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SOMMARIO

La Bioetica-La cultura della vita ........pag.1
Le scienze e la vita.............................pag.2
La Bibbia e la vita ..............................pag.3
Etica e legge ..................................pag.4-5
Eutanasia e testamento biologico ....pag.6
Cure palliative e terapia del dolore ...pag.7
Stato vegetativo persistente
Morte cerebrale.............................. ...pag.8
Documento vaticano 2008
su questioni di bioetica.....................pag.9
Le leggi italiane - attualità...............pag 10

Eutanasia e accanimento terapeutico.

Alcune considerazioni a partire dal magistero cattolico. L'insegnamento morale della Chiesa parte sempre dal rispetto integrale della persona umana.

Ogni legge o norma positiva di una collettività deve rispettare la persona innanzitutto evitando di indurla a compiere il male ( secondo la Legge Morale Naturale ).

Indurre una persona a compiere il male morale è una azione che la tradizione cristiana chiama " scandalo" .

Il Catechismo Universale .
CUCC. Il rispetto della dignità delle persone .
Il rispetto dell'anima altrui: lo scandalo

 2284 Lo scandalo è l'atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine; può trascinare il proprio fratello nella morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza.

 2285 Lo scandalo assume una gravità particolare a motivo dell'autorità di coloro che lo causano o della debolezza di coloro che lo subiscono. Ha ispirato a nostro Signore questa maledizione: “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli. . ., sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”( Mt 18,6 ) [Cf 1Cor 8,10-13 ]. Lo scandalo è grave quando a provocarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri. Gesù lo rimprovera agli scribi e ai farisei: li paragona a lupi rapaci in veste di pecore [Cf Mt 7,15 ].

 2286 Lo scandalo può essere provocato dalla legge o dalle istituzioni, dalla moda o dall'opinione pubblica.

 Così, si rendono colpevoli di scandalo coloro che promuovono leggi o strutture sociali che portano alla degradazione dei costumi e alla corruzione della vita religiosa, o a “condizioni sociali che, volontariamente o no, rendono difficile e praticamente impossibile un comportamento cristiano conforme ai comandamenti” [Pio XII, discorso del 1 giugno 1941]. Analogamente avviene per i capi di imprese i quali danno regolamenti che inducono alla frode, per i maestri che “esasperano” i loro allievi o per coloro che, manipolando l'opinione pubblica, la sviano dai valori morali.

 2287 Chi usa i poteri di cui dispone in modo tale da spingere ad agire male, si rende colpevole di scandalo e responsabile del male che, direttamente o indirettamente, ha favorito. “E' inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono” ( Lc 17,1 ).

1-Le leggi positive sul fine vita devono innanzitutto evitare di indurre le persone coinvolte a compiere il male morale ( secondo la Legge Morale Naturale ) .

Il suicidio

 2280 Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. E' lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.

 2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all'amore del Dio vivente.

 2282 Se è commesso con l'intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale. Gravi disturbi psichici, l'angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida.

 2283 Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l'occasione di un salutare penh4gialdnto. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita.

2- Ogni legge positiva che induca , favorisca , o faciliti la morte anche come suicidio è uno scandalo : induce le persone a compiere un male morale.

L'eutanasia

 2276 Coloro la cui vita è minorata o indebolita richiedono un rispetto particolare. Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perché possano condurre un'esistenza per quanto possibile normale.

3-Eutanasia è una azione che procura o facilita la morte o il suicidio . Pertanto procura o facilita il compimento di un male morale anche e più ancora quando si applica a persone che conducono una " vita diminuita" rispetto a quella degli altri.

 2277 Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.
 Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere.

L'Accanimento terapeutico .

 2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'“accanimento terapeutico”.

C'è accanimento quando le terapie non possono con certezza guarire la persona e sono terapie onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi.

Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire.

Siamo in un caso in cui è impossibile umanamente, in quelle particolari condizioni , impedire la morte. Si tratta di accettare questo fatto.

4- Il rifiuto dell'accanimento terapeutico non è eutanasia e perciò è sempre moralmente lecito e di conseguenza sempre legittimo.

Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

La decisione del paziente però non è assoluta : c'è sempre una considerazione di ragionevolezza di questa decisione e di interesse legittimo dello stesso paziente di cui tenere conto.

 2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte.

Non sono da considerarsi "accanimento terapeutico" le cure ordinarie anche se - e si sa per certo- non c'è attesa di guarigione. Sono cure ordinarie quelle previste dai protocolli medici quando però non siano onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi. E' sufficiente una sola di queste caratteristiche per rendere una cura straordinaria.

L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

5-Se la morte è prevista e tollerata come inevitabile -a breve- allora è dovere morale ridurre la sofferenza del morente con cure palliative.

L' Eutanasia

Considerazioni sull'eutanasia della Pontificia Accademia per la vita

1. A partire dagli anni '70, con inizio nei Paesi più sviluppati nel mondo, è venuta diffondendosi una insistente campagna a favore dell'eutanasia intesa come azione o omissione che di natura sua e nelle intenzioni provoca l'interruzione della vita del malato grave o anche del neonato malformato. Il motivo che abitualmente si adduce è quello di voler così risparmiare al paziente stesso sofferenze definite inutili.

Si sono sviluppate campagne e strategie in questo senso, portate avanti con il supporto di associazioni pro-eutanasia a livello internazionale, con pubblici manifesti firmati da intellettuali e uomini di scienza, con pubblicazioni favorevoli a tali proposte - alcune, corredate perfino di istruzioni volte ad insegnare a malati e non i vari modi di porre fine alla vita, quando questa fosse ritenuta insopportabile - , con inchieste che raccolgono opinioni di medici o di personaggi noti all'opinione pubblica, favorevoli alla pratica dell'eutanasia e, infine, con proposte di leggi portate di fronte ai Parlamenti, oltre ai tentativi di provocare sentenze delle Corti che potrebbero dare corso ad una pratica di fatto dell'eutanasia o, almeno, alla sua non punibilità.

