Corso di Religione

Pag.  5
  1    2    3    4   5   6   7   8    


Il fenomeno religioso.
Religioni telluriche e celesti.
         


powered by FreeFind



Le forme religiose Gli studi di M.Eliade dimostrano come 

le grandi esperienze religiose si somigliano, non soltanto nel contenuto, ma spesso anche nell'espressione.
(*)

I diversi storici e studiosi delle religioni comparano le religioni per ricercare delle costanti religiose, cioè aspetti, forme, espressioni comuni a religioni lontane nel tempo e nello spazio. Sono state fatte molte classificazioni (tutte arbitrarie) dando luogo a linguaggi specifici nelle scienze religiose.

A titolo di esempio possiamo considerare  questo raggruppamento in   costanti religiose:

- forma (o religiosità) tellurica
- forme celesti
- forme misteriche
- forme etnico-politiche
- forme universali.

La forma tellurica" .. In tutte le religioni arcaiche molti uomini hanno accolto jerofanie ricondotte alla Madre Terra intesa come una Potenza Numinosa ( Nume= il sacro, la divinità ; Tellus = Terra).
Il Paleolitico  
- Età della Pietra ,corrisponde a quella del Pleistocene (da 2 milioni a 10.000 anni fa).
Il mesolitico   
- Età della Pietra (8000 a.C. 4500 a.C.)
Il Neolitico     
- Età della Pietra   (4500 a.C. 2500 a.C.)
Eneolitico o Calcolitico 
-Età del Bronzo e Rame (3000 a.C -700 a.C.)
-Età del ferro (700 a.C. ....)

Non si tratta del pianeta terra ma di una jerofanìa , una manifestazione del sacro "cosmico" compresa attraverso l'ambiente di vita terrestre .

Tellus è il nume supremo, madre di tutte le jerofanìe.

La religiosità tellurica è diffusa lungo tutta l'età del bronzo, il Neolitico ed il Paleolitico.

..Nella costante tellurica, la divinità suprema è concepita come donna (dea), madre e terrestre.

In un'area che va dai Pirenei al lago Baikal alla Cina alla Mongolia  si sono trovate figure femminili risalenti ad un periodo che inizia intorno al 30.000 a.C.


Vengono comunemente chiamate chiamate dee-madri . Dei documenti greci, il più antico è l'Inno alla Terra, uno degli inni cosiddetti «omerici», databile probabilmente in epoca posteriore (inizi del secolo VI a. C, attorno al 580 a. C), ma il cui mitologema o idea essenziale è sicuramente molto più antico.

« Mi accingo a cantare alla Terra, Madre universale dalle solide fondamenta, vecchia venerabile, che nutre quanto si trova sulla superficie di essa... Da te procede la fecondità (figli buoni) e la fertilità (buoni raccolti e i frutti), o Sovrana!, e da te proviene dare e togliere la vita agli uomini mortali.

Beato colui al quale tu, benevola, rendi onori; questi ha tutto in abbondanza... dea augusta, generosa divinità! Salve, Madre degli dèi, sposa del Cielo stellato! Concedimi una vita felice come premio al mio canto! D'ora in poi mi ricorderò di te nei rimanenti canti» (vv. 1-3, 6-9, 17b-20).

La divinità, in quanto concepita come tellurica, riceve diverse denominazioni: Cibele, Iside, Atargatis, Semele, Demetra, Bona Dea, Tellus, Ma-Bellona (area mediterranea), Hepat (Ittiti), Aruru, Nintu, Ninhursaga (Mesopotamia), Inanna (venerata nella civilizzazione sumerica, almeno a partire dal quarto millennio a.C), Astarte (Accadi), Ishtar (Semiti), Anath (Siria, Cananei), Hebat o Ma (Hurriti), la Durga o Kali, ancor oggi culturalmente viva anche se di origine preindoeuropea, e la Prithivi vedica (India), Kwan-yi (Cina), Coatlicue (Aztechi), Kannon (Giappone), Nerthus (Teutoni), ecc.

L'etimologia di molti di questi nomi è «dea madre» o anche «terra madre»....

... Demetra equivale a Gemetra o «terra madre». Questa dea dalle origini sicuramente preindoeuropee.. è «la più venerata di tutti gli dèi, l'incorruttibile e la infaticabile» (Sofocle). «Madre di tutti... che nutre sulla terra tutte le creature, quante si muovono sulla divina terra o nel mare e quanti volano..., madre degli dèi» (Omero). «Madre degli uomini e degli dèi...» (Pindaro). «Divinità antichissima» (Omero), essa presiede a tutto ciò che esiste nella vastità cosmica della terra; terra che l'uomo percorre finché non giunge la morte; genera tutti gli esseri, li nutre e «li accoglie di nuovo nel suo seno» (Eschilo), chiudendo così il cerchio della vita terrena e ultraterrena degli esseri.

deam... Scavi archeologici hanno portato alla luce con una certa frequenza il cosiddetto idolo femminile, simbolo della fecondità: statuetta di donna che presenta uno sviluppo esagerato dei caratteri sessuali secondari.

