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Radiomessaggio di Pio XII del 1 settembre 1944

Nel radiomessaggio del 1 settembre 1944, Pio XII indica - ad un mondo antico che giace in frantumi a causa della 2a guerra mondiale: " la civiltà cristiana come "fondamento di vera pace, di giustizia sociale e di amore fraterno fra gli uomini".

Nei brani riprodotti, di tragica attualità, il cristianesimo non è proposto come un'ideologia tra le altre, ma come possibilità di ricreare un ordine etico e sociale corrispondente alle esigenze dell'uomo. L'importanza storica della civiltà cristiana è da valorizzare e custodire, perché vitale come il rapporto tra madre e figlio.

Chi saranno gli architetti per un nuovo mondo?
(n. 3).71 Un mondo antico giace in frantumi.

Veder sorgere al più presto da quelle rovine un nuovo mondo, più sano, giuridicamente meglio ordinato, più in armonia con le esigenze della natura umana; tale è l' anelito dei popoli martoriati. Quali saranno gli architetti che disegneranno le linee essenziali del nuovo edificio, quali i pensatori che daranno ad esso l' impronta definitiva? Ai dolorosi e funesti errori del passato succederanno forse altri non meno deplorevoli, e il mondo oscillerà indefinitivamente da un estremo all' altro? Ovvero si arresterà il pendolo, grazie all' azione di saggi reggitori di popoli, su direzioni e soluzioni che non contraddicano al diritto divino e non contrastino con la coscienza umana e soprattutto cristiana?

La civiltà cristiana fondamento di vera pace, di giustizia sociale e di amore fraterno fra gli uomini (n. 4) Dalla risposta a questa domanda dipende la sorte della civiltà cristiana nell' Europa e nel mondo. Civiltà che, lungi dal portare ombre e pregiudizi a tutte le forme peculiari e così svariate di vivere civile nelle quali si manifesta l' indole propria di ciascun popolo, si innesta in esse e vi ravviva i più alti princìpi etici: la legge morale scritta dal Creatore nei cuori degli uomini (cfr. Rom 2,15), il diritto di natura derivante da Dio, i diritti fondamentali e la intangibile dignità della persona umana: e per meglio piegare la volontà alla loro osservanza, infonde nei singoli uomini, in tutto il popolo e nella convivenza delle nazioni quelle energie superiori, che nessun potere umano vale anche soltanto lontanamente a conferire, mentre, a somiglianza delle forze della natura, preserva dai germi velenosi che minacciano l' ordine morale, di cui impedisce la rovina.

Così avviene che la civiltà cristiana, senza soffocare né indebolire gli elementi sani delle più varie culture native, nelle cose essenziali le armonizza, creando in tal guisa una larga unità di sentimenti e di norme morali - fondamento saldissimo di vera pace, di giustizia sociale e di amore fraterno fra tutti i membri della grande famiglia umana.

Contraddittorio declino e sviluppo della civiltà cristiana (n. 5)

Gli ultimi secoli hanno veduto, con una di quelle evoluzioni piene di contraddizioni di cui la storia è scaglionata da un lato, sistematicamente minati i fondamenti stessi della civiltà cristiana, dall' altro, invece, il patrimonio di essa diffondersi pur sempre attraverso tutti i popoli. L' Europa e gli altri continenti vivono ancora in diverso grado, delle forze vitali e dei princìpi, che la eredità del pensiero cristiano ha loro trasmessi quasi come in una spirituale trasfusione di sangue. Alcuni giungono a dimenticare questo prezioso patrimonio, a trascurarlo, perfino a ripudiarlo; ma il fatto di quella successione ereditaria rimane. Un figlio può ben rinnegare sua madre; egli non cessa perciò di essere unito a lei biologicamente e spiritualmente.