2. Il recente caso dell'Olanda, dove già esisteva da qualche anno una sorta di regolamentazione che rendeva non punibile il medico che praticasse l'eutanasia su richiesta del paziente, pone un caso di vera e propria legalizzazione dell'eutanasia su richiesta, sia pure circoscritta a casi di malattia grave ed irreversibile, accompagnata da sofferenze e a condizione che tale situazione sia portata davanti ad una verifica medica che si propone come rigorosa. Il perno della giustificazione che si vuol accampare e far valere di fronte all'opinione pubblica è sostanzialmente costituito da due idee fondamentali: a) dal principio di autonomia del soggetto, il quale avrebbe diritto di disporre in maniera assoluta della propria vita; b) dalla persuasione più o meno esplicitata della insopportabilità e inutilità del dolore che può talora accompagnare la morte.

3. La Chiesa ha seguito con apprensione tale sviluppo di pensiero, riconoscendovi una delle manifestazioni dell'indebolimento spirituale e morale riguardo alla dignità della persona morente e una via "utilitarista" di disimpegno di fronte alle vere necessità del paziente. Nelle sue riflessioni, essa ha mantenuto costante contatto con gli operatori e specialisti della medicina, ricercando la fedeltà ai principi e ai valori dell'umanità condivisi dalla massima parte degli uomini, alla luce della ragione illuminata dalla fede, e producendo documenti che hanno ricevuto l'apprezzamento di professionisti e di larga parte dell'opinione pubblica.

Vogliamo ricordare la Dichiarazione sull'Eutanasia (1980), pubblicata 20 anni or sono dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, il documento del Pontificio Consiglio "Cor Unum" Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti (1981), l'Enciclica Evangelium Vitae (1995) di Giovanni Paolo II (in particolare ai nn. 64-67), la Carta degli Operatori sanitari, redatta dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della salute (1995). In questi documenti del Magistero non ci si è limitati a definire l'eutanasia come moralmente inaccettabile, "in quanto uccisione deliberata di una persona umana" innocente (cfr EV 65. Il pensiero dell'Enciclica è precisato al n. 57, consentendo così la giusta interpretazione del passo del n. 65 appena citato), o come azione "vergognosa" (cfr Conc. Vat. II, GS 27) , ma è stato anche offerto un itinerario di assistenza al malato grave e al morente che fosse, sia sotto il profilo dell'etica medica, sia sotto il profilo spirituale e pastorale, ispirato alla dignità della persona, al rispetto della vita e dei valori della fraternità e della solidarietà, sollecitando persone ed istituzioni a rispondere con testimonianze concrete alle sfide attuali di una dilagante cultura di morte. Recentemente, questa Pontificia Accademia per la Vita ha dedicato una delle sue Assemblee generali (dopo un lavoro preparatorio durato diversi mesi), allo stesso tema, pubblicandone poi gli Atti conclusivi nel volume intitolato "The Dignity of the Dying Person" (2000).

4. Vale la pena ricordare qui, pur rinviando ai documenti appena citati, che il dolore dei pazienti, di cui si parla e su cui si vuol fondare una specie di giustificazione o quasi obbligatorietà dell'eutanasia e/o del suicidio assistito, è oggi più che mai un dolore "curabile" con i mezzi adeguati dell'analgesia e delle cure palliative proporzionate al dolore stesso; questo, se accompagnato dall'adeguata assistenza umana e spirituale, può essere lenito e confortato in un clima di sostegno psicologico e affettivo. Eventuali richieste di morte da parte di persone gravemente sofferenti - come dimostrano le inchieste fatte fra i pazienti e le testimonianze di clinici vicini alle situazioni dei morenti - quasi sempre costituiscono la traduzione estrema di un'accorata richiesta del paziente per ricevere più attenzione e vicinanza umana, oltre alle cure appropriate, entrambi elementi che talvolta vengono a mancare negli ospedali di oggi.

Risulta quanto mai vera la considerazione già proposta dalla Carta degli Operatori sanitari: "l'ammalato che si sente circondato da presenza amorevole umana e cristiana, non cade nella depressione e nell'angoscia di chi invece si sente abbandonato al suo destino di sofferenza e di morte e chiede di farla finita con la vita. È per questo che l'eutanasia è una sconfitta di chi la teorizza, la decide e la pratica" (n. 149). A tal proposito, vien fatto di domandarsi se per caso, sotto la giustificazione della insopportabilità del dolore del paziente, non si nasconda invece l'incapacità dei "sani" di accompagnare il morente nel suo difficile travaglio di sofferenza, di dare senso al dolore umano - che comunque non è mai del tutto eliminabile dall'esperienza della vita umana quaggiù - e una sorta di rifiuto dell'idea stessa della sofferenza, sempre più diffuso nella nostra società del benessere e dell'edonismo. Non è poi da escludere che, dietro alcune campagne "pro-eutanasia", si nascondano questioni di spesa pubblica, ritenuta insostenibile ed inutile di fronte al prolungarsi di certe malattie.

5. È dichiarando curabile (nel senso medico) il dolore e proponendo, come impegno di solidarietà, l'assistenza verso colui che soffre che si giunge ad affermare il vero umanesimo: il dolore umano chiede amore e condivisione solidale, non la sbrigativa violenza della morte anticipata. Per altro, il c.d. principio di autonomia, con cui si vuole talvolta esasperare il concetto di libertà individuale, spingendolo al di là dei suoi confini razionali, non può certo giustificare la soppressione della vita propria o altrui: l'autonomia personale, infatti, ha come presupposto primo l'essere vivi e reclama la responsabilità dell'individuo, che è libero per fare il bene secondo verità; egli giungerà ad affermare se stesso, senza contraddizioni, soltanto riconoscendo (anche in una prospettiva puramente razionale) di aver ricevuto in dono la sua vita, di cui perciò non può essere "padrone assoluto"; sopprimere la vita, in definitiva, vuol dire distruggere le radici stesse della libertà e dell'autonomia della persona.Quando poi la società arriva a legittimare la soppressione dell'individuo - non importa in quale stadio di vita si trovi, o quale sia il grado di compromissione della sua salute - essa rinnega la sua finalità e il fondamento stesso del suo esistere, aprendo la strada a sempre più gravi iniquità.

