Sei a pag. 2 di home   >                                    Materia e Spirito                          Vai a pag.   1   2   3   4   5   6  7  
La fine del principio di causalità .
( ABBAGNANO-FORNERO  Manuale di Filosofia per licei)

" Secondo lo scientismo ottocentesco ogni fenomeno era riconducibile a delle cause cui era legato da leggi esatte e predittive. Il principio di causa-effetto o principio di causalità. Il principio di indeterminazione di Heisenberg ha espulso dalla fisica il concetto di causalità. Si ricorderanno le famose parole di Laplace che hanno espresso cosi bene l'ideale della scienza dell'800.

Il principio di causalità, come era inteso e adoperato da questa scienza, implicava due aspetti fondamentali: 
1) la necessità con la quale l'effetto segue la causa, sicché data una causa determinata, un effetto determinato deve inevitabilmente seguire; 
2) la previsione infallibile che tale necessità comporta perché, data una determinata causa, non può seguire che quell'unico determinato effetto. 

E' ovvio che questi due aspetti sono strettamente legati insieme e che l'uno implica l'altro.Le relazioni di indeterminazione dicono semplicemente che questi due aspetti non si ritrovano nei fenomeni fisici subatomici e, per conseguenza, in nessuna parte della realtà fisica.

Non si ritrova la necessità perché uno stesso sistema di eventi può dar luogo a esiti diversi nessuno dei quali è inevitabile. Non si ritrova la previsione infallibile perché la condizione ora descritta non rende possibili che previsioni probabili. In tal modo, il principio di causalità che sembrava il più saldo pilastro delle costruzioni teoriche della scienza dell'800 è stato polverizzato, e non già da critiche teoriche, ma dai progressi sperimentali della scienza.

Il rivolgimento implicito in questa caduta del principio di causalità è cosi radicale che ancora non sono state scorte tutte le sue conseguenze. Si spiega pertanto la riluttanza di molti pensatori e scienziati contemporanei ad accettare questa caduta e si spiegano i tentativi fatti per mantenere in piedi il principio nonostante la sua chiara inutilizzabilità per la scienza.

Tra tali tentativi  quello di Max Planck. Poiché l'indeterminazione è provocata dall'azione dei mezzi di osservazione sull'oggetto osservato e dipende dal fatto che l'uomo, coi suoi organi di senso e i suoi strumenti di misura, fa lui stesso parte della natura ed è sottoposto alle sue leggi, Planck ha concepito uno spirito ideale, libero da ogni dipendenza dalla natura e capace di abbracciare tutti i processi fisici che si svolgono contemporaneamente. (=uno spirito che non sia coinvolto nel cosmo, trascendente il cosmo, onnicosciente...Dio?)

Per questo spirito ideale non esisterebbe l'indeterminazione di Heisenberg ed esso quindi sarebbe in grado di predire con certezza e in tutti i dettagli qualsiasi processo fisico. Scientificamente, nota Planck, l'esistenza di tale spirito non può essere né provata né confutata; ma l'ammissione della sua esistenza permette di introdurre un rigoroso determinismo negli eventi della natura.

Queste ultime parole di Planck contengono il riconoscimento del carattere puramente fittizio della sua ipotesi: un'ipotesi che non può essere né confutata né confermata con i mezzi di cui dispone la scienza, non è un'ipotesi per la scienza e tutto ciò che si può dire di essa è che non ha alcun significato scientifico.

L'ipotesi prospettata da Planck, come parecchie altre che sono state prospettate per conservare il principio della causalità rigorosa, nonostante l'aperta smentita che la fisica gli ha inflitto, hanno tutte lo stesso carattere: ammettono che la causalità c'è ma non per la scienza, e quindi per l'uomo che costruisce la scienza, ma per uno spirito ideale ipotetico o in un'ipotetica realtà che è al di là della scienza. Tutte queste ipotesi pertanto contravvengono ad uno dei canoni metodologici della scienza moderna: si può parlare solo di ciò che si può osservare.

