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Le scienze e la vita

SOMMARIO

La Bioetica-La cultura della vita ........pag.1
Le scienze e la vita.............................pag.2
La Bibbia e la vita ..............................pag.3
Etica e legge ..................................pag.4-5
Eutanasia e testamento biologico ....pag.6
Cure palliative e terapia del dolore ...pag.7
Stato vegetativo persistente
Morte cerebrale.............................. ...pag.8
Documento vaticano 2008
su questioni di bioetica.....................pag.9
Le leggi italiane - attualità...............pag 10
I punti di vista da cui considerare la vita sono diversi quanti sono diverse le scienze umane. Ogni scienza ha obiettivi e strumenti di analisi propri, e i suoi risultati non possono che esseri parziali, settoriali, e bisognosi quindi dell'apporto :

a) La biologia definisce la vita in generale con il principio di ne-entropia, cioè con il contrario della legge dell'entropia.

Ciò significa che le energie del vivente, anziché degradarsi in forme poco riconvertibili alle forme utilizzate dall'uomo, come si osserva in meccanica o in termodinamica, si concentrano e si potenziano al punto da portare l'essere dal suo livello inferiore, fisico-chimico, verso il livello superiore, quello biologico.

Un organismo vivente ha dentro di sé le energie per portare a termine il proprio progetto di vita e percio' è sempre un valore in se stesso, fin dal concepimento ; è capace di svilupparsi e di agire in determinate condizioni.

Tra queste condizioni, può esserci un minor o maggior grado di autonomia,
che è alla base della scala delle varie forme di vita:
- il vegetale si limita a eseguire il progetto riproducendolo;
- l'animale, oltre a crescere e riprodursi, ha capacità percettivo-sensoriale (agisce e reagisce in base a stimoli    esterni);
- l'uomo trascende qualitativamente questi due livelli, essendo un organismo biologico dotato di funzioni    psichiche e spirituali che lo differenziano dall'animale: l'autocoscienza(sa di esistere) e la libertà (decide a ragion    veduta e non solo d'impulso).  In quanto unità unità psico-fisica e spirituale , cioè in quanto persona , l'uomo esula dalle sole leggi biologiche, e tuttavia la sua vita fisica è fondamento e parte integrante e coessenziale della persona. Infatti, è attraverso la vita fisica che la persona entra nel tempo e nello spazio, entra in relazione con i suoi simili, acquisisce un'identità, esprime affetti e pensieri , trasmette la vita ad altri,vive i più alti valori (compresa la libertà e la socialità e realizza il proprio progetto.

b) La medicina, stretta alleata della biologia, difende la vita fisica dalle minacce cui è continuamente esposta; previene e cura le malattie; promuove le migliori condizioni per lo sviluppo dalla fase del concepimento fino alla morte; permette di garantire meglio e al maggior numero di persone, per quanto è possibile, il "diritto alla salute".

c) L'economia guarda alla vita dell'uomo per assicurargli i mezzi sufficienti di sostentamento e di sviluppo: il problema economico è al centro della famiglia per l'essere e il benessere dei figli (nelle società benestanti, la precarietà economica si situa tra i primi fattori della denatalità); lo Stato sociale istituisce forme di previdenza sanitaria e assistenza per i cittadini bisognosi; varie forme di solidarietà sono attivate tra nazioni per soccorrere popolazioni private persino del minimo indispensabile per sopravvivere.

d) Il diritto contempla, tra le altre norme, anche quelle che guardano la salvaguardia, il rispetto e la promozione fisica e sociale delle persone: esistono leggi civili che o risolvono i conflitti e le tensioni che possono minacciare la pace e la sussistenza del gruppo sociale; leggi c l'esercizio della medicina (cfr. il giuramento di Ippocrate per la sicurezza stradale e la sicurezza sul lavoro; leggi che difendono i diritti del malato, dell'handicappato, del bammino in difesa della maternità, dell'infanzia, della vecchiaia.