Nella legittimazione dell'eutanasia, infine, si induce una complicità perversa del medico che, per la sua identità professionale ed in forza delle inderogabili esigenze deontologiche ad essa legate, è chiamato sempre a sostenere la vita e a curare il dolore, giammai a dare la morte "neppure mosso dalle premurose insistenze di chicchessia" (Giuramento di Ippocrate); tale convinzione etica e deontologica ha varcato i secoli intatta nella sua sostanza, come conferma, ad esempio, la Dichiarazione sull'Eutanasia dell'Associazione Medica Mondiale (39 Assemblea - Madrid 1987) "L'Eutanasia, vale a dire l'atto di porre fine deliberatamente alla vita di un paziente, sia in seguito alla richiesta del paziente stesso oppure alla richiesta dei suoi congiunti, è immorale. Questo non impedisce al medico di rispettare il desiderio di un paziente di permettere al naturale processo di morte di seguire il suo corso nella fase finale di malattia"

La condanna dell'eutanasia espressa dall'Enciclica Evangelium Vitae perché "grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana" (n. 65), racchiude il peso della ragione etica universale (è fondata sulla legge naturale) e la istanza elementare della fede in Dio Creatore e custode di ogni persona umana.

6. La linea di comportamento verso il malato grave e il morente dovrà dunque ispirarsi al rispetto della vita e della dignità della persona; dovrà perseguire lo scopo di rendere disponibili le terapie proporzionate, pur senza indulgere in alcuna forma di "accanimento terapeutico"; dovrà raccogliere la volontà del paziente quando si tratta di terapie straordinarie o rischiose - cui non si è moralmente obbligati ad accedere -; dovrà assicurare sempre le cure ordinarie (comprese nutrizione ed idratazione, anche se artificiali) ed impegnarsi nelle cure palliative, soprattutto nell'adeguata terapia del dolore, favorendo sempre il dialogo e l'informazione del paziente stesso.

Nell'immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile ed imminente "è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita" (cfr Dich. su Eutanasia, parte IV), poiché vi è grande differenza etica tra "procurare la morte" e "permettere la morte": il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa.

7. Le forme di assistenza domiciliare - oggi sempre più sviluppate, soprattutto per il paziente malato di tumore -, il sostegno psicologico e spirituale dei familiari, dei professionisti e dei volontari, possono e devono trasmettere la persuasione che ogni momento di vita ed ogni sofferenza sono abitabili dall'amore e sono preziosi davanti agli uomini e davanti a Dio. L'atmosfera della solidarietà fraterna dissipa e vince l'atmosfera della solitudine e la tentazione della disperazione. L'assistenza religiosa in particolare - che è un diritto ed un aiuto prezioso per ogni paziente e non soltanto nella fase finale della vita - se accolta, trasfigura il dolore stesso in atto di amore redentivo e la morte in apertura verso la vita in Dio. Le brevi considerazioni qui offerte si pongono accanto al costante insegnamento della Chiesa, la quale, sforzandosi di essere fedele al suo mandato di "attualizzare" nella storia lo sguardo d'amore di Dio per l'uomo, soprattutto quando è debole e sofferente, continua ad annunciare con forza il Vangelo della vita, certa com'è che, nel cuore di ogni persona di buona volontà, esso possa risuonare ed essere accolto: tutti, infatti, siamo invitati a far parte del "popolo della e per la vita"! (cfr Evangelium Vitae 101).

Il Presidente JUAN DE DIOS VIAL CORREA
Il Vice-Presidente Mons. ELIO SGRECCIA
Città del Vaticano, 9 Dicembre 2000

Il testamento biologico

Testamento Biologico:   (Tipologia fai-da-te)

La/Il sottoscritta/o:.............................................................................................................................
Nata/o il .................................................... a.....................................................................................
Testamento redatto di proprio pugno oggi il...........................................................................................
In età in  cui posso dirmi realizzata/o e paga/o per la vita fin qui vissuta, lascio queste disposizioni per ogni eventualità futura, riguardanti il mio corpo materiale.
Tali disposizioni traggono motivo da convinzioni di ordine etico-morale che qui non sto ad esporre, convinzioni che chiedo vivamente di rispettare, perché vorrei conservare la dignità di persona umana fino all’ultimo giorno della mia vita terrestre.
I tempi che stiamo vivendo lasciano perplesse le coscienze sociali ed individuali ed inducono a continuo profondo conflitto ogni qualvolta la scienza ufficiale compie passi innovativi.
Interpellati sacerdoti, religiosi, medici e legali, nonché me stessa/o sul come vivere gli “ultimi giorni”, salvo morte improvvisa, sorge la necessità di lasciare questo scritto, ed assumerne in prima persona la responsabilità, circa il conseguente comportamento di terzi.

IN CASO DI MALATTIA GRAVE

Desidero essere partecipe di scelte sui metodi di indagine e cura, ma e soprattutto domando il rispetto di un mio eventuale diniego ad effettuare cure che NON condivido, questa scelta deve essere rispettata anche se sono in stato di incoscienza.
Percepire la sensibilità del medico che cura, vale mille volte più della cura.
Ho lungamente meditato sulla pretesa da parte mia o dei medici di prolungare artificiosamente la mia vita ed ho DECISO: NIENTE accanimenti terapeutici, NESSUNA trasfusione di sangue, NESSUN trapianto, Nessuna alimentazione artificiale/forzata, Nessuna respirazione artificiale, NESSUN intervento di rianimazione.
Solo terapia del dolore se io non fossi in grado di sopportarla.
TUTTO CIO’ VALE anche in STATO di INCOSCIENZA.
In caso di morte CHIEDO di essere CREMATA/O al TERZO giorno dal decesso.
Desidero morire in casa mia se sarò in stato di coscienza e se possibile fra i miei cari.

Letto approvato sottoscritto :

......................................................................................