Così anche i figli, allontanatisi e straniatisi dalla casa paterna, sentono pur sempre, talvolta inconsapevolmente, come voce del sangue, l' eco di quella eredità cristiana, che spesso nei propositi e nelle azioni li preserva dal lasciarsi internamente dominare e guidare dalle false idee, a cui essi, volutamente o di fatto, aderiscono. La chiaroveggenza, la dedizione, il coraggio, il genio inventivo, il sentimento di una carità fraterna di tutti gli spiriti retti ed onesti determineranno in quale misura e fino a qual grado sarà dato al pensiero cristiano di mantenere e di sorreggere l' opera gigantesca della restaurazione della vita sociale, economica ed internazionale in un piano non contrastante col contenuto religioso e morale della civiltà cristiana.

Saper difendere il patrimonio della civiltà cristiana (n. 6)

Perciò a tutti i Nostri figli e figlie nel vasto mondo, come anche a coloro che, pur non appartenendo alla Chiesa, si sentono uniti con Noi in quest' ora di determinazioni forse irrevocabili, rivolgiamo l' urgente esortazione di ponderare la straordinaria gravità del momento e di considerare come, al di sopra di ogni collaborazione con altre divergenti tendenze ideologiche e forze sociali, suggerita talora da motivi puramente contingenti, la fedeltà al patrimonio della civiltà cristiana e la sua strenua difesa contro le correnti atee ed anticristiane è la chiave di volta, che mai non può essere sacrificata a nessun vantaggio transitorio, a nessuna mutevole combinazione.

Creare un ordine economico e sociale più rispondente alla legge divina e alla dignità umana (n. 7).72

Questo invito, che confidiamo troverà un' eco favorevole in milioni di anime sulla terra, tende principalmente ad una leale ed efficace collaborazione in tutti quei campi, nei quali la creazione di un più retto ordinamento giuridico si manifesta come particolarmente richiesta dalla stessa idea cristiana. Ciò vale in modo speciale per quel complesso di formidabili problemi, che riguardano la costituzione di un ordine economico e sociale più rispondente all' eterna legge divina e più conforme alla dignità umana. In esso il pensiero cristiano ravvisa come elemento sostanziale la elevazione del proletariato, la cui risoluta e generosa attuazione apparisce ad ogni vero seguace di Cristo non solo come un progetto terreno, ma anche come l' adempimento di un obbligo morale. 

Centesimus Annus 53 e 54

Di fronte alla miseria del proletariato Leone XIII diceva: “affrontiamo con fiducia questo argomento e con pieno nostro diritto… ci parrebbe di mancare al nostro ufficio se tacessimo”. La chiesa sente come parte della sua missione evangelizzatrice il compito di illuminare la coscienza degli uomini quanto ai problemi sociali.

Negli ultimi cento anni la chiesa ha ripetutamente manifestato il suo pensiero, seguendo da vicino la continua evoluzione della questione sociale, e non ha certo fatto questo per recuperare privilegi del passato o per imporre una sua concezione. Suo unico scopo è stata la cura e responsabilità per l’uomo, a lei affidato da Cristo stesso, per questo uomo che, come il concilio vaticano ii ricorda, è la sola creatura che dio abbia voluto per se stessa e per cui dio ha il suo progetto, cioè la partecipazione all’eterna salvezza. Non si tratta dell’uomo “astratto”, ma dell’uomo reale, “concreto” e “storico...ne consegue che la chiesa non può abbandonare l’uomo, e che

“questo uomo è la prima via che la chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione…, la via tracciata da cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’incarnazione e della redenzione”.

Questo perche' gli uomini le sono stati affidati da Gesu' nella loro unitotalita' di anima-corpo immersa nella storia per condurli nella via della beatitudine eterna. È, questa, solo questa l’ispirazione che presiede alla dottrina sociale della chiesa. Se essa l’ha a mano a mano elaborata in forma sistematica, ... È perché tutta la ricchezza dottrinale della chiesa ha come orizzonte l’uomo nella sua concreta realtà di peccatore e di giusto. I comportamenti degli uomini nelle questioni sociali non sono indifferenti quanto al loro cammino verso il compimento della salvezza.