D'altronde il timore che l'abbandono del principio di causalità faccia piombare nel caos la ricerca scientifica togliendole il principio supremo dell'intelligibilità delle cose, si è manifestato completamente infondato.

L'abbandono di quel principio infatti è il riconoscimento operante di un altro principio, che è implicito nelle relazioni di indeterminazione e nella previsione probabile. Principio che potremmo dire di condizionamento. 

Ciò che la scienza si preoccupa di determinare sono le condizioni che permettono di prevedere i risultati probabili di un'osservazione futura. Una volta eseguita questa nuova osservazione, i suoi risultati entrano a costituire nuove condizioni per la previsione probabile di osservazioni ulteriori; e cosi via. La scienza procede riconoscendo ad ogni passo le condizioni che delimitano un campo di possibili risultati e muove perciò da una serie di condizioni ad un'altra che può essere più o meno simile alla prima.

Questo processo non ha evidentemente nulla a che fare col processo causale. Esso implica l'abbandono della pretesa di poter descrivere il mondo in termini di sostanza (materia ed energia) e di proprietà della sostanza. Ciò spiega perché la scienza contemporanea utilizza un linguaggio logico-matematico, che non è più fondato (come quello della logica aristotelica) sulla nozione di sostanza bensi su quella di relazione. "

Le scienze moderne esprimono tutto cio' con l'espressione: «Circostanze (o  condizioni) simili producono effetti simili» Naturalmente se nel cosmo mutano le circostanze, tutti gli effetti che nelle condizioni precedenti si aspettavano come legati a determinate cause non saranno più necessariamente attendibili. In questo modo le scienze si sono aperte anche alla possibilità di eventi speciali,  effetti speciali del cosmo, che avvengono in circostanze speciali, come i  miracoli.

Di che cosa sono fatte le particelle subatomiche ?
(da : IL TAO DELLA FISICA Fritjof Capra-FISICO CONCORDISTA)

«Le scoperte della fisica di questo secolo hanno profondamente cambiato la visione della realtà naturale. Oggi il quadro scientifico dell'universo risulta ben diverso da quello dei tradizionale «mondo-macchina« ottocentesco, che influenza ancora la nostra cultura e la nostra mentalità, sebbene sia un modello utile solo su scale superiori a quella atomica.»

vedi anche qui




«La Teoria della Relatività ristretta (Einstein, 1905), oltre ad unificare i concetti di spazio e di tempo, ha dimostrato che la materia è semplicemente una forma di energia. La meccanica quantistica o fisica quantistica (Planck, Bohr, Heisenberg, Schròdinger. Dirac ed altri, 1900-1928) ha poi evidenziato che a livello atomico tale forma di energia presenta una natura  "ondulatoria".

La nozione classica di "materia" è valida dal famigliare livello degli oggetti visibili fino al livello molecolare ed atomico (stadio chimico), ma ai livelli sub-atomici decade.

Normalmente si dice che all'interno degli atomi vi sono delle particelle in movimento (gli elettroni ed i nucleoni); in realtà tali presunte "particelle" consistono di campi oscillanti, ovvero di strutture immateriali recanti "informazione": a questi livelli la realtà naturale rivela la sua intrinseca struttura razionale.»

«La meccanica quantistica si basa su concetti che sono molto diversi da quelli del senso comune; a piu' di settant’anni di distanza dalla sua nascita, chiunque si avvicini ad essa trova all’inizio non pochi problemi a digerirla. Quando nacque, molti fisici la contestarono fortemente perchè non ne condividevano le basi cosi estranee a quelle sviluppate per la fisica classica.

