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Le fonti della DSC

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Le due fonti della dottrina sociale cristiana

Gli elementi basilari della dottrina sociale della Chiesa, quali il primato della persona, il carattere sacro della vita, la subordinazione dell’azione politica ed economica alle esigenze della morale, emergono da due fonti principali: la Rivelazione ed il diritto naturale.

La Rivelazione

Iniziamo, ovviamente, dalla Sacra Scrittura, che, in quanto Parola di Dio, è la radice e la linfa vitale di ogni annuncio cristiano. Il riferimento alla Rivelazione è fondamentale perché, per usare le parole di Vittorio Possenti, grazie ad esso, la Chiesa non si presenta soltanto come garante di un ordine naturale, nel quale leggere un’intenzione divina, ma come portatrice di una «memoria sovversiva», di una tensione escatologica, di un annuncio rispetto al quale ogni ordine umano è inadeguato. Viene così introdotto un principio di non-appagamento o di non-adempimento, che costituisce una molla poderosa verso una società meno ingiusta. [Vittorio POSSENTI, Oltre l’illuminismo. Il messaggio sociale cristiano, Cinisello Balsamo (Milano), Edizioni Paoline, 1992, p. 16.]

La Bibbia non è un insieme di indicazioni sociali, non vuole proporre ricette risolutive dei problemi della società, ma è, prima di tutto, annuncio della salvezza realizzata in Gesù. Ciò non toglie, però, considerato che Cristo è l’alfa e l’omega della storia, che il messaggio biblico abbia una rilevanza sociale.

Il primo aspetto importante è il rapporto con Dio visto come l’unico rapporto nel quale l’uomo può veramente conoscere e realizzare se stesso. Al di fuori di esso, quando l’uomo e la società escludono Dio, tutte le relazioni umane rischiano di essere inquinate dal male.

Un secondo tema è dato dalla dignità umana, resa evidente non soltanto dalla consapevolezza che l’uomo è creato «ad immagine e somiglianza di Dio», ma, soprattutto, dal fatto che lo stesso Figlio di Dio si è incarnato ed è diventato un essere umano.

La Bibbia sottolinea poi il carattere intrinsecamente sociale dell’uomo. Sin dal principio, è nel rapporto con un altro essere umano che l’uomo si riconosce: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà ’ishsha (donna) perché da ’ish (uomo) è stata tolta» (Gen 2,23). Lo stesso rapporto con Dio non è esclusivamente individuale, ma avviene nella Chiesa, nella Comunione dei Santi.

Non si può inoltre dimenticare che la dimensione sociale e la dignità umana sono viste dalla Bibbia come universali: Dio vuole la benedizione di tutti i popoli della terra (Cfr. Gen 12,3; 22,18; Ger 4,2; Sir 44,21; At 3,25; Gal 3,8). La Bibbia contiene anche alcune indicazioni di carattere normativo, ad esempio i comandamenti, che richiederebbero una trattazione troppo approfondita rispetto a quanto possibile in questa sede.

Vorremmo però precisare che la Legge, nel contesto biblico, soprattutto nel Vangelo, è al servizio dell’uomo, è uno strumento offerto in vista della piena realizzazione della natura umana. La Legge è una via verso il fine proprio dell’uomo (Cfr S. Th. I-II, q. 90, a. 1), «rappresenta un’istruzione, una guida, una “freccia indicatrice„ perché il popolo sappia veramente dove andare, in quale direzione procedere».
[E. COMBI, E. MONTI, Fede cristiana e agire sociale, Milano, Centro Ambrosiano, 1994, p. 22]

«Il cristianesimo non è, dunque, soprattutto una serie completa e perfetta di precetti e di ordinamenti, ma qualcosa di dinamico e vitale. È una vita, più che una norma di azione» [R. SPIAZZI, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, Bologna, ESD, 1992, p. 27.]

Potremmo dire che la morale cristiana non è un’etica delle norme astratte, ma un’etica del cammino di ciascuno, in collaborazione con gli altri, verso la piena realizzazione della vita, è un’etica che chiama ciascuno, in prima persona, a valutare quale sia, di volta in volta, il giusto cammino da percorrere.

