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Le strutture storiche della carità cristiana.
F.Pajer-Religione-SEI

Già nel giudaismo precristiano si praticavano ampiamente azioni caritative a favore del prossimo bisognoso. Si può ricordare l'ospitalità di Abramo ai tre uomini di Mamre (Gen 18), l'insistenza a prendersi cura degli orfani e delle vedove, a ospitare stranieri e pellegrini. Non sono solo i poveri l'oggetto centrale dell'amore umano, ma anche gli stranieri e persino i nemici della nazione. L'elemosina è una delle tre pratiche giudaiche fondamentali, insieme alla preghiera e al digiuno. I profeti pongono la giustizia e la carità come condizioni per offrire sacrifici graditi a Dio.

Nel Nuovo Testamento la pratica della carità diventa segno del regno che Gesù annuncia: Gesù stesso pratica l'elemosina e la esige dai discepoli (Gv 13, 29; Lc 12, 33); propone come norma la figura del buon samaritano (Lc 10, 25-37); ripete col profeta di voler misericordia e non sacrifici (Mt 9, 13; Os 6, 6); chiede ai discepoli la povertà nello spirito come condizione di accesso al Regno (Mt 5, 3); e dice che l'uomo sarà in definitiva giudicato sulle opere di carità compiute "verso i più piccoli" (Mt 25, 31-46).

I Vangeli sono percorsi da una certa virulenza nei confronti dei ricchi, che fanno dell'accumulo dei beni la ragione di vita, quasi una religione che impedisce loro di accogliere il regno di Dio. In un Israele dove c'erano ingiustizie sociali, spargimento di sangue innocente, leggi ingiuste e tribunali venali, oppressione dei poveri, Gesù viene a praticare e a predicare la giustizia, il diritto, la compassione, la solidarietà. Ma quello di Gesù non è un programma di riforme sociali, bensì l'annuncio del Regno imminente, che lui stesso inaugura. Il suo vangelo comunque ha prodotto radicali cambiamenti nella società, a cominciare da quella antica, quando i cristiani iniziarono a mettere in atto il "comandamento nuovo".

  Le prime comunità cristiane comprendevano poveri e ricchi, ma la Lettera di Giacomo prende posizione netta a favore dei primi.Un particolare problema poneva la coesistenza di padroni e di schiavi come fratelli cristiani.

  Paolo consiglia a ciascuno di restare nella condizione sociale precedente la conversione, e prega Filemone di riprendere un suo schiavo che, scappando, l'aveva derubato. Cominciano così a stabilirsi tra padroni e schiavi rapporti di reciproco rispetto e anche di affetto.

Convertendosi al cristianesimo, i padroni si compromettevano più degli schiavi: dovevano infatti rinunciare a partecipare alle cerimonie ufficiali in cui si praticavano atti di culto agli déi, con la conseguenza di vedersi esclusi dalla normale vita civile e talora di subire persecuzione (come nel caso di Flavio Clemente, cugino dell'imperatore Domiziano, condannato a morte alla fine del i secolo). La coscienza della fraternità, portata dal cristianesimo, era tale che anche uno schiavo poteva diventare vescovo e papa (corne nel caso di san Callisto).

  Gli Atti degli apostoli riferiscono come la comunità di Gerusalemme praticasse la condivisione dei beni. In un primo tempo c'è una condivisione spontanea dei beni: chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne distribuiva il ricavato a chi ne aveva più bisogno. Man mano che la comunità si espande, cresce anche la cerchia dei bisognosi e quindi dalla carità spontanea si passa a un servizio assistenziale organico, in modo che «nessuno tra loro era lasciato nel bisogno ».

Per meglio assicurare l'assistenza ai poveri e non distogliere gli apostoli dalla preghiera e dalla predicazione, la comunità sceglie un gruppo di sette fedeli (At 6, 1-4), addetti al servizio delle mense. Infine, l'azione caritativa non si esaurisce all'interno della pro pria comunità di appartenenza, ma viene praticata anche da una comunità all'altra, come testimonia l'aiuto offerto dai cristiani di Antiochia a quelli di Gerusalemme (At 11, 27-30).

Affievolitosi però l'entusiasmo primitivo, alla condivisione dei beni succede il tempo dell'elemosina, incoraggiata da motivi piuttosto moralistici :«Fa bene a chi la riceve ma meglio ancora a chi la fa».
Oltre che ad avere un valore economico, l'elemosina - attuata per lo più in ambito liturgico - assume un aspetto religioso: di fronte a Dio, essa serve a cancellare i peccati.

Tertulliano, della comunità di Cartagine, parla di una regolare colletta mensile e di una cassa comune attivata per soccorrere ogá forma di indigenza.
Luciano di Samosata (Asia Minore) parla di scrocconi che si facevano passare per cristiani per essere soccorsi. La Didaché dispone che il pellegrino ospitato si metta a lavorare entro i tre giorni dal suo arrivo.

