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SOMMARIO

La Bioetica-La cultura della vita ........pag.1
Le scienze e la vita.............................pag.2
La Bibbia e la vita ..............................pag.3
Etica e legge ..................................pag.4-5
Eutanasia e testamento biologico ....pag.6
Cure palliative e terapia del dolore ...pag.7
Stato vegetativo persistente
Morte cerebrale.............................. ...pag.8
Documento vaticano 2008
su questioni di bioetica.....................pag.9
Le leggi italiane - attualità...............pag 10

Nella Bibbia, vivere, che cosa significa ? 

Per la Bibbia, "vivere" non significa solo "esistere", non equivale a essere fisicamente al mondo alla maniera delle cose e nemmeno alla maniera degli animali. Animali e piante non sono di per sé soggetto del verbo "vivere". Questo verbo è riservato all'uomo e, naturalmente, a Dio, che è sorgente della vita ed è "il Dio dei viventi e non dei morti".

"Vivere" da uomini, in senso bíblico, equivale a:

- benessere (= essere bene), perché benedetti da Dio e perché si è degni di godere quei beni indispensabili per un'esistenza felice: gioia, serenità, piacere, sicurezza (anche economica), fedeltà alla tradizione dei padri, equilibrio interiore;
- essere aperti alla vita e desiderare, cioè essere ottimisticamente disponibili a un domani migliore, tendere senza fermarsi a una com­piutezza senza limiti (l'uomo biblico è desiderio, è "un essere che desidera");
- appartenere a una nazione e abitare una terra: la vita umana è autentica quando si è inseriti in una famiglia, che a sua volta fa parte di una tribù, di un popolo, non nomade ma residente in una terra patria e ospitale;
- riconoscere e comunicare con l'origine della vita, Dio: non c'è vita vera se non in dialogo con chi l'ha data; la vita infatti non è frutto del caso, né è fine a se stessa, ma è sempre un dono, quale l'uomo non è che un amministratore responsabile. La stessa nascita di un figlio è vista come un libero dono fatto dal Signore alla coppia che ama e protegge.

L'ebraismo biblico esprime un grande amore per la vita concreta e piena.

Il saluto ebraico , shalom  significa appunto: pienezza di vita. L'ebraismo biblico rifugge sia dallo spiritualismo disincarnato del platonismo che esalta l'anima a spese del corpo, sia dal materialismo edonistico che non riconosce all'uomo se non la dimensione corporale.  La cultura della vita nell'ebraismo ha alcuni tratti inconfondibili:

- è vita intera, non divisa artificiosamente tra esigenze materiali e spirituali, tra l'al di qua e l'aldilà;
- è vita quotidiana, fatta di piccole cose come delle più grandi, di momenti ordinari vissuti in modo straordinario;
- è vita assaporata in pienezza, godendo di tutte le cose buone cui il Creatore ha circondato l'uomo, dall'abbondanza di beni materiali all'amore coniugale, dal piacere dell'amicizia alla fecondità del matrimonio;
- è vita pagata a caro prezzo, esposta al rischio dell'infede e bisognosa quindi di un vigilante autocontrofio, da conseguire c l'aiuto della Torah;
- è vita che trova il suo senso in Dio, perché ricevuta singol mente in dono da lui (perciò la Bibbia non si pone nemmen problema se una vita umana valga più di un'altra: ogni vita è do unico e irripetibile);
- è vita amata malgrado le passività, nonostante le catene d'Egitto e l'esilio di Babilonia, nonostante le cento diaspore della storia e i ghettí dell' emarginazione, nonostante l'olocausto.

Sono di un ragazzo ebreo questi versi scritti sui muri del ghetto di Varsavia nel 1941: 

«Da domani sarò triste, da domani. Ma oggi sarò contento. A che serve essere tristi, a che serve?. Perché soffia un vento cattivo? Perché dovrei dolermi oggi del domani? Forse il domani è buono forse il domani è chiaro. Forse domani splenderà ancora il sole e non vi sarà motivo di tristezza. Da domani sarò triste, da domani. Ma oggi, oggi sarò contento e a ogni amaro giorno -da domani  dirò  sarò triste- Oggi no ».

Nella Bibbia cristiana gli impegni morali discendono dalla verità teologica Non si capisce il senso dell'etica biblica sulla vita se non la si inquadra nei grandi fatti della rivelazione dell'Antico e del Nuovo Testamento. Quello che la Bibbia richiede (per es. quando impone di «non uccidere») non è un'obbedienza cieca a un ordine tirannico, ma la naturale conseguenza pratica di un certo rapporto di alleanza stabilitosi tra Dio e l'uomo.

L'etica biblica non è un sistema normativo a sè stante ma una logica conseguenza che nasce dal prendere sul serio ciò che il Dio della vita ha compiuto per salvare l'uomo. 

Nell'ottíca biblico-cristiana l'etica della vita trova il suo fondamento nella particolare visione teocentrica dell'uomo:
- un uomo che vive la condizione creaturale;
- un uomo che è stato sanato dall'azione redentiva;
- un uomo che ha una vocazione escatologica.

