Corso di Religione

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Religione e fede.

Fede : prendere in Parola Gesù
         


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Ger 23,16 Così dice il Signore degli eserciti: «Non ascoltate le parole dei profeti che profetizzano per voi; essi vi fanno vaneggiare, vi annunciano fantasie del loro cuore, non quanto viene dalla bocca del Signore.Prendere in Parola Gesù. Recitare il credo apostolico o quello tridentino o altre versioni -la cosiddetta confessione di fede- è la recita di un promemoria dottrinale che non cambia l'essere umano. Non è fede, sono solo parole.

La fede cristiana è fede in Gesù:" Gesù, ti prendo in parola". Prendere Gesù in parola è fare quello che dice.
Mt 4,4 «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Gv 6,63 È lo Spirito che dà la Vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono Vita.
Mt 24,35 Il cielo e la terra passeranno,
ma le mie parole non passeranno.

Rm 10, 14Ora,
come invocheranno colui nel quale non hanno creduto?
Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare?
Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?

15E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? ... 17Dunque, la fede viene dall'ascolto
e l'ascolto riguarda la parola di Cristo.
Gc 16Non ingannatevi, fratelli miei carissimi; 17ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall'alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c'è variazione né ombra di cambiamento. 18Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature.
..compiute e definitive.
21Perciò liberatevi da ogni impurità e da ogni eccesso di malizia, accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza.

Malattie e liberazione. Il Regno è ( già) in mezzo a voi ( è in voi) di A. Maggi www.studibiblici.it

Gesù inizia la sua attività liberando e guarendo le persone sottomesse all’istituzione religiosa, come descrive l’evangelista Matteo: “E percorreva l'intera Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e proclamando la buona notizia del Regno e guarendo ogni malattia e infermità nel popolo” (Mt 4,23).

L'evangelista segnala una presa di distanza dalle istituzioni religiose giudaiche (loro sinagoghe), dove Gesù non va per partecipare al culto, ma per insegnare, liberando così il popolo da quelle false immagini di Dio inculcate dall'insegnamento della tradizione ( giudaica).
Nella Bibbia si legge che “Bene e male, vita e morte, povertà e ricchezza provengono dal Signore” (Sir 11,14), un Signore che definisce se stesso con queste parole: “Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo” (Is 45,7), e assicura che non “avviene nella città una disgrazia che non sia causata dal Signore” (Am 3,6). La credenza, contenuta nell'Antico Testamento, che sia Dio l'autore delle sciagure che si abbattono sull'umanità, lascia all'uomo solo la possibilità di accettare rassegnato quel che il Signore gli manda, sperando che non calchi troppo la mano: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?”, replica Giobbe alla moglie che lo rimprovera per aver benedetto l Signore per tutte le disgrazie piovutegli addosso (“il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”, Gb 1,21.2,10).

La convinzione che mali e malattie siano un castigo inviato da Dio per le colpe degli uomini, è così radicata all'epoca di Gesù che, quando un ebreo incontra una persona con qualche grave handicap, benedice il Signore autore del meritato castigo: “Chi vede un mutilato, un cieco, un lebbroso, uno zoppo, dica: Benedetto il giudice giusto” (Ber. 58b). Ma se la malattia è sempre in relazione al peccato dell'uomo, come poteva spiegarsi la sofferenza dei bambini, indubbiamente innocenti? Per i rabbini, la soluzione era molto semplice: i piccoli sono il capro espiatorio delle colpe degli adulti, come insegnano Bibbia e Talmud che presentano un “Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Es 20,5); “Quando in una generazione vi sono dei giusti, i giusti sono puniti per i peccati di quella generazione. Se non vi sono giusti, allora i bambini soffrono per il male dell'epoca” (Shab. 33b).

Gesù con il suo insegnamento e la sua attività smentisce questa falsa immagine di Dio. Dio è colui che libera dalle malattie (“Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità”, Sal 103,3), e non colui che le invia.

Questa opera di liberazione è il contenuto della “buona notizia” (gr. euanghelion, vangelo, Mt 9,35; 24,14; 26,13). L’attività di Gesù, il “Dio con noi” (Mt 1,23), consisterà nell'eliminazionedi quelle infermità che sono nel popolo, cioè quegli impedimenti dai quali devono essere liberati per poter seguire Cristo.
La fama di Gesù si estende al di là dei confini della Galilea, e raggiunge la terra pagana: “Giunse la sua fama per tutta la Siria e conducevano a lui quanti avevano male e tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, lunatici e paralitici; ed egli li guarì” (Mt 4,24). Inizia già a delinearsi un regno i cui confini non sono limitati a Israele, ma estesi a tutta l'umanità: anche i pagani sono i beneficiari dell'azione risanante di Gesù.

Il regno di Dio è l’estensione universale dell’amore di Dio dal quale nessuno può essere escluso. Gesù non chiede agli infermi di accettare la loro malattia come espressione della volontà divina, o di offrire a Dio le proprie sofferenze per salvare l’umanità peccatrice. Neanche afferma che queste sofferenze siano state loro inviate da Dio, come croce da portare per tutta la loro esistenza. No. Gesù semplicemente guarisce.Gesù non elabora una teologia del male o una spiritualità della sofferenza. Lui non dà spiegazioni, agisce. Non teorizza, lui risana. Là dove c’è morte lui comunica Vita, dove c’è debolezza lui trasmette forza, dove c’è disperazione infonde coraggio.
L’azione del Cristo non è solo una risposta alle domande di aiuto (“Se vuoi, puoi purificarmi!”, Mc 1,40). Gesù precede le richieste degli infermi, risuscitando la speranza in chi aveva perduto ormai ogni illusione: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6).

Gli evangelisti non intendono certo presentare ingenuamente Cristo come una specie di pronto-soccorso ambulante risolutore di tutte le infermità del popolo. Gli autori dei Vangeli non redigono una cronaca, ma una teologia, non sono interessati alla storia, ma alla fede , non intendono narrare dei fatti ma comunicare delle verità.

Gli evangelisti denunciano lo stato di prostrazione del popolo causato dal dominio della casta religiosa al potere. L’istituzione religiosa fa ammalare le persone privando l’uomo di libertà e di iniziativa, impedendo la sua maturità.
Il popolo non può permettersi di avere autonomia di pensiero e di condotta (“Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!”, Gv 7,49).

Inoltre, per mantenere il popolo sempre sottomesso e docile ai suoi voleri, l’istituzione religiosa deturpa il volto di Dio, presentandolo come uno spietato tiranno di cui occorre aver paura, un Dio nel nome del quale è possibile togliere la vita, arrivando a uccidere persino quelli del proprio sangue, per lavare l’offesa alla divinità, come ordinò Mosè dopo il tradimento del vitello d’oro:

“Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne oggetto di derisione per i loro avversari. Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!». Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Disse loro: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: “Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino”». I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. Allora Mosè disse: «Ricevete oggi l’investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi egli vi accordasse benedizione» (Es 32,25-29).