Questa dea dalle molte mammelle appare in tutto il bacino mediterraneo e nel Medio Oriente, nonché in altre regioni, almeno a partire dal neolitico (6000 a.C. circa), epoca dalla cultura agricola sufficientemente evoluta, e la cui importanza risalta soprattutto nella cultura minoica di Creta. Resti della dea dalle mammelle si sono ritrovati in Siria, Palestina, India, Asia Minore, Isole Canarie, Isole Britanniche, Bulgaria, Russia e in altri paesi... Il valore della religiosità tellurica è in relazione con la pratica dell' inumazione dei cadaveri.

Tutto procede dalla Terra e al seno di essa ritorna .
Non poche tradizioni fanno procedere l'uomo dalla Terra. Però, tutte quelle che riflettono la religiosità tellurica proclamano la provenienza di ogni essere dalla Terra e il ritorno ad essa.

«La Terra che, sola, genera tutti gli esseri, li nutre e li accoglie di nuovo nel suo seno» (Eschilo, Coefore, 127-128, secoli VI-V a. C). «Tutto ricade nella Terra e da essa tutto procede» (Cicerone, De natura deorum, 2, 26).

Tutto ritorna nelle viscere della madre Terra In linea con una costante, piuttosto generalizzata, al seno della Terra ritorna non soltanto il cadavere, ma anche ciò che dell'uomo sopravvive dopo la morte.


«Sacra dea Terra, madre della natura, che continui a generare e rigenerare tutto... Dacci il cibo necessario per vivere con fedeltà (costanza) perpetua così che, quando l'anima s'invola, possiamo rifugiarci nel tuo seno. Tutto quanto elargisci ricade dentro di te, così che a ragione tu (Terra) sei chiamata Grande Madre degli dèi... Tu sei la Madre degli uomini e degli dèi, senza di te niente nasce, niente giunge a maturazione. Tu sei Grande, tu, dea regina delle divinità. Dea, ti adoro e invoco la tua divinità!»

(Precatio Terrae Matris — «Supplica alla Madre Terra» — in Anthologia latina, 1, 27, vv. 1-2, 12-15, 17-20 Edit. Bùcheler-Riese-Lommatzsch).


I due epitaffi seguenti proclamano la natura divina della Terra; il ritorno al suo seno dell'uomo dopo la morte e la divinizzazione o identificazione con essa.

«Sono polvere, la terra è polvere. La Terra è dea. Dunque non sono morta» (Corpus Inscriptionum Latinorum, 6, 29609). «Sono morto, ma il morto è polvere e la polvere è terra. Però, se la Terra è dea, / non sono morto, sono dio» (H. Diehl, Anthologia Lyrica, 1, 64).

(**)
Il teriomorfismo(= rappresentazione del divino in forme animali )

" ..Il toro, il capro e soprattutto il serpente sono gli animali attraverso i quali si manifesta e agisce la madre Terra o, meglio, alcuni aspetti di essa.


Il bue Api

Nella religiosità tellurica il sacro si manifesta in alcuni animali speciali, sacri appunto.





Il serpente

Il serpente è nell'antichità arcaica il " figlio della Terra " per antonomasia.

Teniamo presente che nello sciamanesimo il serpente è il simbolo del potere del sacro, universalmente ( anaconda, pitonessa, dragone, serpente, etc ) .

Alcmane, Erodoto, Artemidoro, Plinio chiamano Tellus " madre dei serpenti".

Gli Aztechi narrano di Coatlicue , il serpente in gonna e Climatcoatl , la donna dei serpenti , Kulkulkan il serpente di piume.

Il serpente come simbolo del sacro si ritrova in tutto il pianeta.

Nel mediterraneo, con la civiltà indoeuropea, ...al posto del «serpente, figlio della Terra» (Alcmar. — secolo VII a. C. — Framm., 60b; Erodoto — secolo V a. C. — 1, 78, ecc.), figura accanto alla dea suprema, la Madre Terra, un giovane dio di aspetto umano.

Tuttavia, in determinati momenti riappare la realtà arcaica e la figurazione animale di essa. Ad esempio, il toro Api (Egitto) o il caso di Asclepio — l'Esculapio, dei romani — patrono della medicina. Nel 420 a. C, cessata la peste, Asclepio venne estromesso da Atene, sotto forma di serpente vivo.

Stando alla tradizione, Asclepio in sogno pronunciò queste parole: «Accoglietemi in Epidauro» (località del Peloponneso dove si trova il suo più importante santuario, oltre che l'ospedale e il teatro perfettamente conservati). Da lì lo portarono nella capitale attica: «in forma di serpente» (Inscriptiones graecae, 2, 2, 4960), come fecero quelli di Sidone, citta del Peloponneso (Pausania, 2, 10, 3; 3, 23, 7) e i Romani."


(**)

Il vincolo del serpente con la fertilità

" ..La teofania di Tellus nel serpente sacro è innanzitutto la manifestazione della fertilità agreste, la misteriosa forza della vegetazione .