Chi vendeva i propri beni non li dava direttamente ai poveri, ma li consegnava al fondo ecclesiastico, o cassa comune, da cui venivano poi distribuiti agli indigenti sotto la diretta responsabilità del vescovo. La carità tuttavia non si identificava con l'aiuto in denaro: prima di tutto veniva il dovere dell'ospitalità e in tempo di persecuzione l'ospitalità offerta a dei ricercati poteva mettere a rischio anche la vita personale.

L'azione sociale caritativa dei cristiani fu vista come la chiave del loro successo, se l'imperatore Giuliano l'apostata, volendo contrastarli, fece istituire ospizi per mendicanti e pellegrini.
Insistente è presso i   Padri della Chiesa il tema della carità: Basilio di Cesarea creò una città per poveri e malati (la Basileide, un enorme ospedale con diversi padiglioni e con medici e infermieri specializzati) e nelle sue omelie si scagliò contro le cause della povertà e l'ingiusto arricchimento; Giovanni Crisostomo e Ambrogio si opposero decisamente al despotismo imperiale in quanto strumento di oppressione e di corruzione della gente semplice.

Ospizi e ospedali sorsero un po' ovunque, per iniziativa di vescovi ma anche di privati cittadini benestanti. L'insegnamento costante dei Padri è che le risorse economiche devono servire a tutti e non diventare un lusso per pochi. Il povero ha diritto al necessario per vivere. Il ricco può usare dei suoi beni, ma non abusarne. D'altronde, le grandi ricchezze - ripetono i Padri - sono sospette: da dove vengono, se non dall'ingiusto sfruttamento dei poveri? E perciò quello che ai poveri è stato tolto, ai poveri va restituito (san Basilio).

Nel mondo antico in cui la Chiesa si trova a vivere, tre sono i fattori problematici del rapporto tra ricchezza e povertà:
-  la distribuzione sproporzionata di proprietà e ricchezze, per cui solo chi aveva potere poteva avere anche ricchezze;
-  il tenore di vita estremamente lussuoso dei facoltosi, che, nell'uso delle loro ricchezze, non tolleravano alcuna limitazione;
- la carenza o inadeguatezza delle strutture dello Stato nel farsi carico delle categorie di cittadini socialmente deboli.


Agape=pasto cristiano di comunione fraterna
Sarcofago del III sec.

Una volta uscito dalle persecuzioni con Costantino e riconosciuto legalmente come religione di Stato da Teodosio, il cristianesimo, pur continuando a praticare la carità, perderà in forza profetica: la sua denuncia si attenua, sia perché il vissuto sociale della comunità credente si allinea sostanzialmente alle pratiche socio-economiche imposte dal potere politico, e sia perché il discorso della Chiesa, attraverso la voce di vescovi e di monaci, si ridurrà a inculcare, in chiave piuttosto volontaristica, l'amore verso i poveri.

A partire dal tempo della Chiesa imperiale infatti, i poveri vengono progressivamente considerati come una categoria di persone che vanno amorevolmente assistite con le risorse accumulate dalla Chiesa e amministrate dal vescovo.

Più ancora: nella generale carenza di strutture pubbliche di un impero che sta agonizzando, la Chiesa, già diffusa capillarmente nelle campagne come nelle città, subentra a offrire con le risorse della sua carità quello che lo Stato non riesce più a dare per giustizia.

Dalla carità spontanea al servizio organizzato

Già dal VI secolo la legislazione conciliare, in appoggio o in supplenza alla legislazione civile, stabilisce lo stanziamento di beni a esclusivo beneficio dei poveri. A Roma, per esempio, nascono dei centri caritativi, detti diaconie, che funzionano proprio nei vecchi edifici dell'annona pubblica. Si è calcolato che in un secolo quei centri abbiano assistito oltre centomila poveri. 
Nell' VIII secolo, solo a Roma, quei centri erano ben diciotto, tutti annesi alla rispettiva chiesa.
Gli aventi diritto alla assistenza erano iscritti in un elenco (Matricola) e ricevevano il sussidio in natura o in denaro in determinati giorni della settimana. I matricolari si chiamavano tra loro fratelli, mentre la gente li designava come i "poveri di Cristo", i "poveri della Chiesa". 
Se la matricola perseguiva lo scopo umanitario immediato di sostentare i poveri, essa conseguiva per altro anche uno scopo sociale non meno prezioso: quello di fissare i poveri nei rispettivi villaggi, di impedire il vagabondaggio, di inserire il povero nella società dandogli possibilmente un posto fisso e un lavoro.
Diversi concili locali, specialmente quelli celebrati in Gallia dal V all'VIII secolo, rivendicano il diritto della Chiesa di difendere i poveri contro i soprusi dei feudatari, fanno obbligo al vescovo di accogliere tutti i pellegrini anche se sconosciuti, vietano al clero di stornare a favore dei propri familiari i beni destinati ai poveri (è tacciato di necator pauperum, assassino dei poveri, chi ruba o tiene per sé qualcosa che è destinato al povero).