È la paura di Dio causata dalla religione la causa principale delle malattie da cui Gesù guarisce. Gli evangelisti non intendono infatti presentare un elenco di patologie mediche, ma, adoperando il linguaggio dei profeti, usano le infermità corporali per indicare quelle ancora più gravi che appartengono allo spirito umano.
“Fa’ uscire il popolo cieco, che pure ha occhi, i sordi, che pure hanno orecchi” (Is 43,8); “Ascolta, popolo stolto e privo di senno, che ha occhi ma non vede, ha orecchi ma non ode” (Ger 5,20)
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Per i giudei Gesù non è pericoloso per aver ridato la vista a un cieco, ma per avere aperto gli occhi al popolo (Gv 9).
La buona notizia del Regno è per questo strettamente collegata alla guarigione di ogni malattia e infermità: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, proclamando la buona notizia del Regno e guarendo ogni sorta di malattia e infermità...” (Mt 9,35).

C’è una stretta relazione tra il contenuto della buona notizia (Dio è amore) e la salute degli uomini. E se la guarigione è opera della buona notizia, le cause dell’infermità del popolo vanno ricercate in una dottrina che si contrabbandava come volontà divina, quando era soltanto invenzione umana per dominare e sottomettere il popolo (“Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”, Is 29,13; Mt 15,9; Mc 7,6).
L’azione di Gesù nasce dalla sua compassione. Questa non è un sentimento, ma un’azione esclusiva di Dio con la quale il Signore comunica Vita a chi non l’ha: “vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e scoraggiate, come pecore che non hanno pastore...” (Mt 9,36). Nel suo operato Gesù constata la situazione drammatica in cui giace il popolo.

Mentre Mosè aveva stabilito che ci fosse sempre un uomo valido affinché “la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (Nm 27,17; Zc 10,2), ora nessuno si prende cura di questo popolo che, mancando di un orientamento, sta perdendo progressivamente le forze. In realtà non è che mancassero i pastori: è che questi curavano solo il loro interesse, a scapito di quello del popolo del quale erano chiamati a prendersi cura, come aveva denunciato il Signore tramite il profeta Ezechiele: “Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate” (Ez 34,2-5).

Vista la carenza di pastori e lo sbandamento delle pecore, ci si aspetterebbe che la preghiera di Gesù fosse perché il Signore inviasse pastori per il suo gregge. Invece Gesù parla di operai: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” (Mt 9,37-38).Gesù ha invitato i discepoli a seguirlo per essere “pescatori d’uomini” (Mt 4,20; Mc 1,17; Lc 5,10) e non pastori. L'unico pastore del gregge è il Signore (Gv 10,11), che ha bisogno di collaboratori, di operai, ma non di altri pastori.

Al contrario dei rappresentanti dell’istituzione religiosa, che si sono appropriati del gregge per soddisfare la propria ambizione di potere, i discepoli sono invitati a riconoscere che l’unico Signore del gregge e della messe è Dio (Ez 34,31), e il loro ruolo, in quanto operai, è solo di collaboratori, che Gesù invia, dando “loro il potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità” (Mt 10,1).

Gesù non incarica i discepoli di insegnare dottrine, ma di trasmettere una Forza Vitale ( lo Spirito) capace di liberare e di guarire. Infatti, mediante l’annuncio del messaggio del Regno i discepoli potranno liberare gli uomini da tutto ciò che domina (“spirito impuro”) e limita la loro vita (“malattie e infermità”). L'attività dei dodici sarà un prolungamento di quella di Gesù (Mt 9,35) venuto perché gli uomini “abbiano Vita ( zoe) e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10), e un’ estensione dell’azione creatrice del Padre, autore e “amante della vita” (Sap 11,26)
Gesù ha curato gli infermi (Mt 8,16; 9,35), risuscitato la figlia di uno dei capi (Mt 9,18-26), purificato il lebbroso (Mt 8,2- 4) e cacciato i demòni (Mt 9,32). I discepoli sono invitati a continuare l’attività di Gesù nel presente: “Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Gli infermi guarite, i morti risuscitate, i lebbrosi purificate, i demòni scacciate” (Mt 10,7-8).

“Regno dei cieli” è una formula presente esclusivamente nel vangelo di Matteo per indicare il regno di Dio (scrivendo a dei Giudei l’evangelista evita quando può di scrivere il nome divino, per essi impronunciabile, Es 20,7).

Il regno di Dio indica il governo di Dio sugli uomini. E il Signore non governa emanando leggi che gli uomini devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d’amore (lo Spirito) che li rende capaci di amare così come si sentono amati. Essendo una comunicazione d’amore, l’invio dei discepoli si conclude con la proibizione assoluta di tassare l’amore ricevuto gratuitamente. Come il Padre ama senza condizioni, così questo amore venga trasmesso: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
Il compito al quale Gesù affianca ora i suoi discepoli è quello di presentare un Dio diverso da quello imposto dall’istituzione religiosa. Nella religione viene imposto un Dio che incute paura. Nella fede [nella rivelazione divina che è Gesù n.d.r.] viene offerto un Dio che toglie e libera da ogni paura (1 Gv 4,18).

Perché il Dio della religione incute paura, perché i suoi castighi sono terrificanti? Perché Gesù presenta Dio come un Padre che ama i suoi figli indipendentemente dal loro comportamento?

Perché il Dio della religione castiga severamente i malvagi e il Padre di Gesù avvolge anche questi con il suo amore (“Sarete figli dell’altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”, Lc 6,35)?

Dio è sempre stato lo stesso, non è cambiato. È solo cambiato il modo (e l’interesse) di farlo conoscere. Chi con il suo insegnamento non intende comunicare vita, (la gloria di chi l’ha inviato), ma ricerca solo la propria gloria, piegherà e falsificherà Dio per i propri scopi. “Chi parla da se stesso cerca la propria gloria. Ma chi cerca la gloria di colui che l’ha inviato, è veritiero e in lui non c’è ingiustizia” (Gv 7,18)
Coloro che cercano il proprio prestigio o la propria gloria, non parlano in nome di Dio, ma di se stessi, e prima o poi giungono a sacrificare l’uomo al proprio interesse. Quanti intendono dominare il popolo hanno bisogno di presentare un Dio dominatore, e spacciare per Legge di Dio quelle che sono le loro misere idee e pretese (“Annullando la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi”, Mt 7,13).