Mentre l’etica moderna, almeno a partire da Hobbes, è, in genere, un’etica della terza persona, in cui cioè si adotta il punto di vista dell’osservatore che critica e valuta le azioni compiute da altri, o, per essere più precisi, si adotta il punto di vista del legislatore, l’etica evangelica è un’etica della prima persona, in cui ciò che conta è la riflessione che il soggetto agente compie, alla luce della fede, sulle scelte da compiere.
[Cfr. G. ABBÀ, Felicità, vita buona e virtù. Saggio di filosofia morale, Roma 1989, LAS pp. 97-100.]

Lo aveva ben capito Tommaso d’Aquino quando vedeva uno strumento etico fondamentale nel sillogismo pratico, cioè nel ragionamento con cui ciascuno di noi, tenuto conto del fine, delle indicazioni generali e della situazione concreta in cui si trova ad agire, valuta quale sia il comportamento da tenere.

Non entro dunque nel merito delle norme proposte dalla Bibbia, vorrei, tuttavia, richiamare l’attenzione su un aspetto che mi sembra particolarmente importante: la predilezione che la Bibbia manifesta per i poveri, per la vedova, per l’orfano, per lo straniero, sino alla proclamazione evangelica «Beati voi poveri» (Lc 6,20) [Cito dal commento della Bibbia di Gerusalemme a Mt 5,3 «Sebbene la formula di Mt 5,3 sottolinei lo spirito di povertà, presso il ricco come presso il povero, ciò che Cristo considera generalmente è una povertà effettiva, in particolare per i suoi discepoli».]

Il diritto naturale

Il diritto naturale rappresenta il possibile punto di incontro tra cristiani e non cristiani sui problemi etici. Il presupposto fondamentale è che gli uomini partecipino di un’unica e comune natura umana; infatti, proprio perché fa riferimento alla comune natura umana, la Chiesa può rivolgersi a tutti gli uomini, chiedere il loro ascolto, difendere i diritti umani. Ciò non significa sminuire l’importanza della Rivelazione, infatti, come osserva Jean Marie Aubert: Dire che l’uomo partecipa di un’unica natura equivale fondamentalmente a dire che il messaggio cristiano universalistico può riguardarlo: dire che l’uomo è una persona è come dire che la natura umana si attualizza individualmente secondo una modalità particolare che rende possibile un dialogo singolare con Dio e nel contempo contribuisce con la sua ricchezza tutta propria allo scambio comunitario incluso nell’idea di Regno. [J. M. AUBERT, Morale sociale, Assisi, Ed. Cittadella, 1972, p. 54.]

Il diritto naturale costituisce, in qualche modo, un preambulum fidei.
Ma che cosa si intende con le parole “diritto naturale”? Molti hanno del diritto naturale una concezione essenzialista «che tende ad esprimerlo in una visione atemporale ed astratta» e che «deriva (...) dal concetto di natura intesa come determinata metafisicamente una volta per tutte e da esso trae la sua pretesa di individuare principi “metatemporalmente validi e quindi immutabili”» [ R. CORTESE, Un impegno critico e profetico. Il magistero sociale della Chiesa, Casale Monferrato, Ed. PIEMME, 1984, p.43; la citazione nel testo è da J. HÖFFNER, La dottrina sociale cristiana, Roma, 1979, p. 59.]

Per questo motivo, spesso anche in ambienti cattolici, si manifesta diffidenza verso il diritto naturale, che, rimanendo intrappolato nei rigidi schemi di una concezione fissista della natura, perderebbe di vista il senso della storia e, soprattutto della Storia della Salvezza.

Per evitare questi presunti pericoli, alcuni interpreti della Dottrina Sociale della Chiesa hanno ritenuto di poter individuare in essa una evoluzione da un metodo di lavoro deduttivo, fondato sulla legge naturale, sostanzialmente astorico ed astratto, ad un metodo induttivo, che si sarebbe affermato a partire da Giovanni XXIII, caratterizzato da una marcata sensibilità storica e sganciato dal riferimento, proprio della tradizione del diritto naturale, alla retta ragione. [ Cfr., ad esempio, E. COMBI, E. MONTI, Fede cristiana e agire sociale, Milano, Centro Ambrosiano, 1994, parte seconda, capitolo 2, pp. 94-105. Dove, tra l’altro si afferma che nel magistero sociale da Leone XIII a Pio XII troviamo «una concezione essenzialmente naturalistica, nel senso che la società è realtà naturale, radicata nella natura intrinsecamente sociale dell’uomo, che l’intelletto (=ratio) può e deve investigare per conoscerne le leggi e i principi (di ordine quindi morale naturale, intelligibili a tutti e per tutti doverosi) che ne regolano la struttura e il corretto sviluppo.» (p. 95). Di tale concezione si indicano poi i limiti nel seguente modo «si va da una lettura semplificata, essenzialistica della realtà sociale, all’astrattezza della proposta, alla sua astoricità.» (p. 96). Il riferimento all’abbandono del richiamo alla retta ragione è a pagina 103. ]

