SOMMARIO RASSEGNA STAMPA
Informazioni empiriche su convivenza e matrimonio

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1. Quanto è diffusa la convivenza?

La convivenza è un fenomeno molto diffuso e crescente con un impatto negativo sul ruolo del matrimonio come fondamento della famiglia. L'incidenza della convivenza è molto maggiore rispetto al numero di coppie conviventi che si presentano per il matrimonio. Poco più di metà delle coppie conviventi alla prima esperienza non si sposano mai; la percentuale generale di quelli che si sposano è molto più bassa quando include quelli che non sono più alla prima esperienza di convivenza. La convivenza come un'alternativa permanente o provvisoria al matrimonio è un fattore fondamentale nel declino della centralità del matrimonio nella struttura della famiglia. È un fenomeno che modifica l'aspetto della vita di famiglia nei paesi industrializzati.

L'11% delle coppie negli Stati Uniti ha convissuto dal 1965 al 1974; oggi, poco più della metà di tutti i primi matrimoni è preceduto da convivenza. (Bumpass & Lu, 1998; Popenoe e Whitehead, 1999)

In tutti i gruppi di età c'è stato un incremento delle convivenze del 45% dal 1970 al 1990. È previsto che dal 60% all' 80% delle coppie che stanno per sposarsi convivono. (Ufficio del censimento, 1995 americano; Bumpass, Cherlin & St, 1991)

Complessivamente, meno persone oggi scelgono di sposarsi; la ragione principale della decisione di convivere è considerarla un'alternativa permanente o provvisoria al matrimonio(Bumpass, Documento NSFH n° 66, 1995).

La percentuale di coppie che si sono sposate negli Stati Uniti è scesa del 25% dal 1975 al 1995. Il Official Catholic Directory ha rilevato 406.908 coppie coniugate nella chiesa cattolica nel 1974; nel 1995, ha riferito un calo dell 25%, con 305,385 coppie.

Solo il 53% di prime convivenze portano al matrimonio. La percentuale di coppie che si sposano dopo una seconda o terza convivenza è ancora più bassa. (Bumpass & Lu, 1998; Bumpass, 1990; Wu, 1995; Wineberg & McCarthy, 1998) il 10% - 30% di conviventi hanno intenzione di non sposarsi mai. (Bumpass & Sweet, 1995)

Tutti i paesi industrializzati stanno sperimentando il fenomeno della convivenza e l'impatto corrosivo che ha sul matrimonio come fulcro della famiglia. (Bumpass, Documento NSFH n° 66, 1995; Hall & Zhao, 1995; Thomasson, 1998; Haskey e Kiernan, 1989)

2. Qual è il profilo della famiglia dei conviventi?

Il profilo della famiglia media dei conviventi e sia prevedibile sia sorprendente.
Probabili candidati per la convivenza sono persone con bassi livelli di partecipazione religiosa, coloro che hanno sperimentato la disgregazione del matrimonio dei loro genitori o di un precedente proprio matrimonio.

Persone con più bassi livelli di istruzione e di reddito convivono più spesso e si sposano più raramente di quelli con un più alto livello di istruzione.
La famiglia media dei conviventi sta insieme per poco più di un anno ed i bambini vi sono presenti in due quinti dei casi.

Gli uomini più spesso hanno rapporti di convivenza successivi o ripetuti, spostandosi da una donna all'altra, mentre le donne hanno la tendenza a convivere una volta soltanto.

Il 40% delle famiglie conviventi comprende bambini, o della coppia o quelli che uno o entrambi i partner hanno avuto in precedenza. (US. Bureau of Census, 1998, Wu, 1995; Schoen,1992)

La durata mediana della convivenza è di 1,3 anni (Bumpass & Lu, 1998; Wu, 1995; Schoen & Davis, 1992). I precedentemente sposati convivono più frequentemente dei celibi/delle nubili; convivono i due terzi dei separati o divorziati di età inferiore ai 35 anni. Rispetto agli altri è molto più probabile che i precedentemente sposati abbiano figli dalla relazione ed è molto meno probabile che sposino l'attuale partner o qualcun altro. (Wineberg & -McCarthy, 1998; Wu, 1995; Bumpass and Sweet, 1989)