Il Dio presentato dalle autorità religiose è una divinità che è stata manipolata e piegata agli interessi della casta sacerdotale. È una divinità che legittima il loro dominio sul popolo, una divinità nemica dell’uomo, un dio malefico che accetterà come culto la sofferenza e il sacrificio degli uomini: “chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” (Gv 16,2).

Criterio fondamentale per discernere quanti cercano la propria gloria e quella del Signore, è che i primi si rifanno alla Legge di Dio e i secondi all’amore del Padre. Mentre è possibile manipolare e falsificare la Legge per i propri interessi, l’amore no: se viene manipolato e falsificato non è più amore, e anziché trasmettere vita è sterile e non comunica nulla.
I capi religiosi in nome della Legge di Dio dominano il popolo. Gesù in nome dell’amore del Padre si mette a servizio del suo popolo. Gesù che cerca non il suo onore ma l’onore del Padre, non la propria gloria ma quella di chi l’ha inviato, è in piena sintonia con l’azione creatrice di Dio, per questo ogni sua parola trasmette la ricchezza di Vita che contiene, e non è un semplice suono vuoto (“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna”, 1 Cor 13,1).

Il Dio dell’istituzione religiosa era una divinità estremamente esigente, di fronte alla quale nessuno poteva osare presentarsi “a mani vuote” (Es 34,20; Dt 16,16), un Dio avido che pretendeva il frutto del lavoro degli uomini (“Ogni decima della terra, cioè delle granaglie del suolo e dei frutti degli alberi, appartiene al Signore: è cosa consacrata al Signore”, Lv 27,30) e ogni sorta di offerte per il suo culto (Ez 46,13-17).

Per imporre i loro ordinamenti come legislazione divina, i capi religiosi avevano dovuto presentare l’immagine di un Dio pronto a castigare in maniera severa chiunque avesse trasgredito anche un minimo precetto.
Nel capitolo 28 del Libro del Deuteronomio viene elencata una cinquantina di maledizioni che si abbatteranno sui trasgressori delle leggi sacerdotali spacciate come volontà divina (“Ma se non obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, se non cercherai di eseguire tutti i suoi comandi e tutte le sue leggi che oggi io ti prescrivo, verranno su di te e ti colpiranno tutte queste maledizioni”, Dt 28,15).

L’elenco delle maledizioni divine è agghiacciante e contiene di tutto (“il Signore ti colpirà con la consunzione, con la febbre, con l’infiammazione, con l’arsura, con la siccità, con il carbonchio e con la ruggine, che ti perseguiteranno finché tu non sia perito… Il Signore ti colpirà con le ulcere d’Egitto, con bubboni, scabbia e pruriti, da cui non potrai guarire. Il Signore ti colpirà di delirio, di cecità e di pazzia… Diventerai pazzo per ciò che i tuoi occhi dovranno vedere. Il Signore ti colpirà alle ginocchia e alle cosce con un’ulcera maligna, dalla quale non potrai guarire. Ti colpirà dalla pianta dei piedi alla sommità del capo”, Dt 28,22.27-28.34-35).

Il Signore appare come un Dio crudele, spietato, non solo insensibile alle sofferenze che infligge, ma che in queste ci prende gusto: “il Signore gioirà a vostro riguardo nel farvi perire e distruggervi” (Dt 28,63).

Ma se la paura di Dio è un efficace strumento in mano ai capi religiosi per dominare e sottomettere il popolo, la paura impedisce la crescita delle persone, che restano paralizzate dall’idea di poter sbagliare e meritarsi castighi così terribili. Chi vive nella paura di Dio non scoprirà né sperimenterà mai l’amore del Padre, il Dio che è Amore: “Nell’amore non c’è timore, al contrario, l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4,18).
L’effetto devastante della paura di Dio sulle persone è efficacemente tratteggiato da Gesù nelle parabole dei talenti di Matteo (Mt 25,14-30) e delle monete d’oro di Luca (Lc 19,11-27). In queste parabole l’immagine di Dio viene presentata sotto la figura di un uomo facoltoso, straordinariamente generoso, che, prima di partire per un viaggio, consegna ai propri funzionari i suoi beni, donando a ognuno secondo le sue capacità, a chi cinque, a chi due e a chi un talento (colui che ha ricevuto un solo talento non ha ricevuto poco, in quanto un talento equivaleva a circa 26-36 chilogrammi di oro, e corrispondeva all'incirca a seimila denari, cioè a venti anni di salario di un operaio (Mt 18,14).



Qui i talenti non sono le doti naturali o acquisite della persona ma i doni dello Spirito.L'uomo pertanto affida ai suoi funzionari una grande fortuna fidandosi solo delle loro capacità, senza pretendere in cambio alcuna garanzia. “Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a trafficarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Ma colui invece che aveva ricevuto uno, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone” (Mt 25,16-18).

Chi ha ricevuto cinque talenti, li investe subito, trafficando fino ad arrivare a guadagnarne altre cinque. Il primo funzionario trasforma la somma che gli era stata consegnata, guadagnando la stessa quantità di denaro ricevuta. Così agisce anche colui che ha ricevuto due talenti.


Coloro che fanno della propria vita un dono d’amore, impiegando tutte le proprie capacità a favore degli altri, sperimentano la verità delle parole di Gesù: darsi non significa perdere, ma guadagnare.
A differenza dei primi due, il terzo funzionario invece seppellisce il talento, perché non lo ritiene suo, ma del suo padrone. Nella parabola Gesù mette in evidenza che questo terzo individuo si mostra già come un essere infelice: non crede alla generosità del padrone, non crede a se stesso come destinatario del dono, non sa che farsene con quello che ha ricevuto. Ha in mano una vera ricchezza, ha la possibilità di diventare ricco, ma non è in grado di capirlo, non sa cogliere l’occasione.

Il fatto di seppellire il talento ricorda la morte con i suoi rituali. Il dramma di questo servo è quello di non aver saputo appropriarsi della sua vita, di ciò che essa comporta: il bene che riceve lo mette sotto terra, seppellendo con il talento anche se stesso. Quando il padrone di quei funzionari ritorna, non solo non pretende indietro quanto aveva loro donato, ma li chiama a far parte di tutti i suoi beni (“ti stabilirò su molto; entra nella gioia del tuo signore”, Mt 25,21), mostrandosi così incredibilmente ed esageratamente generoso. Entrare nella gioia del signore significa che è finita la distinzione tra dipendenti e padroni, non ci sono più servi e padroni ma ora, tutti, sono signori.

