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Storia

...Di solito si intende per "discorso sociale della Chiesa" l'insegnamento specifico che i papi hanno emanato in materia di etica economica, sociale e politica dal 1891, l'anno della Rerum novarum, ad oggi. In realtà, tale insegnamento può essere fatto risalire a epoche anteriori, si esprime anche attraverso documenti che non sono encicliche (per es. documenti di sinodi, di conferenze episcopali, ecc.), e deve molto al contributo di economisti, politici, filosofi e teologi (è noto che le encicliche sono firmate dai papi, ma essi si avvalgono della collaborazione di specialisti, soprattutto per la redazione di quelle parti che richiedono una competenza scientifica).

Le encicliche e altri documenti sono atti del magistero ordinario e quindi, per i credenti cattolici, contengono interpretazioni e orientamenti autorevoli che non possono essere disattesi. Tuttavia non comportano una adesione di fede, perché non si tratta qui di pronunciamenti dogmatici, né i papi intendono impegnare la propria infallibilità in materie come queste, talmente soggette all'incessante evoluzione della società e della storia.Inoltre, attraverso questo insegnamento sociale l'autorità ecclesiastica non dà e non pretende di dare alcuna soluzione tecnica a determinati problemi di tipo economico, sindacale, monetario, amministrativo, politico. Non rientra evidentemente nelle competenze della Chiesa optare, per esempio, per un sistema economico e proibirne un altro (anche se di fatto, storicamente, essa si trova ad essere "complice" di un sistema piuttosto che di un altro). Il suo, invece, vuol essere ed è di fatto, un approccio e un orientamento di tipo etico.

L'ottica da cui vede e interpreta le cose è quella dell'uomo illuminato dalla parola di Dio, sapendo tuttavia che dalla parola di Dio non si può ricavare direttamente alcun modello di economia o di politica.

Che l'insegnamento sociale della Chiesa non sia definito una volta per tutte lo dimostrano i modi diversi con cui il magistero si è espresso negli ultimi centocinquant'anni. Si possono individuare tre distinti periodi":

1) Con la pubblicazione della Rerum novarum nel 1891, la Chiesa decide finalmente di uscire dall'isolamento nel quale si era trincerata fin dall'alba dell'epoca moderna, combattendo la libertà di pensiero e di coscienza, la laicità dello Stato moderno, il progresso scientifico e tecnico. Due documenti in particolare avevano sancito il divorzio della Chiesa dalla società moderna: l'enciclica Mirati vos (1832) di Gregorio XVI, che si scaglia contro la libertà di coscienza e la libertà di stampa, e il Sillabo (1864) o elenco degli 80 principali "errori dell'epoca" condannati da Pio IX. Tra questi "errori" si annovera la libertà di ricerca scientifica e filosofica, l'autonomia della politica e dello Stato dalla tutela della Chiesa, il superamento del cattolicesimo come religione di Stato. La Rerum novarum abbandona questo spirito di crociata e riconosce la gravità della questione operaia, anche se poi la risposta alle attese reali della gente non viene cercata a partire dalla lettura dei fenomeni sociali, ma dedotta ancora da principi filosofico-teologici, in particolare dal diritto naturale e dalla rivelazione.

2) Con Pio XI (1922-39) il pensiero sociale della Chiesa entra in una seconda fase, caratterizzata dalla nostalgia di veder rinascere nella società laicizzata il modello sociale della "cristianità"la Chiesa - "società perfetta", come allora si continuava a dire ha il diritto-dovere di guidare tutte le società civili. In economia, l'enciclica Quadragesimo anno (1931) cerca di legittimare la "terza via", quella cattolica, come superamento della "via socialista" (applicata in Russia dal 1917) e della "via capitalistica" (che era entrata allora in crisi con il crollo della Borsa di New York e la grande depressione del 1929).

