Corso di Religione

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Religione e fede.
Letture I
         


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Religione e fede, tradizione e cambiamento. Due forze che non sono mai nettamente distinte e distinguibili nella storia del cristianesimo . Come si sono espresse queste forze nelle scritture? P. Alberto Maggi studibiblici.it - Conferenza di Cefalù 20 novembre 2015.

" ...Nell'AT - la fede è più legata al profetismo , lo Spirito che parla carismaticamente al popolo e "fa nuove tutte le cose", - la religione è più legata alla casta sacerdotale (da non confondere con i preti cristiani) , coloro che costruiscono la tradizione ripetendo sempre le stesse cose con i linguaggi -che cambiano- della storia. Tutti i libri della bibbia ebraica sono stati composti sotto un influsso ora più profetico, ora più sacredotale : -I libri più aperti al Nuovo -l'intervento salvifico di Dio nella storia- sono stati scritti nei circoli profetici; - quelli più chiusi, nei circoli sacerdotali. A volte nella composizione dello stesso testo si vede un compromesso tra le due forze.
Anche nella prima Chiesa di Gerusalemme e nella composizione dei testi cristiani si sono affrontate queste due forze. Una linea profetica aperta verso il Nuovo che viene dallo Spirito e una linea sacerdotale orientata a comporre e conservare la tradizione.

Nel libro della Genesi si dice che Dio creò l’Adamo a sua immagine e somiglianza , maschio e femmina li creò; ed è nato nel circolo profetico dove c’è questa grande apertura. In una cultura prettamente maschilista del tempo, era inaccettabile che l’uomo e la donna avessero da Dio la pari dignità. Allora ecco subito nal circolo sacerdotale si corregge questa interpretazione e si scrive che Dio addormentò l’uomo, gli prese una costola e dalla costola creò la donna. Quindi non è vero che l’uomo e la donna sono creati immagine di Dio, la donna è presa dall’uomo e per questo poi si dice che deve stare sottomessa. Luca ha composto un’unica opera ma la Chiesa -già nel primo secolo- lo ha divisa in due parti:
I) l’annuncio di Gesù; che conosciamo come Vangelo secondo Luca
II) gli effetti di questo annuncio; testo che conosciamo come Atti degli Apostoli.
Questa divisione ha di fatto dequalificato la seconda parte del testo di Luca.

In Atti 9,31 Luca scrive che la Chiesa era in pace con tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria. Ma non è un’affermazione positiva: la situazione delle prime comunità cristiane non è - nel libro di Luca - come anche il quello di Giovanni, l'Apocalisse, - una situazione buona. Come poteva essere la Chiesa in pace addirittura in Giudea? Gesù è stato assassinato proprio lì dalle autorità dell' istituzione religiosa come un maledetto da Dio, come un eretico, come un peccatore e com’è possibile che la comunità cristiana fosse in pace con la Giudea? Evidentemente la comunità cristiana di Gerusalemme non aveva ancora accolto la novità portata da Gesù ed era diventata uno dei tanti movimenti , delle tante sette giudaiche che esistevano all’epoca e che non creavano alcun problema alle istituzioni giudaiche.

Quando Luca ci dice che la Chiesa era in pace, non sta facendo un complimento ad una situazione positiva, ma dice che è una Chiesa che non ha rotto con l’istituzione religiosa giudaica. La comunità cristiana avrebbe dovuto seguire i passi di Gesù che comportano inevitabilmente l’opposizione al giudaismo e la conseguente persecuzione e spesso anche il martirio e la morte ( cf. Apocalisse ). Luca ci narra la Pentecoste, che è un fatto importante, ma che cos’è la Pentecoste? La Pentecoste era una festa giudaica con la quale si celebrava il dono della Legge mosaica sul monte Sinai; ebbene lo stesso giorno in cui la comunità giudaica festeggia il dono della Legge, lo stesso giorno sulla comunità dei discepoli di Gesù scende lo Spirito Santo.


La relazione con Dio è cambiata. Il credente con Gesù non è più colui che obbedisce a Dio osservando la Legge mosaica , ma colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo. Ecco perché sulla comunità cristiana scende lo Spirito , la Forza dell’amore di Dio. Non più la Legge, ma l’Amore , ma tutto questo sembra non sia avvenuto in Giudea. Veniamo a sapere dagli Atti, che dalla setta dei farisei molti erano entrati a far parte della comunità cristiana. Com’è stato possibile? Erano i mortali nemici di Gesù e adesso all’improvviso entrano a far parte della comunità cristiana? E quello che emerge con più drammaticità è che ritornano alla Legge mosaica, come se la Pentecoste non fosse avvenuta. Quando inevitabilmente iniziarono i conflitti con i giudei, addirittura la prima Chiesa fu difesa da un componente del Sinedrio! Il Sinedrio non era quello che aveva fatto ammazzare Gesù e adesso difende questa comunità?

Infatti si legge: At 5,34 Infatti Gamaliele, un dottore della Legge... , quando Gesù aveva detto: guai a voi dottori della Legge! Un dottore della Legge che difende la comunità cristiana: qualcosa non va. Gamaliele, scrive Luca, era onorato da tutto il popolo ; questo dottore del giudaismo non vede alcuna novità né alcun pericolo nel gruppo dei cristiani. Dopo la lapidazione di Stefano la persecuzione giudaica si scatenerà contro la Chiesa di Gerusalemme ma al momento non aveva minimamente toccato il gruppo deli apostoli. Scrive Luca, 8,1 che Tutti, ad eccezione degli apostoli furono dispersi nelle regione della Giudea e della Samaria. Quando comincia la persecuzione gli apostoli non vengono toccati, perché? Perché in loro i giudei non vedono alcun pericolo, nessuna difficoltà , e qui c’è qualcosa che non va: le Chiese non avevano rotto con l’istituzione giudaica, ancora vi si identificavano.

Tutti i vangeli sono concordi nell’affermare che la famiglia di Gesù non ha mai creduto in lui. Addirittura nel vangelo più antico, quello di Marco, si legge del drammatico tentativo di rapimento di tutto il clan famigliare, compreso la madre, perché dicevano è andato fuori di testa. Quando Gesù parla a Nazareth nessuno gli crede. Giovanni nel suo vangelo addirittura arriva ad affermare: neanche i fratelli credevano in lui. É un’esperienza che facciamo tutti quando siamo nel bisogno, nella disgrazia, i parenti si dileguano, ma nel caso di una bella vincita quanti parenti scopriamo! Nella Chiesa c’è un cambiamento, la famiglia di Gesù pretende di avere i primi posti nella comunità cristiana. Loro che non avevano creduto e non l’avevano seguito pretendono di avere i primi posti. Pietro ha cercato di tenerli fuori. I massimi dirigenti della Chiesa di Gerusalemme, capeggiata da Giacomo e così descrivono a Paolo la realtà. Leggiamola perché è un testo drammatico. Invitando Paolo ad osservare la Legge, Giacomo dice: vedi fratello, notate il linguaggio untuoso, clericale, quante migliaia di fratelli sono venuti alla fede, ed è drammatico, e tutti sono osservanti della Legge.

Della Legge? Come!... osservanti della Legge? Ma con Gesù non era incominciata una nuova relazione con Dio che non era più basata sull’osservanza della Legge, ma sull’accoglienza e sulla pratica del suo amore? Qui non si accenna al vangelo di Gesù, ma sono tutti osservanti della Legge . Ed ecco il richiamo: “ Ora hanno sentito dire che tu vai insegnando ai giudei sparsi tra i pagani di abbandonare Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire gli usi tradizionali”. É un richiamo di Giacomo, integerrimo arrogante capo della comunità di Gerusalemme, a san Paolo, è il rimprovero di non osservare la Legge e di non seguire la tradizione e soprattutto il problema che verrà trattato a Gerusalemme, non so se c‘è da ridere o da piangere pensando a certi argomenti che riguardano il “pisello”, il prepuzio [ la circoncisione] .

I grandi problemi della religione: il prepuzio!.. veramente una religione del prepuzio, eppure sul prepuzio ha rischiato di naufragare la primitiva comunità cristiana, perché era il segno dell’alleanza di Mosè. Giacomo invita Paolo a fare dei sacrifici ed osservare la Legge, Paolo purtroppo acconsente. La situazione nelle Chiese è penosissima. Gesù aveva dato una certezza (che è sempre attuale specialmente nella Chiesa di papa Francesco) Gesù ha rassicurato Pietro: “ Pregherò per te, che la tua fede non venga meno e quando tu ti sarai convertito confermerai i fratelli nella fede” . Pietro incomincia le fasi della conversione e lo fa visitando le comunità cristiane che sono una pena. La tecnica di Luca è di presentare una comunità attraverso i personaggi.Pietro va nella comunità di Lidda, una cittadina dove trova Enea [Atti 9,32] che è paralizzato da 8 anni; il numero è importante. Il numero 8 nel cristianesimo primitivo indicava la resurrezione di Gesù, Gesù è resuscitato il primo giorno dopo la settimana ( che terminava con il sabato) per cui il numero 8 ( l'8° giorno) indicava la resurrezione;

Le beatitudini di Matteo sono 8 , e significa che l’accoglienza di questo messaggio fa rinascere nella persona una Vita ( zoe ) che è capace di superare la morte. Mentre il numero otto indicava la vita capace di superare la morte in questa comunità c’è la paralisi , c’è una situazione stagnante. Poi va a Giaffa [Atti 9,36] dove trova la comunità di Tabità, una donna molto pia che è morta. La situazione delle comunità cristiane è stagnante, parlizzante, o morta. Incomincia il travaglio interiore che porterà Pietro alla grande conversione, a quel cambiamento che ancora oggi si stenta a portare avanti nella Chiesa.
Atti 9,43 Avvenne poi che per parecchi giorni, Pietro rimase in Giaffa ...; E' strano : c’è la comunità di Tabità ( morta ) che Pietro rianima così come aveva guarito la comunità di Lidda. Perché Pietro non rimane nella comunità di Tabità che era una comunità di persone pie, religiose, ma fa la strana scelta di rimanere in Giaffa, presso un certo Simone, conciatore di pelli ?. Il conciatore dovendo trattare con animali morti, per la Legge di Mosè era considerata una persona impura ed equiparata ad un lebbroso. Pietro incomincia ad incrinarsi, ci vorrà un po’ .. e questo è un incoraggiamento per tutti noi.

A volte sembra impossibile che dopo tanti anni di accoglienza del vangelo, la nostra vita sembra muoversi a rilento. É quello che è successo nella Chiesa primitiva : sono passati anni dopo la resurrezione di Gesù e ancora la fioritura del suo messaggio deve fare tanta strada. Pietro incomincia a incrinare un po’ il fronte e va ad alloggiare presso un certo Simone che si dedica senza alcuno scrupolo (è una comunità di credenti in Gesù) ad un lavoro che lo mantiene praticamente separato dall'istituzione religiosa. Quella di Giaffa è l’unica comunità che non sia ammalata; delle altre due pie, attaccate alla Legge, una è paralizzata e l’altra è morta. Qui c’è una comunità che per la Legge ( mosaica) è impura, ma è l'unica che sia viva e Pietro decide di andare proprio a casa di questo Simone. Pietro ha preferito andare a vivere presso una persona impura, divenendo anche lui impuro ed esponendosi così alle critiche, alle mormorazioni delle comunità osservanti piuttosto che permanere in comunità pie, ma carenti di vita. Questo è il primo passo di Pietro verso quella che sarà poi la sua conversione. Naturalmente quello che ha fatto Pietro è una gravissima trasgressione. Quando anche Pietro, poi lo vedremo nel Concilio di Gerusalemme , dovrà rendere conto del suo operato, si guarderà bene dal dire: ho alloggiato in casa di un conciatore, ma dirà stavo pregando nella città di Giaffa e ometterà che alloggiava da Simone il conciatore. Quello che ha fatto è qualcosa di scandaloso e riprovevole (secondo la religione giudaica) . Il Signore sta lavorando alle tappe della sua conversione:

quando Pietro abbandona anche di poco la Legge, la minima incrinatura ( della pratica religiosa) permette l’ingresso dello Spirito.
Lo Spirito non trovando accoglienza nella comunità di Gesù, aggira gli ostacoli : attraverso la persona ritenuta dalla Legge-religione più lontana ( da Dio) , addirittura esclusa da Dio. Nel capitolo 10 degli Atti appare la figura importante per la costruzione della chiesa, Cornelio. Chi è Cornelio? È un centurione romano, un appartenente alle truppe di occupazione della Palestina, ma soprattutto è un pagano e i pagani sono considerati persone impure, escluse dall'azione di Dio. Atti 10,3 : Cornelio che era comunque una persona pia, verso le tre del pomeriggio fa un’esperienza del Signore. Le tre del pomeriggio è l’ora della morte di Gesù, l’evangelista ci vuol dire: ecco gli effetti della morte di Gesù. In questa esperienza gli appare, secondo gli Atti degli Apostoli, un angelo del Signore e poi dopo dirà un uomo di splendida luce, che gli dice 10,5 “Ora manda degli uomini a Giaffa e fa venire un certo Simone detto anche Pietro."

Pietro è ospite presso un certo Simone il conciatore e il testo fa capire che è un giudeo, ma non tanto osservante se vive in casa di un conciatore, la cui casa è presso il mare. Perché il particolare del mare? Di per sé non è un particolare che arricchisce il contenuto. Quando nei vangeli - e dobbiamo abituarci a leggerli così- troviamo dei particolari che di per sé non arricchiscono il contenuto, sono particolari preziosi. Perché il mare? Il mare è la frontiera con il mondo pagano, e Gesù con il suo insegnamento si è messo sempre verso il mare (anche se era un lago, che però veniva chiamato mare , perché voleva andare verso i pagani, ma ha trovato sempre resistenza. Quando Gesù nei vangeli dice ai discepoli: andiamo all’altra riva (l’altra riva era la riva orientale del lago di Galilea, terra pagana), i discepoli a mala voglia ci vanno, e tutte le volte che Gesù lo dice ai discepoli, quando si imbarcano scoppia una tempesta. Ma benedetto Cristo, una volta tanto vuoi guardare il tempo prima di organizzare il viaggio? Possibile che tutte le volte che prendiamo la barca e andiamo all’altra riva, abbiamo il vento contrario e addirittura, scrive l’evangelista, la barca sta per affondare?

Il vento ( ruah) contrario è lo spirito ( ruah) dei discepoli che non ne vogliono assolutamente sapere di andare a portare la Buona Notizia anche ai pagani. Mentre i discepoli non intendono portare la Buona Notizia ai pagani, saranno i pagani a portare la Buona Notizia ai discepoli. Pietro, il capo della Chiesa secondo la tradizione primo papa, sarà convertito da un pagano e questo è importante perché se prendiamo seriamente questi elementi ci sono indicazioni per aprirci di molto la mente. Il mare significa un orientamento verso il mondo pagano. Mentre Cornelio manda chiamare Simon Pietro, Pietro ha un’esperienza che lo trasformerà profondamente. É significativo che questa esperienza gli capiti in casa di un personaggio impuro dove l’azione divina non risaltava e non in quelle comunità pie, ma carenti di Vita.
Lo Spirito, Forza della Vita, agisce dove c’è Vita e non dove c’è l’osservanza religiosa.Vediamo l'importante esperienza che ha cambiato radicalmente la vita di Pietro, anche se c’è voluto del tempo, prima che lui ne prendesse coscienza e che diventasse realtà.
Atti 10,9. L’indomani mentre quelli erano in cammino , Cornelio manda degli uomini a Giaffa da Pietro, e si avvicinavano alla città, Pietro salì sulla terrazza a pregare intorno all’ora sesta.
Quanto è stato difficile per la primitiva comunità cristiana abbandonare la tradizione religiosa, per aprirsi al nuovo di Gesù! Gesù aveva dichiarato il Tempio un covo di banditi, e nel vangelo di Luca si legge che i discepoli andavano a pregare proprio al Tempio. Il momento drammatico dell’ascensione di Gesù descritta dall’evangelista è tragicomico. Mentre Gesù li spinge fuori da Gerusalemme, loro, scrive l’evangelista, tornarono a Gerusalemme e addirittura nel Tempio, che Gesù aveva dichiarato che doveva essere distrutto, perché una istituzione religiosa che anziché comunicare Vita trasmetteva morte, non ha diritto di esistere. Gesù l’aveva già dichiarata un covo di banditi, che adoperavano Dio per i loro interessi, per le loro ambizioni, ebbene dove vanno i discepoli? A pregare nel Tempio, oppure osservando ancora la tradizione religiosa giudaica della divisione del giorno in momenti di preghiera, ecco che Pietro all’ora sesta sale a pregare in una terrazza!