Ciò è messo in rilievo da un rito che è lontano dalla nostra sensibilità e che veniva compiuto in Epiro — Grecia — (Eliano, Nat. anim., 11, 2), in Efeso — Asia Minore — (A Tazio, 8, 6), in Roma (Properzio, 4, 8, 3-15), ecc. La testimonianza di Properzio (secolo I a. C.) situa il rito in Lanuvio, località a 24 a sud-est di Roma :

«Lanuvio ha il compito di custodire un serpente molto vecchio (indizio questo, dell'antichità del rito) là dove la rara occasione di sostare non lo fa passare inosservato. Per di là la sacra offerta vien fatta scendere nell'oscura caverna. Per di là — fanciulla sii vigile lungo tutta la via! — reca il dono al serpente affamato, quand'egli chiede il cibo annuale e dalle viscere della terra risuonano (continui, ondeggianti) i suoi sibili. Le fanciulle che discendono per (compiere) il rito diventano pallide quando osano allungare la mano verso la bocca del serpente, il quale afferra il cibo (torte di miele) che una fanciulla gli tende: persino i piccoli panieri tremano nelle mani verginali. Se sono caste (vergini), si gettano al collo (abbraccio) dei genitori e i contadini gridano: "L'anno sarà fertile!"».


... il serpente, manifestazione della presenza e del potere della dea madre Terra, è in relazione alla fertilità agreste e alla fecondità umana nei vari versanti della vita, tanto nell'«aldiqua» della morte (concepimento, salute, cambiamento di sesso, ecc.) quanto nell' «aldilà» della morte.

Sono molto numerose le testimonianze antiche che presentano il serpente come manifestazione e sostegno delle anime dei morti.

Alcune volte si tratta di eroi ; altre volte, no. Così ad esempio, nell'anniversario della morte del padre, Enea:


«Liba secondo il rito, versa a due coppe di vino, due di latte fresco, due di sangue sacro; sparge fiori rossi» (Virgilio, de, 5, 78, 79, secolo I a. C. secolo I d. C). «Un viscido serpente emerso dai più profondi recessi, immenso, sette spire descrisse, sette volute. Inoffensivo, abbracciò il tumulo, strisciando sull'altare... A quella vista stupì Enea. Infine, il serpente con lungo percorso si snodò tra coppe e calici lucenti; sfiorò il cibo e, senza nulla danneggiare, tornò indietro, nel profondo avello, abbandonando le offerte saggiate. Ora Enea con rinnovato fervore prosegue nell'offerta dei sacrifici intrapresi in onore del padre, incerto se credere (il serpente) genio del luogo o spirito custode del genitore. Immola, secondo il rito, cento pecore di due anni..., versa vino dalle coppe e invoca l'ombra del grande Anchise e i mani sfuggiti all'Acheronte» (Ibidem, 84-99).

Il serpente fu anche oracolo nella divinazione.

«La pitonessa, figlia della Terra, serpente gigantesco, era solito dare le risposte ora sul monte Parnaso di Delfi prima ancora di Apollo» (Iginio, Fabulae, 140).

(**)

La religiosità celeste".. il Cielo rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste, da sola, suscita nella coscienza primitiva una esperienza religiosa.

ur Questa affermazione non implica necessariamente un naturalismo uranico .

Per la mentalità arcaica la Natura non è mai esclusivamente «naturale».

L'espressione «contemplazione della volta celeste» ha un significato del tutto diverso se la riferiamo all'uomo primitivo, aperto ai miracoli quotidiani con un'intensità per noi difficilmente immaginabile.

Questa contemplazione equivale, per lui, ad una rivelazione
.

Il Cielo si rivela quel che è in realtà: infinito, trascendente. La volta celeste è per eccellenza «cosa del tutto diversa» dalla pochezza dell'uomo e il suo spazio vitale. Il simbolismo della sua trascendenza si deduce diremmo, semplicemente dalla constatazione della sua infinita altezza. «L'altissimo» diventa, nel modo più naturale, un attributo della divinità.

Le regioni superiori inaccessibili all'uomo, le zone sideree, acquistano i prestigi divini del trascendente, della realtà assoluta, della perennità.

Queste regioni sono la dimora degli  dèi e alcuni privilegiati vi giungono per mezzo dei riti di ascensione celeste; fin lassù si innalzano, secondo le concezioni di certe religioni, le anime dei morti.


L'«alto» è una categoria inaccessibile all'uomo in quanto tale; appartiene di diritto alle forze e agli esseri sovrumani; colui che si innalza salendo cerimonialmente i gradini di un santuario o la scala rituale che porta al Cielo, cessa di essere un uomo; le anime dei morti privilegiati, nella loro ascensione celeste, hanno abbandonato la condizione umana.


Tutto questo si deduce dalla semplice contemplazione del Cielo sarebbe però un grave errore considerarla una deduzione solo razionale. La categoria trascendente dell'«altezza», dell'ultraterrestre, dell'infinito, si rivela all'uomo tutto, alla sua intelligenza non meno che alla sua anima.

Il simbolismo è un dato immediato della coscienza totale, vale a dire dell'uomo che scopre di essere uomo, che prende coscienza della propria posizione nell'Universo; queste scoperte primordiali sono legate al suo dramma in modo tanto organico che lo stesso simbolismo determina sia l'attività del suo subconscio, sia le più nobili espressioni della sua vita attuale.

Insistiamo dunque su queste distinzioni: se il simbclo e il valore religioso del Cielo non sono dedotti, in modo logico dall'osservazione calma, obiettiva della volta celeste, non sono tuttavia prodotto esclusivo dell'affabulazione mistica e delle esperienze irrazionali religiose. Ripetiamolo:

il Cielo rivelò la propria trascendenza prima di venir valorizzato religiosamente.

Il Cielo «simboleggia» la trascendenza, la forza, l'immutabilità, semplicemente con la sua esistenza . Esiste perchè è alto, infinito, immutabile, potente.