3) L'ultimo trentennio - con la dottrina del concilio Vaticano II e con i numerosi e qualificati interventi dei papi di questo periodo - si caratterizza per la volontà della Chiesa di ristabilire un dialogo con il mondo. Segna una svolta nel discorso sociale della Chiesa, perché ora non si tratta più di soli conflitti tra classi sociali (come nell'Ottocento), né solo di confronti tra sistemi economici nazionali (prima metà del Novecento), ma si tratta dell'intero ordine economico mondiale, polarizzato prima dalle tensioni politiche tra i due blocchi Ovest e Est e poi dalle tensioni economiche tra Nord e Sud, fattore tuttora permanente di squilibri insanabili. In queste nuove situazioni, la Chiesa preferisce non porsi più in alternativa al mondo, ma ridiventare "sale e lievito nella massa" del mondo, per salvarlo dall'interno delle sue leggi e della sua storia, lasciando però al mondo la sua giusta autonomia nei campi di sua competenza (laicità), anzi aiutando le società civili e i governi a promuovere garanzie per la difesa dei diritti umani, di tutto l'uomo, per tutti gli uomini.

Visto in prospettiva storica, l'insegnamento sociale cristiano presenta due caratteristiche:
1- il cambiamento, in quanto si fa attento alle mutevoli condizioni storiche e sociali e al diverso metodo scelto per leggere la realtà;
2- la continuità, in quanto sempre identica è l'ispirazione evangelica di base e l'intenzione pastorale dei pontefici, e persino costanti rimangono certi temi preferenziali.

( F. Pajer Religione-SEI)

(*)

PIO IX (1846-1878) denuncia i principali errori dell'epoca.

 A papa Giovanni Mastai Ferretti toccò l'enorme responsabilità e merito di prendere le distanze dall'ideologia che stava omologando l'Europa, affermando quella diversità che resta la prima condizione per un dialogo degno del nome. Per questo subì l'emarginazione da parte della mentalità laicista, non senza il velato consenso di un certo cattolicesimo "progressista", non ancora del tutto scomparso (se è vero che la sua causa di beatificazione è ferma agli anni '50). 

a) Quanta cura (1864) Si era appena conclusa la vicenda dello Stato Unitario (1864) e si era alla vigilia dell'espropriazione dello Stato Pontificio (1870). L'enciclica evidenzia l'inconciliabilità radicale tra cattolicesimo e laicismo. 

b) Sillabo (o Elenco) In appendice alla stessa enciclica si elencano i singoli errori, in diverse forme precedentemente condannati: si va dai fondamentali princìpi metafisici, alle dinamiche socio-culturali, alle conseguenze politiche. Riportiamo qualcuna delle 80 proposizioni condannate, riguardanti: * la ragione, intesa come l'unica fonte di conoscenza e di giudizio morale, in opposizione alla rivelazione divina; la fede diviene inutile e dannosa, per un uomo la cui natura non ha più alcun bisogno di Cristo Salvatore.

"L' umana ragione, senza tener alcun conto di Dio, è l' unico arbitro del vero e del falso, del bene e del male, è legge a se stessa, e con le sue forze naturali basta a procacciare il bene degli uomini e dei popoli" (n. 3). "La fede in Cristo si oppone alla ragione umana, e la rivelazione divina non solo non giova a nulla, ma nuoce altresì al perfezionamento dell' uomo" (n.6). (cf. anche n. 40)

 * l'assolutismo dello Stato (nn 19-38), che al soggetto storico della Chiesa - con una sua cultura, morale, missionarietà - non lascia spazio alcuno; così come non riconosce diritti alla legge di Dio o alla coscienza personale. Altro che separazione tra Chiesa e Stato, in Italia e in Europa! "Lo Stato come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto che non ammette confini" (n. 39). 

* il compromesso con l'ideologia dominante, rifiutando il quale provocò il falso scandalo nell'area laicista, che lo bollò di intransigenza oscurantista nel rifiutare ogni "dialogo" con la modernità, per restare prigioniero di nostalgie da Ancien Régime. "Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione" (n. 80). 