L’azione del padrone non è tesa al proprio interesse e guadagno, ma a quello dei suoi funzionari, con i quali vuole condividere tutto quel che è e che ha.
Per due volte il padrone, di fronte a ciò che hanno fatto i suoi dipendenti dichiara “bene!”, gustandosi quello che è stato realizzato, come nel racconto della creazione, dove Dio ammira la sua opera (Gen 1,4. 10. 12. 18. 21.25.31).

Gesù vuole far comprendere con queste parole quali sono gli effetti dell’azione divina in chi si fida completamente del Signore.
Ma c’è una sorpresa: “Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso” (Mt 25,24). Il terzo funzionario non si rivolge al padrone come gli altri due; egli non dice: “ecco (io) ho guadagnato cinque/due talenti…” (Mt 25,20.22), ma “so che tu…”, affermando di conoscerlo molto bene, ed è l’unico a dare una motivazione del suo operato.

La differenza di vedute tra i primi due funzionari e il terzo, spinge a domandarsi se essi stiano trattando con lo stesso padrone. Mentre i primi due confidano nella generosità del loro padrone, il terzo ne teme la spietatezza. Quest'ultimo funzionario ha un'immagine diversa e distorta del padrone, lo ritiene una persona avida e crudele, che miete e raccoglie dove non ha né seminato né sparso.

La falsa immagine che il funzionario ha del suo padrone, la paura nei suoi confronti, il timore di qualunque tipo di rischio, lo portano a seppellire quel che aveva ricevuto: per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco hai il tuo” (Mt 25,25). L'uomo prende tutte le precauzioni del caso. La sua paura è coerente con la visione che egli ha del padrone.

Questo funzionario è incapace di comprendere l’identità di un padrone che è pronto a condividere tutti i suoi averi con i suoi dipendenti. Lui pensa di conoscere il suo padrone, ma sbaglia di grosso ( è prigioniero della falsa immagine di Dio trasmessa dalla tradizione giudaica n.d.r.) , invece gli altri due dimostrano un atteggiamento diverso: costoro

credono nella generosità del loro signore, e ciò li renderà felici.
Secondo il diritto rabbinico, chi sotterrava il denaro che gli era stato affidato, non era tenuto alla restituzione o al risarcimento in caso di furto (B.M. 42a). Il terzo funzionario ha voluto cautelarsi, e potersi così difendere in caso di rimprovero: la sua vita è regolata dalle leggi. Attenersi scrupolosamente alle regole gli dona sicurezza. Questo mesto individuo non ha perduto quanto gli era stato consegnato, e lo restituisce integro, ma senza frutti. Come la sua vita.

L'insegnamento della parabola è che una falsa immagine di Dio può bloccare il processo di crescita della persona, che, per paura di commettere errori (peccati), non rischia, e quindi non fa fruttificare i doni ricevuti . Questa persona vivrà sempre nel timore di sbagliare ( peccare) , per questo reprimerà le proprie pulsioni vitali, innescando devastanti meccanismi di repressione ( la legge e i castighi) che bloccheranno in maniera definitiva il suo sviluppo e ne condizioneranno la psiche.Chiamato a essere uomo adulto ( cioè UOMO , n.d.r.) (Mt 19,21), colui che vive nella paura-timore di Dio rimarrà in uno stadio infantile, sempre bisognoso di un “padre” autorevole che gli comandi cosa fare e come fare, e al quale sottomettersi. Questa obbedienza alle autorità religiose sarà la sicurezza vitale per questo tipo di persone, che vedrà ogni proposta di libertà come un attentato alla propria tranquillità.
Mentre i primi due funzionari parlano del talento ricevuto come di una cosa propria (“mi hai consegnato…ho guadagnato”), il terzo non l’ha mai considerato come proprio; ciò è sottolineato per ben due volte dalla ripetizione del pronome (“tuo talento…”). “Ma il suo padrone gli disse: servo maligno e pigro, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso? Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, io avrei ritirato il mio con l'interesse” (Mt 25,26-27).

Il padrone rimprovera questo suo dipendente chiamandolo “maligno e pigro”: è stata la sua paura di sbagliare a paralizzare la sua crescita. Ma nel ripetere la descrizione fornita dal funzionario, il padrone la formula in tono interrogativo, poiché egli non si riconosce in quell'immagine negativa, e nella sua domanda il padrone omette l’espressione “uomo duro”.

Il padrone rimprovera il servo perché, a maggior ragione, sapendo di avere a che fare con un padrone avido, avrebbe dovuto far fruttare il talento ricevuto, portandolo dai banchieri. Ma il rischio, anche quando è minimo, non rientra nello schema mentale di chi ha paura di sbagliare e di poter essere poi rimproverato. La sentenza del padrone è sorprendente: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti”(Mt 25,28).
Perché lasciare al servo un dono che non solo non ha impiegato ma che l’ha gettato nell’angoscia? Questo individuo è “maligno e pigro” perché si è seppellito egli stesso con il talento. Ha vissuto nel terrore nonostante il dono ricevuto. Meglio togliergli quel dono che per lui è diventato così gravoso e fonte di angoscia.


Il funzionario non viene punito perché ha fatto qualcosa di male, ma perché non ha prodotto nulla.
La motivazione del padrone è “perché a chiunque ha verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha” (Mt 25,29).

A quanti fanno fruttare i doni ricevuti, viene aumentata la capacità di produrre in una misura che non è dovuta allo sforzo dell'uomo, ma alla generosità del Signore.
Se è vero che colui che aveva ricevuto cinque talenti li ha raddoppiati con il suo impegno, è anche vero che la risposta del suo signore, che lo chiama a far parte di tutti i suoi averi, non è proporzionata all'impegno del funzionario, ma è dovuta alla generosità del padrone.

Dio regala Vita a chi produce vita, ma non può che constatare l’assenza di Vita in chi non si è donato agli altri: “E il servo inutile gettatelo nelle tenebre esteriori; là sarà il pianto e lo stridore di denti” (Mt 25,30).
È un servo inutile, senza valore: rimane senza dono e senza gioia. Vivendo nella paura è rimasto chiuso nelle proprie tenebre, per questo ora viene gettato nelle tenebre esterne, dove può manifestare i propri sentimenti di dolore (pianto) e rabbia (stridore dei denti), immagini con le quali si indica il fallimento della propria vita. Incapace di cogliere l’offerta di ricchezza e di gioia, non gli rimane che raccogliere la collera e la pena.

L'evangelista Luca, nella stessa parabola, inserisce un elemento particolare: l'uomo ha nascosto quanto aveva ricevuto in un “fazzoletto”. Il termine greco tradotto con fazzoletto, è soudarion (sudario), che nei vangeli appare solo in questa parabola di Luca e dall'evangelista Giovanni (Gv 11,44; 20,7) sempre in connessione con dei cadaveri. Il sudario è infatti il panno con cui gli ebrei velavano il volto del defunto, per occultarne la decomposizione.