Dalla povertà subìta alla povertà volontaria

Damasco antica.

Finite le persecuzioni, viene meno anche l'ideale del martirio come coronamento della vita cristiana. Subentra così nei cristiani più ferventi il desiderio di un altro tipo dì eroismo, quello di vivere la perfezione cristiana isolandosi dal mondo, andando a vivere
nel deserto (per es. in Egitto, in Asia minore) dopo aver rinunciato ai propri beni e scelto la povertà come nuovo valore e stile di vita.

Nacque così, fin dal IV secolo, il primo movimento monastico, che ebbe poi grandi sviluppi sia in Oriente (san Pacomio e san Basilio), che in Occidente (san Benedetto). Secondo le regole scritte dai fondatori, che.a loro volta si ispirano al vangelo, la povertà diventa una scelta volontaria di vita, una norma ascetica.

Ciò non impedirà, anzi favorirà, la disponibilità dei monaci verso i "poveri involontari" e i pellegrini che in ogni tempo busseranno alle porte dei monasteri, e ne riceveranno ospitalità, cure mediche, cibo, vestiario... Accanto ai monasteri sorgono foresterie e ospizi per accogliere nel nome di Cristo" chiunque si presenti.Nei periodi di peste e di carestie, in una Europa stretta a nord dalle invasioni vichinghe, a est dai sarmati e a sud dai saraceni,o lungo le strade dei pellegrinaggi verso la Terrasanta o verso Santiago di Compostela, i monasteri costituiscono l'unica struttura affidabile anche solo dal punto di vista civile.

Lo storico medievalista Léo Moulin ha potuto affermare che in quel periodo la Chiesa ha investito per i poveri più di un terzo di tutto il suo patrimonio economico. Paradossalmente, l'iniziale scelta della povertà volontaria dei monaci li porterà col tempo ad accettare donazioni, terreni e ricchezze di ogni genere. I monasteri, oltre che centri di ospitalità e di cultura, diventano anche centri di potere. Gli abati contendono la giurisdizione ai vescovi; alcuni giungono fino a farsi eleggere papi e a lottare con imperatori.

Anche per questo, tra l' XI e il XII secolo, si svilupperanno vari movimenti spirituali di ritorno alla povertà evangelica assunta come regola di vita, Francesco e Domenico, tra altri, scelgono di vivere poveri tra i poveri, e la presenza efficace dei loro ordini mendicanti nelle nuove società europee provocherà anche una diffusa reazione politica contro le ingiustizie sociali, contro l'usura e gli effetti negativi dell'economia, contro il rapporto padrone-schiavo del feudalesimo.

Dalle opere di misericordia alla riabilitazione del povero

Il medioevo cristiano è interamente costellato di opere di misericordia, suddivise nei due classici settenari delle opere di misericordia corporale e spirituale (che rievocano da vicino il cap. 25 del Vangelo di Matteo). Questi settenari sono molto volgarizzati soprattutto nel XII secolo, sia attraverso le omelie liturgiche, sia come immancabile soggetto iconografico di vetrate e bassorilievi, come anche attraverso la catechesi parrocchiale e in occasione dei sacramenti del battesimo e della confessione.

Nascono ordini religiosi caritativi come quelli della Trinità e della Mercede per liberare i prigionieri rimasti nelle mani dei saraceni durante le crociate; e fioriscono diverse confraternite laicali (dette anche "misericordie" tuttora attive in diverse città toscane), che fondano istituti di beneficenza, ospedali, case del pellegrino.

Nei secoli XIII e XIV, in clima di pre-umanesimo, si fa strada un cambiamento di mentalità nei confronti del povero: il povero non è solo oggetto di compassione e destinatario della beneficenza, ma va riconosciuto anzitutto come persona umana che ha dei diritti che nessuno, men che meno il ricco e il potente, può conculcare.

Già intorno al 1230 (Francesco d'Assisi era appena morto) alcuni teologi e canonisti arrivano a formulare una "Carta dei diritti del povero", una dichiarazione che si fonda su princìpi di giustizia oltre che di carità. Bernardino da Siena (che favorì l'istituzione dei monti di pietà per combattere l'usura) e il Savonarola usano toni sferzanti contro l'insensibilità dei ricchi verso i poveri.

L'arcivescovo di Firenze, sant'Antonino, insegna che il superfluo comincia solo quando la necessità del povero è soddisfatta. Il conte di Savoia Amedeo VI e il re di Castiglia Alfonso XI istituiscono la figura dell'avvocato dei poveri.Una convinzione si diffonde: la giustizia deve precedere l'elemosina. La povertà diventa un problema giuridico e non solo economico. Dal Quattrocento in poi il povero non è più solo l`immagine di Cristo", cui fare l'elemosina in riparazione dei propri peccati, ma una persona da rieducare col lavoro, l'istruzione e il catechismo.

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