Che il semplice fatto di essere «alto», di trovarsi «in alto», equivale ad essere «potente» (nel senso religioso della parola) e ad essere, in quanto tale, saturo di sacralità, è dimostrato dall'etimologia stessa di certi dèi.

Per gli Irochesi, tutto quel che possiede orenda si chiama oki, ma il senso della parola oki sembra sia «chi sta in alto»; troviamo perfino un Essere Supremo celeste chiamato Oke.

Le popolazioni Sioux (Plain Indians dell'America del Nord) esprimono la forza magico-religiosa (mana, orenda ecc.) col termine wakan, foneticamente molto vicino a wakàn, wankàn, che in lingua dakota significa «in alto, al disopra»; il sole, la luna, il fulmine, il vento possiedono wakàn, e questa forza è stata personificata . sebbene imperfettamente, in Wakan, che i missionari traducono «Signore», ma che è, più esattamente, un Essere Supremo celeste, manifestantesi specialmente nel fulmine.

La divinità suprema dei Maori si chiama Iho; iho vuol dire «eccelso, in alto». I negri Akposo conoscono un dio supremo Uvolavu; il nome significa «ciò che sta in alto, le regioni superiori».

Si potrebbero moltiplicare gli esempi... in cui... «l'altissimo, il lucente, il cielo», sono nozioni esistite più o meno manifestamente nelle espressioni arcaiche con le quali i popoli civili esprimevano l'idea di divinità.


La trascendenza divina si rivela direttamente nell' inaccessibilità, nell'infinità, nell'eternità e nella forza creatrice del cielo (pioggia).

Il modo di essere celeste è una ierofania inesauribile.

Di conseguenza tutto quel che avviene negli spazi siderei e nelle regioni superiori dell'atmosfera - la rivoluzione ritmica degli astri, le nuvole che si inseguono, le tempeste, il fulmine, le meteore, l'arcobaleno - sono momenti di questa medesima ierofania.


Quando si sia personificata questa ierofania, quando le divinità del Cielo si siano rivelate, prendendo il posto della sacralità celeste come tale, è difficile precisare. Una cosa però è certa, che le divinità celesti sono state, fin dall'inizio, divinità supreme; che le loro ierofanie, diversamente drammatizzate dall'esperienza mitica, sor rimaste, in seguito, ierofanie uraniche; e quella che si potrebbe chiamare la storia delle divinità celesti è in gran parte la storia delle intuizioni di «forza», di «creazione», di «leggi» e di «sovranità».

..Non possiamo affermare con certezza che la devozione per gli Esseri Celesti sia stata l'unica e la prima credenza dell' uomo arcaico, nè che tutte le altre forme religiose siano comparse più tardi e rappresentino fenomeni di degradazione. Parimenti non ci sembra che questo tipo di credenza necessariamente escluda ogni altra forma religiosa.

E' indubbiamente possibile che l'uomo abbia avuto, fin dai tempi più remoti la rivelazione della trascendenza e dell'onnipotenza del sacro attraverso l'esperienza delle sue relazioni con l'ambiente uranico.

Prima di qualsiasi affabulazione mitica, di qualsiasi elaborazione concettuale, il Cielo in se stesso si presentò come il dominio divino per eccellenza. Ma contemporaneamente a questa jerofanìa uranica possono essersi avute altre innumerevoli jerofanìe
".

(***)


Racconta San Paolo :

2Cor 11,33 ..verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2 Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo. 3 E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio - 4 fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare.

" I testi religiosi mesopotamici, soprattutto quelli accadici, presentano una serie di termini quali namrirru, puluthu, melamnu, normalmente tradotti con «splendore» o con dei sinonimi, significativi della radiosità, della luminosità che circonda il corpo della divinità e che da essa si irradia: termini che vengono applicati anche agli oggetti e alle persone ad essa appartenenti in virtù di un vincolo peculiare...

... la luminosità degli dèi, nonché quella dei re, è significativa della vitalità nelle sue più varie manifestazioni: bellezza, forza, potenza. Ci sono ...affinità di tali parole accadiche con altre di lingue diverse: kabod, ebraico; khàris, greca; xvarenah, iranica; ecc.

(**)

La rappresentazione della divinità suprema celeste si configura nella sua concezione etimologica : una divinità che si presenta associata ai fenomeni atmosferici e celesti: tempeste, fulmini, lampi, tuoni.

" Non occorre essere profondi conoscitori della religiosità dei popoli indoeuropei per convincersi che la suprema divinità celeste è circonfusa di fulgore irradiantesi dalla sua originaria natura di dio del cielo e del tempo. (si chiami Zeus, Giove o con gli altri nomi dei popoli nomadi e pastori).

«A Zeus corrispose il vasto cielo, nell'etere e nelle nubi» (Omero), nonché la luce e il vento. «Adunator di nubi» è l'epiteto tradizionale che gli viene riservato nei poemi omerici; l'atteggiamento dì chi ha in mano il fulmine ed è in procinto di scagliarlo, è il tratto più frequente delle rappresentazioni iconografiche. A lui appartengono i lampi, i fulmini, il tuono, lapioggia, ecc. ...