L’insegnamento di Gesù diceva: quando preghi vai nel luogo più nascosto della casa, in una cantina, in uno sgabuzzino, dove nessuno ti possa vedere e il Padre che vede nel segreto, ti ascolterà.E Pietro va nella terrazza. Abbiamo in mente le case palestinesi, sono a un piano con una grande terrazza piatta, e la preghiera si fa in piedi. É il luogo più visibile, perché la preghiera doveva essere un insegnamento visibile agli altri. Ma come, Gesù aveva detto: quando preghi nasconditi nel luogo più intimo, più nascosto della casa, Pietro va sul terrazzo in modo che tutti quanti lo vedano. Era circa l'ora sesta. L’ora sesta è il momento in cui ci sono le tenebre sulla terra nel momento della crocifissione di Gesù. At 10,10 Divenne affamato , strano è andato per pregare e divenne affamato! La fame significa il vuoto interiore che Pietro cercava di supplire con il rito, con la preghiera, e volle mangiare. Mentre glielo preparavano avvenne in lui un'estasi, il termine non è quello che poi avrà nella mistica cristiana, estasi significa andò fuori di sé. È successo un fatto straordinario che lo ha mandato fuori di sé.
E' interessante che il Signore non gli si manifesta nella preghiera, ma con grande ironia il Signore gli si manifesta nella fame. Lo Spirito non agisce nel culto, ma agisce nella Vita. Che cos’è che ha mandato fuori di testa Pietro? Spero di poter esaminare bene questo pezzo perché è stato il grande cambiamento, la grande conversione di Pietro che lo ha portato ad una proclamazione di fede che dovrebbe essere la stella polare di orientamento di tutte le Chiese. 10,11 Vide il cielo aperto, significa una comunicazione divina, il cielo era la dimora di Dio, e vide scendere un recipiente, oggetto, come una grande tovaglia. A ttenzione poi i pittori si sono sbizzarriti a disegnare una tovaglia, non è una tovaglia, dice come una tovaglia , scende un oggetto dal cielo, a terra calata per i quattro capi, che significano i quattro punti cardinali.

Un messaggio che riguarda tutta l’umanità. 10,12 In essa si trovava ogni sorta di quadrupedi, di rettili della terra, e volatili del cielo. In questo recipiente simile a una tovaglia, si trovano tutti gli animali secondo il racconto della Creazione, fatto nel libro della Genesi. Nel libro della Genesi, nato nei circoli profetici, si narra che Dio ha creato tutti gli animali; poi nei circoli sacerdotali della Legge di Mosè si dividerà in animali puri da quelli impuri. Uno con un po’ d’intelligenza si dovrebbe chiedere: ma Padre Eterno scusami, se un animale è impuro, non va né toccato né mangiato, ma perché lo hai creato? Hai creato tutto te! Prima li crei poi ci ripensi e dici: ah! questi li potete toccare e questi no! il maiale non lo potete mangiare, le cavallette si. Il Padre Eterno un po’ di confusione nella Creazione ce la deve avere avuta, no?

Nella visione si presentano gli animali fatti da Dio secondo il racconto della Genesi, poi verrà Mosè con la sua Legge a distinguere tra animali puri che si possono mangiare e impuri che non si possono neanche toccare. Va ricordato che poi nell’episodio di Noè, Noè salvò tutti gli animali puri e impuri. 10,13 Allora risuonò una voce che gli diceva: “Alzati Pietro! ( il discepolo si chiama Simone, Gesù nel vangelo di Luca gli mette un soprannome ( kefa=Pietra) negativo, che indica la sua cocciutaggine, la sua testardaggine. Gesù non lo chiamerà mai con il soprannome negativo, testa dura, pietra, soltanto gli evangelisti. É un artifizio letterario, quando vogliono presentare Simone in sintonia con l’insegnamento di Gesù lo presentano con il suo nome; quando Simone tentenna tra l'accoglienza di Gesù e l'opposozione viene presentato come Simon Pietro; quando è chiaramente all’opposizione è presentato soltanto con il soprannome negativo Pietro.

Mai Gesù si rivolge al discepolo chiamandolo con il soprannome, solo gli evangelisti. Soltanto una volta nel vangelo di Luca, Gesù si rivolge a Simone chiamandolo Pietro per indicargli il suo tradimento: Pietro, oggi io ti dico non canterà il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi. Gesù si rivolge chiamandolo con lo stesso nome con il quale gli ha annunciato il tradimento, quindi lo mette in guardia. Adesso ci sono tre verbi all’imperativo che non permettono discussione; alzati, uccidi e mangia! È una comunicazione divina, Pietro riconosce che è Gesù, perché lo ha chiamato Pietro annunciandogli il tradimento, ma non per niente si chiama Pietro. La figura di Pietro è quasi una caricatura che l'evangelista ci fa del discepolo, ma è una caricatura a nostro vantaggio, perché se Gesù è riuscito a convertire un testardo come Pietro, senz'altro ce la farà anche con noi. Abbiamo una comunicazione divina, Gesù stesso che si rivolge a Pietro e lo chiama Pietro ricordandogli il suo tradimento e lo invita ad alzarsi uccidere e mangiare. Come doveva essere la risposta di Pietro?

Non per niente si chiama Pietro. 10,14 Pietro disse: “Giammai Signore, mai ho mangiato nulla di profano o di immondo . É l’osservante della tradizione, della Legge, nonostante Gesù lo inviti: uccidi e mangia , lui risponde: non l’ho mai fatto .
Ma chi hai seguito? Allora quel famoso episodio della discussione con i farisei che sono attaccati alla tradizione del puro e l’impuro, quel famoso episodio in conseguenza del quale Gesù è dovuto scappare all’estero tanto l’aveva sparata grossa, quando aveva detto: ma non capite che la relazione con Dio, quello che rende puro o impuro l’uomo non è ciò che gli entra, che va a finire nella pancia e poi usa un termine forte, va a finire nel cesso, nella latrina, ma quello che dall’intimo del cuore esce e danneggia l’altro, è questo che rende puro o impuro le persone. E Marco scrive: così Gesù dichiarava puri tutti gli alimenti. Gesù l’ha sparata grossa, dichiara puri tutti gli alimenti! Oh! Il libro del Levitico [cap.11], contiene dei capitoli con l’elenco degli alimenti e animali puri e impuri, come fa Gesù a dichiarare puri tutti gli alimenti? È sbagliato il libro del Levitico?

È sbagliato, perché non manifesta la volontà di Dio! Ma questo è pericoloso, perché se incominciamo a dire che un libro della bibbia in alcune parti non esprime la volontà di Dio, succede il terremoto. Se incominciamo a distinguere togli questo, togli quest’altro rischia di crollare tutto il castello. Infatti Gesù dopo questo discorso è dovuto scappare all’estero.
Ma Pietro era sempre con lui, Pietro insieme a Giacomo e Giovanni i discepoli più recalcitranti, più riottosi erano sempre con lui, ma non hanno ascoltato niente, non hanno capito niente. L’ambizione, il desiderio di supremazia, di potere sugli altri che Pietro condivide con Giacomo e Giovanni, li rende sordi all’insegnamento di Gesù, Gesù parla e loro non sentono.
Vi ricordate quando Gesù è arrivato ormai a Gerusalemme e per la terza volta annuncia il suo destino e più brutale non poteva essere: vado a Gerusalemme sarò ammazzato! Chiaro! Chiarissimo! ...di nascosto dagli altri Giacomo e Giovanni: maestro a Gerusalemme dacci i posti più importanti, uno a destra e uno a sinistra. Ma come, ha appena detto che va ad essere ammazzato?

Non basta che Gesù parli : questa parola di Gesù non arriva ( automaticamente ) al cuore delle persone.Com’è possibile che Pietro dica : giammai Signore, perché mai ho mangiato nulla di profano e di immondo . Ma allora chi hai seguito? Hai seguito la tua idea di messia trionfatore, ma non hai seguito Gesù. La reazione di Pietro rivela la grande sicurezza che ha ancora questo discepolo a resistere e soprattutto dell’osservanza della Legge. 10,15 E una voce di nuovo... Seconda volta (ricordatevi il numero tre) e Lui: “Ciò che Dio ha purificato tu non chiamarlo immondo”. Pietro resiste, ma Gesù non cede, la creazione è opera di Dio e Dio ha fatto tutto puro. Attenzione che qui non si tratta, non si parla se posso mangiare una cavalletta o una fetta di prosciutto! Il discorso va al di là; il discorso che poi sfocerà, è quella di considerare delle persone impure e quindi escluse da Dio. Delle persone da rifiutare, da emarginare, comunque delle persone che non sono dei nostri, che non possono far parte della nostra comunità. Quindi è un discorso di persone, qui non si tratta di lucertole cavallette, o lepri, è qualcosa di più profondo. La creazione è opera di Dio e Dio ha creato tutto puro. É la Legge di Mosè che aveva separato come gli animali così anche gli uomini, tra puri e impuri, come espressione della santità di Israele rispetto ai pagani. Gesù aveva eliminato tutte le distinzioni, quindi per la seconda volta gli ha detto: ciò che Dio ha purificato tu non chiamarlo immondo. L'argomento va aldilà degli animali

10,16 Questo avvenne per tre volte; tre come il tradimento di Pietro. (Povero Pietro da quando il gallo ha cantato, al numero tre va in fibrillazione) e immediatamente l’oggetto fu risollevato in cielo. Pietro rimane sconvolto da questa esperienza. Quindi un invito di Dio a superare la Legge del puro e dell’impuro, e Pietro capisce subito, va al di là di quello che è permesso o non permesso mangiare, qui in gioco è la relazione con quell’umanità che Israele considerava impura, perché non apparteneva al popolo eletto, al popolo santo. 10,17 ..Mentre Pietro era rimasto perplesso su cosa fosse la visione che aveva visto, ecco gli uomini inviati da Cornelio, informatisi sulla casa di Simone, furono alla porta. 18 Avendo chiamato, domandarono se Simone, quello sopranominato Pietro fosse lì. Pietro è ancora sconvolto da questa esperienza che gli cambierà radicalmente la vita, che arrivano gli uomini inviati da Cornelio. 10,19 Mentre Pietro rifletteva sulla visione lo Spirito gli disse: “Ecco tre uomini ti cercano”; Prima: alzati, uccidi e mangia, adesso di nuovo tre imperativi, di cui il primo verbo è in relazione con alzati: scendi e va’. L’evangelista vuol far capire che c’è stretta connessione tra alzati e uccidi e mangia -cioè non fare distinzione tra animali puri e impuri - e l’accoglienza dei pagani: alzati scendi e va’; ecco perché usa lo stesso verbo: va con loro perché io li ho inviati”.

Ma non li aveva inviati Cornelio? Adesso lo Spirito di Dio dice che lui li ha inviati. Cornelio il pagano è stato uno strumento dello Spirito. Lo Spirito Santo una volta che Pietro ha smesso di offrire resistenza alla voce di Gesù, che gli ha ricordato il suo triplice tradimento, approfitta di questa apertura per aiutarlo a liberarlo dai suoi pregiudizi.
Lo Spirito Santo attende pazientemente che, nella nostra vita, abbassiamo la guardia dell’osservanza della Legge, dell’attaccamento alle tradizioni, della schiavitù di pregiudizi, per entrare nella persona. Quello che è importante è che non era Cornelio che aveva inviato gli uomini, ma lo Spirito. Cornelio il pagano, aveva agito mosso dallo Spirito, come un vero profeta. L’evangelista ci sta dicendo qualcosa di tremendo, che dovremmo tenere ben presente, per convertire un cristiano, lo Spirito si serve di un pagano. Per convertire Pietro lo Spirito si è servito di Cornelio, un pagano. L’evangelista non fa soltanto una cronaca storica accaduta ormai in tempi remoti, ma dà delle indicazioni per la Vita dei credenti di ogni tempo. Quello che l’ebreo, nella sua superiorità, considerava la persona più lontana, esclusa da Dio, per la quale non c'era più speranza di salvezza, in realtà è stato colui che ha portato la salvezza a Pietro e quindi alla comunità cristiana. 10,23 Pietro allora li fece entrare e li ospitò. Pietro ormai in questo clima di apertura, addirittura li ospita - ma non era permesso ospitare dei pagani- per quella notte e poi il giorno dopo parte, va verso la casa di Cornelio.

Cornelio, questo è importante, quando lo vede si getta ai piedi [ 10,25 ] di Pietro e 10,26 Pietro disse: “Alzati, anch’io sono un uomo!” . Se fossero state comprese nella Chiesa queste parole: Alzati, anch’io sono un uomo! Ma come ci tengono i tronfi appartenenti alla gerarchia, farsi baciare la mano, inchini, genuflessioni, ci tengono tanto. Alzati! Anch’io sono un uomo .
Mosso dallo Spirito di Gesù, va a Giaffa a casa di Cornelio ed ecco l’importante dichiarazione, che se compresa e accolta, è la stella polare del comportamento delle persone ed è quello che con papa Francesco ora stiamo vedendo. 10,28 E disse a quelli: “Voi sapete che non è lecito ad un uomo giudeo unirsi o avvicinarsi a uno straniero”. È il fondamento del razzismo. É la religione che è profondamente razzista e violenta, è la religione che fa questo - Pietro dice: non è lecito ad un giudeo unirsi o avvicinarsi a uno straniero, e guardate che questo è ancor oggi. Rimasi sconvolto, quando anni fa, in un libro attuale di morale ebraica lessi queste parole testuali, le ho imparate a memoria perché tanto mi hanno sconvolto: “Uno dei motivi per i quali noi giudei non possiamo bere il vino con i “Goim” [termine che indica non ebrei] è che il vino induce ad affabilità e noi essendo il popolo sacerdotale, eletto, non possiamo entrare in affabilità con quelli non appartenenti a questo popolo”.