In ambienti non cattolici, poi, si è arrivati addirittura ad ipotizzare che il riferimento al diritto naturale costituisse uno strumento di dominio della Chiesa cattolica sui propri fedeli . [ Ad esempio, F.-X. KAUFMANN nel volume Sociologia e teologia, Brescia, Morcelliana, a p. 107 sostiene: « (...) nel periodo dell’impotenza politica del papato, la dottrina del diritto naturale si è dimostrata uno strumento idoneo per conservare l’influsso politico della Chiesa sui propri fedeli e ha contribuito nel contesto nazionale - soprattutto in Germania - alla stabilizzazione dei confini tra ‘Chiesa’ e ‘società’, legittimando lo sviluppo di una sub-cultura specifica dei cattolici». Il corsivo è dell’autore.]

Tralasciando quest’ultima posizione, vistosamente malevola e preconcetta, nel senso negativo del termine, possiamo svolgere due ordini di argomentazioni per evidenziare:

1) come il superamento del riferimento al diritto naturale, che, alcuni fanno discendere dal passaggio, nei documenti della Chiesa, da un metodo deduttivo ad uno induttivo, sia eccessivamente enfatizzato nell’intento di evidenziare una rottura che in realtà non vi è stata;

2) come la concezione essenzialistica ed astorica del diritto naturale rappresenti più un fraintendimento che un’interpretazione della genuina dottrina cattolica.

Per quanto riguarda il primo aspetto, è vero che con Giovanni XXIII si può avvertire un mutamento di tono e soprattutto si manifesta una nuova attenzione per temi , quali, per esempio, la situazione del terzo mondo, sino ad allora poco considerati, ma ciò non significa che si debba parlare di una frattura. A questo proposito Karol Wojtyla, in un’intervista del 1978, dichiarava:
(...) a partire da Giovanni XXIII avviene una svolta, che continua nell’insegnamento di Paolo VI. Penso tuttavia che questa svolta non costituisca una frattura della continuità e dell’unità.
(...) si può parlare di soluzione di continuità nell’insegnamento sociale della Chiesa? Penso di no, in nessun modo. È solo un’altra prova che questa dottrina possiede una propria dinamica interna, che le viene dalla forza e in certo qual modo dalla fertilità di quel primo, fondamentale livello che va cercato nel Vangelo stesso e che in un certo senso è «indipendente» dai diversi, mutevoli contesti storici. Ciò non significa che essa sia «a-storica», ma che nel rapporto con questi contesti rivela, davanti alle loro esigenze, un nuovo volto di verità e di esattezza
. [Intervista a Karol Wojtyla sulla dottrina sociale della Chiesa (1978), appendice a Vittorio POSSENTI, Oltre l’illuminismo. Il messaggio sociale cristiano, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1992, pp 251-252.]

A conferma di quanto affermato da Wojtyla vorrei ricordare che la Rerum novarum di Leone XIII, non fu concepita in maniera deduttiva ed astratta, ma «entro una cornice mondiale, avendo davanti agli occhi problemi molto concreti, senza limitarsi a svolgere un lavoro a tavolino nella curia romana» [Giorgio VECCHIO, La Dottrina Sociale della Chiesa. Profilo storico dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus, Milano, In Dialogo, senza indicazione della data, ma 1992, p. 48.] sottolineo inoltre come nelle encicliche di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, nei documenti del Concilio Vaticano II e nel Catechismo della Chiesa Cattolica, siano frequenti e costanti i riferimenti alla legge naturale.