Redemptor Hominis 16

«Se, dunque, il nostro tempo, il tempo della nostra generazione, il tempo che si sta avvicinando alla fine del secondo Millennio della nostra era cristiana, si rivela a noi come tempo di grande progresso, esso appare, altresì, come
- tempo di multiforme minaccia per l'uomo,
- di questa minaccia la Chiesa deve parlare a tutti gli uomini di buona volontà, ed intorno ad essa deve sempre dialogare con loro.»
La situazione dell'uomo nel mondo contemporaneo, infatti, sembra lontana dalle esigenze oggettive dell'ordine morale, come dalle esigenze della giustizia e, ancora più, dell'amore sociale.

Centesimus Annus. 53 e 54

La dottrina sociale oggi specialmente mira all'uomo, in quanto inserito nella complessa rete di relazioni delle società moderne. Le scienze umane e la filosofia sono di aiuto per interpretare la centralità dell'uomo dentro la società e per metterlo in grado di capir meglio se stesso, in quanto "essere sociale". Soltanto la fede, però, gli rivela pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina sociale della Chiesa, la quale, valendosi di tutti gli apporti delle scienze e della filosofia, si propone di assistere l'uomo nel cammino della salvezza.

Redemptor Hominis 16

La situazione dell'uomo nella nostra epoca non è certamente uniforme, ma differenziata in modo molteplice. Queste differenze hanno le loro cause storiche, ma hanno anche una loro forte risonanza etica. È, infatti, ben noto il quadro della civiltà consumistica, che consiste in un certo eccesso dei beni necessari all'uomo, alle società intere-e qui si tratta proprio delle società ricche e molto sviluppate-, mentre le rimanenti società, almeno larghi strati di esse, soffrono la fame, e molte persone muoiono ogni giorno di denutrizione e di inedia.

Di pari passo va per gli uni un certo abuso della libertà, che è legato proprio ad un atteggiamento consumistico non controllato dall'etica, ed esso limita contemporaneamente la libertà degli altri, cioè di coloro che soffrono rilevanti deficienze e vengono spinti verso condizioni di ulteriore miseria ed indigenza..

L'ampiezza del fenomeno chiama in causa le strutture e i meccanismi finanziari monetari, produttivi e commerciali, che, poggiando su diverse pressioni politiche, reggono l'economia mondiale: essi si rivelano quasi incapaci sia di riassorbire le ingiuste situazioni sociali, ereditate dal passato, sia di far fronte alle urgenti sfide ed alle esigenze etiche del presente. Sottoponendo l'uomo alle tensioni da lui stesso create, dilapidando ad un ritmo accelerato le risorse materiali ed energetiche, compromettendo l'ambiente geofisico, queste strutture fanno estendere incessantemente le zone di miseria e, con questa, l'angoscia, la frustrazione e l'amarezza.

Ci troviamo qui dinanzi ad un grande dramma, che non può lasciare nessuno indifferente. Il soggetto che, da una parte, cerca di trarre il massimo profitto e quello che, dall'altra parte, paga il tributo dei danni e delle ingiurie, è sempre l'uomo. Il dramma viene ancor più esasperato dalla vicinanza con gli strati sociali privilegiati e con i paesi dell'opulenza, che accumulano i beni in grado eccessivo, e la cui ricchezza diventa, molto spesso per abuso, causa di diversi malesseri. Si aggiungano, la febbre dell'inflazione e la piaga della disoccupazione: ecco altri sintomi di questodisordine morale, che si fa notare nella situazione mondiale e che richiede, pertanto, risoluzioni audaci e creative, conformi all'autentica dignità dell'uomo. Un tal compito non è impossibile da realizzare.

Il principio di solidarietà, in senso largo, deve ispirare la ricerca efficace di istituzioni e di meccanismi appropriati: si tratti del settore degli scambi, dove bisogna lasciarsi guidare dalle leggi di una sana competizione, e si tratti anche del piano di una più ampia e più immediata ridistribuzione delle ricchezze e dei controlli su di esse, affinché i popoli che sono in via di sviluppo economico possano non soltanto appagare le loro esigenze essenziali, ma anche progredire gradualmente ed efficacemente. Su questa difficile strada, sulla strada dell'indispensabile trasformazione delle strutture della vita economica non sarà facile avanzare se non interverrà una vera conversione della mente, della volontà e del cuore.