Questo oggi, immaginatevi a quel tempo. E Pietro dice: non è lecito ad un uomo giudeo unirsi o avvicinarsi ad uno straniero... ed entrando in casa di questo pagano ora fa qualcosa di incredibile, ed ecco la rivelazione: 10,28 ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo. È un terremoto!.
É stata la religione che nella sua perversione ha diviso le persone tra puri e impuri, tra giusti e peccatori, ma Dio non fa distinzioni. Questa è una distinzione che ha creato delle divisioni, disperazione nelle persone; una religione che ha detto: tu per il tuo comportamento, per la tua condotta sei escluso, sei impuro, perché per te non c’è nessuna salvezza! Questo non riflette la volontà di Dio; Dio mi ha mostrato che nessun uomo può essere considerato immondo o impuro. Allora Pietro comincia a capire pian, piano la grandezza di Gesù.
Qual è questa grandezza di Gesù ? Gesù non è stato un maestro spirituale che ha voluto portare gli uomini verso Dio. Se uno ha l'ambizione di portare gli uomini verso Dio inevitabilmente qualcuno rimane indietro o escluso, perché non riesce ad osservare il cammino. Gesù non ha portato gli uomini verso Dio, Gesù ha portato Dio agli uomini.
Come si porta Dio verso gli uomini?
Attraverso la misericordia e la compassione . L'unico linguaggio che Dio parla.Mentre per portare gli uomini verso Dio inevitabilmente si entra nelle regole, nelle prescrizioni, nella Legge, portare Dio verso gli uomini si comunica Vita, si trasmette misericordia e compassione e ci si avvicina a tutte le persone.
Ecco la vera proclamazione, il vero atto di fede di Pietro: non esistono persone impure, non dobbiamo considerare nessuno, qualunque sia il suo comportamento, il suo atteggiamento, escluso dall’amore di Dio. La frase che Luca ha messo in bocca a Pietro, rivela l’esperienza dell’universalità che la comunità cristiana a poco a poco sta facendo, aprendosi al mondo pagano, vedremo tra poco e questo ci deve far pensare. Quand' è che il gruppo di Gesù è stato riconosciuto come cristiano? In terra pagana, non in terra d’Israele. Questa distinzione che è tanto cara a tutte le religioni tra il puro e l’impuro, il sacro e il profano, credenti e non, santi e peccatori, non viene da Dio. Ripeto questa frase perché è importante: Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o impuro a nessun uomo. Ma il cammino è lento e Pietro di fronte a quest’avvenimento, scrive l’evangelista: 10,34 Avendo aperto la bocca, Pietro disse... Pietro ha avuto questa rivelazione e fa una sorta di catechesi - che ha un finale un po’ perplesso - in cui mescola il vecchio con il nuovo e dice una castroneria, ma vediamolo.
“In verità comprendo che Dio non fa preferenze di persone, ma in ogni nazione chi lo teme e pratica la giustizia è da lui bene accetto. E ha ordinato di predicare al popolo d'Israele (ma non è quello che ha detto Gesù). Le ultime parole di Gesù nel vangelo di Luca, sono che nel suo nome saranno predicate a tutte le nazioni, le nazioni pagane . Pietro nonostante questa esperienza dello Spirito...(vedete quanto è difficile far fiorire questa nuova idea; tanto è la tradizione, tanto è nel DNA.) Pietro già respinge il messaggio. Ci ha ordinato di predicare... Gesù aveva detto a tutte le nazioni pagane, Pietro invece ...a tutto il popolo ( la predicazione è limitata al popolo d'Israele ) e di testimoniare. Certe idee religiose le cacci dalla porta ed entrano dalla finestra e sentite che castroneria dice Pietro:

10,42 che egli è stato stabilito da Dio, giudice dei vivi e dei morti.
Questo riguarda la tradizione ebraica, giudaica; mai nell’ insegnamento di Gesù si parla di un Dio giudice dei vivi e dei morti. Addirittura nel vangelo di Giovanni Gesù lo esclude: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. Di fronte a questa novità dell’irruzione dello Spirito, Pietro cerca di fare una catechesi, ma mescola il vecchio con il nuovo e continua: 10,43 A lui tutti i profeti rendono testimonianza: chiunque del popolo d’Israele crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome. Il Padre Eterno ad un certo momento perde la pazienza ed ecco che cosa succede: 10,44 Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo piombò su tutti quelli che ascoltavano la parola. Pietro sta facendo un insegnamento dove confonde la tradizione religiosa giudaica con alcuni elementi di Gesù. Allora lo Spirito Santo non lo sopporta toglie la parola a Pietro, non è d’accordo su quello che sta dicendo. Lui stesso ne rimarrà sconvolto e lo a Gerusalemme dirà: avevo appena iniziato a parlare che lo Spirito Santo piomba sugli astanti... perché non sentano le corbellerie di Pietro. Molte persone mi confidano alquanto preoccupati che quando ascoltano la predica alla Messa, si distraggono, non è una distrazione, è lo Spirito Santo che scende su di voi e vi impedisce di ascoltare le corbellerie che il prete dice. "


La comunità di fede A. Maggi Padre dei poveri Assisi 2010

Quanti accolgono Dio come unico re della loro vita non vengono governatimediante l'imposizione di leggi cui obbedire ma con l'incessante comunicazione dei suo Spirito(CfLc 17,6. CfGl'3,l-2;Gv 3,4.5; 7,37-39.), che rende capace bgni uomo di diventare suo figlio.«E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!". Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8,15-16). Contrariamente all'attesa del mondo giudaico, secondo la quale il regno si sarebbe manifestato in maniera spettacolare per un intervento divino (cf Le 19,11), il regno proposto da Gesù «non viene in modo da attirare l'attenzione» (Le 17,21). La sua realizzazione infatti non è dovuta a una straordinaria manifestazione di potenza da parte di Dio( CfMt 12,38-39; 16,1-4.) , ma esige l'attiva partecipazione di ogni uomo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt4,17).

( Per indicare la «conversione», Matteo evita i termini come epistrofè «voltarsi» usati nell'AT per ritornare a Dio («convertitevi a lui con tutto il cuore e con tutta l'anima e lui si volgerà a voi» Tb 13,6; cf MI 3,7; 2 Cr 6,24.26). Coerente con la sua linea teologica del «Dio con noi» (Mt 1,23; 28,20), per Matteo non c'è da tornare verso Dio, ma accoglierlo, e con lui costruire il regno. Per questo l'evangelista indica la conversione con i termini come metanoia, che segnalano un cambio di mentalità, e quindi di comportamento (cf Mt 3,2.8.11; 4,17; 11,20.21; 12,41). L'esortazione alla conversione , che precede la proclamazione delle beatitudini, richiede un radicale mutamento della scala dei valori che regolano il comportamento della persona dando la preminenza assoluta al bene dell'uomo ( CfMt 18,8- ): nel progressivo maturarsi dell'individuo la conversione si renderà visibile e influirà positivamente sulla società.

Questa richiesta di un cambiamento interiore, dimostra che, per diventare realtà, il regno non ha bisogno di passivi sudditi, ma di attivi collaboratori ( Nel vangelo di Giovanni, quanti collaborano alla costruzione del regno, vengono definiti da Gesù suoi «amici» (cf Gv 15,14-15).). Facendo dipendere la sua realizzazione dalla libera accettazione dell'uomo e dal suo cambio interiore, questo regno non solo al suo inizio, ma pure al momento della sua massima crescita, sarà una realtà modesta, quasi inavvertita agli occhi del mondo (cf Mt 7,13). Alle mirabolanti profezie dell'AT, dove il regno di Dio veniva presentato mediante le superbe immagini di un «magnifico cedro» che, piantato su «un monte alto, massiccio» avrebbe umiliato tutti gli altri alberi (cf Ez 17,22-24), l'evangelista oppone la modesta metafora di «un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi» che «una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi...» (cf Mt 13,31-32) Cf Me 4,30-32; Le 13,18-19. La parabola è presente pure nell'apocrifo del II sec., Vangelo di Tommaso (20)..

Il regno è una realtà poco appariscente e comunque neanche paragonabile alle aspettative di gloria e di predominio sognate dai profeti (cf Is 60; 61,5-6). Nelle intenzioni di Gesù, il regno di Dio, pure nel momento del sud massimo sviluppo, non attirerà l'attenzione, così come non risalta per la sua apparenza un arbusto poco più grande degli altri ortaggi dell'orto (cf Mc 4,32). Ma se il gruppo che ha accolto l'invito delle beatitudini può sembrare piccola cosa di fronte alle enormi dimensioni dei problemi del mondo, non per questo la sua azione non sarà incisiva. Gesù assicura che la costante pratica dell'amore renderà possibile la maturazione dell'umanità, esattamente come il lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».Mt 13,33 .
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La comunità di GesùUltima conferenza di Mateos S.J. -Cordoba, marzo 2001 - studibiblici.it
" ...Poiché la fede non può essere imposta,
come nasce la fede in Gesù?
Può nascere dall'incontro dell'inquietudine di una persona e dalle sue aspirazioni come tali, con la persona ed il programma di Gesù. La gente non inquieta, installata (sistemata ο arrivata), sicura, non cerca niente, non cerca Gesù. Ma colui che sente che ha ricevuto un insegnamento religioso che però non lo riempie, che non lo soddisfa, che non lo realizza che anzi lo rende triste, allora cerca un'altra cosa e aspira a questa pienezza, a questa libertà, a questa allegria di vivere. Allora si incontra con Gesù, con la persona Gesù, l’uomo libero, l’uomo pieno, l’uomo maturo, il modello di uomo, con il Suo programma che è precisamente questo: portare la persona a questa pienezza, soddisfacendo ogni sua aspirazione; allora viene la fede. La fede non è un dono del cielo, se così fosse, Dio starebbe discriminando, ad alcuni la darebbe e ad altri no, ossia Egli salverebbe uno e condannerebbe l'altro per puro suo arbitrio?! Questo è inammissibile!
La fede non è un dono del cielo; è un atto di adesione personale e libero a Gesù. È un atto nostro ma prima di averla devi conoscere Gesù se no non la puoi dare questa adesione. Naturalmente parlo sempre  della persona  inquieta, della persona che cerca e allora (questa persona) incontra e conosce Gesù e la sua proposta per il genere umano e dice: "questo è ciò che fa per me, Gesù io sto con te, dalla tua parte. Voglio essere dei tuoi, aiutami ad esserlo!". Così abbiamo la fede! Fede è un atto libero, personale, una opzione alla persona di Gesù e al suo programma. Per questo, quelli che non conoscono Gesù, non possono averla.

C'è molta fede nel mondo. In fondo la fede è una risposta ad una rivelazione-chiamata divina, chiamiamola divina, in generale, perché di interpellazioni divine ce ne sono state molte nella storia, evidentemente il popolo giudeo ebbe una rivelazione-chiamata divina cristallizzata nelle sue scritture. Chiaramente la ebbe il popolo semita, quello mussulmano (gli arabi) ebbero una rivelazione-chiamata divina attraverso Maometto e hanno risposto a questa chiamata.
Quindi la fede è una risposta ad una rivelazione-chiamata. La qualità della fede dipende dalla qualità della rivelazione-chiamata, chiaro! Noi crediamo che la rivelazione-chiamata piena, pura, limpida di Dio ci è stata data in Gesù perché Egli è l'unico che ha potuto captare quello che è Dio pienamente, senza nessuna deformazione, senza alcun filtro culturale. Ci furono nell'antico testamento uomini che ebbero delle ispirazioni divine ma erano condizionati da una cultura e nell'esporla (l'ispirazione) la mescolavano con la cultura che avevano e pertanto la deformavano. Per questo bisogna distinguere quale era il punto dove il profeta deformava l'intuizione che aveva avuto.

Così per esempio, troviamo in Isaia, profeta di prima qualità, che "tutti i popoli saliranno a Gerusalemme" per apprendere la legge del Signore. Questo è una cosa buona, quando dice che Dio s'interessa di tutti i popoli del mondo e non solo d'Israele, però che per salvarsi ο conoscere Dio dobbiamo andare a Gerusalemme, qui si è sbagliato.

Questa legge era culturale, nata in un popolo determinato ed in circostanze precise ed era caduca, perché era una legge di un popolo primitivo, perciò qui si sbaglia.Nell'intuizione del profeta c'è un elemento aggiunto che appartiene alla sua cultura pertanto filtra il messaggio che poi non esce tanto limpido come l'aveva ricevuto.

Lo stesso succede con il profeta Ezechiele, al cap. 10, per quanto riguarda la costruzione del futuro tempio; egli scrive dalla Mesopotamia, dall'esilio, il tempio era stato distrutto e scrive  sulla ricostruzione del futuro tempio. Cosa di cui Gesù dice che "non resterà pietra su pietra". Sono illusioni, nient'altro che illusioni.

Un altro profeta parla del messia figlio di David e dice che restaurerà la gloria d'Israele mediante la violenza e la conquista e sottometterà i popoli pagani: il profeta si è sbagliato. Che Dio vuole salvare Israele e il mondo per mezzo del messia è vero, ma che questo messia agisca in questo modo è falso.

Non neghiamo che molte religioni esistenti abbiano ispirazioni ed intuizioni che realmente corrispondano a quello che è Dio, però neppure possiamo negare, come nel caso dei profeti dell'antico testamento, che in queste vi siano molti condizionamenti culturali. Talvolta c'è addirittura nel popolo oppresso un desiderio di rivincita che fa proiettare in Dio quello che non è Dio.
Parlavamo della salvezza: Gesù ha questo titolo che è "il figlio dell'uomo". Il figlio dell’uomo è una espressione semitica che significa individuo umano è un modo di dire l'uomo, un vero uomo ma il figlio dell’uomo con l'articolo (non vado a spiegare tutta la genesi dell'espressione), è il modello d'uomo, è l'uomo nella sua pienezza, è l’uomo Dio ( l' UOMO ). Questo significa figlio dell’uomo. Quindi con l'espressione, figlio dell'uomo, si indica di Gesù  la sua origine umana e con l'espressione, Figliodi Dio, si indica la sua origine divina.
Egli rappresenta il meglio dell'uomo nella sua pienezza e rappresenta quello che è Dio. In lui c'è l'una e l'altra cosa , in lui possiamo conoscere ciò che significa Dio, l'amore di Dio espresso in Gesù e quale è il progetto di Dio sull'uomo dielevarlo cioè fino alla condizione divina. Questo è quel Gesù al quale noi possiamo dare l'adesione.

L'adesione nel Vangelo si esprime in diversi modi.
Essere con Gesù, come dice Marco, significa dare l'adesione piena e incondizionata alla sua persona e al suo messaggio: "io voglio stare con te Signore". Poi vi è un'altra metafora che è: Seguire Gesù che pure si usa e significa mantenere la vicinanza mediante un movimento subordinato al suo, per cui mi mantengo vicino a questa persona ο mi muovo secondo dove egli va. Questo perché si considera Gesù come un pioniere, in quanto apre un cammino e allora noi andiamo dietro lui. È una metafora che indica la sequela, l'adesione a Gesù e la pratica.

La comunità dei liberi
Allora Gesù non fonda una società nuova, desidera porne il fondamento e quindi comincia con il costituire un gruppo di persone dove i principi ed il modo di comportarsi si facciano visibili. Egli non parla solamente di teoria ma vuole che questo nuovo modo di essere società, si incarni già in un gruppo umano perché cominci a vedersi la nuova possibilità.
E quali sono le caratteristiche di una nuova società? 
In primo luogo Gesù pone come condizione indispensabile per tutta la società nuova e lo sviluppo personale dell'uomo, la libertà, parola sacra per la nostra epoca. Se  l'uomo non è libero non può realizzarsi e se non può svilupparsi non può essere né persona né società nuova.
Che significa essere liberi? 
Significa che non c'è nessuno che diriga la mia vita, che io sono il padrone della mia vita, questo è essere liberi. Io non debbo subordinare il mio modo di disporre , di vivere al parere di nessuno. Dico subordinare, perché altra cosa è che io non possa consultarmi, che io non possa accettare consigli, che non possa confrontarmi con altre persone ma nel fondo io sono il responsabile, non solo il padrone, ma il responsabile della mia vita; se non c'è questa libertà non c'è possibilità di crescita, di sviluppo umano. Notiamo anche che ci sono due categorie di libertà: c'è una libertà da e una libertà per.
.."

 

 

Sacramenti e cupidigia di Alberto Maggi 30-04-2016 illibraio.it

“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6). Così disse Pietro allo storpio presso la porta del tempio di Gerusalemme, e l’infermo riprese non solo a camminare, ma addirittura a saltare, lodando Dio (At 3,8). Pietro, fedele all’insegnamento del suo Maestro di non accumulare tesori sulla terra (Mt 6,19), ha comunicato vita a chi la sentiva mancare. Poi i successori di Pietro hanno progressivamente abbandonato l’insegnamento di Gesù tradendolo spudoratamente, e la Chiesa si è trovata non solo a non riuscire a far camminare quanti ne erano impediti, ma, sovraccarica di oro e d’argento, è divenuta un ostacolo per quanti volevano procedere spediti nel cammino del vangelo.

Infatti, già dai primi secoli, dimentichi dei severi moniti di Gesù sulla tentazione della ricchezza (Lc 6,24), i papi, e con loro tutta la gerarchia, hanno fatto la loro tragica scelta. Gesù ha ammonito che “Non potete servire a Dio e mammona” (Lc 16,13). A queste parole tanto chiare e severe, “i farisei, che erano attaccati al denaro, si beffavano di lui” (Lc 16,14). Ma la Chiesa gerarchica non solo ignorò le parole di Gesù, ma fece il contrario, e senza esitare scelse mammona, il denaro, l’interesse, la convenienza, e per arricchirsi usò ogni mezzo, cominciando dalla menzogna. Infatti, con spregiudicatezza costruì un falso documento che ebbe gravi ripercussioni su tutta la cristianità. Con la “Donazione di Costantino”, la Chiesa affermò che l’imperatore aveva donato a Papa Silvestro (+ 335) tutti i domini dell’impero. E la Chiesa, presa dall’ingordigia della ricchezza, si allontanò sempre più dal vangelo: chiamata a servire i poveri si fece servire da questi.