La denuncia dell'evangelista Luca è drammatica: chi non dirige la sua vita verso gli altri è già in una condizione di morte, anche se all'esterno può apparire candido e immacolato, come il sudario che vela il volto del defunto, telo che serve solo a coprire una vita già putrefatta. La vita, per essere tale, richiede un dinamismo di crescita e trasformazione continua , che viene alimentato dall’aprirsi alle nuove situazioni e dall’offrire nuove risposte ai bisogni degli uomini.
Una persona che pensi solo a se stessa, e non agli altri, che veda solo i suoi bisogni e le sue necessità, senza accorgersi dei bisogni e delle necessità altrui, vive già in una condizione di morte. Gesù l’ha espresso più che chiaramente: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita , la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39; Lc 17,33).

Questa è la tragedia della religione: invece di favorire la crescita delle persone la limita, invece di incanalare le energie degli uomini le soffoca e, inculcando il senso di colpa e di indegnità, non permette agli uomini di vivere la vita nella sua pienezza.
E questa è anche la buona notizia di Gesù che Cristo è venuto a offrire agli uomini e per la quale ha pagato con la sua vita: Dio è amore, e nessuna persona al mondo, qualunque sia la sua condizione o condotta, può sentirsi esclusa da questo amore o rifiutata dal Padre, come ben formulerà Pietro (“Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”, At 10,28) e come magistralmente sarà espresso da Paolo nella Lettera ai Romani:

“Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno,siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.
Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39).

LA FEDE : Prendere Gesù in parola! Dargli retta.


Esempi
Lc 14,25 Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.Gv 6,44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato;
...6, 63È lo Spirito che dà la Vita è zoe ] , la carne non giova a nulla;
le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono Vita.
E' Lo Spirito ( di Gesù e del Padre) che si riceve nell'ascolto-comprensione della Parola che attrae gli uomini verso Gesù
e
io lo risusciterò nell'ultimo giorno.
chi va a Gesù e diventa Suo discepolo Vive la Vita eterna fino a superare la morte ( lo risusciterò)
Essere discepolo di Gesù : ricevere il Suo Spirito//Vita ed accoglierlo, accetarne l'Ispirazione, "andare dietro" a Gesù per diventare come Lui , UOMO COMPIUTO E DEFINITIVO, Figlio di Dio.
64Ma tra voi vi sono
alcuni che non credono».
Perchè non credono? Perchè non vogliono che la loro esistenza cambi ( preferiscono le tenebre o la religione ) quindi accettano l'ispirazione dello Spirito che ricevono dalla Parola
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano
e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65E diceva:
«Per questo vi ho detto che
nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

Nessuno può diventare discepolo di Gesù se non accetta//accoglie lo Spirito//Ispirazione che il Padre gli concede attraverso le Parole di Gesù stesso.
Nell'ebraismo ( Dt 33,9) i Leviti trascuravano l'ambiente famigliare per il servizio cultuale al tempio come anche gli uomini sposati che si facevano discepoli dei Maestri ( i Rabbini) . Così i discepoli di Gesù sono chiamati a riconsiderare i legami famigliari in relazione alla croce del Vangelo ( Lc 5, 11lasciarono tutto e lo seguirono 5,28 gli disse: «Seguimi!». 28Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.)

La vita stessa ( pisichè, vitalità ) va riconsiderata in direzione della croce del Vangelo ( Mt 16,25 //. Mc 8,35 Perché chi vuole salvare la propria vitalità , la perderà; ma chi perderà la propria vitalità per causa mia e del Vangelo, la salverà. //Lc 9,24 . Lc 17,33 Chi cercherà di salvare la propria vitalità, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà Viva.)
[ζωογονήσει, da zoe, la Vta che supera la morte].


Non si tratta quindi di trascurare la vita biologica ( bios) ma di orientare tutta la propria esistenza/vitalità (psichè) alla croce che è vivere e annunciare il Vangelo dell'UOMO, che ha in sè la Vita ( zoe).
L'UOMO, colui che ha ricevuto la Vita (eterna, zoe) "manterrà Viva" la sua esistenza//vitalità ( psichè) fino a superare la morte (della vita biologica, bios) solo se la orienta al Progetto del Padre , l'UOMO COMPIUTO E DEFINITIVO, secondo il Programma di Gesù, nella Sua Chiesa, la comunità della Carità per le beatitudini . Lc 14, 27 Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. e vivere già nella Vita eterna e compiersi come UOMO.
La croce che il discepolo è chiamato a portare è fare il Vangelo dell'UOMO // annunciarlo.

Chi veniva crocifisso portava il patibulum , la trave orizzontale della croce fino al palo passando in mezzo alla folla che insultatava e derideva. Così infatti dovette fare Gesù. Il discepolo sarà insultato e deriso come Lui e sarà chiamato ad accettare tutto questo per vivere//annunciare il Vangelo, l'UOMO.

Lc 14,28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace ( per non perdere la battaglia ed essere deriso) . Il discepolo è chiamato a perseverare nel portare la croce fino alla fine della sua vita ( bios) , qualunque cosa succeda.

Se non persevererà nella FEDE e rinuncerà alla croce inevitabilmente porrà fede nelle forze e risorse umane , perderà la Vita ( zoe) e fallirà il suo discepolato , cioè il suo essere e il suo compiersi come UOMO. E allora sarà deriso e con ragione.

[ Mc 4,4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.

Lc 8, 11Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. 12I semi caduti lungo la strada sono coloro che
l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati.

[ // Mt 13,19 Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. ]


Avvertenza -Mt 13,19 Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Seme che non produce frutto, l'UOMO.
Lc 8,13Quelli sulla pietra sono coloro che, quando
ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. 14Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. 15Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono,
la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

Avvertenza-esortazione di Gesù : ascoltate ma soprattutto comprendete bene il Vangelo dell'UOMO perchè rischiate di cominciare un'opera che prima o poi non sarete più in grado di compiere [ non giungono a maturazione] . L'Opera è l'UOMO ( il frutto) e siete voi stessi ! Non vi è dato di compiere voi stessi come UOMINI [ giungere a maturazione ] se non vivendo da discepoli di Gesù ( andare dietro a Lui ) e perseverare fino alla fine.Lc 14, 33 Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi,
non può essere mio discepolo.
Mt 19, ,27 Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».
Mc 10,28 . Lc 18,28 Pietro allora disse:
«Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito».