[Ricordiamo, oltre a quanto elencato direttamente nel testo, anche che:
a) Paolo VI, quando ancora era arcivescovo di Milano, nella sua lettera pastorale del 1961, intitolata Sul senso morale, al numero 36 sottolineava lo stretto legame tra etica cristiana e morale naturale. Inoltre, nella Octogesima adveniens è esplicito il riferimento alla tradizione del pensiero sociale della Chiesa (n. 42).
b) Il Concilio Vaticano II, al numero 3 della Dignitatis humanae, riecheggiando la concezione tomistica della legge naturale (S. Th., I-II, q. 91, a. 2) ricorda che «norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio, con un disegno di sapienza e di amore ordina, dirige e governa tutto il mondo e le vie della comunità umana. E Dio rende partecipe l’uomo della sua legge, cosicché l’uomo per soave disposizione della provvidenza divina, possa sempre più conoscere l’immutabile verità». E, al numero 89 della Gaudium et spes, fa della legge naturale uno dei fondamenti «della solidarietà fraterna tra gli uomini e tra le nazioni».
c) Il Catechismo della Chiesa Cattolica dedica al tema della legge naturale numerosi numeri (basta consultare l’indice analitico) ed in particolare i nn. 1954-1960.]

Per fare soltanto qualche esempio, si pensi che nella Mater et magistra di Giovanni XXIII i numeri 7-10 sono un elogio solenne della Rerum novarum di Leone XIII; i successivi numeri 11-28 la sintetizzano efficacemente; i numeri 55-127 vogliono precisarne e svilupparne gli insegnamenti. Non c’è male come salto metodologico! E nella Pacem in terris, al numero 17, ci si richiama esplicitamente alla concezione tomistica della legge naturale.

Giovanni Paolo II poi, nella Veritatis splendor, l’enciclica che ha per tema l’insegnamento morale della Chiesa, dedica, con ripetuti richiami a Tommaso d’Aquino, ampio spazio al tema del diritto naturale (nn. 40 e ss.) ed in particolare afferma «La Chiesa ha fatto spesso riferimento alla dottrina tomistica della legge naturale, assumendola nel proprio insegnamento morale.» (n. 44). Inoltre le sue encicliche sociali si propongono esplicitamente come continuazione del magistero dei suoi predecessori e si richiamano ampiamente all’insegnamento di Leone XIII.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, cioè il preteso carattere astorico ed essenzialistico della concezione cattolica del diritto naturale, possiamo osservare che in realtà tale concezione, come è stata formulata soprattutto grazie a S. Tommaso d’Aquino, non corrisponde alla descrizione che ne danno i suoi critici. Solo volendo appiattire Tommaso su Aristotele si può incorrere in una simile deformazione, infatti, come ha osservato Chenu, la Summa theologiae è redatta secondo uno schema, di origine neoplatonica, di uscita e ritorno a Dio (exitus et reditus). Chenu stesso nota come tale schema sia necessariamente «aperto alla storia» [M. D. CHENU, Introduction à l’étude de St. Thomas d’Aquin, Paris, 1950,p. 261.]

La concezione cattolica del diritto naturale, lungi dal ritenere che l’uomo e la società siano determinati astoricamente una volta per tutte, sottolinea come «Dio volle lasciare l’uomo “in mano al suo consiglio”» (L 1; GS 17; VS 38; Sir 15,14), riconoscendogli la capacità, come essere razionale e spirituale di «diventare, in un certo senso, tutte le cose» [S. Tommaso, Quaestiones disputatae de veritate, 1, 1.]

Ciò significa che «il dominio dell’uomo si estende, in un certo senso, sull’uomo stesso» (VS 38), ma non vuol dire che non esistano criteri morali cui far riferimento. L’uomo viene preso sul serio e vengono prese sul serio le sue tendenze ed inclinazioni profonde «di ordine sia spirituale che biologico» (VS 38), ma si sottolinea come egli debba governarle responsabilmente regolandole con la ragione in vista della sua felicità.

L’uomo, cioè, realizza la propria dignità se «liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine con scelta libera del Bene, e si procura da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti.» (GS 17). Ora, secondo la Chiesa cattolica, l’essere umano può, con la propria ragione, partecipando della ragione eterna, cogliere il proprio fine e la via verso di esso (VS 43; S. Th. I-II, q. 91, a. 2.). La legge naturale è dunque una via verso il fine proprio dell’uomo (S. Th. I-II, q. 90, a. 1), essa è «scritta ed impressa nell’animo di ciascuno, non essendo altro che la ragione stessa, che ci comanda di fare il bene e ci proibisce di fare il male» (L 6; VS 44).