Dimentichi di un Gesù che aveva detto che non era venuto per farsi servire ma per servire (Mt 20,24-28), la Chiesa si trasformò in una struttura di potere: il papa pensò a se stesso come imperatore o re (il papa-re), e ovviamente i cardinali erano principi, i vescovi conti, e per gli umili preti era comunque una notevole promozione sociale ed economica arrivare a essere parroci. Il papa, “Servo dei servi di Dio”, non solo non lavò più i piedi degli uomini, come aveva espressamente richiesto Gesù (Gv 13,14), ma se li fece baciare, e per secoli quanti da lui erano ricevuti lo facevano “Umilmente prostrati al bacio della sacra pantofola”. E pensare che Gesù aveva detto: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cintura, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali…” (Mt 10,9).

Naturalmente nella Chiesa, quella che mai ha abbandonato il vangelo, si sono levate voci di denuncia, ma il potere della gerarchia era talmente forte da riuscire a neutralizzarle. Così finirono nel dimenticatoio parole di fuoco come quelle scritte da Antonio di Padova contro la corruzione del clero: “I sacerdoti, anzi, per meglio dire, i mercanti, tendono la rete della loro avarizia per ammassare denaro. Celebrano la messa per denaro, e se non fossero sicuri di ricevere i soldi, certamente non celebrerebbero la messa; e così il sacramento della salvezza lo fanno diventare strumento di cupidigia” (Sermone V Dom. Pentecoste 2,15). Ma che fossero parole al vento se ne rendeva conto lo stesso Antonio affermando che i prelati “anche se ascoltano una predica, non capiscono. Predicare ai chierici e parlare ai cretini: quale utilità in entrambi i casi, se non chiasso e fatica?” (Serm. X Dom. Pent. 1,9). "

 
Il potere religioso. Il più pericoloso di tutti. source: “Dio ha messo l’eterno nel cuore dell’uomo”, Alberto Maggi, studibiblici.it

"Gli altri poteri -anche il più crudeli- comandano in nome di un uomo, e da un uomo ci si può sempre difendere, fuggire… . Il potere religioso domina in nome di Dio: – mai si comanda sentendosi tanto a posto con la coscienza come quando si comanda in nome di Dio… – mai si chiedono tanto facilmente sacrifici come quando si chiedono in nome di Dio, – mai si uccide con tanto gusto come quando si uccide in nome di Dio… Gesù – continuando nella linea dei profeti- denuncia il colpo di stato perpetrato dagli uomini della religione: hanno scalzato il Dio creatore e liberatore, ed al suo posto hanno intronizzato un Dio legislatore. Al Dio che crea e che continuamente comunica Vita all’uomo, – e la libertà è condizione indispensabile di questa Vita- hanno sostituito un Dio legislatore, terribile nelle sue ire, che chiede la morte per chi osa trasgredire le sue leggi

Esd. 7,25Quanto a te, Esdra, secondo la sapienza del tuo Dio, che tu possiedi, stabilisci magistrati e giudici che giudichino tutto il popolo dell'Oltrefiume, cioè tutti coloro che conoscono le leggi del tuo Dio, e voi dovrete istruire chi non le conosce. 26Contro chiunque non osserverà la legge del tuo Dio e la legge del re, si faccia con sollecitudine un processo e lo si punisca con la morte o una pena corporale o un'ammenda in denaro o il carcere».

Al Dio che libera il popolo oppresso in Egitto hanno sostituito un Dio mille volte più duro del Faraone nelle sue pretese .

Es. 32, 25Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne oggetto di derisione per i loro avversari. 26Mosè si pose alla porta dell'accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!». Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. 27Disse loro: «Dice il Signore, il Dio d'Israele: «Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell'accampamento da una porta all'altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino»». 28I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. 29Allora Mosè disse: «Ricevete oggi l'investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi egli vi accordasse benedizione».

Dalla schiavitù dell’Egitto alla schiavitù della Legge. E sono riusciti a far credere che tutto questo è giusto, che viene da Dio, e che quindi per l’uomo è un bene stare sottomesso, che bisogna obbedire al Sommo Sacerdote, perchè disubbidire a lui significa disubbidire a Dio stesso…



Gesù, figlio di quel Dio che da sempre libera l’uomo dalle catene (Es.3,8), fa evadere l’uomo dalla prigione della religione:
Ez 34, 1 Mi fu rivolta questa parola del Signore: 2«Figlio dell'uomo, profetizza contro i pastori d'Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d'Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? 3Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. 4Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza...
27
“Sapranno che io sono il Signore, quando avrò spezzato le spranghe del loro giogo
[ così era chiamata la Legge religiosa della Tradizione ebraica ]
e //
li avrò liberati dalle mani di coloro che li tiranneggiano”
i capi religiosi

Vero pastore d’Israele, Gesù difende con la vita il suo gregge dall’assalto delle bestie feroci e lo mette in guardia dai “lupi travestiti da agnelli” (Mt.7,15): le autorità religiose, che vengono “solo per rubare, uccidere, distruggere!” (Cfr. Gv. 10,10). Queste autorità sono riuscite a far credere al popolo che il Sommo Sacerdote rappresenta Dio sulla terra, ed è l’interprete della sua volontà. Nulla di più falso -denuncia il vangelo-: proprio il Sommo Sacerdote, appellandosi alla Legge di Dio, chiederà ed otterrà la pena di morte per il Figlio di Dio. (Mt.26,63-66).

I Teologi (scribi) hanno l’autorizzazione da Dio per insegnare in nome suo? Ebbene, dice Gesù, non ascoltateli [ ironicamente dice : fate pure quello che vi dicono , se volete ] ma non imitateli [ non fate come loro ]: insegnano dottrine che non sono altro che precetti che essi stessi si sono inventati. La parola di Dio l’hanno abbandonata e l’hanno sostituita con le proprie povere idee!…(Mt. 15,1ss.). Pretendono guidare il popolo, ma sono ciechi: chi li segue non solo non compie la volontà di Dio, ma finisce nella rovina con loro (Mt.15,14;Mc.7,8-13). Ambiziosi, arrivisti, ipocriti, sudicioni, pazzi ed assassini…gente pericolosa di cui è meglio non fidarsi… (Mt. 15,1ss; 23,1ss). "


Puro e impuro [ Da una conferenza di A. Maggi Le beatitudini-www.studibiblici.it Trascrizione non verificata dall'autore.]

La religione è l'insieme di credenze, atteggiamenti, desideri, aspirazioni dell'uomo, rivolte alla divinità per ottenerne la sua benevolenza. Nel Nuovo Testamento il termine religione compare una sola volta in tutto, e riguarda la religione ebraica : “Essi avevano contro di lui certe questioni intorno alla propria religione”, At 25,19. Mentre per religione si intende quel che l’uomo deve fare per Dio, con fede [nella rivelazione divina che è Gesù n.d.r.], si intende ciò che Dio fa per l’uomo. Mentre nella religione l’uomo vive orientato verso Dio, traguardo ultimo della sua esistenza, nella fede l’uomo vive di Dio, e, con Dio e come Dio, è rivolto agli altri uomini.

Nella religione Dio assorbe l’uomo, separandolo dagli altri.
Nella fede Dio potenzia la vita dell’uomo spingendolo sempre più verso gli altri.
La religione si basa su precetti, osservanze, riti, sacrifici.
La fede, che nasce dall’accoglienza dell’amore crescente del Padre, si manifesta attraverso gesti che comunicano vita. Nella religione è l’uomo che offre a Dio.

La fede nella rivelazione divina è l'accoglienza di ciò che Dio fa per l'uomo per portarle a compimento definitivo il suo essere e si manifesta nella carità che realizza il bene degli altri con gesti che comunicano vita. Cambia radicalmente il rapporto uomo-Dio.

Mentre fede è accogliere la vita che Dio comunica e che in maniera graduale, ma progressiva e crescente, sviluppa l'uomo, potenziando tutte le componenti della sua vita, la religione, con le sue norme, precetti, divieti, soffoca la vita dell’uomo, frena la sua affettività e inibisce la sua sessualità
.

Quelle realtà, che sviluppate armonicamente portano alla maturità l’individuo, vengono viste con sospetto dalla religione. Reprimendo gli stimoli vitali dell’uomo, la religione lo deforma e lo fa ammalare, giungendo a fargli credere che è bene quel che invece è male e che è male quel che invece è bene (Is 5,0 Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro. 21 Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti.). Infatti, nella religione, parole come “piacere”, “gusto”, “godimento”, “soddisfazione” sono viste con sospetto, considerate parenti strette del peccato o di quel che è peccaminoso, e comunque incompatibili con il nome di Dio, un Dio al quale più si confanno termini quali “sofferenza”, mortificazione”, “dolore”, “penitenza”.

Nella religione tutto quel che ha a che fare con la vita è posto sotto la cappa dell’impurità, ovvero dell’esclusione da Dio. La legislazione del puro e dell’impuro, contenuta nel Libro del Levitico (Lv 11-12.15), toccando gli aspetti vitali dell'esistenza, quali la nascita, il sesso, l’alimentazione e la morte, faceva sì che di fatto l'uomo si sentisse continuamente in una condizione di impurità che lo rendeva indegno e bisognoso di ricorrere a sacrifici rituali per ottenere un certificato di purità legale di effimera durata. Di fronte all’inaccessibile santità di Dio, l'uomo finiva per considerarsi una nullità (“l’uomo, che è un verme, l’essere umano, che è una larva”, Gb 25,6), per non parlare della condizione della donna: le mestruazioni la rendevano impura per sette giorni durante i quali non poteva avere alcun contatto (Lv 15,19), ma anche il normale rapporto coniugale la rendeva impura“La donna e l’uomo che abbiano avuto un rapporto con emissione seminale si laveranno nell’acqua e resteranno impuri fino alla sera” (Lv 15,18). Doveva essere un vero dilemma per il pio israelita obbedire al comando divino “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 9,7) e rimanere puro di fronte a Dio.

Gesù spazza via tutto ciò: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro” (Mc 7,15), e, commenta l’evangelista: “Così rendeva puri tutti gli alimenti” (Mc 7,19), smentendo, di fatto, quanto contenuto nel Libro del Levitico. Con Gesù il peccato è in relazione non più a una legge divina, ma al bene dell’uomo. “Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17). Il richiamo esplicito di Giovanni è al cambiamento di alleanza profetizzato già dai profeti Geremia (Ger 31,31) e Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26). Non è la trasgressione di un precetto quel che pregiudica la relazione con Dio, ma il comportamento nocivo nei confronti dell’altro: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: prostituzioni, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7,20- 22).

Il Dio di Gesù è un Dio-Amore (1 Gv 4,8), e l’amore non può esprimersi attraverso delle leggi, ma solo attraverso comunicazioni vitali. Nessuna legge, infatti, per quanto divina, potrà mai formulare l’amore di Dio, mentre ogni gesto d’amore, anche il più umano, è un riflesso dell’amore divino. È l'amore che crea e comunica vita. La Legge non può farlo (“la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione ( compimento)”, Eb 7,19). Mentre l'amore è una realtà interiore all'uomo, la Legge sarà sempre un codice di comportamento esterno. Mentre la Legge è “uguale per tutti”, lo Spirito agisce in ognuno in maniera differente, facendo fiorire in ogni persona le sue personali esclusive caratteristiche. Questo nuovo rapporto che Gesù è venuto a proporre con il Padre non può rientrare nei parametri della religione, ma può venire espresso pienamente dalla fede . Nella relazione con il Padre proposta da Gesù non hanno più alcun valore regole e prescrizioni religiose. Il nuovo rapporto con il Signore si basa su un dinamismo di crescita vitale mediante il quale l’amore ricevuto si trasforma in amore comunicato

. L’accoglienza dell’amore del Padre e la sua traduzione in gesti concreti che aiutano la vita dell’altro, collaborando alla sua felicità, consentono lo sviluppo e la crescita armonica dell’individuo. Più l’uomo si apre a questa ricezione d’amore e la comunica, più consente al Padre di trasmettergli ancora più grandi energie d’amore. “A chi ha sarà dato” (Mc 4,25), assicura Gesù.La comunicazione vitale da parte del Padre è illimitata (“Senza misura egli dà lo Spirito”, Gv 3,34), e condizionata solo dalla capacità di ricezione da parte dell’uomo. Da Dio può venire solo quel che potenzia la vita, e non quel che la inibisce, e tutto quel che non viene dal Dio della vita non aiuta l'uomo. Lo mutila.

Lo diminuisce. L’accoglienza del messaggio di Gesù, formulato attraverso parole che “sono spirito e sono vita” (Gv 6,63), è capace di liberare e alimentare tutte le energie vitali che l'individuo ha già dentro di sé, conducendolo in maniera progressiva e continua verso la pienezza della propria vita. Questo processo di crescita non si arresta neanche di fronte alla morte, che, anziché essere fattore distruttivo, permette all'uomo di sprigionare tutta la potenza di energia vitale in lui racchiusa, come viene espresso attraverso l'immagine del chicco di grano che solo attraverso la morte libera tutte le sue potenzialità e “produce molto frutto” (Gv 12,24) Questa crescita è l'unico criterio che dà all'individuo la certezza interiore di essere sulla strada desiderata da Dio: “Chi vuol fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso” (Gv 7,17). Pertanto tutto quel che ha vita, ed è espressione di vita, procede da Dio. Tutto quel che non ha vita, e non è vita, non procede da Dio.

La risposta agli stimoli vitali, lo sprigionamento di tutte quelle capacità e risorse che fanno fiorire la vita, conducono l’uomo alla luce, quella che illumina la sua esistenza (“la vita era la luce degli uomini”, Gv 1,4). Per questo le pratiche ascetiche tipiche della religione, quali penitenze, sacrifici, rinunzie, mortificazioni, sono assenti nel linguaggio di Gesù e nel vocabolario degli evangelisti. In tutto il messaggio di Gesù contenuto nei vangeli e nel resto del Nuovo Testamento c'è l'invito a vivificare la propria esistenza (Rm 8,11), e mai a mortificarla. L'unica volta in cui in tutto il NT appare il verbo mortificare [gr. nekroô: far morire] esso è usato non per soffocare impulsi vitali ma, al contrario, per estirpare fattori di morte: “Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria” (Col 3,5).

Questo cambio di relazione tra Dio e gli uomini, realizzato e portato a compimento da Gesù, era già stato annunciato dai profeti: “Voglio l’amore non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). E Gesù dimostra che la comunione con Dio non si raggiunge attraverso l'osservanza di leggi e di riti (Rm 3,20), ma mediante l'assomiglianza al suo amore liberante e creativo. Per questo Gesù, a differenza dell’antica legge, non chiede mai di obbedire a Dio, ma di assomigliare al Padre (“Siate figli del Padre vostro…”, Mt 6,45). Nella religione l’uomo è chiamato alla santità (“Siate santi, perché io sono santo”, Lv 11,44). Gesù non invita mai a essere santi, ma a essere “compassionevoli come il Padre” (Lc 6,36). La santità si basava sull’osservanza rigorosa e minuziosa di regole e precetti; la compassione sulla pratica di un amore che non esclude nessuno. Per questo, mentre la santità non è per tutti, essere misericordiosi è possibile a chiunque. La santità esige di superare se stessi per spiritualizzarsi; la compassione chiede essere se stessi umanizzandosi. La santità separa dagli altri uomini, la compassione avvicina. La santità è lontana e illusoria tanto quanto è grande l’ambizione. La compassione è possibile e immediata tanto quanto il cuore è generoso.