Chi non completa la scuola secondaria ha una probabilità di convivere almeno doppia rispetto rispetto a completa gli studi universitari. Comunque il 40% dei laureati convive per qualche periodo. Soltanto il 26% delle donne laureate convive rispetto al 41% di quelle che non hanno un diploma di scuola media superiore. Quanto più alto è il livello di istruzione tanto più è probabile che dalla convivenza passino al matrimonio. (Qian, 1998; Bumpass & Lu, 1998; Thornton, Axinn, Teachman, 1995; Willis & Michael, 1994)

È probabile che le donne convivano una sola volta e che successivamente sposino la persona con cui hanno convissuto; gli uomini sono più propensi a convivere con una serie di partner. (Bumpass & Sweet, 1989, Teachman and Polanko, 1990)

Coloro, soprattutto le donne, che hanno sperimentato la digregazione del matrimonio dei propri genitori sono più propensi a convivere rispetto a quelli che hanno genitori con un matrimonio stabile. (Axinn & Thornton, 1992; Kiernan, 1992; Black & Sprenkle, 1991; Bumpass & Sweet, 1989)

Coloro che hanno un basso livello di partecipazione religiosa e coloro che considerano la religione di scarsa importanza hanno maggior probabilità di convivere e minore probabilità di sposare il partner rispetto a quelli che considerano importante la religione e la praticano. Non c'è differenza di frequenza di convivenza fra differenti religioni; c'è invece una significativa differenza nella frequenza della convivenza a seconda del grado di partecipazione alla religione. (Krishnan, 1998; Lye & Waldron, 1997; Thornton, Axinn & Hill, 1992; Liejbroer, 1991; Sweet, 1989)

In generale, nelle famiglie conviventi ci sono persone più indipendenti, più libere nell'atteggiamento e più orientati al rischio rispetto a chi non convive. (Clarkberg, Stolzenberg & Waite, 1995; Cunningham & Antill, 1994; Huffman, Chang, Rausch & Schaffer, 1994; DeMaris & MacDonald, 1993)

3. Per quale motivo si convive?

Il declino del significato del matrimonio come centro della famiglia è in gran parte il risultato della crescente secolarizzazione ed individualizzazione nella cultura dei paesi industrializzati.

L'avversione agli impegni a lungo termine è una delle caratteristiche identificative di questa tendenza ed il motivo principale che porta alla convivenza.
Pietre miliari fondamentali che in passato erano legate al matrimonio come il rapporto sessuale, la procreazione e la costituzione di un nucleo familiare ora si realizzano senza matrimonio.

I singoli scelgono di convivere sotto l'influenza di questi valori culturali ma anche per motivi strettamente individuali.

Alcuni cercano di assicurarsi un buon matrimonio futuro e credono che un "matrimonio di prova" sia un mezzo adeguato; molti convivono perché sembra economicamente più conveniente o perché è diventata la norma nella società.

In generale le persone conviventi non formano un gruppo omogeneo e monolitico, comunque le loro caratteristiche generali possono essere descritte dettagliatamente.
I motivi che portano a scegliere la convivenza sono di solito combinati: la convivenza può essere in egual misura un'alternativa al matrimonio ed un tentativo di prepararsi al matrimonio.

Ci sono sia varie ragioni culturali sia una serie di motivi personali per la convivenza.
Le ragioni culturali sono tipiche di molti paesi industrializzati:

- il cambiamento dei valori della famiglia ed il declino dell'importanza del matrimonio (Bumpass, NSFH n° 66, 1995; Clarkberg, Stolzenberg & Waite, 1995; Parker, 1990);

-Il declinio della fiducia nelle indicazioni fornite dalle istituzioni religiose e sociali (Nicole & Baldwin, 1995; Thornton, Axinn & Hill, 1992);

-Il procrastinare il matrimonio per motivi economici o sociali mentre i rapporti sessuali iniziano prima. L'85% dei giovani non sposati sono sessualmente attivi dall'età di 20 anni. "Il matrimonio non significa più l'inizio dell'attività sessuale, l'inizio dell'allevamento dei figli o il momento in cui le coppie mettono su casa" (Popenoe & Whitehead, 1999; Peplau, Hill & Rubin, 1993; Rindfuss & Van den Heuvel, 1990).