Definire in tal modo il diritto naturale consente di conservare alla dottrina sociale un carattere empirico e positivo (in quanto occorre conoscere le inclinazioni dell’uomo se si vuole ben regolarle) e nel contempo razionale (queste inclinazioni sono infatti morali in quanto regolate dalla ragione). In tal modo non si corre il rischio di presentare la legge naturale come dedotta in modo puramente razionale ed a priori, partendo da una definizione astratta della essenza dell’uomo, e nel contempo si afferma la intelleggibilità della natura umana (...). [R. CORTESE, Un impegno critico e profetico. Il magistero sociale della Chiesa, Casale Monferrato, Ed. PIEMME, 1984, p.45.]

È così possibile prestare attenzione alle «congiunture concrete», senza che questo contraddica, come qualcuno vorrebbe, il riferimento al diritto naturale. [Cfr. M. D: CHENU, La dottrina sociale della Chiesa. Origine e sviluppo (1891-1971), Queriniana, Brescia, 1977, introduzione.]

Del resto, come abbiamo visto, la Rerum novarum fu il risultato di un intenso lavoro collettivo particolarmente attento a quelli che saranno poi chiamati «segni dei tempi» e già Tommaso d’Aquino, lo abbiamo visto poco fa, era ben consapevole dell’importanza delle situazioni di fatto, tanto che vedeva uno strumento etico fondamentale nel sillogismo pratico.

Il Magistero

I testi cartacei dell' ininterrotto Magistero sociale è possibile trovarli in R. Spiazzi, I documenti sociali della Chiesa, 2° voll, Massimo, Milano 1988. Un'antologia, da Gregorio XVI a Paolo VI compreso, si trova in L. Negri, Il Magistero sociale della Chiesa, Jaca Book, Milano 1994. Più agevole

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Quella che, in senso stretto, chiamiamo "Dottrina sociale della Chiesa" si è venuta costituendo in varie tappe, che si è soliti far partire dalla Rerum novarum di Leone XIII (1891) e terminare alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II (1991), che dell'enciclica leonina offre a sua volta un'autorevole sintesi (cfr nn 4-11).

Un più rigoroso criterio storico riconoscerebbe già nella Mirari vos (1832) di Gregorio XVI (1831-1846) il primo tentativo di individuare il progetto culturale ateistico dal quale la Chiesa deve difendere se stessa e i popoli; e si fermerebbe fondamentalmente alla Laborem exercens di Giovanni Paolo II (1981).

Non è possibile qui che tracciare le grandi linee dello sviluppo seguito dai numerosi insegnamenti e orientamenti, che hanno quasi sempre preso lo spunto da anniversari significativi della Rerum novarum o dalle nuove situazioni in cui si è venuta a trovare la società di questo ultimo secolo. In tale Magistero sociale è facile sorprendere una chiara e puntuale denuncia e critica delle specifiche ideologie moderne che si oppongono alla visione cristiana dell'uomo, della società e della storia; con esse la Chiesa non è mai scesa a compromessi dottrinali e da esse ha sempre voluto difendere anche la libertà e i diritti di ogni uomo e popolo.

Tale anche dura opposizione è stata spesso pagata con sofferenze personali di papi, vescovi, sacerdoti e laici; ma ha avuto l'innegabile merito di dare senso al confronto dialogico, visto che la Chiesa non ha mai nascosto il proprio volto, costringendo così l'interlocutore a svelare il proprio. Nello stesso tempo, nel Magistero sociale si va precisando una ipotesi costruttiva di una società a misura di uomo, il cui autentico fondamento resta il rapporto con Dio in Cristo. Infatti, solo nel mistero del Verbo incarnato è svelato e si attua il mistero di ogni uomo (cfr. Gaudium et spes, 22) e un mondo costruito senza Dio è costruito contro l'uomo (card. H. De Lubac).

150 anni di dottrina sociale

Per approfondire : Compendio della dottrina sociale della Chiesa

Pio IX, Qui pluribus, 9.12.1846
L'enciclica si occupa dei principali errori dell'epoca: filosofia illuministica, progressismo, massoneria.

Pio IX, Quanta cura, 8.12.1864
Anche questa enciclica si scaglia contro gli errori del tempo. Viene allegata una raccolta (denominata Síffabo) di 80 proposizioni già condannate in precedenza dallo stesso Pio IX.