e) La filosofia è meditazione sulla vita umana, e per ciò stesso sulla morte. E la morte che ci fa pensare la vita con di prezioso e di fragile. La vita umana ha senso e va rispettata anche se non disponiamo che di un tempo finito per vivere. «Dal momento che uno nasce, è già abbastanza vecchio per morire ; un adolescente - come ricorda Dino Buzzati in uno dei suoi romanzi - può avere già consumato tutti i suoi giorni, così come è ormai molto vecchio quell'automobilista tre fra un'ora si schianterà contro un albero, molto vecchio  quel cinquantenne che domani cadrà fulminato da un attacco cardiaco,molto vecchio quel ragazzino che fra un paio di settimane morirà schiacciato sotto le ruote di un camion»'.

Il pensiero della morte, ripetono i filosofi, anche non credenti, delle varie epoche è uno stimolo a vivere bene. La psicologia conferma questa affermazione: lo psicanalista C.G.Jung ha potuto documentare che i giovani che hanno paura della vita saranno precisamente quelli che più avanti negli anni avranno paura della morte; e, inversamente, coloro che hanno saputo affrontare con idee chiare e con coraggio la vita e l'hanno vissuta in pieno, sono gli stessi che, venuto il momento accettano con maggior serenità la propria morte.

f) L'etica naturale, quando riflette sulla vita umana si pone sullo stesso piano della filosofia (essa presuppone tra l'altro, una certa visione filosofica dell'uomo), ma restringe e precisa l'area degli interrogativi e delle soluzioni che propone . Essa valuta e determina quali scelte siano conformi o difformi dalla dignità umana.
Essa incoraggia positivamente le ricerche scientifiche in ogni campo, finché esse rispettano e promuovono la dignità della persona e il progresso obiettivo dell'umanità, ma fissa anche i limiti invalicabili oltre i quali certi esperimenti scientifici, (per esempio in fatto di ingegneria genetica e riproduttiva) non dovrebbero spingersi. Uno dei principi su cui deve poggiare una ricerca bioetica è che la vita del singolo va sempre e rispettata e difesa: il bene della persona non può mai essere subordinato al bene della società (è quindi sempre illecita la soppressione di un individuo per il benessere degli altri).

g) L'etica religiosa, che è assistita da una visione trascendente della persona, condivide o corregge, quando occorra, gli orientamenti maturati dall'etica naturale. Il riferimento a una rivelazione e quindi a una teologia fa considerare "sacra" la vita di ogni uomo (e la vita in genere).
Non solo il cristianesimo, ma le religioni in genere affermano che la vita, ogni vita, è proprietà divina. Ciò non significa che le religioni proibiscano ogni ricerca sperimentale intorno alla vita umana: esse intervengono per prevenire o condannare quelle dottrine o sperimentazioni che trattano l'uomo come un mezzo, anziché solo e sempre come un fine.

L'amore verso se stessi

L'uomo è progetto di vita fin dal concepimento , è il progetto "persona". Questa sua dignità costitutiva è l'appello "etico" : " sii e diventa ciò che sei, una persona" .

Realizzarsi come  persona  è il primo valore della vita. E' il soggetto stesso a scoprire quale sia il valore  "persona". Per un Buddhista sarà la salvezza dall' impermanenza dell'io e il raggiungimento del Nirvana. Per un cristiano la conformazione a Gesù in tutti gli aspetti della vita. Per un induista l'estinzione del Karma. Ogni comportamento umano deve realizzare un valore che concorra alla realizzazione del progetto persona.

La realizzazione della persona implica scegliere  comportamenti che realizzino il bene personale e comune che la ragione riconosce, cioè la legge morale naturale.L'etica della vita personale comincia dalla responsabilità di se stessi. 