L’impossibilità di conseguire la santità genera frustrazioni e amarezza. La possibilità immediata di essere compassionevoli innesca nell’individuo un processo di pienezza di vita. Gesù è venuto a liberare l’uomo da tutte quelle regole, proibizioni, tipiche della religione, come ha ben compreso l’apostolo Paolo: “Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste ancora nel mondo, lasciarvi imporre precetti quali: «Non prendere, non gustare, non toccare»? Sono tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti di uomini, che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne” (Col 2,20-23). Gesù desacralizza il divino per sacralizzare l’uomo. L’unico sacro per Gesù è l’uomo, il solo che possa ricevere lo Spirito del Padre.


Malattie e liberazione studibilici.it

Gesù inizia la sua attività liberando e guarendo le persone sottomesse all’istituzione religiosa, come descrive l’evangelista Matteo: “E percorreva l'intera Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e proclamando la buona notizia del Regno e guarendo ogni malattia e infermità nel popolo” (Mt 4,23). L'evangelista segnala una presa di distanza dalle istituzioni religiose giudaiche (loro sinagoghe), dove Gesù va non per partecipare al culto, ma per insegnare, liberando così il popolo da quelle false  immagini di Dio inculcate dall'insegnamento tradizionale. Una di queste immagini era che le malattie fossero conseguenza diretta del peccato: “Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico” (Sir 38,15).

Nel vangelo di Giovanni si legge che, quando i discepoli vedono “un uomo cieco dalla nascita”, chiedono a Gesù se “ha peccato lui o i suoi genitori perché sia nato cieco” (Gv 9,1-3). La cecità non era considerata un'infermità come le altre ma, impedendo lo studio della Legge, era ritenuta una maledizione divina. Nella Bibbia si legge che “Bene e male, vita e morte, povertà e ricchezza provengono dal Signore” (Sir 11,14), un Signore che definisce se stesso con queste parole: “Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo” (Is 45,7), e assicura che non “avviene nella città una disgrazia che non sia causata dal Signore” (Am 3,6).

La credenza, contenuta nell'Antico Testamento, che sia Dio l'autore delle sciagure che si abbattono sull'umanità, lascia all'uomo solo la possibilità di accettare rassegnato quel che il Signore gli manda, sperando che non calchi troppo la mano: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?”, replica Giobbe alla moglie che lo rimprovera per aver benedetto il Signore per tutte le disgrazie piovutegli addosso (“il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”, Gb 1,21.2,10). La convinzione che mali e malattie siano un castigo inviato da Dio per le colpe degli uomini, è così radicata all'epoca di Gesù che, quando un ebreo incontra una persona con qualche grave handicap, benedice il Signore autore del meritato castigo: “Chi vede un mutilato, un cieco, un lebbroso, uno zoppo, dica: Benedetto il giudice giusto” (Ber. 58b).

Ma se la malattia è sempre in relazione al peccato dell'uomo, come poteva spiegarsi la sofferenza dei bambini, indubbiamente innocenti? Per i rabbini, la soluzione era molto semplice: i piccoli sono il capro espiatorio delle colpe degli adulti, come insegnano Bibbia e Talmud che presentano un “Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Es 20,5); “Quando in una generazione vi sono dei giusti, i giusti sono puniti per i peccati di quella generazione. Se non vi sono giusti, allora i bambini soffrono per il male dell'epoca” (Shab. 33b). Gesù con il suo insegnamento e la sua attività smentisce questa falsa immagine di Dio.
Dio è colui che libera dalle malattie (“Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità”, Sal 103,3), e non colui che le invia. Questa opera di liberazione è il contenuto della “buona notizia” (gr. euanghelion, vangelo, Mt 9,35; 24,14; 26,13).   La buona notizia è quella del Regno, cioè dell'attività di Dio come re nei confronti dei suoi, che verrà formulata da Matteo nel discorso sul monte (Mt 5) ed espressa nelle azioni compiute dal Cristo. La regalità del Signore non consiste nel dominare i suoi, ma nel servirli (Mt 20,28); Dio non sottomette, ma libera. L’attività di Gesù, il “Dio con noi” (Mt 1,23), consisterà nell'eliminazione di quelle infermità che sono nel popolo, cioè quegli  impedimenti dai quali devono essere liberati per poter seguire il Cristo. La fama di Gesù si estende al di là dei confini della Galilea, e raggiunge la terra pagana: “Giunse la sua fama per tutta la Siria e conducevano a lui quanti avevano male e tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, lunatici e paralitici; ed egli li guarì” (Mt 4,24). Inizia già a delinearsi un regno i cui confini non sono limitati a Israele, ma estesi a tutta l'umanità: anche i pagani sono i beneficiari dell'azione risanante di Gesù. Il regno di Dio è l’estensione universale dell’amore di Dio dal quale nessuno può essere escluso. Gesù non chiede agli infermi di accettare la loro malattia come espressione della volontà divina, o di offrire a Dio le proprie sofferenze per salvare l’umanità peccatrice. Neanche afferma che queste sofferenze siano state loro inviate da Dio, come croce da portare per tutta la loro esistenza. No. Gesù semplicemente guarisce. Gesù non elabora una teologia del male o una spiritualità della sofferenza. Lui non dà spiegazioni, agisce. Non teorizza, lui risana. Là dove c’è morte lui comunica Vita, dove c’è debolezza lui trasmette forza, dove c’è disperazione infonde coraggio. L’azione di Gesù non è solo una risposta alle domande di aiuto (“Se vuoi, puoi purificarmi!”, Mc 1,40). Gesù precede le richieste degli infermi, risuscitando la speranza in chi aveva perduto ormai ogni illusione: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6). Gli evangelisti non intendono certo presentare ingenuamente il Cristo come una specie di pronto-soccorso ambulante risolutore di tutte le infermità del popolo. Gli autori dei Vangeli non redigono una cronaca, ma una teologia, non sono interessati alla storia, ma alla fede , non intendono narrare dei fatti ma comunicare delle verità.
Gli evangelisti denunciano lo stato di prostrazione del popolo causato dal dominio della casta religiosa al potere. L’istituzione religiosa fa ammalare le persone privando l’uomo di libertà e di iniziativa, impedendo la sua maturità. Il popolo non può permettersi di avere autonomia di pensiero e di condotta (“Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!”, Gv 7,49). Inoltre, per mantenere il popolo sempre sottomesso e docile ai suoi voleri, l’istituzione religiosa deturpa il volto di Dio, presentandolo come uno spietato tiranno di cui occorre aver paura, un Dio nel nome del quale è possibile togliere la vita, arrivando a uccidere persino quelli del proprio sangue, per lavare l’offesa alla divinità, come ordinò Mosè dopo il tradimento del vitello d’oro: “Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne oggetto di derisione per i loro avversari. Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!». Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Disse loro: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: “Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino”». I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. Allora Mosè disse: «Ricevete oggi l’investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi egli vi accordasse benedizione» (Es 32,25-29). È la paura di Dio causata dalla religione la causa principale delle malattie da cui Gesù guarisce. Gli evangelisti non intendono infatti presentare un elenco di patologie mediche, ma, adoperando il linguaggio dei profeti, usano le infermità corporali per indicare quelle ancora più gravi che appartengono allo spirito (“Fa’ uscire il popolo cieco, che pure ha occhi, i sordi, che pure hanno orecchi” (Is 43,8); “Ascolta, popolo stolto e privo di senno, che ha occhi ma non vede, ha orecchi ma non ode” (Ger 5,20). Gesù non è pericoloso per aver ridato la vista a un cieco, ma per avere aperto gli occhi al popolo (Gv 9). La buona notizia del Regno è per questo strettamente collegata alla guarigione di ogni malattia e infermità: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, proclamando la buona notizia del Regno e guarendo ogni sorta di malattia e infermità...” (Mt 9,35). C’è una stretta relazione tra il contenuto della buona notizia (Dio è amore) e la salute degli uomini. E se la guarigione è opera della buona notizia, le cause dell’infermità del popolo vanno ricercate in una dottrina che si contrabbandava come volontà divina, quando era soltanto invenzione umana per dominare e sottomettere il popolo (“Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”, Is 29,13; Mt 15,9; Mc 7,6). L’azione di Gesù nasce dalla sua compassione. Questa non è un sentimento, ma un’azione esclusiva di Dio con la quale il Signore comunica vita a chi non l’ha: “vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e scoraggiate, come pecore che non hanno pastore...” (Mt 9,36).

Nel suo operato Gesù constata la situazione drammatica in cui giace il popolo. Mentre Mosè aveva stabilito che ci fosse sempre un uomo valido affinché “la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (Nm 27,17; Zc 10,2), ora nessuno si prende cura di questo popolo che, mancando di un orientamento, sta perdendo progressivamente le forze. In realtà non è che mancassero i pastori: è che questi curavano solo il loro interesse, a scapito di quello del popolo del quale erano chiamati a prendersi cura, come aveva denunciato il Signore tramite il profeta Ezechiele: “Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate” (Ez 34,2-5).

Vista la carenza di pastori e lo sbandamento delle pecore, ci si aspetterebbe che la preghiera di Gesù fosse perché il Signore inviasse pastori per il suo gregge. Invece Gesù parla di operai: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” (Mt 9,37-38). Gesù ha invitato i discepoli a seguirlo per essere “pescatori d’uomini” (Mt 4,20; Mc 1,17; Lc 5,10) e non pastori. L'unico pastore del gregge è il Signore (Gv 10,11), che ha bisogno di collaboratori, di operai, ma non di altri pastori. Al contrario dei rappresentanti dell’istituzione religiosa, che si sono appropriati del gregge per soddisfare la propria ambizione di potere, i discepoli sono invitati a riconoscere che l’unico Signore del gregge e della messe è Dio (Ez 34,31), e il loro ruolo, in quanto operai, è solo di collaboratori, che Gesù invia, dando “loro il potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità” (Mt 10,1).

Gesù non incarica i discepoli di insegnare dottrine, ma di trasmettere una forza vitale capace di liberare e di guarire. Infatti, mediante l’annuncio del messaggio del Regno i discepoli potranno liberare gli uomini da tutto ciò che domina (“spirito impuro”) e limita la loro vita (“malattie e infermità”). L'attività dei dodici sarà un prolungamento di quella di Gesù (Mt 9,35) venuto perché gli uomini “abbiano vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10), e un’ estensione dell’azione creatrice del Padre, autore e “amante della vita” (Sap 11,26).   Gesù ha curato gli infermi (Mt 8,16; 9,35), risuscitato la figlia di uno dei capi (Mt 9,18-26), purificato il lebbroso (Mt 8,2- 4) e cacciato i demòni (Mt 9,32). I discepoli sono invitati a continuare l’attività di Gesù nel presente: “Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Gli infermi guarite, i morti risuscitate, i lebbrosi purificate, i demòni scacciate” (Mt 10,7-8).

Lo stesso Dio? studibilici.it

La paura Il compito al quale Gesù affianca ora i suoi discepoli è quello di presentare un Dio diverso da quello imposto dall’istituzione religiosa. Nella religione viene imposto un Dio che incute paura. Nella fede [nella rivelazione divina che è Gesù n.d.r.] viene offerto un Dio che toglie e libera da ogni paura (1 Gv 4,18).
Perché il Dio della religione incute paura, perché i suoi castighi sono terrificanti? Perché Gesù presenta Dio come un Padre che ama i suoi figli indipendentemente dal loro comportamento? Perché il Dio della religione castiga severamente i malvagi e il Padre di Gesù avvolge anche questi con il suo amore (“Sarete figli dell’altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”, Lc 6,35)?

Dio è sempre stato lo stesso, non è cambiato. È solo cambiato il modo (e l’interesse) di farlo conoscere. Chi con il suo insegnamento non intende comunicare vita, (la gloria di chi l’ha inviato), ma ricerca solo la propria gloria, piegherà e falsificherà Dio per i propri scopi. “Chi parla da se stesso cerca la propria gloria. Ma chi cerca la gloria di colui che l’ha inviato, è veritiero e in lui non c’è ingiustizia” (Gv 7,18). Coloro che cercano il proprio prestigio o la propria gloria, non parlano in nome di Dio, ma di se stessi, e prima o poi giungono a sacrificare l’uomo al proprio interesse. Quanti intendono dominare il popolo hanno bisogno di presentare un Dio dominatore, e spacciare per Legge di Dio quelle che sono le loro misere idee e pretese (“Annullando la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi”, Mt 7,13).

Il Dio presentato dalle autorità religiose è una divinità che è stata manipolata e piegata agli interessi della casta sacerdotale.È una divinità che legittima il loro dominio sul popolo, una divinità nemica dell’uomo, un dio malefico che accetterà come culto la sofferenza e il sacrificio degli uomini: “chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” (Gv 16,2). Criterio fondamentale per discernere quanti cercano la propria gloria e quella del Signore, è che i primi si rifanno alla Legge di Dio e i secondi all’amore del Padre. Mentre è possibile manipolare e falsificare la Legge per i propri interessi, l’amore no: se viene manipolato e falsificato non è più amore, e anziché trasmettere vita è sterile e non comunica nulla. I capi religiosi in nome della Legge di Dio dominano il popolo. Gesù in nome dell’amore del Padre si mette a servizio del suo popolo.

Gesù che cerca non il suo onore ma l’onore del Padre, non la propria gloria ma quella di chi l’ha inviato, è in piena sintonia con l’azione creatrice di Dio, per questo ogni sua parola trasmette la ricchezza di vita che contiene, e non è un semplice suono vuoto (“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna”, 1 Cor 13,1). Il Dio dell’istituzione religiosa era una divinità estremamente esigente, di fronte alla quale nessuno poteva osare presentarsi“a mani vuote” (Es 34,20; Dt 16,16), un Dio avido che pretendeva il frutto del lavoro degli uomini (“Ogni decima della terra, cioè delle granaglie del suolo e dei frutti degli alberi, appartiene al Signore: è cosa consacrata al Signore”, Lv 27,30) e ogni sorta di offerte per il suo culto (Ez 46,13-17).

Per imporre i loro ordinamenti come legislazione divina, i capi religiosi avevano dovuto presentare l’immagine di un Dio pronto a castigare in maniera severa chiunque avesse trasgredito anche un minimo precetto. Nel capitolo 28 del Libro del Deuteronomio viene elencata una cinquantina di maledizioni che si abbatteranno sui trasgressori delle leggi sacerdotali spacciate come volontà divina (“Ma se non obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, se non  cercherai di eseguire tutti i suoi comandi e tutte le sue leggi che oggi io ti prescrivo, verranno su di te e ti colpiranno tutte queste maledizioni”, Dt 28,15).

L’elenco delle maledizioni divine è agghiacciante e contiene di tutto (“il Signore ti colpirà con la consunzione, con la febbre, con l’infiammazione, con l’arsura, con la siccità, con il carbonchio e con la ruggine, che ti perseguiteranno finché tu non sia perito… Il Signore ti colpirà con le ulcere d’Egitto, con bubboni, scabbia e pruriti, da cui non potrai guarire. Il Signore ti colpirà di delirio, di cecità e di pazzia… Diventerai pazzo per ciò che i tuoi occhi dovranno vedere. Il Signore ti colpirà alle ginocchia e alle cosce con un’ulcera maligna, dalla quale non potrai guarire. Ti colpirà dalla pianta dei piedi alla sommità del
capo”, Dt 28,22.27-28.34-35).

Il Signore appare come un Dio crudele, spietato, non solo insensibile alle sofferenze che infligge, ma che in queste ci prende gusto: “il Signore gioirà a vostro riguardo nel farvi perire e distruggervi” (Dt 28,63). Ma se la paura di Dio è un efficace strumento in mano ai capi religiosi per dominare e sottomettere il popolo, la paura impedisce la crescita delle persone, che restano paralizzate dall’idea di poter sbagliare e meritarsi castighi così terribili. Chi vive nella paura o nel timore di Dio non scoprirà né sperimenterà mai l’amore del Padre, il Dio che è amore: “Nell’amore non c’è timore, al contrario, l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4,18).