Il compito richiede l'impegno risoluto di uomini e di popoli liberi e solidali.
Troppo spesso si confonde la libertà con l'istinto dell'interesse individuale o collettivo o ancora, con l'istinto di lotta e di dominio, qualunque siano i colori ideologici con cui essi son dipinti. È ovvio che tali istinti esistono ed operano, ma non sarà possibile alcuna economia veramente umana, se essi non vengono assunti, orientati e dominati dalleforze più profonde, che si trovano nell'uomo e che decidono della vera cultura dei popoli. Proprio da queste sorgenti deve nascere lo sforzo, in cui si esprimerà la vera libertà dell'uomo, e che sarà capace di assicurarla anche in campo economico.

Lo sviluppo economico, con tutto ciò che fa parte del suo adeguato modo di funzionare, deve essere costantemente programmato e realizzato all'interno di una prospettiva di sviluppo universale e solidale dei singoli uomini e dei popoli, come ricordava in modo convincente il mio Predecessore Paolo VI nella Populorum Progressio. Senza di ciò, la sola categoria del "progresso economico" diventa una categoria superiore che subordina l'insieme dell'esistenza umana alle sue esigenze parziali, soffoca l'uomo, disgrega le società e finisce per avvilupparsi nelle proprie tensioni e negli stessi suoi eccessi. È possibile assumere questo dovere: lo testimoniano i fatti certi ed i risultati, che è difficile qui enumerare analiticamente. Una cosa, però, è certa: alla base di questo gigantesco campo bisogna stabilire, accettare ed approfondire il senso della responsabilità morale, che l'uomo deve far suo.

Ancora e sempre: l'uomo. Per noi cristiani una tale responsabilità diventa particolarmente evidente, quando ricordiamo-e dobbiamo sempre ricordare-la scena del giudizio finale, secondo le parole di Cristo riportate nel Vangelo di Matteo. Questa scena escatologica dev'esser sempre "applicata" alla storia dell'uomo, dev'esser sempre fatta "metro" degli atti umani, come uno schema essenziale di un esame di coscienza per ciascuno e per tutti: "Ho avuto fame, e non mi avete dato da mangiare.; ero nudo, e non mi avete vestito.; ero in carcere, e non mi avete visitato". Queste parole acquistano una maggiore carica ammonitrice, se pensiamo che, invece del pane e dell'aiuto culturale ai nuovi stati e nazioni che si stanno destando alla vita indipendente, vengono offerti, talvolta in abbondanza, armi moderne e mezzi di distruzione, posti a servizio di conflitti armati e di guerre, che non sono tanto un'esigenza della difesa dei loro giusti diritti e della loro sovranità, quanto piuttosto una forma di sciovinismo, di imperialismo, di neocolonialismo di vario genere.

Tutti sappiamo bene che le zone di miseria o di fame, che esistono sul nostro globo, avrebbero potuto essere "fertilizzate" in breve tempo,se i giganteschi investimenti per gli armamenti, che servono alla guerra e alla distruzione, fossero stati invece cambiati in investimenti per il nutrimento, che servono alla vita. Forse questa considerazione rimarrà parzialmente "astratta"; forse offrirà l'occasione all'una e all'altra "parte" per accusarsi reciprocamente, dimenticando ognuna le proprie colpe. Forse provocherà anche nuove accuse contro la Chiesa. Questa, però, non disponendo di altre armi che di quelle dello spirito, della parola e dell'amore, non può rinunciare ad annunziare "la parola. in ogni occasione opportuna e non opportuna". Per questo, non cessa di pregare ciascuna delle due parti, e di chiedere a tutti nel nome di Dio e nel nome dell'uomo: Non uccidete! Non preparate agli uomini distruzioni e sterminio! Pensate ai vostri fratelli che soffrono fame e miseria! Rispettate la dignità e la libertà di ciascuno!

La prima constatazione negativa da fare è la persistenza, e spesso l'allargamento, del fossato tra l'area del cosiddetto Nord sviluppato e quella del Sud in via di sviluppo.