Louise De Broglie,fisico atomico, scrisse nella sua tesi di laurea, negli anni 1930'  che tutte le particelle sono in realtà delle onde. Pochi, ovviamente, gli avevano dato ascolto in quel momento.Alcuni anni dopo, però, un esperimento condotto da Davisson e Germer forni risultati spiegabili solo con l’intuizione di De Broglie; inoltre in quegli anni Erwin Schrödinger e Werner Heisenberg, nel porre le premesse della "meccanica quantistica", inserirono l’idea di De Broglie tra i concetti fondamentali.
Per quanto riguarda le particelle, nella meccanica quantistica il concetto di oggetto puntiforme è scomparso a favore del concetto di onda.

Come conciliare tutto questo con le evidenze sperimentali dell’esistenza delle particelle?

Se una particella non è un oggetto puntiforme, come facciamo a dire dove sta e con quale velocità viaggia, dato che un’onda non sta in un posto preciso? Per uscire da questo paradosso Heisenberg arrivò a formulare il "principio di indeterminazione". Esso afferma che possiamo ancora trattare le particelle come punti materiali, a meno che non cerchiamo di sapere la loro posizione e contemporaneamente la loro velocità con una precisione infinita.

Nel mondo macroscopico tutto è composto da particelle, in quanto la precisione delle misure è molto minore dei limiti imposti dal principio di Heisenberg. Nel mondo subatomico tutto è composto di onde, di energie vibranti. L’idea che di una particella non si potessero conoscere contemporaneamente posizione e velocità con precisione infinita, e quindi non si potesse ricavare una precisa legge del moto, dispiaceva persino ad Einstein, che affermava di non credere che "Dio gioca a dadi"(= la realtà è probabilistica, frutto del caso).

Ma, per fortuna, le cose che funzionano sono destinate a restare e la meccanica quantistica è oggi un branca della fisica in continua evoluzione. Una particella appare come una intensità altissima di campo concentrata in un piccolissimo spazio: appare  come un nodo di energia indistinto dal resto del campo quantistico che si propaga nello spaziotempo come un’onda. Il Campo quantistico esiste sempre e dappertutto, non può mai essere eliminato. Esso è veicolo di tutti i fenomeni materiali; def5.gif (16050 byte)l’esistere ed il dissolversi di particelle sono semplicemente forme di moto del campo.

Le particelle sono soltanto  condensazioni locali del campo quantistico ,concentrazioni di energia che vanno e vengono. Le forme non sono entità fisiche indipendenti ma manifestazioni transitorie del Vuoto soggiacente ad esse; manifestazioni che rivelano alla mente un grande  ordine intrinseco.

Si può dire che il fatto stesso di sapere che una particella esiste ci fa pensare che essa possieda un  struttura interna, questo è però mentale. Una particella  elementare teorica secondo la teoria della Matrice "S "sarebbe priva di struttura interna, e in tal caso  non sarebbe soggetta ad alcuna forza che possa permetterci di rivelarne la presenza. Le particelle subatomiche sono figure dinamiche  che hanno un aspetto spaziale e un aspetto temporale .

Il loro aspetto spaziale le fa apparire come oggetti con una certa massa , il loro aspetto temporale come  processi ai quali prende parte l’energia equivalente della loro massa.
Questa figure dinamiche o  pacchetti di energia-quanti  formano le strutture stabili di tipo nucleare ,atomico e molecolare che costituiscono la materia  e le conferiscono il suo ben noto aspetto  solido, macroscopico.

Ciò porta a credere che essa sia costituita da qualche sostanza materiale. A livello macroscopico, questa nozione di sostanza è una approssimazione utile, ma a livello atomico essa non ha più senso. ( e se non ce l'ha per le particelle, per che cosa nell'universo sensibile ce l'ha?) .

La materia non è materia ma è onda, vibrazione.
Gli atomi sono composti da particelle e queste particelle non sono fatte di un qualche materiale.
Quando le osserviamo non vediamo mai nessuna sostanza, ma solo forme dinamiche che si trasformano incessantemente l’una nell’altre, in una continua danza di energia .