Una vita inutile L’effetto devastante della paura di Dio sulle persone è efficacemente tratteggiato da Gesù nelle parabole dei talenti di Matteo (Mt 25,14-30) e delle monete d’oro di Luca (Lc 19,11-27). In queste parabole l’immagine di Dio viene presentata sotto la figura di un uomo facoltoso, straordinariamente generoso, che, prima di partire per un viaggio, consegna ai propri funzionari i suoi beni, donando a ognuno secondo le sue capacità, a chi cinque, a chi due e a chi un talento (colui che ha ricevuto un solo talento non ha ricevuto poco, in quanto un talento equivaleva a circa 26-36 chilogrammi di oro, e corrispondeva all'incirca a seimila denari, cioè a venti anni di salario di un operaio (Mt 18,14).

L'uomo pertanto affida ai suoi funzionari una grande fortuna fidandosi solo delle loro capacità, senza pretendere in cambio alcuna garanzia. “Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a trafficarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Ma colui invece che aveva ricevuto uno, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone” (Mt 25,16-18). Chi ha ricevuto cinque talenti, li investe subito, trafficando fino ad arrivare a guadagnarne altre cinque. Il primo funzionario trasforma la somma che gli era stata consegnata, guadagnando la stessa quantità di denaro ricevuta. Così agisce anche colui che ha ricevuto due talenti. Coloro che fanno della propria vita un dono d’amore, impiegando tutte le proprie capacità a favore degli altri, sperimentano la verità delle parole di Gesù: darsi non significa perdere, ma guadagnare. A differenza dei primi due, il terzo funzionario invece seppellisce il talento, perché non lo ritiene suo, ma del suo padrone.
Nella parabola Gesù mette in evidenza che questo terzo individuo si mostra già come un essere infelice: non crede alla generosità del padrone, non crede a se stesso come destinatario del dono, non sa che farsene con quello che ha ricevuto. Ha in mano una vera ricchezza, ha la possibilità di diventare ricco, ma non è in grado di capirlo, non sa cogliere l’occasione. Il fatto di seppellire il talento ricorda la morte con i suoi rituali. Il dramma di questo servo è quello di non aver saputo appropriarsi della sua Vita, di ciò che essa comporta: il bene che riceve lo mette sotto terra, seppellendo con il talento anche se stesso. Quando il padrone di quei funzionari ritorna, non solo non pretende indietro quanto aveva loro donato, ma li chiama a far parte di tutti i suoi beni (“ti stabilirò su molto; entra nella gioia del tuo signore”, Mt 25,21), mostrandosi così incredibilmente ed sageratamente generoso. Entrare nella gioia del signore significa che è finita la distinzione tra dipendenti e padroni, non ci sono più servi e padroni ma ora, tutti, sono signori. L’azione del padrone non è tesa al proprio interesse e guadagno, ma a quello dei suoi funzionari, con i quali vuole condividere tutto quel che è e che ha. Per due volte il padrone, di fronte a ciò che hanno fatto i suoi dipendenti dichiara “bene!”, gustandosi quello che è stato realizzato, come nel racconto della creazione, dove Dio ammira la sua opera (Gen 1,4. 10. 12. 18. 21.25.31).

Gesù vuole far comprendere con queste parole quali sono gli effetti dell’azione divina in chi si fida completamente del Signore. Ma c’è una sorpresa: “Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso” (Mt 25,24). Il terzo funzionario non si rivolge al padrone come gli altri due; egli non dice: “ecco (io) ho guadagnato cinque/due talenti…” (Mt 25,20.22), ma “so che tu…”, affermando di conoscerlo molto bene, ed è l’unico a dare una motivazione del suo operato. La differenza di vedute tra i primi due funzionari e il terzo, spinge a domandarsi se essi stiano trattando con lo stesso padrone. Mentre i primi due confidano nella generosità del loro padrone, il terzo ne teme la spietatezza. Quest'ultimo funzionario ha un'immagine diversa e distorta del padrone, lo ritiene una persona avida e crudele, che miete e raccoglie dove non ha né seminato né sparso.

La falsa immagine che il funzionario ha del suo padrone, la paura nei suoi confronti, il timore di qualunque tipo di rischio, lo portano a seppellire quel che aveva ricevuto: “per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco hai il tuo” (Mt 25,25). L'uomo prende tutte le precauzioni del caso. La sua paura è coerente con la visione che egli ha del padrone. Questo funzionario è incapace di comprendere l’identità di un padrone che è pronto a condividere tutti i suoi averi con i suoi dipendenti. Lui pensa di conoscere il suo padrone, ma sbaglia di grosso, invece gli altri due dimostrano un atteggiamento diverso: costoro credono nella generosità del loro signore, e ciò li renderà felici. Secondo il diritto rabbinico, chi sotterrava il denaro che gli era stato affidato, non era tenuto alla restituzione o al risarcimento in caso di furto (B.M. 42a).
Il terzo funzionario ha voluto cautelarsi, e potersi così difendere in caso di rimprovero: la sua vitaè regolata dalle leggi. Attenersi scrupolosamente alle regole gli dona sicurezza. Questo mesto individuo non ha perduto quanto gli era stato consegnato, e lo restituisce integro, ma senza frutti. Come la sua Vita. L'insegnamento della parabola è che una falsa immagine di Dio può bloccare il processo di crescita della persona, che, per paura di commettere errori (peccati), non rischia, e quindi non fa fruttificare i doni ricevuti. Questa persona vivrà sempre nel timore di sbagliare, per questo reprimerà le proprie pulsioni vitali, innescando devastanti meccanismi di repressione che bloccheranno in maniera definitiva il suo sviluppo e ne condizioneranno la psiche.
Chiamato a essere uomo adulto (Mt 19,21), colui che vive nel timore di Dio rimarrà in uno stadio infantile, sempre bisognoso di un “padre” autorevole che gli comandi cosa fare e come fare, e al quale sottomettersi. Questa obbedienza alle autorità religiose sarà la sicurezza vitale per questo tipo di persone, che vedrà ogni proposta di libertà come un attentato alla propria pace. Mentre i primi due funzionari parlano del talento ricevuto come di una cosa propria (“mi hai consegnato…ho guadagnato”), il terzo non l’ha mai considerato come proprio; ciò è sottolineato per ben due volte dalla ripetizione del pronome (“tuo talento…”). “Ma il suo padrone gli disse: servo maligno e pigro, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso? Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, io avrei ritirato il mio con l'interesse” (Mt 25,26-27).

Il padrone rimprovera questo suo dipendente chiamandolo “maligno e pigro”: è stata la sua paura di sbagliare a paralizzare la sua crescita. Ma nel ripetere la descrizione fornita dal funzionario, il padrone la formula in tono interrogativo, poiché egli non si riconosce in quell'immagine negativa, e nella sua domanda il padrone omette l’espressione “uomo duro”. Il padrone rimprovera il servo perché, a maggior ragione, sapendo di avere a che fare con un padrone avido, avrebbe dovuto far fruttare il talento ricevuto, portandolo dai banchieri. Ma il rischio, anche quando è minimo, non rientra nello schema mentale di chi ha paura di sbagliare e di poter essere poi rimproverato.

La sentenza del padrone è sorprendente: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti”(Mt 25,28). Il funzionario non viene punito perché ha fatto qualcosa di
male, ma perché non ha fatto nulla. Perché lasciare al servo un dono che non solo non ha impiegato ma che l’ha gettato nell’angoscia? Questo individuo è “maligno e pigro” perché si è seppellito egli stesso con il talento. Ha vissuto nel terrore nonostante il dono ricevuto. Meglio togliergli quel dono che per lui è diventato così gravoso e fonte di angoscia.

La motivazione del padrone è “perché a chiunque ha verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha” (Mt 25,29). A quanti fanno fruttare i doni ricevuti ( La Vita-zoe), viene aumentata la capacità di produrre in una misura che non è dovuta allo sforzo dell'uomo, ma alla generosità del Signore. Se è vero che colui che aveva ricevuto cinque talenti li ha raddoppiati con il suo impegno, è anche vero che la risposta del suo signore, che lo chiama a far parte di tutti i suoi averi, non è proporzionata all'impegno del funzionario, ma è dovuta alla generosità del padrone.
Dio regala Vita a chi produce Vita, ma non può che constatare l’assenza di Vita in chi non si è donato agli altri: “E il servo inutile gettatelo nelle tenebre esteriori; là sarà il pianto e lo stridore di denti” (Mt 25,30). È un servo inutile, senza valore: rimane senza dono e senza gioia. Vivendo nella paura è rimasto chiuso nelle proprie tenebre, per questo ora viene gettato nelle tenebre esterne, dove può manifestare i propri sentimenti di dolore (pianto) e rabbia (stridore dei denti), immagini con le quali si indica il fallimento della propria vita. Incapace di cogliere l’offerta di ricchezza e di gioia, non gli rimane che raccogliere la collera e la pena. L'evangelista Luca, nella stessa parabola, inserisce un elemento particolare: l'uomo ha nascosto quanto aveva ricevuto in un “fazzoletto”. Il termine greco tradotto con fazzoletto, è soudarion (sudario), che nei vangeli appare solo in questa parabola di Luca e dall'evangelista Giovanni (Gv 11,44; 20,7) sempre in connessione con dei cadaveri.

Il sudario è infatti il panno con cui gli ebrei velavano il volto del defunto, per occultarne la decomposizione. La denuncia dell'evangelista è drammatica: chi non dirige la sua vita verso gli altri è già in una condizione di morte, anche se all'esterno può apparire candido e immacolato, come il sudario che vela il volto del defunto, telo che serve solo a coprire una vita già putrefatta. La vita, per essere tale, richiede un dinamismo di crescita e trasformazione continua, che viene alimentato dall’aprirsi alle nuove situazioni e dall’offrire nuove risposte ai bisogni degli uomini. Una persona che pensi solo a se stessa, e non agli altri, che veda solo i suoi bisogni e le sue necessità, senza accorgersi dei bisogni e delle necessità altrui, vive già in una condizione di morte. Gesù l’ha espresso più che chiaramente: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39; Lc 17,33).
Questa è la tragedia della religione: invece di favorire la crescita delle persone la limita, invece di incanalare le energie degli uomini le soffoca e, inculcando il senso di colpa e di indegnità, non permette agli uomini di vivere la vita nella sua pienezza. E questa è anche la buona notizia di Gesù che il Cristo è venuto a offrire agli uomini e per la quale ha pagato con la sua vita: Dio è amore, e nessuna persona al mondo, qualunque sia la sua condizione o condotta, può sentirsi esclusa da questo amore o rifiutata dal Padre, come ben formulerà Pietro (“Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”, At 10,28) e come magistralmente sarà espresso da Paolo nella Lettera ai Romani:

“Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno,siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39).


IL DIO CHE NON C’È Conferenza di A.Maggi- studibiblici.it alla Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) Ancona 2009.

" ...Il 22 aprile Rita Levi Montalcini, grande donna e grande scienziato, ha compiuto ben 100 anni, cento anni in splendida forma intellettuale e morale. Alla richiesta se credesse o no in un dio, la Montalcini ha risposto: “Invidio chi ha la fede. Io non credo in dio. Non posso credere in un dio che ci premia e ci punisce”. Le faceva quasi eco, una settimana dopo su Repubblica, nella sua tanto breve quanto interessante Amaca, Michele Serra, il quale prendendo spunto da quei fondamentalisti religiosi, sia cristiani che islamici, per i quali l’influenza suina era un castigo di Dio, scriveva che: “Una delle prove dell’inesistenza di Dio, perlomeno del Dio pedante e cattivo invocato in questi casi, sta nel fatto che alcuni dei suoi seguaci in terra non vengano folgorati all’istante ogni volta che dicono una cazzata” (Michele Serra, La Repubblica, L’amaca, 29 aprile 2009). Immediatamente ho pensato a Padre Livio, il famigerato conduttore di Radio Maria il quale nel suo farneticante commento quotidiano ha affermato che, con il terremoto in Abruzzo, il Signore ha voluto associare gli uomini alle sue sofferenze (si era durante la settimana santa). Affermazione di fronte alla quale viene spontaneo chiedere al Signore che, già che c’è, associ alle sue sofferenze anche Padre Livio e tutta Radio Maria… Uno scienziato, un intellettuale e un prete, tre atei, che in maniera diversa hanno parlato di dio, ma quale dio? Quale è il dio che rifiutano, il dio verso il quale sono indifferenti, che non conoscono, o che manipolano?

Quale Dio? Con il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et Spes, trattando dell’ateismo, si legge che “tuttavia in questo caso anche i credenti spesso hanno una certa responsabilità. Infatti, l’ateismo considerato nella sua interezza non è qualcosa di originario, bensì deriva da cause diverse, e tra queste va annoverata anche una reazione critica contro le religioni e, in alcune regioni, proprio anzitutto contro la religione cristiana. Per questo nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e che non manifestano il genuino volto di dio e della religione” (GS 19).
Pertanto, secondo il Concilio, è grande la responsabilità dei credenti: se molti non credono, in gran parte ciò è dovuto dal Dio impossibile da credere che proprio i cristiani hanno presentato, oltre che dal loro comportamento incoerente che non manifesta ma nasconde la verità della fede. È ovvio che quando l’uomo si scopre migliore del dio al quale viene invitato a credere ecco che nasce il rifiuto di un Dio che può darsi esista pure, ma che non incide per nulla nell’esistenza degli uomini.

In questo incontro pertanto cerchiamo di comprendere che cosa diciamo quando parliamo di Dio, chi è? che fa? come è? e chi è “il dio che non c’è”. Onnipotente? Una delle immagini di Dio maggiormente responsabili dell’ateismo o dell’indifferenza è indubbiamente quella dell’Onnipotente, comunemente intesa che Dio può fare tutto quel che vuole… altrimenti che Dio è? (è sintomatica l’espressione “Se fossi il Padreterno!…”, dove il riferimento è a una potenza senza limiti. Gli uomini si chiedono come sia possibile conciliare l’idea di un Dio onnipotente con i mali che colpiscono l’umanità e affiora evidente la contraddizione: - se Dio è onnipotente, non è buono, perché pur potendo sopprimerlo, rimane indifferente all’immenso dolore dei suoi figli. - se è buono, allora non è onnipotente, perché questa sua bontà non sembra emergere nelle vicende della vita quotidiana.

Se Dio è onnipotente, cioè può far tutto, perché non agisce? Non dice il proverbio popolare che “Non cade foglia che Dio non voglia”? Non dipende tutto da lui? Se non cade foglia senza il volere di Dio, all’uomo non resta che accettare i mali, le malattie, le sofferenze e la morte, come inappellabile decisione della volontà divina (sperando che non calchi troppo la mano) e affermare la sua fede in un Dio più temuto che amato, esclamando: “Sia fatta la tua volontà!” o, come il rassegnato Giobbe: “Il Signore ha dato, i Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore” (Gb 1,21). Per cercare di capire o giustificare la volontà di questo Dio si adopera la formula “Dio non vuole il male ma lo permette”, ma nessuno che ne abbia la capacità, e il potere, permetterebbe mai il male che non vuole! Dagli dèi pagani al Dio degli ebrei Ancora oggi, tra i credenti e non, l’immagine che essi hanno di Dio si rifà più alle divinità del mondo pagano che a colui che Gesù di Nazaret chiamava il Padre.

Dio è il nome comune delle divinità di tutte le religioni, comprese quelle del mondo pagano, divinità che molto hanno influito e purtroppo ancora influiscono sull’immagine del Dio dei cristiani. Nel mondo pagano la relazione con la divinità non era concepita come amore. Mai un pagano pensò di poter esser oggetto d’amore da parte del suo dio. L’attributo essenziale degli dèi era il loro potere, e dei loro privilegi nei confronti degli uomini (immortalità, felicità) erano estremamente gelosi. Immortale era sinonimo di dio, e per quel che riguarda la felicità gli dèi sono i beati, che vivono “tutti i giorni nella gioia” (Hom. Od. 6,42). Ogni felicità umana che sorpassasse certi limiti la ritenevano un’arroganza che doveva essere irrimediabilmente castigata. Per questo l’atteggiamento del pagano di fronte agli dèi era di grande timore, e ogni sua azione era finalizzata ad evitare il castigo del dio.