Ciascuno deve "rispondere" di ciò che è e di ciò che deve diventare". 
Il duplice compito coinvolge tutti gli aspetti della persona: da quello fisico-corporeo a quello psichico e mentale, a quello propriamente spirituale e valoriale. Questi vari aspetti, da intendersi tra loro integrati e non giustapposti, sono variamente valorizzati o disattesi nelle diverse culture umane.

In genere l'uomo delle culture primitive, dovendo soddisfare i bisogni elementari anche solo per la pura sopravvivenza fisica in un mondo ostile e sconosciuto, dà priorità agli aspetti attinenti all'integrità del corpo e al suo rapporto con lo spazio vitale circostante.
Man mano però che la storia avanza, l'uomo esplora nuove zone della sua interiorità psichica, sviluppa le proprie capacità affettive, padroneggia i processi del pensiero, metabolizza le sue esperienze, impara a creare e non solo a riprodurre, progetta il futuro, conquista e gestisce spazi di libertà.

Questa lunga ricerca, indubbiamente ricca di conquiste, non è andata esente da riduzionismi, eccessi e fallimenti, che ancora si ripercuotono nell'attuale immagine che l'uomo ha di se stesso. Fu così che, per esempio (per stare agli ultimi secoli della cultura occidentale):
- l'uomo illuminista del Sei-Settecento ha creduto di potersi identificare nell`Io penso" di Cartesio, per il quale la "coscienza" pensante è una realtà totalmente distinta e diversa dal corpo; quest'ultimo, come qualsiasi altro corpo fisico, si spiega anche senza anima, sulla base del funzionamento meccanico degli atomi. Ne è conseguito un dualismo animalcorpo e una svalutazione della corporeità: dualismo e svalutazione divenuti inaccettabili nelle odierne teorie dell'uomo;
-  all'opposto, l'uomo empirista della cultura industrializzata assolutizza l'importanza del mondo materiale, si affida totalmente alle mediazioni dell'esperienza corporea, e minimizza quindi la funzione della coscienza;
- così pure l'uomo materialista dell'Otto-Novecento ha puntato tutto sui valori materiali e sul benessere materiale, privilegiando la trasformazione della base economica e relegando l'attività dello spirito tra i fenomeni secondari e derivati rispetto alla materia;
- in epoca moderna e contemporanea si sono inoltre combattute due visioni opposte di uomo: quella individualista e quella collettivista.

Ambedue le tendenze mortificano, per opposti motivi, la dimensione propriamente sociale della persona: la prima perché esalta talmente la centralità dell'Io, da dimenticare che nessun "io" può crescere al di fuori di un "noi", cioè di una comunità; la seconda perché crede di risolvere il problema della solitudine dell'uomo ponendolo a vivere in una collettività massificante, che può tutt'al più sviluppare contatti di tipo burocratico o funzionale ma non rapporti interpersonali;è stato soprattutto merito della tendenza personalista di questo secolo l'aver saputo contrastare le grossolane ambiguità delle precedenti visioni, riproponendo una concezione dell'uomo inteso come indissociabile unità bio-psichica, soggetto di bisogni e di desideri, dotato di identità sessuale, aperto alla socialità e capace di autocritica, radicato in una storia e proiettato nel futuro.

Tutti questi "modelli d'uomo", e altri ancora, sono in circolazione, con più o meno fortuna, nella cultura attuale.
Ciò spiega tanti comportamenti contraddittori: 
- il culto del corpo a scapito di altri valori dello spirito; 
- il consumismo egoistico che ignora ogni senso di solidarietà; 
- la dipendenza dal gruppo o dalla società che compromette l'autonomia personale... 
Sono comportamenti che non denotano un corretto rapporto con se stessi, perché enfatizzano alcune componenti della persona e ne occultano altre. Vanno quindi verificate tali componenti per poter costruire un corretto rapporto con se stessi.

Assumere responsabilmente la corporeità.