Mt 19,29 Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la Vita eterna.
Mc 10,30 che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la Vita eterna nel tempo che verrà.
Lc 8,8 Un'altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e
fruttò cento volte tanto».

Il discepolo di Gesù, trascurando//rinunciando ai suoi beni-risorse a favore del compimento dell'UOMO riceverà cento volte tanto : la Vita eterna in lui diventa compiuta e definitiva ( il tempo che verrà o il mondo che verrà erano espressioni del giudaismo che indicavano la vita definitiva di Israele insieme a Dio).
Detto questo, esclamò:
«Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

Lc 14, 34 Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? 35Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti». Avvertenza : il discepolo che cerca la soddisfazione della sua vitalità [ «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».] trascurando il Vangelo , che non rinuncia ai suoi beni in favore dell'UOMO, perde la Vita//Spirito che ha ricevuto da Gesù come il sale perde il sapore. Come il sale insipido sarà un fallito, uno scarto, un nulla che sarà deriso e calpestato.

“La religione è l’oppio dei popoli”. LE BEATITUDINI VIA PER LA PACE di P. Alberto Maggi OSM 21 Gennaio 2011 trascrizione non rivista dall'autore www.studibiblici.it

Con questa perentoria affermazione, Karl Marx denunciava il pericolo delle religioni. Non aveva torto Marx. Se una religione viene usata dai ricchi e dai potenti per mantenere il dominio su una massa di poveri e di oppressi, è veramente un oppio, cioè un narcotico che neutralizza le energie e le forze vitali del popolo. Sul banco degli accusati, in prima fila tra le religioni, c’era secondo Marx, proprio il cristianesimo, e in particolare il messaggio di Gesù conosciuto come “beatitudini”.

Una religione nella quale si proclamavano beati i poveri, perché proprio a causa della loro indigenza avevano il paradiso assicurato, era indubbiamente una religione alienante. Come si poteva dire agli afflitti, agli affamati, che erano beati? E perché erano beati? Perché dopo il calvario della loro esistenza, come “premio”, sarebbero stati portati in prima fila in paradiso. Un paradiso, però, che non solo non era precluso al ricco, anzi, questi si assicurava l’aldilà lasciando generose offerte per la celebrazione di messe perpetue dopo la sua morte. E i poveri si sentivano beffati su questa terra e in quella futura.

La predicazione di questo messaggio non poteva che essere fallimentare. Di fatto, i poveri, gli afflitti e gli affamati, alla prima occasione che la vita offriva loro di uscire dalla loro indigenza e sofferenza non ci pensavano due volte, lasciando povertà e beatitudine senza alcun rimpianto. D’altro canto, quanti non si trovavano in queste situazioni di miseria e di oppressione si guardavano bene dall’entrarci, decretando così il fallimento del messaggio di Gesù.

A causa di ciò le beatitudini sono le grandi sconosciute della dottrina cristiana. Non si conoscono o si conoscono male.

Tutti ricordano indubbiamente la prima beatitudine, forse perché la più antipatica (“Beati i poveri…”), per il resto è come se Gesù avesse proclamato beati i disgraziati della società e beatificato quelle condizioni di sofferenza e di dolore dalle quali ogni persona sana di mente si guarda bene dall’entrare e dove, se malauguratamente ci si trova, cerca di fare di tutto per uscirne. Realmente Gesù ha proclamato beati i poveri? E se l’ha fatto, perché i poveri sono beati? Perché vanno poi in paradiso, in quell’aldilà nel quale anche i ricchi sono ammessi? La risposta si trova nei vangeli.
E la sorpresa è che mai Gesù ha proclamato beati i poveri, quelli che la società affama ed opprime. Gesù non è venuto a santificare la povertà, ma ad eliminarla. Cristo non è venuto per addolcire con la visione beatifica la tragedia della vita quotidiana dei poveri, ma a strappare i miseri dalla condizione di indigenza e di dolore.

Le beatitudini nei vangeli si trovano in Matteo e in Luca (Mt 5,110; Lc 6,2023). Le forme sono diverse, il messaggio è identico. Mentre in Matteo l’invito è a quanti vogliono farsi poveri (Beati i poveri di spirito), in Luca Gesù si rivolge ai discepoli che hanno già fatto questa scelta (Beati voi poveri, Lc 6,20) e hanno lasciato tutto per seguirlo (Lc 5,11).

Gesù, il Figlio di Dio, vuole portare a compimento la volontà del Padre, la cui presenza in seno al popolo sarebbe stata garantita dal fatto che in esso nessuno sarebbe stato bisognoso (“Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi”, Dt 15,4). È quel che comprese la primitiva comunità cristiana che “con grande forza dava testimonianza della risurrezione del Signore Gesù” (At 4,33).
Come poteva questa comunità testimoniare la presenza del Risorto al suo interno? Con proclami dottrinali? Con sontuose liturgie? No, con la loro Vita. La prova del Cristo risuscitato era infatti a portata di mano, tutti la potevano vedere: Nessuno infatti tra loro era bisognoso …” (At 4,34). La certezza che Cristo è presente in una comunità è che all’interno della stessa non esistono disuguaglianze, ricchi e poveri, chi comanda e chi serve, ma tutti sono e si comportano da fratelli, responsabili gli uni della felicità e del benessere dell’altro. Per questo, nel proclamare le beatitudini, Gesù si riallaccia all’ultimo dei comandamenti di Mosè, “Non desidererai alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20,17; Dt 5,21), e gli dona continuità trasformandolo in un invito positivo: desidera che il tuo prossimo abbia le tue stesse cose.