B - LEONE XIII (1878-1903) e l'originalità della posizione cristiana

Il suo determinate magistero sociale investe i problemi cruciali della persona (la libertà) e della società (stato e lavoro), e si propone di rispondervi positivamente ma in modo diverso da quello ispirato al liberalismo o al socialismo (utopico o scientifico). I suoi interventi fanno tesoro di molti pionieri, che dalla metà del 1800 avevano dato vita non soltanto ad una intensa attività caritativa-assistenziale, ma anche a varie iniziative di riforma sociale e a convegni di studio (come i Congressi di Liegi e di Angers, l'Unione di Friburgo, ecc.). Molte di più seguirono per l'impulso dato dal suo insegnamento; tra le più significative e coraggiose il cosiddetto Movimento Cattolico in Italia, in Germania, nel Sud della Francia, nel Belgio.

a) Libertas (1888), dono di Dio cui l'uomo sceglie di appartenere.
Arricchito dall'elaborazione teologica approntata per il Concilio Vaticano I (1869- 1870) e dalla rivalutazione della dottrina tomista nella sua enciclica Aeterni Patris (1879), Papa Gioacchino Pecci riconduce genialmente la fondamentale questione della libertà all'interno della concezione tradizionale e cristiana dell'uomo. Cosa che farà anche più recentemente la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II (1993).

Non si può formulare correttamente la nozione di libertà e indicare i criteri del buon uso da farsene, a prescindere dalla "verità" della concezione ultima della persona. Nella concezione laicista, la propria ragione è tutto e la libertà non ha altri riferimenti al di fuori di essa: così la libertà rischia di nascere ridotta a istintività, diviene pura licenza e oppressione di sé e degli altri. Nella concezione cristiana, la libertà è dono di Dio, perché l'uomo ne usi assumendosi la corresponsabilità di realizzare compiutamente la verità del suo essere, creato a immagine e somiglianza di Dio. 

Il merito speculativo e teologico dell'enciclica di Leone XIII sta nell'aver messo a fuoco un concetto di libertà non più in termini di arbitraria autoaffermazione tendenzialmente anarcoide, ma nei termini consapevoli e drammaticamente scelti di gioiosa obbedienza alla verità di sé e di Dio, cui l'uomo appartiene. 

b) Immortale Dei (1885), sulla costituzione cristiana degli Stati. Quella dello Stato era la questione più drammatica del tempo. Prima ancora che il pensiero laicista formuli il concetto di "Stato etico" - unico definitore dei valori e detentore dei mezzi per realizzarli - , il papa nega che lo Stato sia un soggetto. 
La presenza della Chiesa nella società civile impedisce all'autorità statale di pretendersi assoluta: "l'unica ragione del potere di chi governa è la tutela del bene sociale" (n. 2). La società naturale è l'insieme articolato di soggettività diverse: prima fra tutte la persona; in secondo luogo la famiglia, "società domestica" (n. 7). 

Lo Stato è al loro sevizio. La misura della democraticità di uno Stato è data dalla sua capacità di servizio alle varie soggettività che costituiscono la società; e non dalla legittima trasmissione del potere o dal funzionamento delle sue complesse procedure. La distinzione e l'armonia della realtà ecclesiale e della realtà socio-politica serve al bene comune dei popoli e su di essa è basata una corretta laicità dello Stato (nn. 6 e 9). 

La concezione cristiana degli Stati non è confessionale: in essi la fede non è necessaria in tutti e tantomeno viene imposta dallo Stato. Certo, anche la politica non deve smarrire la sua dimensione religiosa e deve conservare la sua destinazione sociale. Chiesa e Stato, con distinte funzioni, mirano al bene dell'uomo: la prima lo educa al senso della sua persona, il secondo gli offre gli strumenti per realizzarla (nn. 8 e 9), sempre mantenendosi entrambi al servizio della libertà effettiva della persona e dei popoli (n. 17). Varie possono essere le forme di governo (n. 16), nefasti gli effetti delle politiche anticristiane (n. 11) e dello Stato praticamente ateo (n. 12). La presenza della Chiesa nella società civile passa attraverso il concorde impegno culturale, sociale e politico dei laici cattolici, insieme liberi e responsabili (nn. 20 e 21). 

c) Rerum novarum (1891), sulla questione operaia. È il documento nel quale è maggiormente affermato un progetto sociale vero e proprio, a partire da una concezione religiosa dell'esistenza. Viene qui delineata una trama di valori e di ideali normativi, sui quali verrà poi a costituirsi l'intero edificio della "dottrina sociale". Lo spunto è dato dalle disumane condizioni dei prestatori d'opera, causate dallo scontro capitale-lavoro, che il processo di industrializzazione ha esasperato.