Questa terminologia geografica è soltanto indicativa, perché non si può ignorare che le frontiere della ricchezza e della povertà attraversano al loro interno le stesse società sia sviluppate che in via di sviluppo. Difatti, come esistono diseguaglianze sociali fino a livelli di miseria nei Paesi ricchi, così, parallelamente, nei Paesi meno sviluppati si vedono non di rado manifestazioni di egoismo e ostentazioni di ricchezza, tanto sconcertanti quanto scandalose. All'abbondanza di beni e di servizi disponibili in alcune parti del mondo, soprattutto nel Nord sviluppato, corrisponde nel Sud un inammissibile ritardo, ed è proprio in questa fascia geo-politica che vive la maggior parte del genere umano. A guardare la gamma dei vari settori-produzione e distribuzione dei viveri, igiene, salute e abitazione, disponibilità di acqua potabile, condizioni di lavoro, specie femminile, durata della vita ed altri indici economici e sociali-, il quadro generale risulta deludente, a considerarlo sia in se stesso sia in relazione ai dati corrispondenti dei Paesi più sviluppati. La parola "fossato" ritorna spontanea sulle labbra.

Forse non è questo il vocabolo appropriato per indicare la vera realtà, in quanto può dare l'impressione di un fenomeno stazionario. Non è così. Nel cammino dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo si è verificata in questi anni una diversa velocità di accelerazione, che porta ad allargare le distanze. Così, i Paesi in via di sviluppo, specie i più poveri, vengono a trovarsi in una situazione di gravissimo ritardo. Occorre aggiungere ancora le differenze di cultura e dei sistemi di valori tra i vari gruppi di popolazione, che non sempre coincidono col grado di sviluppo economico, ma che contribuiscono a creare distanze. Sono questi gli elementi e gli aspetti che rendono molto più complessa la questione sociale, appunto perché ha assunto dimensione universale. 

Osservando le varie parti del mondo separate dalla crescente distanza di un tale fossato, notando come ognuna di esse sembra seguire una propria rotta con proprie realizzazioni, si comprende perché nel linguaggio corrente si parli di mondi diversi all'interno del nostro unico mondo: Primo Mondo, Secondo Mondo, Terzo Mondo, e talvolta Quarto Mondo. Simili espressioni, che non pretendono certo di classificare in modo esauriente tutti i Paesi, appaiono significative: esse sono il segno della diffusa sensazione che l'unità del mondo, in altri termini l'unità del genere umano sia seriamente compromessa. Tale fraseologia, al di là del suo valore più o meno obiettivo, nasconde senza dubbio un contenuto morale, di fronte al quale la Chiesa, che è "sacramento o segno e strumento [.] dell'unità di tutto il genere umano", non può rimanere indifferente. Esistono altri indici negativi del sottosviluppo, oltre a quelli economici e sociali.

a) Mancanza d'istruzione, sfruttamento economico, discriminazioni razziali e di altri tipi.

Il quadro precedentemente tracciato sarebbe, per ò, incompleto, se agli "indici economici e sociali" del sottosviluppo non si aggiungessero altri indici egualmente negativi, anzi ancor più preoccupanti, a cominciare dal piano culturale. Essi sono: l'analfabetismo, la difficoltà o impossibilità di accedere ai livelli superiori di istruzione, l'incapacità di partecipare alla costruzione della propria Nazione, le diverse forme di sfruttamento e di oppressione economica, sociale, politica ed anche religiosa della persona umana e dei suoi diritti, le discriminazioni di ogni tipo, specialmente quella più odiosa fondata sulla differenza razziale. Se qualcuna di queste piaghe si lamenta in aree del Nord più sviluppato senza dubbio esse sono più frequenti, più durature e difficili da estirpare nei Paesi in via di sviluppo e meno avanzati.

b) Privazione del diritto di iniziativa economica e totalitarismo politico.