L'uomo è corpo vivente, e la sua soggettività è segnata, oltre che dalla mente e dalla coscienza, da una energia localizzata nel tempo e nello spazio, che si organizza e si esprime in ogni cellula corporea. Tra il corporeo e lo psichico non si dà separazione né inferiorità dell'uno sull'altro, ma flusso di reciproche integrazioni tra le due polarità (corpo e spirito) che formano l'unità della persona umana.

La cultura odierna, a differenza di quella di epoche passate, fa della corporeità una dimensione irrinunciabile dell'intera esistenza. Abbigliamento e moda, cosmesi, sport e danza, cura della salute, terapie d'ogni tipo, ricerca dell'effetto estetico, movimento ecologico, ecc., sono altrettanti segnali di una diffusa e vistosa cultura del corpo. Se ci può essere una propensione a mitizzare il corpo, non si possono tuttavia disconoscere le insostituibili funzioni della corporeità: con il corpo si entra in interazione col cosmo; si coglie e si interiorizza la realtà esteriore; si instaura un rapporto di presenza e reciprocità con l'altro; si realizza lo stare insieme comunitario; ci si orienta nell'attrazione sessuale e si manifesta l'esperienza d'amore.

Assolvendo queste funzioni, il corpo è mezzo di comunicazione, ma a tempo stesso è messaggio, è rivelazione di se stessi, e spesso all'insaputa della stessa persona. Con un termine teologico, si potrebbe dire che il corpo ha una funzione sacramentale: l'identità personale si esprime visibilmente nel corpo e attraverso il corpo nel mondo. 

Anziché dire che l'uomo ha un corpo, sarebbe meglio dire che l'uomo è il suo corpo.

In particolare, il volto è la parte più esposta e più eloquente della persona: «Non è forse un miracolo straordinario che tra tante centinaia di milioni di volti non ve ne siano due uguali? E che nessun volto rimanga perfettamente uguale per più di un attimo?»'.

La dimensione corporea della persona va accettata e assunta realisticamente: senza minimizzarla o tabuizzarla, ma nemmeno senza maggiorarla fino a renderla un mito. Essa è parte integrante del proprio "io" storico, della propria biografia e del proprio progetto di vita.

Nella adolescenza in particolare, accettare positivamente la propria corporeità significa assumerne la connotazione sessuata, maschile o femminile, e tutte le caratteristiche fisiche più o meno gratificanti (salute, altezza, colore degli occhi e dei capelli, ecc.), e per ciò stesso significa riconoscerne con sano realismo gli inevitabili limiti: fragilità, stanchezza, dolore, malattie, disfunzioni, passioni, invecchiamento, morte. Il non saper assumere col dovuto realismo la propria identità psicofisica può condurre a patologie più o meno gravi e talvolta al suicidio.

L'identità

Chi sono?
Cosa voglio dalla vita?
Come mi sto realizzando?
Come mi "vedono" gli altri?
Che cosa c'è nella mia personalità che mi distingue dagli altri?

Rispondere a queste domande significa declinare i propri connotati,  dichiararsi.
Di quali tratti si compone l'identità personale?

Può essere d'aiuto qui la psicologia, che individua le seguenti dimensioni di un'identità naturale
- l'aspetto intrapersonale: sono gli elementi strettamente personali che il soggetto individua come costituenti la propria originalità, il suo modo di essere e di reagire, la sua coerenza con se stesso, la sua continuità nel tempo, ecc.;
- l'aspetto interpersonale o relazionale: elementi che il soggetto vive in modo tale da distinguersi dagli altri: il mio modo di essere con gli altri, di vedere me stesso in relazione ad altri, ciò che mi distingue da altri, ecc.;
- l'aspetto conoscitivo: elementi che aiutano la conoscenza personale: saper verbalizzare il contenuto della propria autocoscienza, scoprire e accettare se stessi come uomo o donna, saper ricostruire la propria autobiografia critica, ecc.;
- l'aspetto trascendentale: elementi che esprimono il desiderio di realizzare valori, come per esempio: la voglia di superare se stesso; la ricerca di giustizia e di amore; la ricerca di fede; il desiderio di compiere la propria missione, ecc.
Le condizioni per realizzare armonicamente questi vari aspetti dell'identità umana sembrano essere, sempre secondo la psicologia :
- acquisire progressivamente l'autonomia psicologica, superando le, dipendenze infantili e distanziandosi dai modelli di comportamento maturare l'identità psico-sessuale, riferita cioè all'essere uomo o donna sessuati non solo biologicamente ma anche psicologicamente, premessa alla capacità affettiva e oblativa;
- sviluppare lo spirito critico per far fronte ai condizioname ideologici, sociali e culturali che minacciano l'originalità de personalità;
elaborare un progetto di vita che nasca da un discernimento de propria "vocazione";
aprirsi alla solidarietà e alla partecipazione, per superare il narcisismo e l'individualismo.