In effetti, tra i principali fatti salvifici che fanno da premessa e cornice all'etica sono da ricordare i seguenti :

- la creazione: la dignità di ciascun uomo deriva dal fatto di  essere creato a immagine di Dio (Gn 1, 27). Una dignità che non si misura dunque dall'albero genealogico né dal ruolo sociale, né dal quoziente intellettuale o dalla prestanza fisica. Per la Bibbia  ogni persona umana ha in Dio la sua origine e il suo fine, e resta totalmente persona anche quando, per menomazione naturale o accidentale, non avesse più una figura umanamente presentabile.Così la persona handicappata, il bambino mongoloide o l'anziano irrecuperabile vanno visti e trattati, per l'etica cristiana, non solo in base ai princìpi enunciati nel quadro dei diritti universali dell'uomo, ma nella convinzione che ogni persona, anche la più menomata, è creata «a immagine di Dio ». Così, sempre in base a tale convinzione, si considera eticamente intollerabile ogni pratica di procreazione assistita clinicamente che prevedesse l'eventualità di gettare tra i rifiutí il prodotto di un concepimento, quando non corrispondesse alle aspettative dei genitori;  

- l'incarnazione: la logica dell'incarnazione domanda di fare buon uso di tutte le mediazioni umane a disposizione (esperienza, scienza, tecniche) e di non chiedere soluzioni magiche o ultimamente risolutorie alla Bibbia, al magistero o alla sola preghiera. Per esempio, la risposta a problemi scientifici o giuridici (dei tipo: a partire da che momento un embrione è persona umana? è lecita la pena di morte?) non può essere cercata nella sola Bibbia e imposta d'autorità, ma va costruita con l'aiuto delle scienze competenti e rimessa onestamente in questione tutte le volte che nuovi per dati accertati o nuove ipotesi plausibili lo domandano.

Altra conseguenza etica che scaturisce dall'incarnazione è la valorizzazione cristiana della corporeità: il corpo umano ha una dígnità singolarissima dal momento che è stato pienamente assunto definitivamente glorificato dal Figlio stesso di Dio. Ne consegue per i credenti  che il corpo umano non deve mai servire cavia come (e solo a certe condizioni) quello di un animale; c il potenziale genetico o il sesso di una persona non si deve modi. care; che non vanno manipolati arbitrariamente né l'embrione ú il feto. che non si possono alterare senza grave motivo le normali e naturali condizioni biologiche e psicologiche della maternità e della paternità;

- la redenzione: il mistero della redenzione compiuta attraverso la croce e la risurrezione invita il credente a non confondere salvezza e salute: se da una parte la salute fisica e psichica è fonda­mentale per la pienezza della vita umana (Gesù stesso si è rivelato Messia risanando molti malati), dall'altra essa non esaurisce assolutamente tutta la portata della salvezza. Per la bioetica la salute è un mezzo, non un fine. Ai fini della salvezza della persona, la salute non è un assoluto. Si spiega così, per esempio: che dei geni­tori possano accettare la vita di un figlio handicappato; che una coppia sterile non si accanisca a voler un figlio a tutti costi (per es. ricorrendo a una madre sostitutiva); che dei parenti non accettino per un loro congiunto forme di accanimento terapeutico oppure, peggio, di eutanasia diretta;

- la risurrezione: è la chiave di volta che, nel cristianesimo, permette di interpretare in una prospettiva inedita il cosmo, la storia, la vita, il proprio destino.

Per un verso, la vita terrena coi suoi piccoli e grandi problemi ne resta relativizzata, poiché la risurrezione la proietta in una dimensione escatologica davvero incommensurabile; dall'altro la rivelazione che con la morte "la vita non è tolta ma solo mutata" fa guardare con sgomento al compito immane di gestire il dono di una vita immortale dentro la fragile provvisorietà dei giorni terreni.
Il modello del cristiano compiuto è Gesù stesso: Gesù muore in croce ferito e deformato dalla violenza subita, ma risorge guarito e irriconoscibile: anche la vecchiaia è una malattia e il corpo risorto ne viene guarito!

La rivelazione cristiana mostra che qualsiasi condizione subisca il corpo della persona in questa vita (comprese le disabilità genetiche) possono essere guarite da Gesù nella resurrezione finale. Dunque il cristiano protegge la persona umana in quanto tale fin dal concepimento (anzi oggigiorno è chiamato a proteggerla anche  nel    modo del concepimento stesso)

(F.Pajer-RELIGIONE-SEI)

«non uccidere»

Il « non uccidere » biblico, come gli altri comandamenti, è stato naturalmente assunto anche dai cristiani come uno degli imperativi morali distintivi della fede in Gesù. Ma il modo di interpretare questo comandamento del rispetto della vita non è stato uniforme nel corso dei secoli.

Ispirandosi alla condotta e al messaggio di pace di Gesù, il cristianesimo dei primi tre secoli fa una scelta radicalmente pacifista e nonviolenta: non è mai ammesso uccidere una persona, nemmeno in guerra o nel caso di autodifesa.