La Chiesa non propone una terza via, spuria e sempre ideologica, capace di riconciliare il meglio del capitalismo di marca liberale e il meglio del collettivismo di marca socialista. La Chiesa infrange quel meccanicismo ideologico che considera l'uomo unicamente sotto il profilo economico e politico, riducendolo a capitalista o proletario, in perenne contrasto con l'avversario di classe, dominante la società o dominato da essa. Entro un modello di società organico e armonico, la Chiesa propone quell'originale alternativa che è la carità, virtù sociale per eccellenza, la quale, perfezionando la giustizia, deve presiedere ad ogni tipo di rapporto sociale. La Chiesa non indica soluzioni già fatte ai problemi emergenti, ma propone criteri di soluzione rispettosi dei princìpi di diritto naturale, che deriva da Dio e che precede le leggi puramente economiche e statali, le quali devono sempre rispettare e promuovere la persona.

Tra questi princìpi: 

-il primato della persona umana e della famiglia nei confronti dello Stato; 
-la legittimità della proprietà privata, fondata sulla dignità della persona e frutto del suo lavoro, garanzia della sua libertà; 
-il giusto salario, per sostenere anche la propria famiglia. 

Conclude con l'invito a praticare l'associazionismo, la concordia tra le classi, la collaborazione operaia e imprenditoriale, il sindacato. 

DOPO LEONE XIII: sviluppo e applicazioni

Il Magistero sociale dei papi succeduti a Leone XIII farà costante riferimento al suo, lo precisa e lo aggiorna a fronte delle nuove situazioni in cui la società si viene a trovare. Si evidenziano più che mai le due linee di sviluppo: quella negativa di denuncia e di condanna, in nome degli inviolabili diritti dell'uomo, a lui conferiti da una natura creata da Dio; quella positiva, come contributo cattolico alla costruzione di una società a misura di uomo libero, dove lo Stato resta al servizio delle società intermedie che l'uomo liberamente promuove (famiglia, associazioni varie, popolo). 

a) BENEDETTO XV (1914-1922), contro la guerra, per una pace giusta. Il pontificato di Giacomo della Chiesa è praticamente caratterizzato dalla 1 a Grande Guerra (1915-1918). La sua è una ininterrotta denuncia dei più drammatici effetti, procurati dal trionfo di quella real politik che sacrifica il vero bene dei popoli ai nazionalismi e agli assolutismi di Stato. Lo stesso socialista ungherese F. Feito, massimo studioso della fine dell'Impero degli Asburgo, ha mostrato che, più che ad abbattere la Germania alleata all'Austria, la 1.a Guerra mondiale ha mirato ad abbattere la seconda; era rimasta l'ultima realtà socio-politica con un riferimento al trascendente, quindi ormai anomala. (Dopo il regime di Tito, anche l'attuale guerra nei Balcani è alimentata da una concezione totalitaria radicata nell'etnia; sotto l'Impero Asburgico, le diverse etnie sapevano convivere, vissute com'erano all'interno di un'appartenenza religiosa che le precede e fonda, le rispetta e le valorijza).

Fin dal primo messaggio (8-9-1914), Benedetto XV chiama la guerra "spettacolo mostruoso", "flagello dell'ira di Dio", al di là di ogni teoria sulla guerra giusta e di ogni nazionalismo avvallato dalla religione. Nella 1 a enciclica Ad beatissimi (1-11-1914) la chiama "spettacolo atroce e doloroso" e "tremendo fantasma". Nella nota del 1-8-1917 ai capi dei popoli belligeranti, la chiamerà inutile strage. Questi appelli e la intensa attività diplomatica vennero disattesi. Le forze laiciste lo esclusero dalle trattative di pace e dalla Società delle Nazioni, ma nell'ultima enciclica Pacem Dei munus (1920) chiederà ancora che, "i popoli reintegrino tra loro l'unione e l'amicizia". Fu lui ad introdurre nelle litanie lauretane l'invocazione "Regina della pace". 

b) PIO XI (1922-1939).65 La "grande depressione" seguita alla crisi di Wall Street (1929) produce livelli di disoccupazione mai visti; sorgono regimi totalitari di diversa matrice, ma tutti oppressori delle potenzialità e attività della persona, dominata da uno Stato che estende il proprio dominio - impostato in chiave antireligiosa - anche oltre i propri confini. * Ubi arcano (1922), pax Christi in regno Christi. Papa Achille Ratti afferma che dalla famiglia e dalla scuola senza Dio sono derivati disordine e l'odio sociale che hanno portato alla guerra (n. 14). Gli insegnamenti di Cristo e della Chiesa offrono un contributo fondamentale alla vita sociale (n. 18), con l'instaurare omnia in Christo (n. 20). I cattolici vi restino fedeli (n. 24). 