Leone XIII, Inscrutabili Dei consílio, 21.4.1878
Confuta l'accusa rivolta alla Chiesa di essere un ostacolo al progresso e alla cultura moderna. Esalta il secolare ruolo civilizzatore della Chiesa nell'eliminare la schiavitù e la miseria dei popoli, e nel favorire le arti e le scienze. La Chiesa è «madre di civiltà».

Leone XIII, Díuturnum, 29.6.1881
Ha per tema l'autorità politica, minacciata dallo spirito di ribellione e dal terrorismo serpeggiante (nel marzo 1881 veniva assassinato l'imperatore di Russia, Alessandro II). La tesi del papa: ogni potere, compreso quello politico, viene da Dio: « Nessun uomo ha in sé o da sé il potere di legare la libera volontà dei suoi simili».

Leone XIII, Immortale Dei, 1.11.1885
Illustra come la Chiesa, con la sua "filosofia del vangelo", abbia profondamente influenzato gli Stati. t fondamentale intendere correttamente il binomio autorità-libertà. Lo Stato cristianamente inteso trae i princìpi ispiratori delle sue leggi dal vangelo. Criteri per un equilie- br io tra potere ecclesiastico e civile, « che sono ambedue poteri massiri- mi del proprio ordine ».

Leone XIII, Rerum novarum, 15.5.1891
E' la prima vera magna charta del pensiero sociale della Chiesa. E' stato riferimento obbligato, in materia di lavoro e di economia, per tutto il presente secolo. Al centro sta la drammatica situazione operaia creatasi nei decenni della prima rivoluzione industriale. L'enciclica denuncia l'inefficace e ingiusta soluzione socialista sulla proprietà privata ; analizza i fondamenti della soluzione cristiana alla questione sociale (n) e indica qual è il ruolo specifico dello Stato in materia (m);propone la dignità della persona umana quale criterio base per orientare l'azione politica e legislativa (iv); illustra e incoraggia la funzione del sindacato e dell'associazionismo operaio cristiano (v).

Pio XI, Ubi arcano, 23.12.1922
...
l'enciclica del "regno di Cristo" sulle persone, sulla famiglia e sulla società: « Una vera pace sociale non può esistere se non sono ammessi i princìpi, osservate le leggi, ubbiditi i precetti di Cristo nella vita pubblica e nella privata; sicché, ben ordinata la società umana, vi possa la Chiesa esercitare il suo magistero. Ora tutto questo si esprime con una parola: il regno di Cristo ».

Pio XI, Quadragesimo anno, 15.5.1931
A 40 anni dalla Rerum novarum, papa Ratti ricorda i frutti copiosi prodotti da quel "rnemorabile documento" nell'azione della Chiesa,degli Stati, dei datori di lavoro e dei lavoratori (i); ricbiama le competenze della Chiesa nel dare direttive in materia di diritto di proprietà, di rapporti tra capitale e lavoro, di giusta retribuzione salariale e di ripristino dell'ordine sociale (n); detta le linee fondamentali di un nuovo ordinamento sociale, basate su una esplicita condanna del sistema capitalista, su un'auspicata evoluzione del socialismo moderato, e su un rinnovato impegno dei cattolici a «riformare la società nella giustizia e nella carità cristiana» (m).

Pio XI, Mít brennender Sorge, 14.3.1937
Esplicita presa di posizione contro il nazismo hitleriano e contro l'assolutismo dello Stato totalitario.

Pio XI, Dívíni Redemptoris, 19.3.1937
Analizza e confuta il comunismo ateo instauratosi nella Russia bolscevica e Paesi satelliti, ma anche in Messico e in Spagna. L'argomentazione è in cinque tappe: l'atteggiamento della Chiesa di fronte al comunismo; insostenibilità della dottrina comunista (è contro lo spirito, la libertà, i diritti naturali); trasparenza della dottrina sociale della Chiesa (è per la dignità di ogni uomo, per una famiglia stabile, per uno Stato equanime, per un lavoro dignitoso); necessità e mezzi per lottare solidarmente contro il comunismo; cosa possono fare sacerdoti e laici (Azione cattolica) per opporsi al comunismo e promuovere il bene comune.