I primi cristiani rifiutano il servizio militare. I militari di professione convertiti al cristianesimo si dedicano esclusivamente a servizi di pace. L'assassinio è, con l'idolatria, il grande peccato: non è ammessa alcuna eccezione, neppure per il soldato. Tutte le testimonianze sul cristianesimo primitivo confermano che non vi è mai stato ricorso alle armi nemmeno per difendere le comunità dai persecutori.Oltre alla proibizione delle armi, i cristiani sono contrari alla pena di morte, all'aborto e ai giochi mortali nei circhi. Anche se queste azioni erano allora ammesse dalla legge dello Stato, non per questo erano considerate conformi al vangelo.

Dal IV secolo (con gli editti di Costantino e soprattutto di Teodosío, che "normalizzano" il cristianesimo nella società civile e quindi anche nell'esercito), i cristiani cercano criteri di distinzione tra guerra giusta e ingiusta, permessa anzi obbligatoria la prima, condannata la seconda. Guerra giusta, però, era considerata di volta in volta quella combattuta dalla propria parte (ciò spingerà il pacifista Erasmo di Rotterdam a mostrare con ironia l'insostenibilità della "guerra giusta" nel libretto Querela pacis = La lamentela sulla pace- del 1517).

Così sant'Agostino distingue tra uccisione compiuta da un privato di propria iniziativa e uccisione commessa nell'esercizio una funzione pubblica o per ordine dello Stato: è illecita la prima è lecita la seconda. In genere, egli è passato alla storia del pensiero cristiano come l'autorità che giustificò guerra giusta, pena morte e autodifesa cruenta, anche se la paternità della dottrina della "guerra giusta" risale al De Officiis (1, 11) di Cicerone.

Nei secoli successivi si può ricordare il caso singolare di san Bernardo, che condanna l'autodifesa cruenta, ma in compenso giustifica l'uccisione dei musulmani nelle crociate. Dopo la "guerra giusta" nasce l'idea di "guerra santa": l'uccidere, come l'essere ucciso in battaglia, diventa non solo giusto ma meritorio e santo. Uccidere un malfattore musulmano (o un eretico)  sostiene san Bernardo non è un omicidio, ma più propriamente un malicidio!

Più tardi anche san Tommaso d'Aquino sosterrà la liceità della pena di morte, da infliggere però solo a chi è venuto meno alla sua dignità umana (cioè si è reso colpevole di gravissimi delitti). L'argomentazíone è la seguente: come è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, così quando uni persona è divenuta un pericolo per la comunità o è causa di corruzíone degli altri, essa viene eliminata per garantire la salvezza della comunità (Summa Theologiae II-II, q. 29, artt. 37-42).

Con l'umanesimo e il rinascimento e la nascita degli Stati territorial í spesso in guerra tra loro, la ragione politica si sostituirà agli argomenti morali per discernere se sia lecito o meno uccidere.
Il Principe di Níccolò Machiavelli (1469-1527) segna la transizione a un'altra epoca: per lui ormai la politica è esente da leggi etiche, il potere non sottostà a norme morali; la guerra e la violenza in genere sono viste cinicamente come mezzo necessario al mantenimento del potere.

Nell'epoca moderna la coscienza del valore della vita si è andata progressivamente piegando alle strutture della cultura borghese, dominata da obiettivi fondamentalmente economici (rivoluzione industriale: sfruttamento del lavoro infantile e femminile) e viziata da pregiudizi razzistíci e confessionistici (guerre di religione). La politica espansionistica delle potenze coloniali non trova resístenza nemmeno nelle Chiese, né a riguardo del saccheggio devastante delle culture indigene, né a riguardo della tratta degli schiavi negri africani verso il continente americano.E' solamente dopo la seconda guerra mondiale che teologia cri stiana e magistero tentano di elaborare un'etica della pace più ri spondente alle attese dell'uomo moderno:

- abbandono della tradizionale dottrina del la "guerra giusta" a favore del principio della pace giusta intesa come sviluppo sociale (Giovanni XXIII, Pacem in ter­Yis; Paolo VI, Populorum progressio);
- messa al bando di ogni guerra offensiva
- discernimento tra i vari beni in conflitto come criterio per l'ammissibilità morale della guerra
(Pio XII, vari messaggi negli anni Cinquanta)

- condanna senza riserve della guerra nucleare,
- condanna senza riserve della corsa agli armamenti nucleari
(Giovanni XXIII, Pacem in ter­Yis; Paolo VI, Populorum progressio);
- il razzismo è un peccato grave
(locuz. di G:Paolo II-26/8/2001)

- accettazione della legittima difesa dei popoli anche con mezzi militari cruenti
(Vaticano II, Gaudium et spes, 80)
;
- tendenza ad abbandonare il linguaggio dell'etica giuridica per privilegiare quello dell'annuncio evangelico
(Giovanni Paolo II e attuali Conferenze episcopali nazionali)
;
- crescita dei movimenti pacifisti e degli obiettori di coscienza anche nel mondo cristiano, sia cattolico che protestante

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