* Il Concordato (1929) fra la s. Sede e il Regime Fascista. Questo semplice strumento di dialogo operativo con l'interlocutore del momento, lo Stato fascista, mira ad ottenere il massimo di libertà possibile alla missione della Chiesa, a partire da quella educativa.

 * Divini illius Magistri (1929), sulla famiglia come soggetto fondamentale della vita sociale, detentrice primaria dei diritti alla educazione dei figli. 

* Quadragesimo anno (1931), radicare l'ordine sociale nella giustizia e nella carità. A 40 anni dalla Rerum Novarum, il papa aggiunge che l'individuo e i gruppi intermedi devono essere riconosciuti e tutelati dall'autorità civile, che deve intervenire solo là dove l'iniziativa privata si manifesti insufficiente in ordine ai propri fini o al bene comune (principio di sussidiarietà, n. 80).  Per la soluzione della ancora drammatica questione sociale, propone a sua volta rappresentanze stabili di operai e imprenditori appartenenti allo stesso ramo produttivo (corporazioni). 

* Condanna dei totalitarismi, nuovi idoli. - Non abbiamo bisogno (1931), in difesa dell'apostolato di Azione Cattolica dai soprusi del fascismo. - Mit brennender Sorge ("Con ardente sollecitudine", 1937), sulla Chiesa Cattolica nel Reich germanico, e la violazione, di fatto, del Concordato del 1933. - Divini Redemptoris (1937), sul comunismo ateo (intrinsecamente inammissibile e con il quale non si collabora) e sul valore della dottrina sociale cristiana (nn. 25-38). - No es muy conocida ("Non è molto conosciuta", 1937), sulla persecuzione religiosa in Messico. c) PIO XII (1939-1958): fede cristiana per una vera democrazia e il nuovo ordine internazionale . Al lungo pontificato di Eugenio Pacelli, corrispondono la 2 a Guerra mondiale (1940- 1945), la ricostruzione dei paesi sconfitti, l'estendersi della forma democratica, la ricerca di equilibri internazionali (l'ONU è istituita nel 1945) nonostante la "guerra fredda" tra il blocco USA e quello URSS. 

Fin dall'enciclica programmatica Summi Pontificatus (1939), mise in guardia contro le teorie che negavano l'unità della razza umana e contro la deificazione dello Stato, cose che avrebbero condotto all'"ora delle tenebre". Sebbene non scriva alcuna enciclica sociale, nei suoi 19 radiomessaggi natalizi (1939-1957) Pio XII afferma che la "dottrina sociale della Chiesa" - che attinge dal diritto naturale e dalla rivelazione cristiana (Natale 1941 e enciclica Humani generis, 1950) - contribuisce in modo determinante alla costruzione di una società solidarista: nella quale, cioè, l'apporto dei singoli, dei gruppi, dei ceti, costruisce il bene comune; in.66 tale reale democrazia, la persona è inequivocabilmente riconosciuta come "soggetto, fondamento e fine" (Natale 1944). Subito dopo la caduta del Nazismo, organizzazioni e personalità rappresentative ebraiche riconobbero varie volte la saggezza della diplomazia di Pio XII a proposito del "silenzio" sull'Olocausto (cfr. "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah", 1998). 