Redatto in 4 copie autografe e sottoscritte/firmate, di cui 3 in ricalco.

Segue il nome e cognome scritto leggibile + la propria firma autografa su tutte le copie; due copie debbono essere lasciate a persona di fiducia, una ai propri famigliari ed una copia tenuta sempre nel proprio portafoglio.

Testamento Biologico:   (Tipologia : Fondazione Veronesi)

Estratto dal Manifesto della Fondazione Umberto Veronesi
( Leggi il testo integrale del Manifesto)

Il principio fondante

... se, come dice Luca Goldoni, noi vogliamo avere il diritto di andarcene appena viene il buio “decidendolo ora, quando la luce è ancora accesa” l’unico modo è esprimere pubblicamente questo desiderio.  Questo è il principio fondante della “volontà anticipata” chiamata anche “biocard”, “testamento biologico”, “carta di autodeterminazione “ e nei Paesi anglosassoni, con la definizione più forte, living will.

[ Il principio fondante del testamento biologico secondo il prof. Veronesi è il diritto di suicidio volontario :
“decidendolo ora, quando la luce è ancora accesa”..ed esprimere pubblicamente questo desiderio. n.d.r.]

...In Italia il testamento biologico non ha valore giuridico come espressione di volontà, ed è preso in considerazione solo attraverso un passaggio che è anche deontologico, vale a dire se i medici curanti ravvisano nelle terapie che dovrebbero essere praticate il carattere di “cure inappropriate”, in quanto il malato non può clinicamente guarire. Viene introdotto quindi un criterio discrezionale – la decisione di sospendere le cure può cambiare da medico a medico – e quindi si avverte l’esigenza di una legge che tuteli l’inalienabile diritto del malato a decidere come morire. ...

è Come dice il prof D'Agostino :...Che la vera posta in gioco nel dibattito sul testamento biologico sia quella della legalizzazione dell’eutanasia non c’è alcun dubbio. n.d.r.]

...Qualche iniziativa è stata presa in questo senso. Nel 2001 il nostro Paese ha ratificato la convenzione di Oviedo del 1997 che stabilisce che “i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la propria volontà saranno tenuti in considerazione”.
Inoltre, secondo il Comitato per la Bioetica, “le direttive anticipate potranno essere scritte su un foglio firmato dall’interessato, e i medici dovranno non solo tenerne conto, ma dovranno anche giustificare per iscritto le azioni che violeranno tale volontà”.

Ma a mio giudizio questo ancora non basta. I tempi sono maturi perché si passi dal piano etico a quello giuridico perché si tratta di rispettare il diritto di ogni cittadino a decidere in autonomia e libertà il proprio futuro, soprattutto nel caso si realizzasse la sfortunata condizione di impossibilità e incapacità di esprimere la propria volontà. Si tratta quindi non solo di salvaguardare il principio dell’autodeterminazione, ma anche e soprattutto di proporre alla popolazione giovane il tema difficile, ma fondamentale, del termine della vita. Infatti buona parte dei casi in cui non è possibile esprimere la propria volontà riguarda proprio persone giovani, in condizione di danno cerebrale da trauma per incidenti automobilistici o motociclistici.

Il testamento biologico assume quindi un valore profondamente educativo perché obbliga gli adolescenti e i giovani adulti ad affrontare i temi esistenziali, a dibatterli e a interrogare se stessi su come ciascuno vorrebbe concludere il proprio ciclo biologico, nel caso che tale evento grave si realizzasse. Questo dibattito non può che essere utile alla formazione di una personalità consapevole e cosciente non solo sul grande tema dell’autonoma decisione sul proprio progetto di vita, ma anche sul problema del consenso informato alle terapie mediche, di cui il testamento biologico è una logica estensione. Il consenso informato è una grande conquista etica dei nostri tempi perché permette al cittadino che necessita di terapia di riappropriarsi della decisione se e a quali cure sottoporsi.

Non dimentichiamoci che il grande movimento popolare olandese che ha condotto alla legge sull’eutanasia è nato, ormai vent’anni fa, quando la popolazione ha potuto constatare che i moderni mezzi della medicina possono prolungare artificialmente la vita, opponendosi alla sua conclusione naturale per giorni, per mesi o per anni. Poiché la decisione di come e quando prolungare con le nuove tecnologie l’assistenza è completamente nelle mani dei medici, le persone più illuminate della cultura olandese (il movimento era iniziato negli anni Settanta dopo la pubblicazione del libro di Van der Berg Medical Power and Medical Ethics) chiesero a gran voce che le singole persone potessero riappropriarsi della decisione se e quando tralasciare o sospendere la cura. Il movimento europeo a favore del testamento biologico è figlio di questo movimento civile, che vuole, in una società culturalmente evoluta, riaffermare il principio dell’autodeterminazione e del consenso informato, da redigere anticipatamente prima che un danno cerebrale impedisca la sua consapevole espressione... "

Attraverso il testamento biologico e attraverso la compilazione di direttive anticipate, un individuo può liberamente indicare

1- i trattamenti sanitari che vuole ricevere e quelli cui intende rinunciare quando non sarà più in grado di prendere decisioni autonomamente. Può, inoltre, indicare un suo fiduciario che, in tali situazioni, agisca come decisore sostitutivo. Facendo proprie le preferenze e i valori del testatore biologico, tale decisore dovrà chiedersi se questi avrebbe voluto che la sua vita fosse prolungata in quella situazione oppure no. Solo nel caso in cui dovesse mancare ogni informazione su ciò che la persona avrebbe voluto si dovrebbe scegliere in base a quel che appare il miglior suo interesse nella situazione data.

2- Con il testamento biologico la scelta di fine vita viene intimamente collegata alle dichiarazioni anticipate di trattamento.