Pio XII, Radiomessaggio per il 50' anniversario della Rerum novarum, 1.6.1941
Ribadisce vigorosamente la competenza della Chiesa in campo sociale per gli aspetti antropologico-etici, competenza che si fonda sia nelle verità della rivelazione biblica che nell'oggettivo rapporto con la legge naturale. Illustra in particolare tre valori sociali: l'uso dei beni materiali, il lavoro umano come diritto personale, la famiglia come nucleo primario.

Giovanni XXIII, Mater et magístra, 15.5.1961
La questione sociale assume un'altra dimensione: la mondializzazione. E la nuova ottica nell'enciclica, che è anche la prima indirizzata « a tutti gli uomini di buona volontà ». Ripercorso il tumultuoso cammino compiuto dalla società nei 70 anni dalla Rerum novarum (i), il documento passa a sviluppare alcuni aspetti relativamente nuovi della questione sociale: il principio di sussidiarietà in economia; la rilevanza della "socialità" diffusa; la correlazione tra salario e bene comune; la professionalità dei lavoratori; i limiti del principio della proprietà privata (ii). Prende poi in esame, tra i grandi fenomeni di squilibrio, quello tra agricoltura e altri sistemi produttivi, quello tra zone ricche e zone povere, quello tra Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo (m), e conclude con una fitta serie di orientamenti per l'azione dei cristiani in ambito sociale e culturale.

Giovanni XXIII, Pacem ín terrís, 11.4.196
 E' il principale documento ecclesiale in tema di diritti umani. Precede una definizione ed elencazione dei diritti e dei doveri degli esseri umani nell'epoca odierna. Il nostro tempo, secondo la Pacem in terris, è caratterizzato da tre fenomeni: la promozione delle classi lavoratrici; l'ingresso della donna nella vita pubblica; e la trasformazione sociopolitica dell'umanità (i). Segue una dettagliata trattazione: a) dei rapporti tra persone e poteri pubblici, con un'eccezionale digressione sul concetto di "bene comune" e sul rapporto pubblico/privato; b) dei rapporti delle comunità politiche tra loro; c) dei rapporti tra persone e gruppi politici con la comunità mondiale (n-iv). A conclusione, l'indicazione di impulsi a largo raggio per un impegno senza frontiere nel costruire la pace (v).

Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 7.12.1965
Si tratta di una delle 4 costituzioni, della "pastorale", nell'insieme dei 16 documenti conciliari. Ha per oggetto "la Chiesa nel mondo contemporaneo" ' l'una e l'altro intesi come realtà in dialogo e non in reciproca esclusione. t documento di insegnamento sociale in senso molto largo: tratta dell'uomo, della sua attività, della società e dei grandi rivolgimenti odierni, più in termini di analisi culturale globale che in termini tecnici di economia e di politica. I nodi scelti come problematici sono: matrimonio e famiglia; l'evoluzione etico-culturale; i conflitti tra classi sociali; la comunità politica; la pace internazionale.

Paolo VI, Populorum progressio, 26.3.1967
 Lo sviluppo dei popoli è il nuovo nome della pace ».Intorno a questo fortunato slogan Paolo VI conduce una duplice analisi: la prima sullo sviluppo integrale dell'uomo storico e la cause sociali che oggi lo ostacolano; la seconda sullo sviluppo solidale dell' umanità e le condizioni per garantirlo.Una convinzione sta alla base:« Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dila pidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni,che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli ».

Assemblea dei vescovi latino-americani, Documentí di Medellin, Colombia 1968
Aperta da Paolo VI, l'assemblea trattò il tema 1a Chiesa nella attuale trasformazione dell'America latina". Le idee-guida: prender coscienza dei nuovi orientamenti del Vaticano Il; predisporne l'adattamento ai bisogni del continente sudamericano; prendere una chiara «opzione prioritaria a favore dei poveri e dei giovani »; sostenere l'avvio delle comunità ecclesiali di base.

Paolo VI, Octogesima adveniens, 14.5.1971
A 80 anni dalla Rerum novarum, questa lettera apostolica riconosce che «è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale » di fronte a situazioni nuove e tanto diverse. Sono nuovi e diversi da continente a continente certi problemi sociali come l'urbanesimo, la condizione giovanile, il posto sociale della donna, i "nuovi poveri", l'esplosione demografica, il potere dei mass media, il degrado ecologico (i). Insidiose le correnti di idee che cercano di assoggettare la libertà, come il positivismo, il marxismo, il liberalismo e in genere tutte le ideologie che manipolano l'opinione pubblica (n). Compito dei cristiani è darsi anzitutto dei criteri di giudizio e di comportamento in ambito politico ed economico (m) e agire di conseguenza cambiando mentalità e verificando strutture (iv).