La preghiera pagana era più una formula scaramantica che espressione della fede (un poco come l’Ave Maria recitata prima di addormentarsi… non si sa mai!), e il sistema religioso consisteva in un insieme di riti destinati a placare l’ira gli dèi e ad allontanare i loro castighi. Non è questo il sentimento che molti cristiani hanno verso il loro Dio? La prova è la frase che spesso si sente dire dai credenti: “Andava tutto troppo bene. Sentivo che doveva accadere qualcosa”, una qualche disgrazia mandata da Dio che si è accorto della felicità della persona, sfuggita alla legge della sofferenza, la “valle di lacrime” nella quale ha racchiuso tutta l’umanità. Per molti credenti, e non solo, è più facile associare Dio al dolore che alla felicità, alla sofferenza che alla gioia (e per molti teologi se gli togliete il dolore e la sofferenza non sanno più dire di Dio). Per molti Dio è come geloso della felicità degli umani, e per questo ha in serbo una croce per ogni persona (Ognuno ha la sua croce!) alla quale nessuno si può sottrarre, perché poi gli capita una croce ancora più pesante. E che nessuno osi lamentarsi perché ognuno ha la croce secondo le sue spalle!.

Anche oggi, tra credenti, si sente parlare di persone che con la loro santità sono i parafulmini della Chiesa: Dio viene scambiato per il temibile Giove. Il cammino della Bibbia Esaminiamo pertanto quale è il volto di Dio che emerge dalla Bibbia. Il processo che ha portato il popolo d’Israele al monoteismo, alla fede in un unico Signore, Yahvé, è stato lungo, difficoltoso e contrastato. Quel che viene descritto nel Libro dell’Esodo, con la rivelazione a Mosè di un’unica divinità sul monte Sinai, è in realtà il punto di arrivo di una tradizione spirituale che poco a poco si è fatta strada nel cuore degli israeliti non senza tentennamenti, ripensamenti e tradimenti.

Nei profeti si denuncia con frequenza la venerazione a divinità straniere (Ger 44), spesso proprio all’interno del Santuario di Dio (Ger 7). In questo processo verso la fede in un unico Dio, sono stati fatti confluire nell’unico Signore, funzioni e nomi di divinità minori. Da queste fusioni nasce il termine, sconosciuto nella Bibbia ebraica, di Onnipotente. Infatti nella figura di JHWH vengono fuse due divinità chiamate Zebaoth cioè le schiere celesti, considerate animate, e Shaddaj, il dio delle montagne. Questi due nomi vengono assorbiti e fatti proprio da Dio, che viene presentato come JHWH Zebaoth (Signore degli eserciti) (279 volte) e come Shaddaj (47 volte), nome di divinità dei monti il significato è incerto (forse montanaro dall’accadico shadda’u, oppure campestre, dall’ebr. Shadeh) ed è adoperato per lo più nel Libro di Giobbe. Girolamo, incaricato da Papa Damaso, nel 380, di tradurre la Bibbia dall’ebraico nella lingua latina, trovandosi di fronte a questi due nomi difficili da interpretare, tradusse entrambi con “Deus Omnipotens” (Gen 17,1; 1 Sam 4,4), interpretando così la traduzione greca dei LXX che aveva reso entrambi i termini con pantokrator, “Signore di tutto/Sovrano universale. Pantokrator si trova 10 volte nel NT per lo più come citazioni dell’AT (in 2 Cor 6,18 come citazione di 2 Sam 7,14) e in diversi passaggi dell’Apocalisse (nove volte).

Non cade foglia… Dall’immagine di un Dio onnipotente nasce il detto che non cade foglia senza che Dio lo voglia. Questo insano proverbio, che tanto influenzò una spiritualità deviata e deviante ed è la causa dell’abbandono della fede da parte di tante persone provate dalla vita, ha le sue radici in un’errata traduzione di un brano de vangelo secondo Matteo: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia” (Mt 10,29). Ma questo modo di tradurre non rende l’idea del testo greco, dove si legge che “nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro” e che la traduzione latina (Vulgata) ha reso con “sine Patre vestro” e la Bible de Jérusalem giustamente traduce: “all’insaputa (à l’insu)”. Interpretazione confermata dal passaggio parallelo nel vangelo di Luca dove si legge che “nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio” (Lc 12,6).

È pertanto significativa la differente traduzione e interpretazione: non la volontà del Padre, ma all’insaputa del Padre. L’evangelista, infatti, vuole invitare alla piena fiducia in un Padre che conosce gli uomini molto più di quanto essi possano conoscersi (sa persino quanti capelli hanno in testa, Mt 10,30), e al quale nulla di ciò che avviene sfugge, neanche quanto accade alle più insignificanti creature, come appunto erano considerati gli uccelli nella cultura dell’epoca. È proprio da questa immagine, di un Padre che non è indifferente a quel che accade agli uomini, ma attento ai bisogni dei suoi figli, un Padre che non interviene nelle necessità, ma le precede, che nacque graficamente la figura del triangolo, simbolo trinitario, con l’occhio al suo interno. Questa rappresentazione doveva infondere piena fiducia sapendo che qualsiasi cosa accada siamo sotto lo sguardo di Dio.

Purtroppo si trasformò invece in un’immagine che incuteva timore e paura: lo sguardo severo di un dio poliziotto che tutto controllava e tutto vedeva al quale nulla sfuggiva… un occhio spietato e inflessibile pronto al rimprovero e al castigo, immagine di un Dio guardone il cui sguardo scrutava anche tra le lenzuola. E la croce? Strettamente legato alla volontà di Dio, c’è l’invito all’accettazione della sofferenza vista come croce mandata dal Signore. L’invito a caricarsi del patibolo si trova cinque volte nei vangeli ed è sempre strettamente legato alla sequela di Gesù, sempre proposto e mai imposto.

L’appello di Gesù è rivolto alla volontà libera dell’uomo: “Se uno vuole” è la formula del suo appello (Mt 16,24). Il Signore non vuole al suo seguito dei costretti, dei rassegnati, ma delle persone libere, entusiaste, che volontariamente lo seguono. È un invito, chiarissimo nelle sue conseguenze, quello che Gesù rivolge. Non un’imposizione che grava su tutti, ma una proposta per alcuni: “Se uno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). È possibile comprendere meglio quale sia il senso dell’invito di Gesù e si può tentare di ritradurre oggi l’espressione con “Chi non accetta di perdere la propria reputazione…”. Perché di questo si tratta. La croce era il supplizio per i disprezzati, per i rifiuti della società. Gesù che non offre titoli, privilegi, posti onorifici, avverte coloro che intendono seguirlo: se non arrivano ad accettare che la società, civile e religiosa li consideri come delinquenti, che il sistema su cui si regge il mondo, li dichiari gente indesiderabile, non gli vadano dietro. È inutile, perché poi “quando giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, inciampano” (Mc 4,17).

Pertanto si devono chiamare con il loro nome le sofferenze, i lutti, le malattie, le difficoltà che la vita presenta, non equivocarle con la croce e tantomeno attribuirne la resposabilità a Dio. La croce non viene data, ma è la conseguenza di una libera scelta fatta dall’individuo che, accolto Gesù e il suo messaggio, ne accetta anche le estreme conseguenze di un marchio infamante: “Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!” (Mt 10,25). Pertanto è necessaria eliminare dal concetto di Dio tutte quelle scorie che tradizioni, superstizioni, devozioni hanno accumulato sul suo volto rendendolo irriconoscibile. Nelle religioni antiche, il dio adorato è, il più delle volte, una rappresentazione delle paure e delle speranze dell’uomo, dei suoi desideri di potenza e delle sue frustrazioni, e nella divinità vengono proiettate nella massima misura le virtù e i difetti umani.
L’uomo proietta il suo senso di giustizia, che riconosce limitato, nella divinità, costruendo un dio che punisce infallibilmente e severamente le colpe degli uomini. Alla giustizia umana si contrappone la giustizia divina. Se alla prima si può sfuggire alla seconda no. “Ma non sfuggirà alla giustizia divina” affermano soddisfatti quanti non possono accettare un Dio capace di amare anche i malvagi. Per assicurarsi il favore e la benevolenza di questo dio, l’uomo si priva di ciò che gli è più necessario e importante per offrirlo alla divinità, sicché al dio che punisce viene affiancato quello che accetta i sacrifici degli uomini. È un rapporto con la divinità che rispecchia quello del servo col suo signore: come il servo, il credente cerca di ottenerne la benevolenza del suo Signore offrendogli le sue cose migliori.

Nel mondo ebraico, dove sono presenti questi molteplici aspetti della divinità, inizia una lenta ma costante opera di purificazione del volto dell’unico Signore, confluita in quella raccolta di scritti chiamati Bibbia. In particolare gli autori dei testi sacri tenteranno di correggere due immagini della divinità che sono molto radicate nel popolo: il dio che castiga e che pretende sacrifici. Il Signore non castiga Quando si legge la Bibbia occorre conoscere il suo genere letterario.

Noi pur usando la lingua italiana la adoperiamo in maniera differente per redigere un verbale o per scrivere una poesia. Chi legge un giornale sportivo non si aspetta di trovare lo stile di un giornale finanziario. Un tramonto può essere descritto sia dal meteorologo che dal poeta. Questo dato di fatto deve essere sempre tenuto presente quando ci si accinge a leggere la Bibbia per poter sempre saper distinguere quello che l’autore vuol dire da come lo dice. Quel che l’autore vuol dire è sempre valido, il come appartiene alla sua cultura, allo stile letterario del tempo, ecc.

Quando non si tengono distinti i due piani il messaggio viene frainteso e spesso mistificato. Un chiaro esempio è il famoso episodio del diluvio universale. Per l’uomo della Bibbia ogni fenomeno atmosferico, in quanto proveniente dal cielo, sede divina, era in relazione con Dio. Sole e pioggia, nuvole e vento, lampi e fulmini (Sal 144,6) erano tutti strumenti con i quali Dio premiava o puniva gli uomini (Am 4,7). Con la narrazione del diluvio (Gen 6-9) l’autore vuole correggere la credenza che mette in relazione fenomeni atmosferici con l’ira divina, per cui il Signore assicura che “Non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra” (Gen 9,12).

A riprova della verità della sua dichiarazione, il Signore depone le armi. Lo strumento che serviva per lanciare le saette e punire gli uomini (Ab 3,9-10) viene definitivamente deposto. L’arco del Signore non solo non servirà più per punire le persone, ma diventerà il segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità: “Pongo il mio arco sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra” (Gen 9,13). A Gerusalemme, a sud del Tempio, c’è ancora oggi la Valle della Geenna. Questo luogo era adibito nell’antichità al sacrificio dei bambini a Molok, divinità fenicia (Ger 7,31). Sacrificare figli alla divinità era considerato normale (Gdc 11,34- 39). I bambini non godevano di alcuna considerazione e non avevano alcun valore. Come recita il Talmud “l’unghia dei padri è più importante dello stomaco dei figli” (Ber r. 45,8).

L’episodio biblico conosciuto come il sacrificio di Isacco (Gen 22,1-19) vuole modificare l’immagine di Dio, far comprendere che se altre divinità esigevano il sacrificio dei figli, il Dio d’Israele, Yahvé, lo rifiuta. Colui che chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio è Elohîm, nome comune della divinità: “Elohîm mise alla prova Abramo” (Gen 22,1) chiedendogli di offrirgli in olocausto il suo unico figlio. Colui che impedisce il sacrificio non è Elohîm, bensì Yahvé, il Dio d’Israele: “L’Angelo di Yahvé disse: non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male!” (Gen 22,12).

Il significato della narrazione è chiaro: mentre le altre divinità (Elohîm) chiedono sacrifici umani, Yahvé, il Dio d’Israele, non li accetta. Non vuole sacrifici Nel proseguimento della conoscenza di Dio si arriverà ad affermare che non solo Dio non accetta sacrifici umani, ma neppure chiede alcun tipo di sacrificio: “Poiché voglio l’amore non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). Nel Libro del profeta Isaia si legge una delle pagine più violente contro i sacrifici e lo stesso culto: “Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero? Dice il Signore. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto” (Is 1,11-15).

Il tempo è ormai maturo per la rivelazione, piena e definitiva del volto di Dio ad opera del Figlio Gesù. Ma chi è Gesù?
Senza dubbio un individuo estremamente pericoloso. Per catturare Gesù si scatena infatti un'operazione di polizia senza pari. Vengono impiegati “la coorte con il comandante e le guardie dei Giudei” (Gv 18,12). Il termine coorte indica un distaccamento tra 600 e 1000 soldati a servizio del procuratore romano. Le guardie, in servizio al tempio di Gerusalemme erano circa duecento alle dipendenze del sommo sacerdote. Mentre la coorte era incaricata del mantenimento dell’ordine nella città di Gerusalemme, le guardie lo erano per il servizio interno al Tempio.

Tra i due corpi c’era profonda rivalità e inimicizia, e, tra l’altro, ai componenti della coorte era proibito l’accesso al Tempio. Ora questi due corpi di polizia sono uniti di fronte a un unico pericolo. Impiegare più di mille uomini armati per catturare un solo individuo - che tra l'altro non solo non oppone resistenza, ma si consegna da solo - vuol significare che questa persona è estremamente pericolosa. Chi era e che cosa aveva fatto e chi era questo galileo tanto pericoloso?
Le sue credenziali sono pietose. Nel mondo giudaico il documento più antico che parla di Gesù lo definisce “un bastardo di un’adultera” (Yeb. M. 4,13), giustiziato “perché aveva praticato la stregoneria, sedotto e sviato Israele” (Sanh. B. 43 4a). La situazione non migliora nei vangeli, dai quali risulta che gli stessi familiari di Gesù non hanno nessuna considerazione di questo loro strano e ingombrante parente (“neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui” Gv 7,5).

Per essi è solo un matto da togliere dalla circolazione in quanto è il disonore della famiglia: “I suoi, uscirono per andare a catturarlo poiché dicevano è fuori di testa” (Mc 3,21). Il giudizio negativo del suo clan familiare è abbondantemente confermato - dalle autorità religiose che alla pazzia aggiungono una connotazione religiosa, l'indemoniamento: “Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo state ad ascoltare?” (Gv 10,20; cf 8,52; Mc 9,30); - dagli scribi, teologi ufficiali dell’istituzione religiosa giudaica, per i quali Gesù è un “bestemmiatore” (Mt 9,3) e come tale meritevole della pena di morte. Per essi quel che Gesù opera è perché “è posseduto da Beelzebul e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni” (Mc 3,22); - dai sommi sacerdoti e dai farisei per i quali “è un impostore” (Mt 27,63); - dalla folla per la quale Gesù è uno che “inganna la gente” (Gv 7,13); Gesù era un pericolo pubblico che occorreva eliminare al più presto, prima che il suo messaggio si divulghi tra la gente (“Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui”, Gv 11,48). Gesù è riuscito a deludere persino Giovanni Battista, che pur lo aveva riconosciuto come il Messia atteso.

Constatato che Gesù si comporta diversamente dal Messia giustiziere che egli aveva annunciato alle folle, gli invia un ultimatum che suona come una sconfessione: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (Mt 11,3).
Persino gran parte dei suoi stessi discepoli, una volta conosciuto il programma di questo strano Messia, l’hanno abbandonato: “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66). Il quadro è desolante: gli rimangono i Dodici, ma uno “è un diavolo!” (Gv 6,70), e tra i restanti “vi sono alcuni che non credono” (Gv 6,64). Quando finalmente le autorità riusciranno a catturarlo, Gesù verrà consegnato a Pilato e accusato non solo dai capi religiosi, ma pure dalla sua stessa gente di essere un malfattore: “Se non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato” (Gv 18,30). È il fallimento totale per questo profeta conosciuto dalla gente come “un ghiottone e un gran bevitore”, uno che non ha frequentato le persone che si addicevano al preteso ruolo di Figlio di Dio, ma che è conosciuto per essere amico della feccia della società: pubblicani e peccatori (Mt 11,19), “gente maledetta che non conosce la Legge” (Gv 7,49) e per colpa dei quali è ritardata la venuta del Regno di Dio.