[ Mentre la prima è legale, la seconda non lo è. n.d.r. ]

...Denominazione questa che, unitamente ad altre analoghe (living will, direttive anticipate, testamento di vita), fa riferimento “ad un documento con il quale una persona, dotata di piena capacità, esprime la sua volontà circa i trattamenti ai quali desidera o non desidera essere sottoposto nel caso in cui, nel decorso di una malattia o a causa di traumi improvvisi, non fosse in grado di esprimere il proprio consenso o il proprio dissenso informato” (definizione data dal Comitato Nazionale per la Bioetica). Da questa definizione si può ricavare da subito che è errato ritenere che le dichiarazioni anticipate implichino di per sé l’ammissibilità dell’eutanasia.

Le dichiarazioni e l’eutanasia rientrano nella vicenda di fine vita, ma sono due problemi diversi, logicamente indipendenti e vanno trattati separatamente. Le dichiarazioni anticipate servono a dare indicazioni in merito alla volontà del paziente, utilizzabili quando questi non può far valere di persona le proprie scelte. In questo senso esse sono uno strumento dell’autonomia dei malati e non hanno nessuna implicazione eutanasica necessaria. Esse possono prevederla (salvo gli effetti leciti e legittimi di tale previsione), ma possono anche includere precise clausole di esclusione dell’eutanasia, anche qualora essa fosse legislativamente riconosciuta.

Così come potrebbero contenere indicazioni di una prosecuzione delle cure al di là delle cautele suggerite al medico affinché si eviti l’accanimento terapeutico (Lorenzo D’Avack).Ancor più drasticamente si è sostenuto che quando si parla di dichiarazioni di volontà anticipate non ci si riferisce all’eutanasia, perché non si richiede né il comportamento attivo di terzi per ottenere il risultato di mettere fine alla vita, né si richiede la passiva partecipazione di terzi, in quanto oggetto di tali dichiarazioni è il rifiuto del trattamento medico. Anche se cristallizzato nel tempo, tale rifiuto vale a esercitare il diritto alla salute di cui all’art. 32 Cost., che può consistere, nel caso di adulti, nell’esercizio negativo del diritto (Guido Alpa)

...Su questa preliminare osservazione vi è da segnalare che secondo un noto bioetico  , la sospensione o la mancata somministrazione di terapie di prolungamento della vita sono un normale esercizio dell’attività medica e non equivalgono all’eutanasia o al suicidio medico assistito. In quest’ambito viene, tra l’altro, in evidenza il concetto di futilità medica. Per futilità si intende una terapia che non è in grado di portare un cambiamento fisiologico, ma anche una terapia che non è in grado di portare miglioramenti alla qualità della vita. "

Alcune semplici considerazioni sono necessarie :Una cosa è  la sospensione di un accanimento terapeutico, altra cosa è l'eutanasia ! Così come chiarisce la seguente   "Dichiarazione sull'Eutanasia dell'Associazione Medica Mondiale - (39^ Assemblea - Madrid 1987"

" Nell'immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile ed imminente "è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita" (cfr Dich. parte IV), poiché vi è grande differenza etica tra "procurare la morte" e "permettere la morte": il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa. »

« L'Eutanasia, vale a dire l'atto di porre fine deliberatamente alla vita di un paziente, sia in seguito alla richiesta del paziente stesso oppure alla richiesta dei suoi congiunti, è immorale. Questo non impedisce al medico di rispettare il desiderio di un paziente di permettere al naturale processo di morte di seguire il suo corso nella fase finale di malattia"

Secondo il giurista M. de Tilla ,invece, il testamento biologico dovrebbe contenere le volontà della persona su tutte e due le cose. Maurizio de Tilla (Presidente Cassa Forense, Presidente Adepp, Coordinatore del Comitato “Scienza e Diritto” della Fondazione Umberto Veronesi.)

Si introduce inoltre il concetto di " qualità della vita" e si insinua la possibilità di giudicare, da parte del soggetto o di una volontà altra che si sostituisce allo stesso, un qualità di vita talmente bassa da considerarla non più un valore costitutivo della persona ma una cosa, per cui scatterebbe il diritto al suicidio volontario assistito o eutanasia.

Considerazioni giuridiche e culturali
Intervento di Francesco D'Agostino (Università di Roma - Tor Vergata) Comitato Nazionale di Bioetica.   [02/07/03]

[ l'ordinamento giuridico italiano non considera la vita come un bene a disposizione della volontà del singolo, ma come la persona stessa. Le Nuove Ideologie  stanno introducendo una Nuova Antropologia secondo la quale l'essere umano , essendo un composto casuale di materia ed informazioni  , - è da considerarsi alla stregua di un cosa e quindi essere disponibile per una volontà esterna  n.d.r.]


...Di che cosa si tratti, quando si parla di testamento biologico, credo sia ben noto a tutti. Il testamento biologico o testamento di vita, come qualcuno preferisce chiamarlo, traducendo in modo maggiormente pedissequo l’espressione anglosassone living will, è un documento, redatto con ponderazione analoga a quella che è doveroso utilizzare per i testamenti “tradizionali”, e dotato (o almeno così si spera) di altrettanto analoga certezza legale, con il quale il testatore affida al medico indicazioni anticipate di trattamento, nel caso infausto in cui in futuro possa perdere la capacità di autodeterminazione, a causa di una malattia acuta o degenerativa assolutamente invalidante, soprattutto da un punto di vista mentale, o di un incidente eccezionalmente grave.

In astratto, il testamento di vita potrebbe limitarsi contenere indicazioni, perché il medico massimizzi gli sforzi di salvaguardia della vita di chi lo ha sottoscritto; ma si tratterebbe evidentemente di indicazioni che non farebbero altro che confermare il dovere deontologico e giuridico del medico di operare sempre e comunque per la salvezza del paziente.

Nella realtà concreta delle cose, la redazione di un testamento biologico è auspicato da e per coloro che, prefigurandosi ipotesi tragiche come quelle descritte, ritengono che in situazione patologiche estreme sia un bene per gli uomini morire anziché continuare a vivere e preferiscono quindi essere uccisi che essere curati.

Sul testamento di vita è in atto da anni un accanito dibattito bioetico.
I giuristi tendono, giustamente dal loro punto di vista, a ridurre questo dibattito in termini formali: che validità è possibile riconoscere a simili direttive anticipate, nel contesto di ordinamenti giuridici che non considerano la vita alla stregua di un bene disponibile?

