essere nuovo creato appositamente per lui, adatto alla sua dignita' intellettuale e spirituale. La donna, diversamente dall'uomo che fu creato con l'umile polvere della terra, nasce invece da una materia gia' vivente e piu' nobile. Cosi' si esprime Adamo nel vedere la sua donna:

Disse Adamo: questa volta, finalmente, e' ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Percio' si chiamera' isha' (donna) perche' questa e' stata presa da ish (uomo).

Con il versetto successivo, si stabilisce l'istituzione del matrimonio, conferendo ad esso un'origine divina e definendolo con termini pieni di sentimento e di poesia, come leggiamo nel testo:

Percio' abbandoni l'uomo suo padre e sua madre, si unisca a sua moglie e siano una sola carne.
In ebraico il termine si unisca e' reso dal verbo davaq (si incolli).

Anche se nella tradizione biblica il matrimonio appare essenzialmente monogamico, vi sono numerosi passi e vicende dai quali si puo' dedurre che la poligamia e' consentita, per esempio la storia del re David e di suo figlio Salomone. In ogni caso e' sconsigliata e limitata.

Il fidanzamento

Il primo atto per la formazione del legame matrimoniale con una donna e' la formulazione degli Erusin (essere legati) o, come furono definiti in seguito dai nostri maestri, kiddushin (consacrazione).

Questo vincolo e' concepito come un impegno delle parti a lealta', fedelta' e sacralita'. Alla donna promessa e' vietato qualsiasi rapporto con estranei, punibile anche con la pena di morte. Infatti troviamo scritto:

Nel caso che una ragazza vergine sia fidanzata con un uomo e venga trovata da (un altro) uomo in citta' e giaccia con lei, li farete uscire tutte e due verso la porta di quella citta' e li lapiderete e morranno.

Questo primo atto legale e' da considerarsi quindi fondamentale e necessario nella futura vita matrimoniale ebraica.

E' scritto in Osea:

E sarai legato a me in eterno; e sarai legato a me con giustizia e con diritto, con amore e con misericordia. E sarai legato a me con fedelta'; e conoscerai il signore.

Da questo passo profetico, il quale allude al legame eterno tra D-o e il popolo ebraico, i nostri maestri hanno dedotto sette condizioni che l'uomo e la donna sono tenuti a rispettare nel momento in cui si giurano fedelta'. Le prime sei parole (cioe' eterno, giustizia, diritto, amore, misericordia e fedelta') si riferiscono all'uomo; l'ultima invece e conoscerai il signore riguarda la donna.

Questi termini sono stati cosi' spiegati dai nostri maestri:

·  In eterno:
perche' l'uomo non si consacri (fidanzi) con una donna con l'intento di ripudiarla dopo qualche tempo.
·  Con giustizia:
non dica calunnie contro la sua donna in modo da poterla cacciare.
·  Con diritto:
in modo che non violi le norme del diritto, anche se la donna dovesse peccare nei suoi confronti.
·  Con amore:
non si regoli con lei secondo il rigore della legge, bensi' con la dolcezza dell'amore.
·  Con misericordia:
non dia alla sua donna cio' che le necessita solo dopo che lei ne abbia fatto richiesta, ma cerchi bensi' di capirla e soddisfarla prima ancora che ella si esprima. Infatti e' detto:

Cosi' come il padre e' misericordioso con i suoi figli, D-o ha mostrato misericordia a chi lo teme.

Ed ancora Isaia:

Ed avverra', prima ancora che mi chiameranno io rispondero', mentre ancora parleranno io li avro' gia' uditi.

·  Con fedelta': non sia con la sua compagna mentre il suo cuore e' rivolto verso altre donne, ma conservi verso di lei vera fedelta'.

Queste sei condizioni si riferiscono solo all'uomo, dato che tali principi sono gia' considerati intrinseci della donna

.E conoscerai il signore:

se la donna sapra' mantenere la sacralita' della famiglia, l'osservanza dei precetti e sapra' dare ai figli un'educazione ebraica, allora conoscera' il signore e trarra' da questa unione felicita' e bene.