Lc 14, 12Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Questo è il significato della prima beatitudine: un invito a prendersi cura del bene e del benessere dell’umanità (“Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli”, Mt 5,3). La decisione volontaria di entrare nella condizione di povertà è presentata dall'evangelista come la beatitudine principale e condizione per l'esistenza di tutte le altre. Le sette beatitudini che seguono non sono che la presentazione delle situazioni e delle conseguenze positive che la scelta per la povertà comporta nella società (Mt 5,46) e nella comunità (Mt 5,710).
Gesù proclama beati, cioè pienamente felici, non quelli che la società ha reso poveri, ma quanti volontariamente entrano in questa condizione per alleviare e eliminare le cause della povertà. L’invito di Gesù è infatti rivolto ai poveri “di spirito”, a quelli che liberamente e volontariamente, per amore, per lo spirito che li anima, entrano nella condizione di povertà ( a favore dei poveri n.d.r.).(Testo CEI2008) Mt 25,40 «In verità io vi dico:
tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me».
Mt 25,45 «In verità io vi dico:
tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me».
Quella di Gesù non è una richiesta di spogliarsi di quel che si ha, ma di rivestire chi non ha nulla, scoprendo così che la felicità non consiste nell’avere, ma nel dare (AT 20,35). La beatitudine è un invito a trasformare radicalmente la società e permettere così l’avvento del Regno di Dio. Per questo le beatitudini sono precedute dall’invito alla conversione per consentire la realizzazione del regno di Dio (Mt 4,17). In una società dominata dai tre verbi maledetti avere, salire, comandare, che causano negli uomini la rivalità, l’odio e l’ingiustizia.
Gesù propone come alternativa il regno di Dio, l’ambito dove, anziché la cupidigia dell’avere sempre di più, vi sia il condividere, dove al posto del salire al di sopra degli altri vi sia lo scendere a fianco degli ultimi, e dove anziché la brama di comandare vi sia la gioia del servire. A coloro che fanno la scelta libera e volontaria della povertà viene assicurato il “regno dei cieli” (da non confondere con" un" regno nei cieli ). Matteo è l’unico evangelista a usare l’espressione “regno dei cieli”, al posto di regno di Dio, secondo la tendenza tipica degli scribi di usare dei sostituti per evitare di pronunciare o scrivere il nome divino.
Il “regno dei cieli” non proietta la promessa di Gesù in un futuro lontano (l’aldilà), ma nella possibilità, già presente, di avere Dio come re, ovvero un Padre che si prende cura dei suoi. Questo regno diventa realtà nel momento in cui gli uomini entrano nella condizione di poveri: a chi si fa responsabile del benessere del proprio fratello. Gesù garantisce che il Padre stesso si farà carico della sua felicità (Mt 6,33; 25,3440). Con questa beatitudine Gesù non solo non idealizza la povertà, ma chiede ai discepoli una scelta coraggiosa che consenta di eliminare le cause che la provocano. Per questo le beatitudini non solo non sono l’oppio dei popoli, ma sono l’adrenalina che stimola energie vitali all’umanità, quel che permetterà agli oppressi, ai diseredati, agli affamati di vedere finalmente la fine della loro condizione di infelicità.
Mentre l’osservanza dei comandamenti garantiva lunga vita qui su questa terra, l’accoglienza delle beatitudini garantisce qui già da questa esistenza una vita di una qualità che è indistruttibile. Ecco perché Gesù quando parla della vita eterna non ne parla mai alla maniera giudaica.
Nel mondo giudaico la vita eterna era un premio futuro da conseguire per la buona condotta nel presente. Invece Gesù ne parla sempre al presente.
La vita eterna non è un premio nel futuro, ma una possibilità da sperimentare ora . Chi accoglie il messaggio di Gesù e lo traduce in pratica sentirà liberare dentro di lui certe energie, certe capacità, certe Forze Vitali d’Amore che lo portano già in una dimensione ( di Vita) che è già quella definitiva. ( Il Regno di Dio)
Religione e obbedienzaXXI INCONTRO BIBLICO tenuto da Alberto Maggi Assisi, settembre 2013 Conferenza di Padre Alberto Maggi della comunità dei - Servi di Maria - Montefano – Mc- trascrizioni non riviste dall'autore.

Figli di Dio non si nasce, ma ci si diventa. Come? Quando si accoglie nella esistenza Gesù e il suo messaggio e si cambia radicalmente la direzione del cammino, non si vive più per se stessi ma si vive per gli altri. Nell’uomo fiorisce la Vita divina: si diventa figli di Dio, ecco perché l’uomo che era stato considerato maledetto da Dio una volta che ha incontrato Gesù: dice “Io Sono” rivendica la condizione divina.

Ecco perché non lo riconoscono, perché la religione ha il terrore della crescita delle persone, la religione può dominare le persone fintanto che queste si mantengono in una condizione infantile, cosa significa condizione infantile? Avere sempre bisogno di una autorità che ti dice come ti devi comportare, cos’è bene e cos’è male e molte persone accettano questo, lo vediamo dalle prolificazioni di tanti gruppi che ci sono nella Chiesa, dove le persone barattano la propria libertà con la sicurezza che da la religione e lo fanno attraverso la forma più perversa e più nociva che sia mai apparsa nell’umanità, nell’obbedienza, la cosa più devastante che possa accadere nell’umanità.

Ricordiamo sempre che i più grandi crimini perpetrati lungo la storia dell’umanità sono stati sempre perpetrati non da rivoluzionari, da persone disobbedienti ma da persone che hanno obbedito: chi obbedisce non si chiede quali sono le conseguenze delle sue azioni. Sappiamo tutti la storia ci insegna che i grandi processi dei grandi criminali di guerra, come si scusano? Ho obbedito agli ordini; ma ti sei chiesto delle conseguenze dell’obbedienza a questi ordini? Non era nel suo compito.

Quindi le persone anche nella vita religiosa obbediscono barattando la propria libertà con la sicurezza; il fascino della religione è questo, la sicurezza che la religione dà. Perché? dal momento che entri a far parte di un gruppo religioso, di una istituzione religiosa, tu non sei più libero, però sei pienamente sicuro, perché avrai sempre una autorità che di dirà; fai questo, non fare quest’altro; questo è bene, questo è male, si è vero rimani in una condizione infantile, però sei sempre sicuro, c’è sempre qualcuno che ti dice cosa devi fare, l’importante che tu obbedisca.

Con Gesù è la fine dell’obbedienza, Gesù non chiede obbedienza a sé, non chiede obbedienza a Dio, ma chiede assomiglianza e la assomiglianza a Gesù/Dio ha un effetto devastante per ogni istituzione religiosa, perché rende le persone libere. Nella religione non si temono i contestatori, si temono le persone libere, perché saranno libere come dirà Gesù in questo vangelo libere come il vento che non sai da dove viene ne dove va, le persone libere sono imprevedibili, sono creative, allora c’è da scegliere, o la sicurezza della religione, rinunciando alla nostra libertà o alla libertà che ci da Gesù rinunciando ad una sicurezza che non sia nelle nostre profonde convinzioni.


La Parabola del ricco astuto
( credits: LUCA, a cura di Matteo Crimella ,Cinisello Balsamo 2015)

Lc 18,24 «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. Ma non è impossibile Lc 16, 1 Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». L'amministratore delle ricchezze del suo signore viene da questi accusato di sperpero. L'amministratore non fatto rendere le ricchezze, invece di fare profitti le ha lasciate esaurire. Accusa vera o falsa? Non si sa; intanto c'è una resa dei conti.