Perché tanto astio attorno la figura di Gesù?
Cosa ha detto e fatto di tanto grave da attirarsi contemporaneamente addosso diffidenza, ostilità, rabbia omicida che lo condurranno a finire, nella più completa solitudine: - abbandonato dalla famiglia, - tradito dai suoi discepoli, - ridicolizzato dai romani, - deriso dalle autorità religiose, - inchiodato al patibolo riservato ai maledetti da Dio (Dt 21,23)? Per comprendere quel che ha fatto Gesù e perché lo ha fatto occorre capire chi era, o meglio chi non era, questo carpentiere di Nazaret di Galilea.
Gesù non è stato né un pio Giudeo né un riformatore venuto a purificare la religione o il Tempio, come ci si attendeva dal Messia. Gesù è venuto a eliminare Tempio e religione. Gesù non è neanche un profeta inviato da Dio. Gesù ha tentato ed è riuscito a fare quel che a nessun profeta o riformatore religioso era stato possibile. Profeti e riformatori sono individui carismatici capaci di dilatare al massimo grado la loro esperienza del sacro e di formularla con modalità nuove. Le loro espressioni inizialmente verranno non comprese, osteggiate e perseguitate, ma poi, col tempo, accettate e assimilate o addirittura imposte. Gesù è andato al di là.
Gesù non si è mosso nell’ambito del sacro. Ne è uscito. Gesù non solo ha ignorato nella sua vita e nel suo insegnamento tutto quel che era considerato sacro, ma lo ha sradicato, e per questo ha potuto mostrare il marcio delle sue radici. Per Gesù la religione non solo non permetteva la comunione con Dio, ma era ciò che l’impediva. L’istituzione religiosa, anziché favorirla, era ciò che ostacolava la relazione con Dio. 10 Questo è stato il delitto di Gesù. Il suo crimine è stato quello di avere aperto gli occhi alla gente, aver mostrato loro il “re nudo” di quell’impostura chiamata religione. Per questo è stato assassinato. Gesù è stato ucciso dall’istituzione religiosa giudaica col pieno assenso dei Romani, perché il Sommo sacerdote e il Procuratore hanno visto in Gesù colui che, distruggendo le sacre basi sulle quali si reggeva la società, avrebbe portato alla rovina il loro mondo.

Gesù ha potuto fare tutto questo perché lui è l’Uomo-Dio, manifestazione visibile del Dio invisibile, l’unico che poteva cambiare la relazione tra gli uomini e il Padre. Nei vangeli Gesù viene definito sia Figlio di Dio, che figlio dell’uomo. Le due definizioni si completano: Gesù è il figlio di Dio in quanto in lui si manifesta Dio nella condizione umana. È figlio dell’uomo, in quanto Gesù è l’uomo con la condizione divina. Al termine del Prologo al suo vangelo, Giovanni scrive infatti che “Dio nessuno lo ha mai visto: l'unico figlio, che è Dio ed è in seno al Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Affermando che Gesù è colui che ha rivelato agli uomini il volto del Padre (Gv 1,18), Giovanni invita il lettore a prestare attenzione alla persona di Gesù, poiché solo in lui si può conoscere il vero volto di Dio.

Per Giovanni non si deve partire da un’idea preconcetta di Dio per poi concludere che Gesù è esattamente uguale a lui. Il punto di partenza non è Dio ma Gesù. Non è Gesù uguale a Dio, ma Dio uguale a Gesù. Ogni immagine di Dio che non corrisponde e non coincide con quel che Gesù ha detto e fatto è un’immagine inesatta, errata e va cancellata. Gesù condiziona la conoscenza del Padre a quella a se stesso: “Se voi mi conosceste conoscereste anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto” (Gv 14,7). Condizionando la conoscenza del Padre alla sua, Gesù fa comprendere che questa conoscenza, dinamica e continua, porta a un processo di pienezza di Vita. Più è vera e autentica l'adesione a Gesù e più grande è la possibilità di conoscenza del Padre.

Ma uno dei discepoli, Filippo, non comprende le parole del suo maestro e continua a distinguere Gesù dal Padre: “Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta”. “Gli rispose Gesù: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai [ancora] conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?” (Gv 14,8-9). La tradizione religiosa su Dio può condizionare talmente un individuo da impedirgli l'esperienza del Padre. Filippo da tanto tempo con Gesù non ha ancora compreso la sua identità. Non comprende che in Gesù si manifesta il Padre. Gesù è l'unica fonte per conoscere Dio (Gv 1,18): il Padre è esattamente come Gesù.
Con Gesù Dio non è più da cercare. Chi cerca Dio si pone alla ricerca di una divinità più immaginaria che reale e non giunge mai alla conclusione del suo cammino. Con Gesù Dio non è da cercare ma da accogliereMentre la ricerca è tanto astratta e lontana quanto è astratta e confusa l’ immagine che si ha di Dio, l’accoglienza è concreta e immediata. Non si tratta di cercare Dio, ma di accoglierlo e con lui e come lui dirigere la propria esistenza verso gli altri. Dichiarando che Dio nessuno l’ha mai visto, l'evangelista contraddice quanto la stessa Scrittura affermava. Nella Bibbia si trova chiaramente asserito che molti personaggi hanno visto Dio: Mosè con Aronne, Nabad, Abiu e settanta anziani al momento della conclusione dell'alleanza al Sinai “videro il Dio d'Israele... e tuttavia mangiarono e bevvero” (Es 24,10-11; 33,11; Nm 12,6-8; Dt 34,10).

Con la sua affermazione, l'evangelista relativizza l'importanza di queste affermazioni: nessuno ha mai visto Dio. Per cui tutte le descrizioni che ne sono state fatte sono tutte parziali, limitate e a volte false. Escludendo qualunque persona, di fatto l'evangelista esclude pure Mosè. No, Mosè non ha visto Dio di conseguenza la Legge che ha trasmesso non può riflettere la pienezza della volontà divina. Pertanto la Legge non solo non favorisce la conoscenza di Dio, ma è l’ostacolo che l’impedisce. Sempre nel Prologo l’evangelista scrive che “la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17). La Legge, diventata insufficiente per esprimere il rapporto dell’uomo con Dio, viene sostituita da una comunicazione incessante di grazia e verità, l’amore fedele con il quale il Padre desidera entrare in relazione con gli uomini.

Per esprimere questo profondo mutamento nel rapporto con Dio c'era bisogno di una nuova relazione (Alleanza) che sostituisse l'antica. Mentre Mosè, “servo di Dio” (Ap 15,3), ha proposto al popolo d'Israele un rapporto con Yahvé come quella tra dei servi e il loro Signore (“Voi servirete Yahvé”, Es 23,25), Gesù, “figlio di Dio” (Mc 1,1), inaugura la nuova relazione tra dei figli e il loro Padre basata su un'incessante comunicazione d'amore: “Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi” (Gv 15,9; 14,21.23).
La condizione dell'uomo nei riguardi di Dio non è più quella del servo verso il suo Signore, ma quella del figlio nei confronti di un Padre che lo invita a raggiungere la condizione divina. E come Gesù non è servo di Dio, ma “figlio del Padre” (2 Gv 1,3), ugualmente coloro che gli danno adesione non saranno suoi servi (Gv 15,15), ma in quanto figli dello stesso Padre, fratelli, che con lui e come lui sono chiamati a collaborare al progetto di Dio sull'umanità (Mt 28,10). Se nella prima Alleanza il rapporto con Dio era basato sull’obbedienza alla sua Legge, nella nuova Alleanza la relazione del figlio col Padre si basa sull’assomiglianza al suo amore (Mt 5,48; Lc 6,35).

È sintomatico che l’ubbidienza, strumento in mano a ogni religione per sottomettere i fedeli alla dottrina imposta non compaia nel messaggio di Gesù. Mai Gesù chiede di ubbidire a Dio, e neanche a se stesso, e tantomeno a una creatura. Il Dio che Gesù ha rivelato viene espresso con la definizione contenuta nel Nuovo Testamento: “Dio è Amore” (1 Gv 4,8.16).
Dio è Amore e l’amore può essere solo offerto altrimenti non è più tale ma diventa violenza. Dio è Amore e non l’amore non si può manifestare attraverso delle leggi o delle dottrine, ma solo in opere che comunichino questo amore.

Ecco perché Gesù nel suo agire si è sempre mosso spinto dall’amore del Padre e non dal rispetto delle leggi. Ogni volta che si è trovato in conflitto tra l’obbedienza alla Legge di Dio e il bene dell’uomo, Gesù non ha avuto alcuna esitazione e ha scelto sempre quest’ultimo: amando l’uomo si è certi di amare Dio (1 Gv 4,7-16), onorando l’uomo si onora anche Dio. Spesso invece per onorare Dio e la sua legge si disonora o si fa soffrire l’uomo. La Legge nei vangeli è sempre uno strumento in mano alle autorità religiose per dominare e sottomettere il popolo. Son esse che invocano la Legge Dio, Legge che è sempre a loro vantaggio e mai a favore del popolo. Il volto di questo Dio-Amore verrà fatto conoscere da Gesù con il nome Padre (Mt 6,9). Mentre dio è il nome comune di ogni religione, Padre è lo specifico della fede cristiana.

Il Dio che non c’è più Se si può conoscere il Padre solo fissando lo sguardo sull’azione e sull’insegnamento di Gesù, l’immagine di Dio che emerge è profondamente diversa da quella conosciuta delle divinità delle religioni. Il Dio che in Gesù si manifesta non premia i buoni e castiga i malvagi, ma a tutti, indistintamente, trasmette il suo amore, “perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35).Dio non ama gli uomini perché sono buoni, ma perché lui è amore. L’essere amati da Dio non dipende dal comportamento o dalle risposte dell’uomo, ma dalla benevolenza del Signore, amorevolezza che si rivolge ad ogni uomo, nessuno escluso. Pietro dichiarerà che “Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo” (At 10,28). La “Gloria Dio nel più alto dei cieli” si realizza sulla terra nella “pace tra gli uomini, che egli ama” (Lc 2,14). Occorre notare come in passato una visione religiosa del rapporto tra Dio e gli uomini, basata sul merito, era riuscita a travisare questo versetto di Luca che veniva tradotto “pace in terra agli uomini di buona volontà”. La pace era solo per coloro che se la meritavano. No, la pace, vocabolo che racchiude in sé tutto quel che concorre alla felicità dell’uomo, non è riservata da Dio agli uomini di buona volontà, ma tutti gli uomini oggetto del loro amore. Con Gesù l’amore di Dio non va più meritato ma accolto. Il Padre non ama l’uomo secondo i suoi meriti, ma secondo i suoi bisogni. Più l’uomo è bisognoso, più il Padre si sente irresistibilmente attratto nel manifestargli il suo amore (Lc 18,9- 14).

L’accoglienza di questa immagine del Padre determina il passaggio dalla religione alla fede, dall’obbedienza alla somiglianza, dal merito al dono, dal premio al regalo. Quello che Gesù ha proclamato lo ha anche praticato, creando con il suo atteggiamento verso i peccatori grande malumore tra le persone pie e i guardiani della tradizione. I benpensanti protestano, perché credono che se non viene più presentato un Dio che rimprovera e castiga i malvagi “dove andremo a finire?”. Se ai peccatori non si mette paura con le pene di un castigo, se non li si intimorisce con una minaccia da parte di Dio… non c’è più religione! Grazie a Gesù è finita la religione e inizia la fede: non più quel che l’uomo è tenuto a fare per ottenere l’amore di Dio, ma la risposta dell’uomo all’amore che il Padre comunica a ogni uomo.
Il culto a Dio La novità su Dio portata da Gesù è stata anche la causa della sua morte: Gesù, il “Dio con noi” (Mt 1,23), ha dimostrato, nell'insegnamento e nella pratica, che il Padre manifesta il suo amore mettendosi a servizio degli uomini. L’immagine di un Dio a servizio degli uomini ha avuto l'effetto dirompente di scardinare alle radici il concetto stesso di religione, basato sul servizio dovuto dagli uomini a Dio, ed ha attirato contro Gesù l'odio mortale di tutte le componenti della società, dalle autorità, che sulla religione basavano il loro potere e il proprio prestigio, al popolo, che dalla pratica della religione si sentiva protetto.

Il volto di Dio che Gesù ha proposto era completamente sconosciuto nel panorama religioso contemporaneo e segna il definitivo passaggio dalla religione alla fede: non più l'uomo al servizio di Dio, ma Dio al servizio degli uomini, un Dio che “non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10,45; Mt 20,28) . In ogni religione veniva e viene insegnato che l'uomo ha come compito principale quello di servire il suo Dio (Dt 13,5): un Dio presentato sempre come sovrano esigentissimo, che continuamente chiede agli uomini, sottraendo loro cose (“il meglio delle primizie del suolo lo porterai alla casa di Yahvé, tuo Dio”, Es 23,19), tempo (Es 20,8-11) ed energie (Dt 6,5), in un servizio che veniva reso principalmente attraverso il culto.

Il Padre fatto conoscere da Gesù è un Dio che, anziché togliere, dona, che non diminuisce l'uomo ma lo potenzia. L'immagine di un Dio a servizio degli uomini è per Gesù talmente importante che nell'ultima cena, dopo aver fatto dono di sé come alimento vitale per i suoi (pane e vino), dichiara: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). Il servizio è l'attività che svela l'identità di Gesù e lo rende presente e riconoscibile una volta risuscitato: “riferirono di come l'avessero riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24,35; Gv 21,9-14). 14 Il Dio che Gesù ha fatto conoscere ai suoi discepoli non si comporta come un sovrano, ma come servo degli uomini. Ribaltando logica e consuetudine, Gesù paragonerà Dio a un padrone che, rientrato a notte fonda da un viaggio e, trovati i servi ancora svegli, anziché farsi servire “li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37).


Dio non vuole gli uomini a suo servizio, ma con lui e come lui a servizio degli altri. Il Padre di Gesù è un Dio che mette tutta la sua forza d'amore a disposizione degli uomini per innalzarli al suo stesso livello. Per questo nell'ultima cena Gesù, “il Signore”, compie un lavoro da servo affinché i servi si sentano signori (Gv 13,1-17). Segno di accoglienza, il lavare i piedi all'ospite era compito degli inferiori verso i superiori: lo schiavo non ebreo verso il proprio padrone, la donna verso il marito, i figli verso il padre (1 Sam 25,41) e i discepoli verso il maestro. Lavando i piedi ai discepoli, Gesù, l'Uomo-Dio, dimostra che la vera grandezza non consiste nel dominare ma nel servire gli altri. Gesù, ponendosi all'ultimo posto, non solo non perde la dignità, ma manifesta quella vera, quella divina: “Io Yahvé, sono il primo e io stesso sono con gli ultimi” (Is 41,4). Gesù non si abbassa, ma innalza gli altri. L’uomo dimostra la sua dignità non quando viene servito, ma quando si pone volontariamente a servizio degli altri.

Il Dio di Gesù non assorbe le energie degli uomini ma gli comunica le sue. Un Dio che chiede di essere accolto per fondersi con l’uomo e dilatarne l’esistenza in una dimensione che non sarà interrotta neanche dalla morte.
Quando l’uomo accoglie senza riserve la continua azione creatrice del Padre, sente nascere in sé capacità sconosciute di doni vitali, che, accolti e trasformati in azioni concrete a favore degli altri, lo pongono in perfetta sintonia col suo Signore, diventando una sola cosa con lui (“Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’Uno”, Gv 17,22).

È terminata l'epoca dei templi, è finito il tempo dei santuari. L’unico santuario nel quale si manifesta l’amore di Dio è l’uomo. Mentre nell’antico santuario gli uomini potevano entrare solo a determinate condizioni e di fatto molti ne erano esclusi perché considerati impuri o indegni, il nuovo santuario, la comunità di Gesù, non attende che gli uomini si avvicinino, ma sarà essa ad andare incontro agli uomini specialmente a quanti si considerano esclusi o rifiutati da Dio per mostrare a loro l’amore di un Dio che a tutti offre amore incondizionato. Questo è il Dio di Gesù, ogni altra immagine appartiene al “dio che non c’è”."

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