I medici, da parte loro, si interrogano sulla compatibilità dei testamenti di vita con i loro doveri deontologici.

I bioeticisti discutono se nella sfera di insindacabile autodeterminazione del malato, quella nella quale si fa comunemente rientrare l’atto suicidario, che alcuni arrivano a qualificare come un vero e proprio diritto dell’ uomo, si possa far rientrare altresì la pratica eutanasica, concepita come forma di suicidio assistito, ove appunto non solo auspicata, ma in qualche modo prescritta da un testamento biologico.

Si può facilmente immaginare come la complessità della questione attivi vere e proprie logomachie, obiettivamente conturbanti, data la tragicità della questione, ma spesso anche fastidiose, quando si strutturano nelle forme, a volte insopportabili, di eleganti dibattiti accademico-universitari…

...Che la vera posta in gioco nel dibattito sul testamento biologico sia quella della legalizzazione dell’eutanasia non c’è alcun dubbio. Il successo che ha avuto l’eufemismo suicidio assistito potrebbe far pensare ad alcuni che ciò di cui si discute è semplicemente come dar valore legale ad un’estrema, doverosa forma di rispetto nei confronti della volontà di non essere curato espressa con piena consapevolezza e in forme rigorosamente garantite dal soggetto.

Ma non è così. Ne dà prova la legislazione olandese sull’eutanasia, che depenalizza questa pratica, qualificandola appunto come forma di rispetto verso la volontà del malato e poi subito la dilata, autorizzando il medico a sopprimere il paziente, anche in assenza di un esplicito testamento biologico, nel presupposto che la tutela del miglior interesse del malato (in concreto: quello di essere ucciso) possa essere affidata non solo al soggetto direttamente interessato, ma anche a chi di lui si prende cura, come appunto il medico.

Ci troviamo di fronte a un esempio emblematico di come sia facile, in “questioni di vita e di morte” inoltrarsi in quel pendio scivoloso, tante volte denunciato da alcuni bioeticisti: si parte col ritenere che bisogna legalizzare situazioni estreme, problematiche e tutto sommato rare (in concreto l’eutanasia praticata su esplicita e consapevole richiesta, pur se anticipata, del paziente), e si arriva poi subito a estendere la legalizzazione a casi simili, solo estrinsecamente analogabili ai precedenti (l’eutanasia senza esplicita e consapevole richiesta). Questo “scivolamento” da una parte è concettualmente inaccettabile, ma dall’altra è obiettivamente e paradossalmente necessario: i fautori dell’eutanasia sanno che ben difficilmente la redazione di testamenti biologici può diventare una prassi abituale e consolidata…

Giungiamo così al cuore del nostro problema. Se i fautori dell’eutanasia volessero davvero, col legittimare questa pratica, rendere omaggio alla volontà sovrana delle persone, dovrebbero radicalmente escludere dall’uccisione pietosa tutti coloro che non abbiano lasciato alcuna indicazione al riguardo, o che abbiano lasciato indicazioni ambigue o inattendibili, o che le abbiano rilasciate in condizioni psichiche e mentali tali, da far ritenere plausibile una loro incapacità di intendere e di volere.

Ma così non è.
I movimenti a favore dell’eutanasia si muovono a tutto campo; insistono perché tutti i soggetti adulti e responsabili sottoscrivano i testamenti, ma aggiungono poi che comunque dei testamenti si può anche fare a meno, perché esisterà pur sempre qualcuno che con la sua volontà integrerà la volontà non espressa o espressa in modo insoddisfacente dal malato.


Così questi movimenti si moltiplicano e diventano sempre più vivaci. Le numerosissime Right-to-die Societies diffuse principalmente ma non esclusivamente nel mondo anglosassone si sono federate e attivano continuamente manifestazioni in tutti i paesi avanzati. Tra le nuove frontiere della libertà quella dell’eutanasia come rivendicazione del diritto di morire è arrivata ad occupare ormai uno dei primi posti, almeno nell’immaginario occidentale.

Dietro tutto questo si cela un paradosso, messo perfettamente a fuoco su “Le Monde” del primo giugno 2002, in un articolo intitolato L’euthanasie est dépassé. L’autrice, Paula La Marne, sostiene una tesi inoppugnabile: non esiste più alcuna l’esigenza di dare una morte pietosa a malati incurabili, preda di sofferenze terribili e invincibili: la medicina palliativa, uno dei veri, autentici trionfi della medicina novecentesca, svuota dal di dentro la valenza di ogni richiesta eutanasica. L’eutanasia è sorpassata. Il dolore delle malattie terminali può essere combattuto, fronteggiato, ridotto in termini assolutamente accettabili; può, in molti casi, essere vinto.

La medicina palliativa non esiste per garantire la guarigione da malattie spesso incurabili; esiste per garantire una qualità di vita decisamente accettabile per il malato. Desta meraviglia, sostiene “Le Monde” quanto sia scarsa la conoscenza dei progressi della palliazione, quanti pochi invesh4gialdnti vengano posti in essere per comunicare ai malati questo messaggio di speranza e di fiducia. E’ un paradosso, continua il quotidiano, l’atteggiamento generalizzato di disinteresse che riscuote questo ramo del sapere medico in un’epoca così sensibile, come la nostra, al dolore fisico generato dalle malattie; ed è uno scandalo che solo una metà delle facoltà mediche francesi abbiano attivato cattedre di medicina palliativa.

Come spiegare questo scandalo e questo paradosso? I movimenti pro-eutanasici si battono per liberare i pazienti terminali da “sofferenze intollerabili”. Ma non si battono perché la medicina palliativa –che pure della lotta contro la sofferenza ha fatto la sua bandiera- si diffonda sempre di più. La realtà è che i due obiettivi sono inconciliabili.

- Il presupposto di ogni ricerca in tema di palliazione e di ogni pratica di medicina palliativa è strettamente ippocratico: è sempre un bene che il malato viva, è sempre un dovere per il medico aiutarlo a sopravvivere…
- Praticare l’eutanasia significa rendere superflua la ricerca e la pratica della palliazione.