Una tale raffigurazione celeste e atmosferica del sommo dio penetrò così profondamente nel linguaggio che Orazio, nell'ansia di tradurre il suo lirismo in espressioni sensibili, ritrae la veglia notturna del cacciatore «alle intemperie» e quella del soldato «all'aria e al sereno» con le ardite parole sub loue frigido e sub diuo, incomprensibili per chi ignora la rappresentazione celeste del Giove romano. "

Non v'è dubbio che questa potenza abbagliante e tonante, ma in fondo sempre terrifica, impressionò molto profondamente l'immaginazione dei suoi seguaci e li costrinse a mettersi in atteggiamento di devota adorazione, mentre dalle loro timorose labbra usciva la serie di epiteti luminosi e sonori conservatici da Omero e da altri antichi scrittori.

Le religioni celesti qualificano in genere il Sacro come tremendo, numinoso e sono dominate da un senso di timore reverenziale verso di esso .

...Non è difficile sintonizzarsi con l'onda religiosa delle religioni celesti. Gli appartenenti ad essa sono dominati dal sentimento riverenziale del tremendum di fronte alla divinità altissima, trascendente, «attenta a» salvaguardare la distanza tra sé e i mortali; questi sono severamente puniti se sotto l'impulso dell' hybris (= orgoglio) cadono nella tentazione di voler superare il proprio limite.

Essi respirano una tale atmosfera persino nei momenti di maggiore vicinanza, nelle apparizioni degli dèi o dei defunti i quali esordiscono con la formula stereotipata: «Non temere...», Yades animo et omite timorem del Somnium Scipionis (2,3) ciceroniano.

Alla presenza di una qualsiasi divinità, quand'anche sia per ricevere da essa consiglio o coraggio, Enea si sente sempre atterrito: un sudore freddo corre lungo il suo corpo (Virgilio, Eneide, 3, 172-75; 4, 571).

Il tremendum può essere tradotto con «sacro rispetto» o, se si preferisce, con «il timore e il tremore» che la presenza del divino genera nell'uomo.

La proskynesis o «prosternazione», generalmente considerata come atteggiamento caratteristico di fronte al «dispotismo orientale», avrebbe qualche relazione con tale fulgore divino o regale. I credenti e i sudditi si vedrebbero come spinti imperiosamente a compiere quel gesto.

(**)

La sede degli dèi celesti " Nulla vi è di così alto e irraggiungibile come la volta del cielo. Perciò essa conviene a tutte le divinità di questo tipo.

Si tratta naturalmente non della volta celeste visibile ma di una sfera del sacro la più elevata perchè la più potente tra tutte le jerofanìe.

..Di solito, la sede degli dèi celesti è posta sulle cime più alte come, ad esempio, la Moa — non lontana da Finisterre — per gli dèi celtici.   .. Cicerone: caelestis, extimus, qui reliquos omnes (globos, orbes) complectitur è summus ipse deus, ossia, « il dio supremo» è la «sfera più alta, celeste, che contiene tutte le altre » più vicine alla regione sublunare, alla terra.

La traduzione dei LXX, gli scrittori giudei e il Nuovo Testamento riservano il titolo di «Altissimo» a JHWH  , come sua esclusiva proprietà " ...[ in ebraico El Eljon] .


Le ascensionimatchupichu" ...possiamo osservare che l'altitudine ha una virtù consacrante.

Le regioni superiori sono sature di forze sacre. Tutto quel che più si avvicina al cielo, partecipa censita variabile alla trascendenza.


L'«altitudine», il «superiore» sono assimilati al trascendente, al sovrumano.

Ogni «ascensione » è una rottura di livello, un passaggio nell'oltretomba, un superamento dello spazio profano e della condizione umana.

Inutile aggiungere che il sacro dell'«altitudine» è convalidato dal sacro delle regioni atmosferiche superiori e, quindi, dal sacro del Cielo.


Il Monte, il Tempio, la Città ecc. sono consacrati perché investiti del prestigio del «centro», cioè, in origine, perché assimilati alla cima più alta dell'Universo e al punto d'incontro fra Cielo e Terra.

Ne consegue che la consacrazione mediante rituali di ascensione o scalata di monti, o salita di scale, è valida perché inserisce chi la pratica in una regione superiore celeste.

La ricchezza e la varietà del simbolismo dell'«ascensione» sono caotiche soltanto in apparenza ; considerati nel loro insieme, tutti questi riti e simboli si spiegano col sacro dell'«altezza», cioè del celeste.

Trascendere la condizione umana, in quanto si penetra in una zona sacra (tempio, altare) per mezzo della consacrazione rituale o della morte, si esprime concretamente con un «passaggio», una «salita», un'«ascensione».

Morte è trascendere la condizione umana, è «passaggio nell'oltretomba». Nelle religioni che collocano il mondo di là , in cielo o in una regione superiore, l'anima del morto percorre i sentieri di una montagna, o sale sopra un albero, o si arrampica su una corda. "

(***) 

" Il «padre.sciamano» monta su di una delle betulle e pratica nove incisioni sul tronco, verso la cima. Scende e si siede su di un tappeto che i suoi " figli " ( candidati sciamani) han disposto sotto l'albero. A sua volta il candidato vi monta, seguito dagli altri sciamani.

Mentre si arrampicano, cadono in estasi. Presso i Buriati di Balagansk il candidato, seduto su di un tappeto di feltro, vien portato nove volte intorno alle betulle: sale su ciascuna di esse e fa nove incsioni sui tronchi, verso la cima.