-Paura o sfiducia rispetto all'impegno di lungo termine (Nicole & Baldwin, 1995; Bumpass, DeMaris & MacDonald, 1993);

-Desiderio di evitare il divorzio (Nicole & Baldwin, 1995; Thornton, 1991; Bumpass, 1990);

-Desiderio di sicurezza economica (Rindfuss & Van den Heuvel, 1990; Schoen & Owens, 1992);

-Tappa di sviluppo personale, uscita da casa, "rito di transizione" (Nicole & Baldwin, 1995);

-Desiderio di stabilità per tirar su i bambini (Wu, 1995; Bumpass, Sweet & Cherlin, 1991; Manning & Lichter, 1996);

-Spinta a conformarsi alle abitudini correnti secondo cui avere un partner convivente è segno di successo sociale, attrazione personale, transizione alla vita adulta (Rindfuss, Van Den Heuvel, 1990; Schoen & Owens, 1992);

-Desiderio di mettere alla prova la relazione (Nicole & Baldwin, 1995; Bumpass, Sweet & Cherlin, 1991; Bumpass, 1990);

-Rifiuto dell'istituzione matrimoniale e desiderio di una alternativa al matrimonio. (Sweet & Bumpass, 1992; Rindfuss, Van den Heuvel, 1990)

4. Che rapporto esiste fra conviventi e matrimonio?

Comunque, meno della metà delle coppie conviventi non si sposano mai. Quelle che scelgono di sposarsi sono in certa parte in controtendenza rispetto al crescente punto di vista secondo cui sposarsi non è necessario e forse non è un bene.

Coloro che decidono di sposarsi invece di continuare a convivere, sono la "buona notizia" in una cultura che è sempre più anti-matrimonio.

Le coppie conviventi che passano al matrimonio sembrano essere il "minor rischio" di un gruppo ad alto rischio: hanno minori fattori di rischio rispetto ai conviventi che scelgono di non sposarsi. Ciò non di meno hanno un tasso di divorzio superiore del 50% rispetto alle coppie che non hanno mai convissuto.

Sono un gruppo ad alto rischio per divorzio ed i loro peculiari fattori di rischio devono essere identificati ed incanalate, specialmente durante la preparazione al matrimonio, se le coppie vogliono costruire matrimoni stabili.

Solo il 50-60% dei conviventi si sposa con chi ha convissuto in un determinato periodo. Il 76% riferisce di voler sposare il proprio partner ma solo la metà circa poi lo fa. La percentuale di coppie che si sposano dopo la seconda o terza convivenza e ancora più bassa. (Brown & Booth, 1996; Bumpass & Sweet, 1989)

Fino al 30% dei conviventi ha intenzione di non sposarsi mai (Bumpass & Sweet, 1995).

Il 20% dei partner conviventi non è concorde sull'intenzione di sposarsi o meno (Bumpass, Sweet & Cherlin, 1991).

Quando i conviventi si sposano sono a maggior rischio di un conseguente divorzio rispetto a quelli che non hanno convissuto prima di sposarsi. Negli USA il rischio di divorzio è più elevato del 50% per i già conviventi rispetto ai non precedentemente conviventi. In alcuni Paesi dell'Europa occidentale si stima un maggior rischio dell'80% (Bumpass & Sweet, 1995; Hall & Zhao, 1995; Bracher, Santow, Morgan & Trussell, 1993; DeMaris & Rao, 1992; Glenn, 1990);

Quando conviventi precedentemente sposati tornano a sposarsi il loro tasso di conseguente divorzi è più alto di quello delle coppie conviventi che non si sono sposate precedentemente (Wineberg & McCarthy, 1998; Wu, 1995; Bumpass & Sweet, 1989).