Se la medicina palliativa si è diffusa e consolidata è perché sono esistiti ed esistono medici e ricercatori che a fronte dei dolori delle malattie terminali non scelgono la via breve della soppressione pietosa del malato, ma la via lunga della cura. Una via, oltre tutto, onerosa, sia in termini strettamente monetari, che in termini di forte impegno di assistenza personale ai malati…E’ lecito avanzare l’ipotesi che non solo i sistemi sanitari contemporanei, ma anche il “sistema famiglia” (ridotto oggi in Occidente ai minimi termini) temano la medicina palliativa, per il forte invesh4gialdnto economico ed umano che questa richiede?

Il dibattito su questo tema è appena agli inizi; e da molti viene vistosamente rimosso, tanto è inquietante. Bisogna invece attivarlo e con forza. Dietro molte pressioni pro-eutanasiche si colloca certamente il sincero e pietoso desiderio di veder cessare di soffrire tanti malati terminali. Ma si colloca anche una particolare visione del mondo, a suo modo forse sincera, ma certamente non pietosa: quella per la quale solo la vita sana è da ritenere autentica vita umana, pienamente degna di rispetto e protezione; quella per la quale la malattia è da combattere socialmente solo quando sia curabile o sia comunque (come in alcune –e solo alcune- forme di handicap) socialmente tollerabile. In questa visione del mondo, quando la malattia non è curabile, va abolita, sopprimendo semplicemente la vita stessa del malato.

Quello che qui entra in gioco è non solo la riformulazione epistemologica della stessa medicina, avviata –in questa prospettiva- a perdere la sua specificità terapeutica e a diventare una mera prassi formale e neutrale di manipolazione del corpo umano, ma ancor più una vera e propria riformulazione antropologica dell’idea stessa di vita. Abituati (forse da millenni) a pensare che –a differenza delle cose- la vita non ha un valore, ma è in se stessa principio di ogni valore, gli uomini “postmoderni” si trovano oggi di fronte ad una sfida intellettuale e morale, alla quale probabilmente non sono preparati, quella di un sottile e compiuto nichilismo.

Una vita, infatti, che non sia valore in sé e per sé, ma che riceva valore da una determinazione estrinseca di volontà, è altresì una vita che può, per una determinazione di volontà di segno opposto alla precedente, perdere ogni valore ed essere ridotta allo statuto ontologico della materia bruta. (cf Le Nuove Ideologie)

Non ci troviamo più di fronte ad un semplice dilemma bioetico, ma ad una sfida radicale, che investe né più né meno che il senso stesso della presenza dell’uomo nel mondo. Gli stessi tragici temi dai quali eravamo partiti, le sofferenze dei malati terminali, i testamenti biologici, appaiono in qualche modo rimpiccoliti e banalizzati. Riflettendo sulla sua morte, l’uomo arriva ben presto a scoprire che riflette non su di un evento, su di un qualcosa che, pur se ineluttabilmente, prima o poi gli avviene; riflette piuttosto sulla sua mortalità, su ciò che egli è. Può essere, questo, un pensiero così inquietante da esigere di essere esorcizzato. Che dietro tante istanze odierne favorevoli all’eutanasia non si celi forse il più grande, il più vistoso, il più fallace esorcismo che mai l’ umanità abbia creato?

Nota del Centro di Bioetica Università Cattolica
su testamento di vita proposto dal prof. Umberto Veronesi

Il Centro di Bioetica dell'Università Cattolica, che da sempre ha sostenuto la legittimità morale della sospensione dei trattamenti che si configurano nei termini dell.accanimento terapeutico, esprime un giudizio assolutamente negativo nei confronti del cosiddetto testamento di vita proposto dal prof. Umberto Veronesi e oggi avallato da alcuni notai.

Il testo reso noto, infatti, oltre ad essere generico e fuorviante, gravemente lesivo della dignità della persona umana malata, il cui valore non dipende certo dal criterio di riferimento ad una normale vita di relazione, costituisce le premesse per una prassi di totale abbandono terapeutico dei molti pazienti che potrebbero, con l’ausilio della tecnologia, continuare a vivere e, in molti casi, ad esprimere la loro personalità. Stupisce che una simile impostazione venga proposta da un medico e da un ricercatore che ha sempre sostenuto la necessità di promuovere la ricerca per migliorare le condizioni di vita dei pazienti.

Questo documento, oltre a vanificare la professionalità, l’impegno scientifico e la dedizione dei medici e degli operatori sanitari che operano per salvare la vita delle persone e custodirne e promuoverne la qualità di vita, anche nelle situazioni difficili, offende le molte persone che, oggi, grazie alla tecnologia, continuano a vivere e costituiscono una risorsa di umanità di cui la società deve essere grata e di cui deve farsi responsabilmente carico. Il problema oggi non è quello dell.accanimento terapeutico (che riguarda pochi casi e potrebbe essere risolto con un.adeguata formazione dei medici e del personale di assistenza), ma quello di un vero e proprio abbandono sociale e terapeutico delle persone.

Abbandono che, insieme con l’eutanasia, sembra segnare una sorta di implicito rifiuto della persona malata, vista come un costo economico ed un peso esistenziale. Il documento diffuso e promosso dal prof. Veronesi non ha nulla a che fare con la questione dell’accanimento terapeutico ed è l’ennesima pratica di burocratizzazione del rapporto tra medico e paziente che spinge la medicina verso una deriva contrattualistica che non porta alcun beneficio a nessuno. Purtroppo questo documento conferma il sospetto di coloro che vedono nelle direttive anticipate la via breve per l.abbandono terapeutico e per l.eutanasia, espressioni di un rallentamento della solidarietà sociale e del vincolo morale che lega l.attività medica al bene della persona malata.