Mentre si trova in alto, sciamanizza; giù, lo «sciamano-padre» sciamanizza anche lui, facendo il gira degli alberi. Le nove betulle vengono piantate l'una vicino all'altra; il candidato trasportato sul tappeto salta davanti all'ultima, si arrampiva fino alla cima ripetendo lo stesso rito per ciascuno dei nove alberi: questi, al pari delle nove incisioni, simbolizzerebbero i nove cieli"
. "
(Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi - Mircea Eliade)

" Arrampicandosi leggero sugli intacchi dell'albero cerimoniale, egli penetra successivamente nei nove cieli e descrive agli astanti, con infiniti particolari, tutto quel che vede e quel che avviene in ciascun cielo.

Nel sesto cielo venera la Luna, nel settimo il Sole. Finalmente, nel nono, si prostra dinanzi a Bai ùlgen e gli offre l'anima del cavallo sacrificato. Questo episodio segna il punto culminante dell'ascensione estatica dello sciamano, il quale viene informato da Bai ùlgen ( il dio del sacrificio) se il sacrificio è stato gradito e riceve predizioni sul tempo; quindi lo sciamano si accascia sfinito e, dopo un momento di silenzio, si sveglia come da un sonno profondo.

Durante la cerimonia, lo sciamano invoca l'assistenza delle diverse divinità, i cui colori specifici rivelano la loro natura di divinità planetarie.

Come nel rituale dell'iniziazione mithriaca, e come i muri della città di Ecbatana, di colori diversi che simboleggiano i cieli planetari, la Luna si trova nel sesto cielo e il Sole nel settimo.

Il numero 9 ha sostituito il numero più antico di sette gradini; infatti, per gli Uralo-altaici, l'ascensione della betulla cerimoniale equivale all'ascensione dell'albero mitico che sta al centro del mondo , «la colonna del mondo che ha sette incisioni ; l'albero mistico dai sette rami che simboleggia le regioni celesti


Il foro in cima alla tenda viene identificato con l'orificio che sta di fronte alla Stella Polare e attraverso il quale si può passare da un livello cosmico all'altro. Il cerimoniale si compie quindi in un «centro»  .

La stessa ascensione avviene in occasione dell'iniziazione sciamanica nei Buriati ( siberia/mongolia ). "
( viaggio sciamanico - cultura Uralo-altaica )
(***)

Anche nella Bibbia troviamo una singolare visione di ascesa al Cielo:

Gn 28, 10 Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. 11 Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. 12 Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.

Il giudeo-cristianesimo, specialmente siriano, sotto l’influsso iranobabilonese concepisce una scala di sette cieli, dimora dei giusti, degli angeli e dei demoni e luogo del trono di Dio. In questi cieli si celebra un culto spirituale che deve essere imitato dalla terra. 

Secondo i testi apocrifi ebraici Ascensione di Isaia e Testamento di Levi tutti i cieli sono occupati da angeli e da Dio; gli angeli apostati e i demoni abitano nel firmamento e nell’aria (opinione questa ammessa anche da S. Paolo in Ef. 2,1; 6,12).

Secondo invece il testo   Enoc II :
Nel primo cielo ci sono le acque inferiori, le riserve della neve e delle piogge, con gli Angeli degli Elementi; ci sono inoltre le stelle con gli angeli che ne regolano l’andamento.
Nel secondo cielo ci sono gli angeli decaduti dal quinto.
Nel terzo cielo ci sono il paradiso dei giusti e lo She’òl dei cattivi.
Nel quarto cielo c’è il sole e la luna, con gli angeli preposti al loro corso.
Nel quinto cielo ci sono gli Angeli Vigilanti.
Nel sesto cielo gli Angeli superiori: i 7 Arcangeli e i 7 Cherubini e le 7 Fenici.
Nel settimo cielo c’è il trono di Dio.

" Questa scala cosmica di sette cieli, eminentemente giudeo-cristiana, viene contaminata, durante il secondo secolo, con le dottrine gnostico-ellenistiche delle sette sfere planetarie o dei Kosmokràtores cattivi ed in seguito dalla dottrina dei dieci cieli.

Ma i cieli, per queste correnti gnostiche, sono diventati Eoni, Angeli o Virtù. Secondo Ireneo, per esempio, i Valentiniani “enumerano in tale maniera le dieci Virtù: sette corpi sferici che chiamano cieli, poi un cerchio che li contiene che chiamano ottavo cielo, poi il sole e la luna. Dato che questi elementi sono dieci, essi affermano che sono l’immagine della Decade invisibile” .

Nella tradizione musulmana è molto diffuso il racconto del viaggio ultraterreno del profeta Muhammed riassunto dalle parole Isra’ e Mi’raj.


asc Maometto ascende al Cielo

Con questi due termini ci si riferisce al viaggio notturno “Isra’” compiuto dal profeta dalla Mecca alla Spianata del tempio di Gerusalemme e seguito dalla sua ascensione nei sette cieli fino all'arrivo al cospetto di Allah, “Mi’raj”.

Mohammed fu accostato di notte dall’angelo Gabriele e fu fatto salire in groppa ad un quadrupede di nome Buraq, che significa il bagliore del lampo.