Sinodo dei vescovi, La gíustízia nel mondo, 30.11.1971
Si tratta di un forte richiamo a fare della ricerca della giustizia una dimensione costitutiva dell'essere credente. Il documento analizza cause ed effetti delle ingiustizie a livello mondiale; precisa la missione della Chiesa in questo campo; traccia le condizioni per agire efficacemente per un mondo più giusto.

Pontificia Commissione "justitia et pax", La Chiesa e i diritti dell'uomo, 10. 12.1974
Nel 251 anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948) da parte dell'ONU, il documento fa un bilancio storicoe dottrinale del cammino dei diritti umani nella storia passata e recente, e offre stimoli pastorali, educativi, ecumenici, per promuovere e difendere i diritti delle persone e dei popoli a livello nazionale e internazionale.

Assemblea dei vescovi latino-americani, Documenti di Puebla, Messico 1979
Aperta da Giovanni Paolo II, questa assemblea ebbe come tema Ia evangelizzazione nel presente e nel futuro dell'America latina". Le idee-guida: sulla scia di Medellín, confermò la scelta per una Chiesa povera a favore dei poveri; fece ampio spazio al problema della religiosità popolare da accogliere nei suoi aspetti positivi e da evangelizzare; volgarizzò il concetto di comunione-partecipazíone.

Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 4.3.1979
L'enciclica sviluppa una visione globale dell'azione della Chiesa a favore dell'uomo, definito «prima via della Chiesa». Tale visione si basa su una marcata antropologia teologica (l'uomo è pensato all'interno del progetto creativo e redentivo di Dio).

Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 14.9.1981
Questo documento pontificio si colloca nella grande linea delle encicliche sociali, nel 900 anniversario della Rerum novarum. Temi centrali: il lavoro e l'uomo lavoratore; il conflitto tra lavoro e capitale; la promozione della donna nel lavoro; la dignità del lavoro agricolo; lavoro e handicap; lavoro ed emigrazione. Elementi per una teologia del lavoro: l'uomo che lavora partecipa all'opera del Creatore e completa l'opera redentrice di Cristo risorto.

Congregazione per la dottrina della fede, Libertà cristiana e liberazione, 22.3.1986
Mentre i primi 4 capitoli dell'istruzione vertono sulla concezione cristiana della libertà (la condizione della libertà nel mondo d'oggi; vocazione alla libertà e dramma del peccato; liberazione e libertà cristiana; missione liberatrice della Chiesa), il quinto capitolo è tutto dedicato alla dottrina sociale della Chiesa: denuncia ogni forma di violazione dei diritti umani; rifiuta il ricorso alla violenza, in particolare la lotta di classe; propugna la vita pacifica delle riforme contro la tentazione del "mito della rivoluzione".

Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 30.12.1987
A vent'anni dalla Populorum progressio, di cui sottolinea la permanente attualità, l'enciclica evidenzia il crescente divario tra Nord e Sud del mondo, ne analizza le cause, propone il valore della solidarietà come prioritario. Spiega perché la Chiesa è critica nei confronti del capitalismo liberísta come del marxismo colIettivista ma non è nemmeno per una ipotetica "terza via" di mezzo. Torna sulle piaghe del mondo d'oggi, in particolare il consumismo negatore della dignità spirituale dell'uomo-persona.

Giovanni Paolo II Centesímus annus, 1.5.1991
L'occasione è data dal centenario della enciclica leoniana; in realtà l'attenzione si concentra sugli eventi del 1989, sul crollo dei regimi collettivisti dell'Est europeo, le cui cause sono identificate nella violazione dei diritti umani, nell'inefficienza del sistema economico, nel vuoto di cultura atea e disumanizzante. Tra le idee base: «la proprietà senza la solidarietà è un abuso »; « la Chiesa non ha modelli [socioeconomici, politici] da proporre », ma è contro i sistemi che riducono l'uomo a produttore-consumatore, che privilegiano l'avere sull'essere, che non tutelano la vita.

Veritatis splendor

Deus caritas est

E la storia continua...

Credits :
(*) santaritalatina.it. incontri storia della chiesa -
(**)  istitutocalvino.it .conferenza 1996.Paganini Angelo

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