GIOVANNI XXIII E IL CONCILIO VATICANO II: la Chiesa, Madre e Maestra dei popoli

Il breve pontificato di Angelo Roncalli e gli interventi conciliari ricercano l'ideale sociale con metodo e contenuti relativamente diversi dal magistero precedente. Non si parte più tanto dai princìpi (metafisici ed etici, naturali e soprannaturali), quanto dal rilevare la complessità delle situazioni, per dare un giudizio alla luce dei criteri di fede e così orientare l'agire del credente nel sociale (cfr. Mater et Magistra, n. 246). Tale metodo meno deduttivo è esposto però al rischio di sottomettere il giudizio di fede alla mentalità del mondo, rendendo l'evento cristiano subalterno al progetto ateistico, nel cui interno la Chiesa - spenta la missione - si limita a richiedere spazi di pura sopravvivenza e di contributo etico. Una posizione questa già disapprovata nel "modernismo" (Pio X, Pascendi dominici gregis, 1907). 

a) GIOVANNI XXIII (1958-1963): la Chiesa, solidale pedagoga di ogni uomo. La "questione sociale" è ormai dilatata a dimensioni mondiali, sorge il neo-colonialismo ad opera dei paesi industrializzati, a detrimento dei paesi in via di sviluppo. 

* Mater et Magistra (1961) anche nei tempi nuovi. A 70 anni dalla Rerum Novarum, l'enciclica riassume tutto il magistero precedente (nn. 11-54), ne precisa gli sviluppi (nn. 55-127), evidenzia gli aspetti nuovi (nn.128- 220) e ribadisce l'insegnamento della Chiesa come base unica e permanente per risolvere il problema sociale (nn. 221-270). 

* Pacem in terris (1963) nell'ordine stabilito da Dio. A causa soprattutto della crisi di Cuba, i rapporti internazionali sono in forte tensione, con il pericolo di guerra nucleare. L'enciclica precisa l'ordine dei rapporti nella umana convivenza (nn. 3-18), con i poteri pubblici (nn. 19-31), tra comunità politiche (nn. 32-42) e con la comunità mondiale (nn. 43-49). Ed esorta i cattolici all'impegno, con ogni uomo di buona volontà, a costruire la pace vera e duratura sui capisaldi della verità, giustizia, solidarietà e libertà. 

IL CONCILIO: identità e missione. 

* Gaudium et spes (1965): essere Chiesa per servire il mondo. Nella 1 a parte (nn. 1-45) la costituzione pastorale del Concilio precisa i rapporti Chiesa-mondo: la storia è unica e in essa la Chiesa, solidale con l'uomo, è chiamata profeticamente a collaborare, affinché ogni realtà e rapporto umano si compia in Cristo (n. 22). Nella 2 a parte analizza i 5 grandi problemi urgenti: l'ambito familiare, culturale, economico, politico, internazionale (nn. 46-90). 

* Dignitatis humanae (1965), sulla libertà religiosa. La dichiarazione conciliare ribadisce la dignità dell'uomo e dei suoi diritti, alla cui base è il diritto alla libertà religiosa, che la società civile deve tutelare per il singolo e la comunità..67 

* Nostra aetate (1965), su la Chiesa e le religioni non cristiane. La dichiarazione conciliare esecra "qualsiasi discriminazione o persecuzione per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione" (n. 5); valorizza ogni religione - soprattutto l'ebraismo (n. 4) - dando i criteri di un corretto dialogo, senza smarrire identità e missione.

PAOLO VI (1963-1978), con il metodo del discernimento.

Nel difficile clima post-conciliare, intra ed extra-ecclesiale, Papa Giovanni Battista Montini chiede alla Chiesa l'atteggiamento fondamentale del dialogo entro e fuori la comunità ecclesiale. (cfr l'enciclica programmatica, Ecclesiam suam, 1964). Due gli insuperati interventi in materia sociale. 

a) Populorum progressio (1967), sullo sviluppo dei popoli. L'enciclica pone necessariamente progresso e sviluppo economico-sociale a livello planetario: lo sviluppo dei popoli è il nuovo nome della pace; la pace è la convivenza fra uomini liberi; "è un umanesimo plenario che occorre promuovere,.cioè lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini" (n. 42). 

b) Octogesima adveniens (1971), nell' 80° della Rerum Novarum. La lettera apostolica impegna i cristiani nel nuovo contesto (caratterizzato dalla complessità e dalla fragmentazione, dai mass-media e dall'ecologia), seguendo un metodo più attento alla pluralità: analizzare la situazione del proprio paese; illuminarla alla luce dell'immutabile Vangelo; attingere dall'insegnamento sociale della Chiesa princìpi, criteri di giudizio, direttive di azione; individuare - insieme con altri vescovi del paese, cristiani, uomini di buona volontà - le scelte e gli impegni. 