Con esso giunse fino a Gerusalemme, da dove iniziò l’ascesa verso i cieli. In ogni cielo incontra uno dei profeti che lo hanno preceduto: Adamo, Giovanni, Gesù, Giuseppe, Enoch, Aronne, Mosè e infine Abramo. Durante il suo viaggio Mohammed sorvola anche l’inferno, assistendo alle fiamme e alle pene dei dannati, pene che sono funzione dei peccati commessi nella vita terrena.

7cieliL’ultima parte del viaggio porta Mohammed nella Sidrat al-Muntah, il Loto del Termine, che è l'albero paradisiaco che, secondo la tradizione, si trova nel settimo cielo alla destra del Trono divino.

Esso rappresenta il limite estremo insuperabile dall'uomo nel suo avvicinamento al suo Signore "presso il quale c’è il Giardino di al-Ma’wa" ossia il giardino paradisiaco.

Dante Alighieri nella Divina Commedia ascende nei cieli fino al Paradiso ispirandosi alla cosmologia del " Somnium Scipionis” di Cicerone, commentato da Macrobio nel V° sec. e copiato nel medioevo e forse anche alla tradizione islamica.

l nomi degli dèi

" Tutti i termini significativi della divinità suprema delle religioni celesti hanno etimologicamente il valore semantico di «luce, cielo, chiarità». Hanno tale significato luminoso tutte le parole teonime, derivate dall'indoeuropeo °dyeus, °deiwos: Zeus (greco), Deus, dies, diuinus (latino), dyauh (sanscrito), Schiwat (ittita), Tyr (tedesco antico), Dios, dia in spagnolo e negli altri nomi divini di tutte le altre lingue romanze.

La stessa parola, pur se diversa ne è l'origine, ha lo stesso duplice significato di «luce-cielo» e «dio» presso quasi tutti i popoli nomadi e pastori a religione celeste:  An (Sumeri), Anu (Babilonesi), Nahunte (Elamiti), num (Samoiedi), tengeri (popoli turchi), waka (Galla), yero (Cusciti o Meroiti, attuale Sudan), mawu, rigai, ecc. (tribù africane), Amenominakanuski (Giappone). "

L'epitteto.

" ..Come per i latini, anche per i greci, i semiti e gli indoeuropei vale qui l'adagio nomen omen ( lett.: nome presagio ); il «nome» viene innalzato a «presagio» significativo della natura e dell'azione della cosa nominata.

Il realismo della conoscenza, patrimonio del senso comune dell'umanità, tende ad esprimere l'essenza delle cose nel nome che ad esse conferisce. Riguardo alle persone, il nome concreto ne indica l'irripetibilità o la trascendenza.

Da qui la tendenza ad attribuire al nome efficacia quasi magica e significato di portata metafisica.

Il nome non era solo un'etichetta che permetteva la facile individuazione delle realtà nominate, ma un qualcosa di inerente, di espressivo dell'essenza e, spesso, con essa identificato.

Ciò spiega come il nome fosse unico, immutabile, intrasferibile e, spesso, segreto. Disporre del nome di una cosa o di una persona era disporre della cosa e della persona stessa.

Una tale credenza fa comprendere perché nelle camere mortuarie e nelle mummie egizie spesso si trovi scritto il nome del defunto, la cui sussistenza in tal modo veniva assicurata, non fosse altro che fino a quando se ne sarebbe conservato il nome. ...

Alla medesima credenza, oltre che al rispetto del sacro, si deve il fatto che nella religione hati (preittita, in Asia Minore), le divinità avessero due nomi, uno per gli dèi, l'altro per gli uomini. Per esempio, la dea del grano, chiamata Kait tra i mortali, è denominata Hayamma o regina tra gli dèi.

La poesia omerica conserva evidenti tracce di tale usanza nella Grecia antica quando, ad esempio, parla del fiume di Troia divinizzato che «gli dèi chiamano Xanto e gli uomini Scamandro»; o quando afferma che «gli dèi chiamano questo gigante Briareo, i mortali Egeone».

È ovvio che i nomi della divinità sfuggono all'applicazione di una così facile similitudine ed esigono, invece, una spiegazione etimologica più sottile, riflesso fedele della conoscenza analogica di essa.

 Tutte le volte, o quasi, che nei poemi omerici ricorre il nome di un dio o di tra dea, esso è accompagnato ed esaltato da mia veste poetica che ne esprime le caratteristiche: «la dea dagli occhi scintillanti» (Pallade Atena), «l'adunator di nubi» (Zeus).

Se leggiamo i documenti letterari ed epigrafici che ci parlano del dio celeste, noteremo che tra tutti gli epiteti quello che viene usato con particolare predilezione e insistenza, in qualità di nomen divinum, è Hypsistos, Altissimus, Altissimo».

L'epiteto, mutuato dalla dimensione spaziale, indica in realtà qualcosa di più profondo: l'elevatezza qualitativa. Dai testi greci si desume che entrambi i significati potrebbero essere attribuiti a una qualsiasi divinità olimpica; di fatto, però, è diventato l'epiteto abituale di Zeus.   "...


Trascendenza della divinità celeste

" ..Se la religiosità celeste avesse concretizzato la propria dottrina in un credo dogmatico, questo sarebbe senz'altro iniziato con la fondamentale verità della divisione, se non addirittura opposizione, tra il divino e l'umano.