Coloro che prima del matrimonio hanno convissuto più di una volta, quando si sposano hanno tassi di divorzio più elevati rispetto a quelli che hanno convissuto una sola volta (Brown & Booth, 1996; Stets,1993; Thomson & Colella, 1991).

Ci sono alcuni indizi secondo cui il tasso di divorzio è più alto per chi ha convissuto per un lasso di tempo maggiore, soprattutto se si superano i tre anni. Su questo aspetto i dati concordano (Lillard Brien & Waite, 1995; Thomson & Colella, 1991; Bennett, Blanc & Bloom, 1988).

I conviventi che si sposano si separano nei primi anni di matrimonio. Conviventi e non-conviventi hanno lo stesso tasso di stabilità del matrimonio se si superano i sette anni di matrimonio (Bumpass, Sweet & Cherlin, 1991; Bennett, Blanc, & Bloom, 1988).

I conviventi che scelgono di sposarsi sembrano essere a minor rischio di un divorzio tardivo rispetto a quelle coppie che decidono di non sposarsi. Sembrano essere la parte a minor rischio di un gruppo ad alto rischio (Thomson & Colella, 1991).

5. Quali sono i fattori che rendono a rischio i conviventi che si sposano?

Gli individui che scelgono la convivenza hanno certamente atteggiamenti, comportamenti e modelli che li portano alla decisione di non sposarsi.
Gli stessi atteggiamenti, comportamenti e modelli spesso divengono i fattori predisponenti che li rendono ad alto rischio di divorzio quando scelgono di passare dalla convivenza al matrimonio.

La stessa esperienza della convivenza crea fattori che possono minare il successivo matrimonio.

Questi atteggiamenti e comportamenti possono essere identificati e sottoposti alle coppie che si preparano al matrimonio per esaminarli, prendere decisioi, acquisire strumenti e cambiare.

Senza fare gli iettatori, coloro che preparano le coppie conviventi per il matrimonio possono aiutarle ad identificare e a lavorare sui comportamenti che ruotano intorno all'impegno, la fedeltà, l'individualismo, le difficoltà, le legittime aspettative.

Alcuni studi approfondiscono perché i conviventi sono più a rischio quando si sposano. La ricerca suggerisce che ci sono due cause di questo rischio che si sovrappongono e che si rafforzano: attitudini predisponenti e caratteristiche che si portano nel matrimonio esperienze che derivano dalla convivenza stessa e che creano problemi di modelli e comportamenti.

Attitudini predisponenti alla convivenza civile e caratteristiche

I conviventi, considerati come gruppo, sono meno fiduciosi nell'istituzione del matrimonio e più propensi al divorzio. Quando problemi e conflitti giungono a mettere alla prova il matrimonio, sono più propensi a cercare il divorzio come soluzione (Lillard, Brien & Waite, 1995; Bracher, Santow, Morgan & Trussell, 1993; Thomson & Colella, 1991; Bennett, Blanc, & Bloom, 1988).

La esclusività sessuale è un indicatore di impegno applicabile meno ai conviventi rispetto a non-conviventi. A questo proposito,la convivenza sembra essere più documentata rispetto al matrimonio. Dopo il matrimonio una donna che prima conviveva è facilmente portata all'infedeltà sessuale 3,3 volte in più rispetto a una donna che prima del matrimonio non ha convissuto (Forste & Tanfer, 1996).

I conviventi identificano se' stessi o la relazione " a basso rischio per una felicità di lunga durata" più spesso di coloro che non convivono. E siste l'evidenza che alcuni conviventi hanno davvero relazioni più problematiche e di bassa qualità con più problemi individuali e di coppia rispetto ai non conviventi. Spesso questo è dovuto al fatto che sentono la necassità di mettere alla prova la relazione attraverso la convivenza. C'è la probabilità che alcuni di questi significativi problemi venghano trasposti nella relazione matromoniale (Lillard, Brien, Waite, 1995; Thomson & Colella, 1991; Booth & Johnson, 1988).