Il Maimonide (Cordoba 1135-Tiberiade 1204), descrivendo le norme che regolano il matrimonio nel suo iad chazakka', cosi' inizia il trattato:Prima della promulgazione del decalogo, quando un uomo incontrava una donna per la strada ed avevano intenzione di sposarsi, ella veniva portata in casa di lui e posseduta carnalmente senza testimoni e diveniva cosi' per lui sua moglie. Pero', dopo l'accettazione della legge data da D-o sul monte Sinai, e' stato comandato ad Israele che se un uomo voleva sposarsi, egli prima doveva acquistare la sua donna davanti a testimoni e dopo possederla, come e' scritto: quando un uomo prende una donna e convive con lei.

I nostri maestri hanno affermato che ogni qualvolta troviamo scritta nella bibbia la parola prendere, il termine e' sempre da intendersi per acquistare. Come si deduce a proposito di Abramo che acquista la grotta di Machpela' da Efron Ben Zochar:

Ecco il denaro per il campo prendi da me.

Ancora hanno spiegato i nostri maestri che una donna si puo' acquistare come promessa moglie in tre modi: con il denaro, con un documento o con il rapporto ed in presenza di due testimoni validi. E infatti e' scritto:

Alla presenza di due (uomini) sia stabilita la cosa.

L'uomo, o suo padre, doveva dare ai genitori della promessa sposa una certa cifra in denaro (o un suo controvalore) con lo scopo di acquistare come futura moglie la donna amata. Anche se questa gli appartiene, ancora non puo' averla presso di se' in suo possesso se non dopo il matrimonio.

Il prezzo che l'uomo deve pagare ai genitori della donna, e' stabilito dalla legge in cinquanta monete d'argento:

E dara' l'uomo, che ha giaciuto con lei, al padre della ragazza cinquanta sicli d'argento.

La dote, oltre che in denaro, poteva essere pagata anche in altri modi: quali il lavoro (Giacobbe con il suocero Labano) e perfino gesta eroiche (Saul promette in sposa la figlia a colui che avrebbe sconfitto il gigante Golia, Calev promette in moglie sua figlia Achsha' a chi avesse conquistato la citta' di Devir.)

Normalmente era il padre della ragazza a ricevere la dote, comunque anche gli altri parenti potevano partecipare e ricevere regali in questa trattativa, come e' scritto:

E il domestico tiro' fuori oggetti d'argento, oggetti d'oro e vestiti e li dette a Rebecca e dette dei bei regali ai suoi fratelli e a sua madre.

La dote e' considerata un obbligo dello sposo nei riguardi dei genitori di lei, forse in qualita' di compenso per la rinunzia all'opera che le fanciulle compivano in casa o nei campi.
Nei tempi antichi, quando l'individuo valeva soprattutto come forza-lavoro, la dote spettava al padre di lei e costituiva un compenso del lavoro che la giovane prestava in seno alla famiglia. Ma successivamente, in una fase di civilta' piu' elevata la dote rappresento' una garanzia per la donna contro l'arbitrio del marito.

Il secondo modo per acquistare in sposa la futura moglie consiste nella compilazione di un documento scritto, detto hwvdq ruw (contratto di consacrazione) o hbtk (scrittura). Anche la fonte di questo secondo sistema di acquisto, secondo molti maestri, possiamo individuarla in un'analogia di espressione. Troviamo scritto in Deuteronomio:

E uscira' dalla sua casa (del primo marito) e sara' di un altro uomo.

Cosi' come l'uscita dalla casa del marito si esegue per mezzo di un documento di separazione, (e le scrivera' il documento di ripudio, lo consegnera' in sue mani e la mandera' via dalla sua casa) anche la consacrazione al matrimonio viene eseguita per mezzo di un documento, in cui e' riportata la frase: ecco tu mi sei consacrata con questo documento.

Infine, l'ultimo modo per consacrare la propria donna come futura moglie e' la biah cioe' con il rapporto intimo, come troviamo scritto:

Quando un uomo prendera' una donna e la possedera'.

In ogni caso, quest'ultimo tipo di consacrazione, e' stato in seguito proibito dai nostri maestri per timore che ci si potesse comportare immoralmente con la donna promessa, facendo del rapporto un atto di prostituzione.

In tutte e tre le situazioni di consacrazione il consenso della donna era necessario affinche' gli Erusin potessero essere considerati validi. La donna poteva essere sciolta da questo legame o con il ghet (documento di separazione) o con la morte del suo promesso sposo, ma in questo caso risultava automaticamente promessa in sposa al fratello maggiore di lui.