Tutte le cose sono aggregati di  particelle  che danzano e con i loro movimenti producono suoni ; quando il ritmo della danza cambia cambia anche il suono prodotto;ciascun atomo  canta perennemente la sua  canzone  e il suono, in ogni istante, crea forme dense e tenui.La meccanica quantistica ha permesso di capire che queste particelle non sono granelli isolati di materia , ma distribuzioni di probabilità, interconnessioni in una inestricabile rete energetica cosmica.

La teoria della relatività ha poi reso vive le particelle rivelandone il carattere intrinsecamente dinamico e facendo vedere che l’attività della materia è la vera essenza del suo essere. Le particelle del mondo sub atomico non sono attive solo nel senso che si muovono con estrema velocità me nel senso che  esse stesse sono processi!

L’esistenza-essenza della materia e la sua attività non possono essere separate: esse sono soltanto aspetti differenti della stessa realtà spaziotemporale. »

Il principio di sincronicità. Sincronicità e ampliamento del concetto di causalità.
torinoscienza.it/dossier

A partire dagli anni '30 Jung incomincia a studiare una serie di fenomeni che definisce "sincronistici" o "di sincronicità", oppure "coincidenze significative". In essi si ha coincidenza tra due eventi diversi e in particolare tra un evento interiore, psichico (sogno, idea improvvisa, presentimento) e un evento esterno (dato di fatto obiettivo).

A tutti noi è capitato di vivere curiose coincidenze di questo genere: sogniamo di notte una persona e la incontriamo il giorno dopo, oppure una determinata situazione e questa accade senza che noi interveniamo per favorirla. Di solito si tende a considerare questi eventi come puramente casuali e non si attribuisce loro molta importanza. Per Jung invece essi sono di grande interesse: mostrerebbero infatti l'esistenza di legami, di corrispondenze tra il mondo fisico e quello psichico. In una coincidenza significativa il rapporto tra l'evento psichico e quello fisico non è spiegabile ricorrendo al rapporto causa-effetto, eppure il rapporto esiste ed è evidente: si tratta di un'affinità di senso, di contenuto, che ci balza agli occhi immediatamente quando viviamo un'esperienza del genere.

Secondo Jung, il legame tra realtà fisica e psichica non scaturirebbe da connessioni causali, ma da una dinamica nascosta comune ad entrambe, da un ordine che collega tutte le cose. Quest'ordine comune, generale, creerebbe legami acausali tra eventi diversi. Si profila quindi l'introduzione di un nuovo principio esplicativo della realtà, da porre accanto al principio di causalità: Jung chiama questo principio "sincronicità".

Questa esigenza compare, in quegli anni, anche all'interno della fisica dei quanti. Tale teoria è infatti intrinsecamente probabilistica: non è possibile prevedere con certezza quale sarà l'evoluzione di un fenomeno microscopico, si possono dare soltanto previsioni probabilistiche sulle diverse possibili evoluzioni. Gli eventi descritti sono per loro natura statistici, cioè singolarmente imprevedibili. Il principio di causalità, tanto caro alla fisica ottocentesca, sembra qui vacillare.

Secondo Pauli la realtà è troppo complessa per essere descritta in maniera esaustiva dal principio di causalità; ai suoi occhi l'introduzione del nuovo principio sembra in grado di completarne l'immagine in nostro possesso: "Osservati a partire da una prospettiva globale, i fenomeni sincronistici e quelli causali potrebbero essere considerati come due lati di un nastro di Moebius", scrive in una lettera al fisico Fierz.