Il nuovo pensiero sociale cristiano

Con Paolo VI (papa dal 1963 al 1978) che avviene una svolta della posizione cattolica in materia sociale. Nella sua enciclica Populorum progressio (1967) ribadisce che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, vòlto cioè alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo» (n. 14).

Ciò comporta l'adozione di una nuova scala di valori capace di orientare positivamente il progetto di crescita personale e sociale, una scala di valori che chiede la conversione di tutti, dei ricchi come dei poveri, perché «la stessa avarizia può contagiare i meno abbienti come i più ricchi e suscitare negli uní e negli altri uno stesso materialismo soffocatore» (n. 18). Di qui l'ipotesi, ventilata in sordina dal papa, di una legittima insurrezione rivoluzionaria per rovesciare situazioni di intollerabile ingiustizia, laddove non esistessero altri mezzi per recuperare un vivere degno dell'uomo (n. 3 1). Paolo VI pone così le basi del nuovo pensiero sociale su tre pilastri che sono le direzioni stesse su cui ha camminato la riflessione sociale della Chiesa nell'ultimo trentennio:

- la critica del materialismo collettivista: « Per una sorta di nemesi storica, il massimo grado di alienazione si riscontrava proprio nelle società nate con l'intento di diffondere e distribuire! la ricchezza»`;
- la critica dell'opulenza egoistica, che plasma un uomo tanto ricco materialmente quanto spiritualmente impoverito. L'opulenza si rivela doppiamente alienante: «All'esterno, perché fondata su una disuguale distribuzione della ricchezza che genera emarginazione e abbandono dei più deboli. In interiore homine, perché potenzia in ciascuno la cupidigia dell'avere ma erode l'intimità dell'essere»"
- la dimensione planetaria della questione sociale: rapporto Nord/Sud, maggioranze e minoranze etniche, impatto delle religioni mondiali sulle società, impotenza delle politiche ecologiche, neocolonialismi riaffioranti, andamento squilibrato della demografia: altrettanti problemi che metteranno a dura prova la riflessione etica della Chiesa all'alba del suo terzo millennio.

 Il principio di solidarietà

La solidarietà è una esigenza sociale naturale. Anche dal punto di vista fisico e biologico l'uomo è fortemente interdipendente. Ma è soprattutto il bisogno spirituale di essere riconosciuto, di comunicare, di amare e di sentirsi amato che è congenito all'uomo. Questo bisogno dev' essere soddisfatto attraverso relazioni personali e sociali rispettose della dignità e unicità della persona 
Il termine "solidarietà" è invalso prepotentemente nella cultura attuale, ma in realtà il suo contenuto non è nuovo nella prassi storica. Infatti, nell'ottica dell'insegnamento sociale cristiano, incontriamo almeno tre significati successivi di solidarietà:

- in tempo di "cristianità" e fino a tutto il xix secolo, essere solidali per i cristiani voleva dire sostanzialmente amare il prossimo bisognoso con gesti di carità: elemosina, opere di misericordia corporale e spirituale, istituzioni a favore dei poveri, ecc. t la solidarietà come virtù individuale, basata sui buoni sentimenti, come esercizio di altruismo che gratificava la coscienza del benefattore, ma che lasciava intatte le cause della povertà o della miseria, cioè le strutture ingiuste delle varie società succedutesi, come quella feudale, poi quella aristocratica, infine quella industriale;

- con l'enciclica Rerum novarum ai cristiani non si addita più solo il dovere individuale della carità-elemosína, ma anche e prima di tutto il dovere della giustizia sociale, da promuovere attraverso condizioni di lavoro più umane, attraverso la partecipazione alle organizzazioni operaie, attraverso la proposta di leggi civili che regolino i rapporti tra capitale e lavoro. Il modo di vivere la solidarietà subisce una svolta radicale e si può riassumere nello slogan: non si può dare per carità quello che deve essere dato per giustizia;