L'ordinamento divino del mondo separa geograficamente, essenzialmente e vitalmente i «terrestri», «mortali», dai «celesti», «immortali».
L'atteggiamento religioso dell'uomo corrisponde a questo contrasto.

Di solito, l'etica della coscienza indoeuropea e degli altri popoli a religione celeste è fondata sull'accettazione volontaria o forzata della limitazione delle qualità umane, della loro autonomia, e delle possibilità di felicità in un confronto perdente con il potere, il sistema di vita e la felicità degli dèi. "
L'antropomorfismo(= rappresentazione del divino in forme umane)

" Nelle religioni celesti non si dà mai la jerofania e la concretizzazione dei «divini, nell'«animale» ( teriomorfismo); questo è un fenomeno tipico della religiosità tellurica.

Invece, sono numerosi i racconti di teofanie o «apparizioni » : «presenze ed apparizioni» degli dèi in forma umana, che svaniscono o scompaiono una volta trascorso il tempo necessario al compimento del missione mitica ad essi affidata.


Esempi tipici sono l'apparizioni di Zeus e di Ermes a Filemone e Bauci (0vidio, Metamorfosi, 8) e la credenza degli atbitanti di Listri che, meravigliati della guarigionei di uno storpio, vogliono adorare S. Paolo S. Barnaba, ritenendoli l'uno Zeus, l'altro Ermes (Atti, 14, 8-18). "


La natura analogica della nostra conoscenza razionale della divinità rischia sempre l'antropomorfismo.

A volte, come accadde ai greci e a tutti i popoli a religione celeste, lo spirito religioso è degradato fino a nascondersi dietro una configurazione umana degli dèi sia sul piano fisico che su quello spirituale degli attributi.

Selinunte-Zeus ed Hera

" ..Forse nessuno come Senofane di Colofone nel secolo VI a. C. ha avuto una tale intuizione.

Uomo profondamente religioso, credeva in un dio «diverso dagli uomini e per aspetto e per pensiero» (Frammento 23, 24).

Quando la sua città-Stato cadde sotto il dominio persiano, egli divenne un cantore inquieto, un viandante di professione.


I suoi canti, però, rompono con il politeismo antropomorfico che, a suo giudizio, un altro cantore, Omero, avrebbe creato per i greci.

Secondo Senofane, Dio possiede tutto per mezzo del pensiero. A differenza degli dèi epici, è immobile, non ha fretta; neppure si lascia prendere da quella moderata premura maestosa, in linea con la propria categoria, che i poemi omerici sono soliti riflettere metricamente con l'alternanza di dattilo e di spondeo; riposa immobile, assorto in se stesso, felice e onnipotente. In questo modo Senofane esclude l'antropomorfizzazione concettuale molto più sottile di quella iconografica.

Tuttavia, presso i greci la concezione antropomorfica della divinità è stata predominante prima e dopo Senofane, al pari di quanto avvenuto presso gli altri popoli a religiosità celeste.

Grazie ad essa conosciamo la maestà di Zeus, la bellezza di Afrodite e la sua smorfia, quando viene ferita da Diomede, la claudicazione di Efesto, le situazioni comiche nelle quali lo mette il teatro di Aristofane e che suscitano l'ilarità degli spettatori, nonché le vicende, non sempre nobili e onorevoli, del loro influsso nella vita degli individui e dei popoli, sia in tempo di pace che in tempo di guerra.

Umani nell'aspetto (antropomorfismo somatico) e umani anche nelle reciproche relazioni. I loro consigli e le loro assemblee non sono in nulla diversi dalle riunioni dei principi achei; in più di un'occasione Zeus è costretto a far ricorso a tutta la sua autorità per evitare che vengano alle mani (antropomorfismo sociale). Ugualmente umane sono le loro qualità e attributi (antropomorfismo psicoconcettuale) e le loro relazioni coniugali e familiari (antropomorfismo familiare), ecc.

A livello concettuale umani sono anche i tratti antropomorfici, anche se più sfumati, poiché coincidono in parte con il nostro processo mentale quando ci si applica a pensare a Dio.

Quando diciamo che Dio è infinito, onnipotente, santissimo, giusto, di solito non ci accorgiamo che stiamo adoperando una antropomorfizzazione certo più sottile di quella che lo concepisce con barba bianca, mano alzata a sostenere l'orbe terracqueo, come oggi viene rappresentato Dio Padre dagli artisti in molti dei nostri quadri. "..


(**)



(**) Manuel Guerra Storia delle religioni -La Scuola.

(***) Mircea Eliade Trattato di storia delle Religioni-Bollati-Boringhieri.


top




Pag.  5
  1    2    3    4   5   6   7   8    

home





DISCLAIMER. Si ricorda - ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n. 62 - che questo sito non ha scopi di lucro, è di sola lettura e non è un "prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare" : gli aggiornamenti sono effettuati senza scadenze predeterminate. Non può essere in alcun modo ritenuto un periodico ai sensi delle leggi vigenti né una "pubblicazione"  strictu sensu. Alcuni testi e immagini sono reperiti dalla rete : preghiamo gli autori di comunicarci eventuali inesattezze nella citazione delle fonti o irregolarità nel loro  uso.Il contenuto del sito è sotto licenza Creative Commons Attribution 2.5 eccetto dove altrimenti dichiarato.