Occorre rilevare che nel mondo d'oggi, tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa economica. Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il singolo individuo, ma anche per il bene comune. L'esperienza ci dimostra che la negazione di un tale diritto o la sua limitazione in nome di una pretesa "eguaglianza" di tutti nella società riduce o addirittura distrugge di fatto lo spirito d'iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera eguaglianza, quanto un "livellamento in basso". Al posto dell'iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione all'apparato burocratico che, come unico organo "disponente" e "decisionale"-se non addirittura "possessore"-della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell'operaio-proletario dal capitalismo.

Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all'emigrazione e favorendo, altresì, una forma di emigrazione "psicologica". Una tale situazione ha le sue conseguenze anche dal punto di vista dei "diritti delle singole Nazioni". Infatti, accade spesso che una Nazione viene privata della sua soggettività, cioè della "sovranità" che le compete nel significato economico ed anche politico-sociale e in certo qual modo culturale, perché in una comunità nazionale tutte queste dimensioni della vita sono collegate tra di loro. Bisogna ribadire, inoltre, che nessun gruppo sociale, per esempio un partito, ha diritto di usurpare il ruolo di guida unica perché ciò comporta la distruzione della vera soggettività della società e delle persone-cittadini, come avviene in ogni totalitarismo. In questa situazione l'uomo e il popolo diventano "oggetto", nonostante tutte le dichiarazioni in contrario e le assicurazioni verbali.

c) Debbono essere rimosse altre forme di povertà, oltre a quella economica.

A questo punto conviene aggiungere che nel mondo d'oggi ci sono molte altre forme di povertà. In effetti, certe carenze o privazioni non meritano forse questa qualifica? La negazione o la limitazione dei diritti umani-quali, ad esempio, il diritto alla libertà religiosa, il diritto di partecipare alla costruzione della società, la libertà di associarsi o di costituire sindacati o di prendere iniziative in materia economica-non impoveriscono forse la persona umana altrettanto, se non maggiormente della privazione dei beni materiali? E uno sviluppo, che non tenga conto della piena affermazione di questi diritti, è davvero sviluppo a dimensione umana? In breve, il sottosviluppo dei nostri giorni non è soltanto economico, ma anche culturale, politico e semplicemente umano, come già rilevava venti anni fa l'Enciclica Populorum Progressio. Sicché, a questo punto, occorre domandarsi se la realtà così triste di oggi non sia, almeno in parte, il risultato di una concezione troppo limitata, ossia prevalentemente economica, dello sviluppo.Parziali successi di alcune iniziative, ma sostanziale aggravamento del sottosviluppo,dipeso da meccanismi perversi.

È da rilevare che, nonostante i lodevoli sforzi fatti negli ultimi due decenni da parte delle Nazioni più sviluppate o in via di sviluppo e delle Organizzazioni internazionali, allo scopo di trovare una via d'uscita alla situazione o almeno di rimediare a qualcuno dei suoi sintomi, le condizioni si sono notevolmente aggravate. Le responsabilità di un simile peggioramento risalgono a cause diverse. Sono da segnalare le indubbie, gravi omissioni da parte delle stesse Nazioni in via di sviluppo e, specialmente, da parte di quanti ne detengono il potere economico e politico. Né tanto meno si può fingere di non vedere le responsabilità delle Nazioni sviluppate, che non sempre, almeno non nella debita misura, hanno sentito il dovere di portare aiuto ai Paesi separati dal mondo del benessere, al quale esse appartengono.

Tuttavia, è necessario denunciare l'esistenza di meccanismi economici, finanziari e sociali, i quali, benché manovrati dalla volontà degli uomini, funzionano spesso in maniera quasi automatica, rendendo più rigide le situazioni di ricchezza degli uni e di povertà degli altri. Tali meccanismi, azionati-in modo diretto o indiretto-dai Paesi più sviluppati, favoriscono per il loro stesso funzionamento gli interessi di chi li manovra, ma finiscono per soffocare o condizionare le economie dei Paesi meno sviluppati. Sarà necessario sottoporre più avanti questi meccanismi a un'attenta analisi sotto l'aspetto etico-morale. Già la Populorum Progressio prevedeva che con tali sistemi potesse aumentare la ricchezza dei ricchi, rimanendo confermata la miseria dei poveri. Una riprova di questa previsione si è avuta con l'apparizione del cosiddetto Quarto Mondo. quando si distrugge il legame tra libertà e verità si arriva a non comprendere più a cosa serve la libertà. In modo più radicale questa rottura provoca la perdita nell'uomo del proprio significato. L'uomo, infatti, si differenzia da tutto il reale perché intuendo la propria esistenza è chiamato a interpretarla, a scegliere liberamente di essere uomo, cioè a scoprire e vivere la propria verità. Questo "compito" è inscritto nella natura stessa di come siamo fatti.