Nel periodo intercorrente tra gli Erusin ed il matrimonio, la promessa sposa rimaneva nella casa paterna e in nessun modo il fidanzato poteva avere rapporti con lei. In ogni caso, chi si era impegnato con una donna ed ancora non l'aveva presa, doveva abbandonare eventuali operazioni militari per potersi unire a lei:

Affinche' non muoia in guerra e un altro uomo la possiede.

Anche dopo il matrimonio il marito era esentato dal prestare il servizio militare per un anno intero, in modo da poter stare insieme a sua moglie per allietarla:

Quando un uomo prendera' una nuova compagna, non andra' a fare il servizio militare, non incombera' su di lui alcun obbligo, potra' starsene libero a casa sua per un anno intero e allietera' cosi' la moglie che ha sposato.

Il matrimonio

Secondo la tradizione biblica, lo scopo fondamentale del matrimonio e' quello di procreare figli dopo aver costituito un nuovo nucleo familiare e perpetuare, per mezzo loro, il proprio nome in seno al popolo ebraico.

L'importanza della famiglia dipendeva dal numero della prole. Piu' questa era numerosa, piu' acquistava onore e dominio nella societa'. Come si impara dal versetto:

Crescete e moltiplicatevi e riempite il paese e assoggettatelo.

Nel primo periodo biblico, vi era tra gli ebrei l'usanza che l'uomo sposasse una donna scelta fra quelle della propria famiglia tribale. Nel libro dei giudici Sansone chiede ai genitori che gli venga presa una donna come moglie tra quelle filistee; ma cosi' costoro gli rispondono:

Forse che non ci sono donne fra le figlie dei tuoi fratelli?.

Il motivo di queste unioni tra parenti della stessa tribu' ci viene spiegato con la vicenda delle figlie di Zelofchad. Infatti non avendo egli figli maschi, la proprieta' terriera di quest'uomo poteva passare, con il matrimonio delle figlie, ad altre tribu' (a scapito della propria). Cosi' la Torah dispose che le cinque ragazze andassero in spose ad uomini appartenenti alla stessa tribu'.

In ogni modo, questa usanza venne subito a scomparire dopo che gli ebrei ebbero preso possesso del paese di Canaan. Quanto troviamo scritto, sempre nel libro dei Giudici, a proposito del giuramento dei figli di Israele di non dare le proprie figlie come mogli alla tribu' di Beniamino, e' dovuto al fatto di sangue sconvolgente e violento che avvenne durante quel periodo in territorio beniaminita.
Fu una decisione punitiva e temporanea da parte dei figli di Israele, una regola in seguito abbandonata, quando la tribu' di Beniamino fece espiazione del grave omicidio di cui si era macchiata.

La donna, una volta sposata, diveniva parte integrante della famiglia del marito.
Come abbiamo visto precedentemente, era l'uomo, o suo padre, che acquistava la donna, mentre il padre di lei la dava come moglie. La donna rimaneva in casa del marito anche dopo la morte del suo uomo e nel caso che non vi fossero figli vi era l'obbligo del levirato.
La cerimonia del matrimonio veniva quindi vista come un passaggio della sposa dalla casa paterna a quella dei suoceri.

Nonostante che nella concezione biblica il matrimonio sia concepito generalmente in modo patriarcale, non mancano esempi in cui e' l'uomo ad uscire dalla casa paterna ed essere accolto in quella dei suoceri. In questo caso, il marito riceve dalla nuova famiglia tutto l'aiuto di cui ha bisogno e rimane presso la famiglia dei suoceri fino a farne parte integrante.

L'esempio piu' noto e' quello di Giacobbe, il quale, dopo aver lasciato la casa paterna si stabilisce preso lo zio Labano. Dopo circa venti anni di duro lavoro, Giacobbe riesce ad accumulare una discreta fortuna e quando decide di ritornare nel suo paese, con la moglie i figli e tutto quanto aveva racimolato, si accorge che il suocero non e' affatto d'accordo. Le liti che seguirono tra genero e suocero erano dovute al fatto che quest'ultimo voleva esercitare la sua influenza di capo famiglia su Giacobbe e le figlie ed averli in suo dominio com'era in uso in quel periodo ed in quel luogo.