I conviventi tendono a considerare l'individualismo come un valore importanto più di quanto ciò accada fra i non conviventi. Mentre i coniugati generalmente danno valore all'interdipendenza è allo scambio di risorse,i conviventi tendono a valorizzare l'l'indipendenza e la parità economica. Questi valori non cambiano necessariamente solo perché una coppia convivente decide di passare al matrimonio (Clarkberg, Stolzenberg & Waite, 1995; Waite & Joyner, 1992; Bumpass, Sweet & Cherlin, 1991).

I conviventi ammettono di sposarsi per la pressioni della famiglia e di altri e per l'assillo di offrire uno stabile focolare ai figli. Mentre se in generale è meglio per i bambini di una famiglia di conviventi crescere e nascere in un matrimonio stabile ciò non è di per se' motivo sufficiente per il matrimonio. Se la famiglia e gli amici spesso fanno bene a incoraggiare i conviventi a sposarsi, un matrimonio fatto sotto queste pressioni è problematico perchè la coppia non lo sceglie per motivi più sostanziali (Barber & Axinn, 1998; Wu, 1995; Mahler, 1996; Manning & Smock 1995; Teachman & Polanko, 1990).

È dimostrato che le coppie conviventi hanno delle aspettative eccessivamente elevate nei confronti del matrimonio e ciò può condurli a disilludersi con i problemi della vita di tutti i giorni o delle sfide del matrimonio. Le coppie conviventi generalmente conseguono una minor soddisfazione dal matrimonio dopo essersi sposati rispetto ai non conviventi. C'è il pericolo che pensino che hanno "programmato tutto" e che ogni ulteriore difficoltà è da imputare all'istituzione del matrimonio (Brown, 1998; Nock, 1995; Booth & Johnson, 1988).

L'esperienza della convivenzacambia l'attegiamento nei confronti dell'impegno e della stabilità e rende la coppia più propensa al divorzio (Axinn & Barber, 1997; Nock 1995; Schoen & Weinick 1993; Axinn & Thornton, 1992).

I conviventi hanno più conflitti in tema di denarodopo che si sono sposati rispetto ai non conviventi. Spesso hanno consolidato modelli di autonomia o di competizione riguardo al guadagnare o maneggiare denaro durante la convivenza e questo continua una volta sposati. Molte coppie hanno un modello di utilizzo del denaro nella famiglia convivente e non hanno esplicitato chiaramente i cambiamenti che l'uno si aspetta dall'altro dopo il matrimonio (Singh & Lindsay, 1996; Ressler, Rand, Walters & Meliss, 1995; Waite, 1995).

La violenza domestica è il problema più comune nei conviventi rispetto alle persone sposate e questo modello si trasferirà alla conseguente relazione matrimoniale. I conviventi possono sentire di meno la necessità di proteggere la relazione mentre sono conviventi perchè non la vedono come una cosa permanente In tal caso, si viene a creare un modello che non aiuta la risoluzione dei problemi. La presenza di bambini del partner o l'incertezza riguardo alla durata della relazione sono cause comuni di conflitto e talvolta di violenza (Jackson, 1996; McLaughlin, Leonard & Senchak 1992; Stets & Straus, 1989).

I conviventi che si sposano sono meno efficaci nella risoluzione dei conflitti rispetto a chi non ha coabitato. O la paura di sconvolgere una relazione non vincolata, la mancanza del bisogno di proteggere una relazione temporanea possono essere fattori che conducono le coppie conviventi a modelli poveri di risoluzione dei conflitti che poi trasferiscono nel matrimonio (Booth & Johnson, 1988).

L'uso del sesso come fattore di controllo può essere un modello negativo che le coppie conviventi possono trasporre al conseguente matrimonio. Il rafforzamento di modelli negativi della famiglia di origine può esserci stato nella relazione di convivenza ed essere trasferito nel matrimonio. Entrambi questi modelli sono questioni comuni che coppie rodate portano nel matrimonio, ma possono essere accentuate dall'esperienza della convivenza (Waite & Joyner, 1996; Waite, 1995; Thornton & Axinn, 1993).


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