La fine del materialismo scientifico
[Antonio ZichichiFamiglia Cristiana -N° 31Agosto 2003]

«Una colonna portante del "materialismo scientifico" di Karl Marx fu la pretesa di avere capito il significato rigoroso di ciò che si deve intendere per "materia". Questa pretesa non nacque nei centri in cui si cercava di capire la logica rigorosa che regge la realtà in tutte le sue dimensioni, piccole e grandi. Questa pretesa è nata fuori dai laboratori scientifici di quei tempi ed è andata avanti senza più tener conto degli enormi sviluppi che la Scienza galileiana ha saputo ottenere nel corso del suo sviluppo. Si arriva così alla conclusione che non avrebbero immaginato i padri del "materialismo scientifico".

E cioè che la "materia" ha le sue radici in qualcosa che più "etereo" non potrebbe essere : Spazio e Tempo. Insomma, un pezzo di piombo, una pietra, un asse di acciaio, la più robusta struttura che si possa immaginare è fatta di un "concentrato" che ha come ingredienti la dimensione" '" dello Spazio e quella del Tempo.

Nessuno sa acchiappare un pezzo di Tempo. Né un pezzo di Spazio. E nessuno sa comprimere queste due strutture fondamentali della nostra esistenza materiale. Eppure, se osserviamo con un potente microscopio un pezzo di piombo o una pietra, entrambi questi esempi di materia sono fatti con le stesse identiche particelle : quark e leptoni.

È partendo da questi due tipi di particelle che si puo’ realizzare l’enorme varietà delle innumerevoli forme di materia: i fiori, le montagne, il sole le stelle, tutto. Cio’ che determina a sua volta l’esistenza di un quark o di un leptone sono la sua massa e le sue cariche.

Capire le origini della massa e delle cariche corrisponde quindi a capire le origini della materia. Impresa su cui si sono cimentate generazioni di fisici. Noi non abbiamo alcuna difficoltà a capire che intorno a noi esiste lo Spazio Euclide ne elaborò le proprietà dando vita alla Geometriacome non abbiamo alcuna difficoltà per capire che esiste il TempoGalilei lo misurava usando il battito del suo cuore per scoprire le leggi di quell'oggetto che aveva appena inventato: il pendolo.

Oggi sappiamo che le tre dimensioni dello Spazio e quella del Tempo non sono separabili.
Né possono essere tutte e quattro reali. Questo lo scoprì Lorentz, mentre Einstein dimostrò che la massa altro non era che "curvatura" dello Spazio-Tempo.

Mangiare spaghetti corrisponde a masticare un certo concentrato di SpazioTempo. E le cariche? Ci illudiamo di aveme capito le radici. Esse sono nelle dimensioni "non espanse" dello SpazioTempo. Se potessimo entrare nel cuore di un quark o di un leptone, scopriremmo che lo Spazio-Tempo non ha le quattro dimensioni a noi familiari, ma ben 43.

Non è facile immaginare un numero così alto di dimensioni. Riflettendo saremmo costretti a dire che Poincaré l'aveva già capito: il massimo numero di dimensioni che noi riusciamo a visualizzare è tre. Già la quarta è impossibile: il nostro cervello esiste nello Spazio-espanso a noi noto e di cui abbiamo citato, ad esempio, altezza, lunghezza e larghezza di una stanza. Lo spazio con dimensioni superiori a tre possiamo solo studiarlo in modo matematico. E scoprirne le proprietà. Viene così fuori che le cariche di leptoni e quark e le loro masse sono manifestazioni macroscopiche delle 43 dimensioni che possiede lo Spazio-Tempo.

Senza massa e senza cariche non potrebbe esistere la "materia". Essa però nasce nelle stesse strutture in cui affondano le radici quelle realtà che noi giustamente consideriamo evanescenti ed esclusivamente eteree: lo Spazio e il Tempo. Il "materialismo scientifico" aveva sognato l'esatto contrario.
La materia è altrettanto eterea quanto eteree sono le tre dimensioni dello Spazio geometrico e l'unica dimensione che possiede il Tempo. Addio "materialismo scientifico". »

Sei a pag. 2 di home   >                                    Materia e Spirito                          Vai a pag.   1   2   3   4   5   6  7