Altri esempi di famiglia di tipo matriarcale si possono trovare nei racconti di Sansone e di Ghidon, i quali si erano uniti a concubine filistee del paese di Shechem.
Anche se alcuni commentatori vedono in queste unioni una forma di matrimonio matriarcale, tutti sono concordi nello spiegare che quest'uso non era in ogni caso praticato presso le tribu' israelite, bensi' soltanto da alcune popolazioni che vivevano a contatto con il popolo ebraico.

La figura degli sposi e il rito nuziale sono descritti nella bibbia con immagini di letizia e superba bellezza:

Io gioisco nel signore, il mio animo gode nel mio D-o, perche' mi hai vestito con abiti di salvezza, mi hai avvolto col mantello della giustizia, come lo sposo che cinge la corona e come la sposa che si orna dei suoi monili.

Ed ancora nel libro dei Salmi:

Il sole che sorge ad illuminare la terra e' paragonato allo sposo che esce dalla tenda nuziale.

Giunto il tempo stabilito per le nozze, la sposa usciva dalla casa paterna accompagnata da particolari festeggiamenti e soprattutto dalla benedizione dei genitori. Arrivato il momento del matrimonio, era il padre della sposa che organizzava un sontuoso banchetto. La sera precedente il matrimonio, il suocero invitava gli uomini piu' autorevoli e insieme festeggiavano, fino a tarda serata, questo giorno di letizia. E infatti leggiamo:

Labano raduno' tutti gli uomini del posto e fecero un banchetto. Quando fu sera Labano prese Lea sua figlia e la porto a lui...

A proposito di Sansone, vediamo che era lo stesso sposo ad organizzare il banchetto. Anche qui i commentatori spiegano che questa usanza, come altre legate al matrimonio, non era che una tra le molte diffuse presso le popolazioni confinanti con Israele. Durante le nozze, come troviamo scritto in Joele nel libro dei Salmi, veniva preparata una stanza appositamente per lo sposo.

Attiguo a questa, veniva allestito per la sposa un baldacchino dove i due giovani si univano in segno di coabitazione, dando cosi' valore effettivo alla loro unione. Nel presentarsi al proprio promesso, la sposa, con amorevole modestia, si avvicina a lui con il velo nuziale calato sul viso (cosi' come Rebecca, nell'incontrare Isacco suo futuro sposo, si copre il viso con grande umilta').

Con il matrimonio viene a stabilirsi un patto tra gli sposi e di questo patto D-o stesso e' testimone affinche' venga lealmente rispettato da entrambi. Cosi' troviamo scritto nel libro di Malachi':

... Poiche' (D-o) e' testimone tra te e la donna della tua giovinezza, che tu ti sei comportato slealmente con lei ed ella e' la tua compagna, la donna del tuo patto...

Il matrimonio e' vissuto dallo sposo con immensa gioia, come il coronamento di una forte passione verso la sua donna, poiche' grazie a lei e a questa unione, egli potra' completarsi. Cosi' viene descritto in Isaia questo concetto:

Cosi' come il ragazzo possiede la sua fanciulla... esultera' lo sposo insieme alla sua sposa.

Nei primi sette giorni che seguono il matrimonio, lo sposo e' esonerato da qualsiasi lavoro o attivita' e deve dedicare le proprie attenzioni solo alla propria sposa, come troviamo scritto a proposito di Giacobbe e di Sansone. E' una regola presente anche nel libro del profeta Geremia:

E trasformero' il loro lutto in gioia.

Cosi' come il lutto dura sette giorni, anche la gioia del matrimonio dura sette giorni.

Ora lo sposo, con le nozze, prende possesso-dominio della sua sposa (Baal oltre che marito ha anche significato di padrone-dominatore), nel senso che inizia ad esercitare pienamente, nei confronti di lei, i suoi poteri di marito. Ma, cosa importantissima, hanno inizio anche i suoi doveri maritali, come e' scritto in Esodo:

Se sposera' un'altra, non dovra' farle mancare (alla prima) il nutrimento, gli indumenti e la coabitazione.

Rispetto alla prima fase di consacrazione, che svolge funzione fondamentale ed essenziale, questo secondo momento del matrimonio ne costituisce il completamento. Nulla di nuovo viene ora stipulato con le nozze, si da' soltanto adempimento agli impegni presi con il primo atto di consacrazione. Si puo' dire che ora, con esso, il matrimonio viene completamente concluso e pienamente posto in essere lo stato coniugale, concepito come possibilita' di coabitazione .

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