Il Centro di Bioetica auspica che l.ordine dei medici, l’associazione dei pazienti e la stessa società civile rifiuti questa demonizzazione della tecnologia e della medicina di supporto vitale. La cessazione dell.accanimento terapeutico nasce, infatti, all’interno di una cultura propositiva, che ha il senso della proporzionalità degli interventi, della dignità intrinseca di ogni persona e del suo irripetibile valore sociale e per questo sa coniugare il senso del limite con il rispetto della persona, al di fuori, comunque, di qualsiasi atteggiamento rinunciatario.
Roma, 24 giugno 2006

Testamento “biologico”: una questione aperta
www.centrodibioetica.it

In Italia, in questi ultimi mesi, si è aperta una vasta campagna a favore del cosiddetto “testamento biologico”. Come è noto, con questa brutta espressione (un testamento è pur sempre un atto personale e la vita umana, di cui si sta parlando, non è mai un mero fatto biologico) si tende a tradurre la più corretta dizione di direttive (o disposizioni) anticipate di trattamento, cioè di quelle indicazioni che un cittadino dovrebbe liberamente (o obbligatoriamente, secondo alcuni progetti di legge) redigere per indicare a quali trattamenti medici intende o no essere sottoposto nel caso non fosse più in grado di esprimere il proprio motivato consenso.

I fautori di questa carta di autodeterminazione tendono, nella maggior parte dei casi, a negare che si tratti di uno strumento atto ad introdurre l’eutanasia e il suicidio assistito. Molti, infatti, ritengono che si tratti di un mezzo per prolungare la cosiddetta e auspicata alleanza terapeutica tra medico e paziente: una specie di prolungamento del consenso informato, volto ad evitare, in primo luogo, l’accanimento terapeutico e ad evidenziare la giusta autonomia del paziente.

Posto in questi termini, analoghi a quelli auspicati dal documento del Comitato Nazionale per la Bioetica, non risulterebbe ragionevole opporsi all’introduzione e alla legalizzazione di questa nuova carta dei diritti del paziente. Ma, si è osservato, proprio l’evidente ed oggettiva bontà di questa dichiarazione fa pensare anche alla sua sostanziale ed oggettiva inutilità: che senso avrebbe chiedere ciò che sarebbe doveroso ottenere?

Forse perché si teme che, in realtà, i medici abusino della loro professione e infliggano ai pazienti trattamenti sproporzionati, inutili e persino dannosi? Oppure, più banalmente, si pensa che il rapporto tra medico e paziente debba sempre più essere improntato ad un rapporto di natura meramente contrattuale, nel quale l’ideale della cosiddetta alleanza terapeutica è solo, appunto, un ideale, visto che non ci sarebbe quella previa condivisione di valori e di beni che permettono ad una società civile di promuovere una professione medica capace di autolimitarsi nei suoi interventi senza bisogno della mediazione della magistratura? O, ancora, si ritiene che, in realtà, questa carta debba far valere prima di tutto la soggettiva concezione di qualità della vita che ogni cittadino dovrebbe evidenziare, decidendo, in anticipo rispetto alla sua concreta situazione patologica, a quali condizioni sarebbe disposto o no a continuare a vivere?

L’unica cosa certa è che non ha senso paragonare queste direttive al consenso informato: nel primo caso, infatti, chi è chiamato a decidere è prima di tutto un cittadino che vuol far valere la propria autonomia, nel secondo caso, invece, è un cittadino malato, consapevole della propria situazione clinica, chiamato a decidere, all’interno di un sistema sanitario nazionale che per ora è gratuito per tutti, la programmazione di interventi concordati e conosciuti.

Le direttive anticipate, a differenza del consenso informato, sono necessariamente generiche e riguardano tipologie di trattamenti e situazioni cliniche differenti: sono indicazioni fatte a partire da un vissuto ancora estraneo alla malattia e, quindi, condizionato da una vaga rappresentazione di come si sarebbe o no disposti a vivere.

Fino a che punto l’astratta difesa delle direttive anticipate non finisce con il favorire un vero e proprio abbandono terapeutico e una vera e propria limitazione a quella perseveranza terapeutica che è necessaria per custodire la vita di coloro che pur non essendo più in grado di decidere pienamente (come, per esempio, gli anziani affetti da demenza senile) sono pur sempre cittadini e persone degne di rispetto e di tutela? In che modo questa ondata di consenso nei confronti di una carta che sembra promuovere soprattutto l’astensione dai trattamenti di assistenza e cura non finisce con l’influenzare negativamente quelle prassi mediche di confine che aiutano oggi molte persone a convivere con la loro malattia, malgrado la limitazione delle loro facoltà?

Non è facile rispondere, ma è necessario pensarci seriamente perché sono in gioco questioni che trascendono il legittimo no all’eutanasia e all’accanimento terapeutico. Prima di cavalcare l’onda di un consenso politicamente corretto alle direttive anticipate, occorrerà prendere seriamente in considerazione le complesse problematiche, mediche, sociali, etiche, esistenziali che investono la prassi medica oggi.

C’è una responsabilità sociale, politica ed etica, che deve far riflettere sul significato di strumenti legali apparentemente neutri che modificano, di fatto e di diritto, lo stesso modo di pensare l’assistenza sanitaria, di allocare le risorse, di promuovere le ricerche nel campo della salute e della cura dei cittadini, comunque essi siano, ricchi o poveri, colti o ignoranti, consapevoli o no.

Una società civile non è mai una pura somma di autonomie atomisticamente intese e la malattia non determina una categoria sociale, ma un aspetto della condizione umana che riguarda tutti. Le carte dei diritti diventano facilmente diritti di carta laddove si frantumano i legami sociali che appartengono alla categoria dei doveri.

Adriano Pessina

Centro di Bioetica dell’Università Cattolica Sacro Cuore Sede di Milano
Coordinatore: Prof. Michele Lenoci
Ubicazione: Via Nirone, 15 - 20123 Milano
Telefono: +39 02 7234 2922 Fax: +39 02 7234 2207
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Sede di Roma
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Ubicazione: Largo Francesco Vito, 1 - 00168 Roma
Telefono: +39 06 3015 4205 Fax: +39 06 3051 149
mail: cdb@rm.unicatt.it
Direttore: Prof. Adriano Pessina

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