-  un terzo significato della solidarietà viene dalle encicliche sociali di papa Giovanni Paolo II, in particolare dalla Sollicitudo rei socialis (1987), nn. 38-40. Qui la solidarietà è intesa come una nuova coscienza collettiva e un'azione anche politica per un nuovo ordine internazionale: una coscienza in virtù della quale «le nazioni più forti e più dotate devono sentirsi moralmente responsabili delle altre, affinché sia instaurato un vero sistema internazíonale che si regga sul fondamento dell'uguaglíanza di tutti, i popoli e sul necessario rispetto delle loro legittime differenze» (n. 39). Al tramonto del secondo millennio cristiano, i problemi più urgenti sono quelli a dimensione planetaria. Promuovere la pace tra le nazioni e ridurre gli squilibri tra.

La destinazione universale dei beni

Il concetto traduce l'idea che i beni della terra - risorse della natura, manufatti prodotti dall'uomo e capitali - non devono di per sé rimanere nelle mani di pochi proprietari o dello Stato, ma sono destinati al bene comune dell'umanità tutta. Come tale, il concetto sbarra la strada a una interpretazione assoluta o abusivamente estesa del principio della proprietà privata (Centesimus annus, 31-32).
Il concetto di destinazione universale si applica sia ai beni materiali (ricchezza) come a quelli immateriali (diritti). Questi ultimi sono costituiti, tra l'altro, dalle conoscenze tecniche e scientifiche, dai beni della cultura e dell'arte e, più in generale, dalle informazioni. Anche questi sono beni soggetti ad appropriazioni esclusive o abusive. Sono all'origíne di poteri nuovi, perché chi E possiede e soprattutto chi possiede i mezzi per la loro diffusione sociale può sfruttarli abilmente come fonte di nuova ricchezza, di consenso sociale, di prestigio politico.
La destinazione dei beni non riguarda solo l'uomo del presente: siamo in certa parte responsabili anche delle generazioni future. E per un atto di giustizia dovuto a chi verrà domani che non possiamo dilapidare insensatamente ed egoisticamente i beni della natura.

GIOVANNI PAOLO II (1978): l'uomo salvato in Cristo, l'uomo "via della Chiesa".

Anche in materia sociale, il magistero di Karol Wojtyla fa costante riferimento alla 1.a enciclica Redemptoris Hominis (1979): Cristo rivela e redime l'uomo in tutte le sue dimensioni, anche sociali; in forza e in vista di Lui, l'uomo diviene la fondamentale "via della Chiesa" (cfr. nn. 13 e 14); ciascun uomo reale, "concreto" e "storico" (Centesimus annus, n. 53). Sul terreno comune dell'uomo e della sua promozione, la Chiesa - consapevole della originale visione dell'uomo in Cristo, Uomo Nuovo - offre all'umanità luce non ideologica e servizio disinteressato. 

a) Laborem exercens (1981), sul senso e il valore del lavoro. Dell'attività lavorativa si precisa il soggetto, che cioè "prima di tutto il lavoro è per l'uomo" (dimensione personale, n. 6); il lavoro è opera di solidarietà (dimensione sociale, nn. 8 e 10); alla luce di Cristo morto e risorto, il lavoro è cooperazione alla creazione e alla redenzione, fonte di benedizione e di sostentamento (dimensione teologica, nn. 25-27).

b) Sollecitudo rei socialis (1987), nel 20° della Populorum progressio. In un mondo diviso tra Nord e Sud, ma anche tra Est e Ovest (nn. 11-26), la Chiesa favorisce l'autentico sviluppo umano evangelizzando anche con l'insegnamento e la diffusione della dottrina sociale, che della nuova evangelizzazione è parte integrante (n. 41). 

c) Centesimus annus (1991), nel 100° della Rerum novarum. L'enciclica rilegge tutto lo sviluppo della DSC, fino alla caduta del marx-leninismo del 1989 (nn. 1-29); tratta della proprietà privata e l'universale destinazione dei beni.68 (nn. 30-43), dello Stato e della cultura (nn. 44-52), dell'uomo via della Chiesa (nn. 53- 62).

Credits :
(*) santaritalatina.it. incontri storia della chiesa 

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