Dal punto di vista propriamente etico promuovere la propria identità significa, in sintesi:
- capacità di guardarsi dentro, di prendere possesso di se stessi di saper far fronte agli eventi per non rimanerne condizionati
- possibilità di arricchimento esistenziale, sfruttando le proprie potenzialità, e sfuggendo così al nauseante non-senso del vivere epidermico, superficiale, discontinuo;
- capacità di discernere i bisogni veri da quelli indotti artificiosamente dalla pressione sociale (moda, gruppo-dipendenza, pubblicità...

Nella linea del tempo biografico, il rapporto con se stessi no si esaurisce nel riconoscimento pur necessario delle proprie radici e delle esperienze compiute nel passato, non si ferma nemmeno a possedere e gustare solo l`attimo fuggente" del presente , ma si proietta nel futuro come il luogo della piena realizzazione di sé.
La persona umana è fatta anche di ideali, di desideri, di tensioni, di sogni, di progetti. Siamo fatti per «dimorare nella casa del domani».

L'impulso naturale a realizzare determinati progetti nel futuro viene dalla scoperta delle proprie attitudini e dalla "coltivazione" delle medesime negli anni della formazione giovanile. Attitudini che devono essere anche messe creativamente al servizio degli altri, oltre che riuscire possibilmente gratificanti per se stessi (realizzarsi nel realizzare una missione).
E' la responsabilità di coltivare la propria dimensione progettuale: di cercare prima, e di realizzare poi quello che anche umanamente e professionalmente si chiama " la propria vocazione".

Il rapporto con se stessi non si esaurisce evidentemente nel conoscersi, nel raffinare la propria identità o nel saper prender in mano il proprio futuro. Anzi, queste attenzioni verso la maturazione del proprio io non si svilupperebbero se mancasse all'origine quell'energia motrice, legata all'istinto di conservazione, che è l'amore verso se stessi:

- un corretto amore verso se stessi è la premessa per saper amare gli altri: l'io personale - affermano gli psicologi - è in grado di amare nella misura in cui è stato capace di accogliere anche se stesso con amore;
- accettare se stessi, saper vivere in pace e in armonia con la propria presenza, è anche la condizione per evitare certe distorsioni psicologiche, quali il ripiegamento egoistico su se stessi, i complessi di inferiorità o di gregarismo o, al contrario, l'ambizione a mete superiori alle proprie forze o fuorvianti rispetto alle proprie reali aspettative;
- la stessa Bibbia (Lv 19, 18; Tb 4, 15; Mt 22, 39) pone il sano amore di se stessi come misura dell'amore dovuto agli altri. Non senza indicare però anche il salto di qualità che la fede richiede ai credenti disposti ad abbracciare la radicalità del vangelo: la capacità eroica di "morire a se stessi" e di rinunciare persino alla propria vita per la causa di Dio (è il caso dei martiri, ma anche di tanti "testimoni" che antepongono ai propri interessi il servizio del prossimo per amore di Dio).

(*) (testi di F.Pajer-RELIGIONE-SEI)

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