La parabola rimanda all' autogiudizio del discepolo davanti a Gesù, nel giorno della sua morte. Il discepolo ha ricevuto da Gesù lo Spirito divino e tutti i doni ( grazie) connessi. Come ha amministrato questi doni? Li ha fatti fruttare ( è cresciuto come UOMO fino a compiersi) o li ha sperperati ( ha perso la Vita) , fatti esaurire senza frutto ( si è decreato a uomo )? Quel è il frutto dello Spirito? è l'UOMO. Paolo elenca alcune evidenze nell'UOMO, colui che ha ricevuto lo Spirito e si lascia guidare da Lui.

Gal5, 18 se vi lasciate guidare dallo Spirito,
non siete sotto la Legge .
Chi "é sottoposto" alla Legge religiosa e si fa guidare da essa sono gli uomini , i quali se sono senza una legge mostrano ben note evidenze :
19Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio.

...
24Quelli che sono di Cristo Gesù
gli UOMINI
hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25Perciò se
viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. 26Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.
22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c'è Legge.
Gli UOMINI non hanno più bisogno di una Legge religiosa che li guidi perchè le loro evidenze sono il frutto dello Spirito di Gesù.
3L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione ? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». 6Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». 7Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». L'amministratore benestante elabora il suo piano per salvarsi dalla rovina .

Da benestante disoccupato e destinato alla miseria avrebbe bisogno di qualcuno -ancora benestante- che lo accolga e condivida con lui il suo benessere.

Il testo rimanda ai poveri//bisognosi delle beatitudini che hanno bisogno di una comunità (dove nessuno è bisognoso) che li accolga e condivida con lui il suo benessere.

Ma anche al momento della morte dove ogni tesoro terreno " vien meno" e si fanno i conti con se stessi, si misura l'UOMO.

8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 39Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Riducendo il debito ai suoi debitori l'amministratore non deruba il suo ricco signore ma rinuncia alla sua parte, alle commissioni a lui dovute. Rinuncia al suo vantaggio : invece di metterlo da parte ( sotterrarlo ad esempio come si usava) lo ha investito nei debitori : invece di accumulare tesori ( Lc 12,21) ha creato nei debitori un tesoro di riconoscenza. Il tipo lo ha fatto per opportunismo, non per carità.

Il " signore" lo aveva accusato di disonestà ma alla fine loda la sua astuzia : ha usato il denaro come strumento e non come scopo della vita.

Non potete servire Dio e la ricchezza 10Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. 11Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? 12E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? 13Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I discepoli sono chiamati ad usare i beni come strumento di carità, per compiere l'UOMO : investirli nei bisognosi, facendo un tesoro di riconoscenza in loro.

Le dimore ( lett. tende) eterne indicavano nel giudaismo l'Israele rinnovato e definitivo che avrebbe abitato insieme a Dio.

I beni possono diventare idoli che si crede diano il senso alla vita : chi ha in sè la Vita ( zoe) non può servire due padroni, Dio e la ricchezza , perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro.

LA FEDE : Prendere Gesù in parola! Dargli retta. Tutto il resto è religione.

A proposito, continua Luca:

La parabola del ricco stupido( credits: LUCA, a cura di Matteo Crimella ,Cinisello Balsamo 2015)

Lc 16, 19C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.Un uomo ricco, vestito di porpora e vestito di bisso. Porpora e bisso ( lino) erano i tessuti più rari e costosi dell'epoca, roba da re. Il risoo è dunque un epulone ( mangione, ghiottone, persona che si compiace di cibi abbondanti e raffinati. ).

Il papiro più antico ,la versione copta sahidica di Luca , riporta : un ricco di nome Ninive. Questa traduzione invece non riporta il nome e andrebbe intesa come rivolta a tutti gli uomini opulentemente ricchi.

Lazzaro giaceva (verbo al passivo con sfumatura di solitudine ) alla sua porta . Si tratta di di un uomo in una condizione opposta a quella dell'epulone : piagato, affamato, leccato dai cani, aspetta le briciole. Mt 15,27 i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Essere abbandonato ai cani in quella società costituiva una vergogna insopportabile ( Re 21,19 etc.)

22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Arriva per tutti la morte biologica.
Qui c'è una sospensione, un non-detto.

Che cosa succede dopo la morte?

23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». 25Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». Tutti e due si ritrovano nel regno dei morti, gli Inferi, l'Ade. Questa era ( leggere ) la credenza comune a tutti i popoli antichi, Israele compreso.

Nell'Ade appare loro Abramo, il capostipite di Israele ed anche il modello della fede in Dio.
Mt 22,32 Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è il Dio dei morti, ma dei viventi!».
Abramo, modello di fede , non è tra i morti bensì tra i viventi, coloro che partecipano della Vita di Dio ( zoe) . Accanto a lui c'è Lazzaro, mentre l'epulone è nell'Ade tra i morti e tra i tormenti che le credenze giudaiche dell'epoca vi attribuivano. Nella parabola non è detto che Lazzaro fosse un modello di fede.

L'epulone prega Abramo di mandargli Lazzaro con un pò d'acqua che plachi la sete che lo tormenta. Abramo
a questo punto rivela cosa ha determinato quella diversa sorte dei due personaggi. La richiesta dell'epulone non può essere soddisfatta perchè tra i viventi ed i morti c'è un abisso ( nella letteratura giudaica è una voragine ) che non può essere attraversato .

27E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento». 29Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». 30E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». 31Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».L'epulone allora si rende conto del perchè il giudizio particolare alla morte ha dato due sentenze così diverse. Si preoccupa dei fratelli , anch'essi epuloni evidentemente, e chiede ad Abramo che invii Lazzaro a metterli in guardia.

Abramo ricorda allora che tutti gli israeliti hanno avuto in dono da Dio la Torah ( Mosè, cioè la LEGGE ed i PROFETI, la Bibbia ebraica) che è più che sufficiente per orientare la propria vita. Il progetto di Dio per Israele prevedeva che Israele fosse un Regno di Pace cioè di felicità  dove nessuno nel popolo doveva essere bisognoso . Israele ha sempre contrastato questo progetto e la pace non è mai arrivata.

La parabola è raccontata per gli uditori-lettori ai quali fornisce la risposta che non è data all'epulone :

Si può essere discepoli di Gesù e vivere per avere sempre più benessere ( beni) , farsi tesori di sicurezza ? Così si fallisce, avverte Gesù.Gc 5,1 E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! 2Le vostre ricchezze sono marce, 3i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! 4Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente. 5Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. 6Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.

1Gv 3,17 se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'Amore di Dio? Se l'Amore di Dio non è in lui , alla sua morte, non avrà in se stesso la Vita ( zoe) che fa superare la morte nella risurrezione. Non sarà Vivente tra i Viventi ma morto per sempre tra i morti.

LA FEDE : Prendere Gesù in parola! Dargli retta.



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