La Passione di Cristo per ogni uomo, e dunque l'unione della Chiesa-corpo alla Passione del Capo, Servo Redentore, impegna la Chiesa in modo primario alla difesa della libertà dell'uomo in particolare con la missione di annunciare la verità.

Nella società occidentale è stato superato lo sfruttamento, almeno nelle forme analizzate e descritte da Carlo Marx. Non è stata superata, invece, l'alienazione nelle varie forme di sfruttamento, quando gli uomini si strumentalizzano vicendevolmente e, nel soddisfacimento sempre più raffinato dei loro bisogni particolari e secondari, diventano sordi a quelli principali ed autentici, che devono regolare anche le modalità di soddisfacimento degli altri bisogni. L'uomo che si preoccupa solo o prevalentemente dell'avere e del godimento, non più capace di dominare i suoi istinti e le sue passioni e di subordinarle mediante l'obbedienza alla verità, non può essere libero: l'obbedienza alla verità su Dio e sull'uomo è la condizione prima della libertà, consentendogli di ordinare i propri bisogni, i propri desideri e le modalità del loro soddisfacimento secondo una giusta gerarchia, di modo che il possesso delle cose sia per lui un mezzo di crescita. Un ostacolo a tale crescita può venire dalla manipolazione operata da quei mezzi di comunicazione di massa che impongono, con la forza di una ben orchestrata insistenza, mode e movimenti di opinione, senza che sia possibile sottoporre a una disamina critica le premesse su cui essi si fondano. Tutti debbono prendere coscienza della dimensione mondiale della questione sociale.

Anzitutto, occorre eliminare un possibile equivoco. Riconoscere che la "questione sociale" abbia assunto una dimensione mondiale, non significa affatto che sia venuta meno la sua forza d'incidenza o che abbia perduto la sua importanza nell'ambito nazionale e locale. Significa, al contrario, che le problematiche nelle imprese di lavoro o nel movimento operaio e sindacale di un determinato Paese o regione non sono da considerare isole sparse senza collegamenti, ma che dipendono in misura crescente dall'influsso di fattori esistenti al di là dei confini regionali e delle frontiere nazionali. Purtroppo, sotto il profilo economico, i Paesi in via di sviluppo sono molti di più di quelli sviluppati: le moltitudini umane prive dei beni e dei servizi, offerti dallo sviluppo, sono assai più numerose di quelle che ne dispongono. Siamo, dunque, di fronte a un grave problema di diseguale distribuzione dei mezzi di sussistenza, destinati in origine a tutti gli uomini, e così pure dei benefici da essi derivanti. E ciò avviene non per responsabilità delle popolazioni disagiate, né tanto meno per una specie di fatalità dipendente dalle condizioni naturali o dall'insieme delle circostanze.

L'Enciclica di Paolo VI nel dichiarare che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale, si propone prima di tutto di segnalare un fatto morale, avente il suo fondamento nell'analisi oggettiva della realtà. Secondo le parole stesse dell'Enciclica, "ognuno deve prendere coscienza" di questo fatto, appunto perché tocca direttamente la coscienza, ch'è fonte delle decisioni morali. In tale quadro, la novità dell'Enciclica non consiste tanto nell'affermazione di carattere storico circa l'universalità della questione sociale quanto nella valutazione morale di questa realtà.

Perciò, i responsabili della cosa pubblica, i cittadini dei Paesi ricchi personalmente considerati, specie se cristiani, hanno l'obbligo morale-secondo il rispettivo grado di responsabilità-di tenere in considerazione, nelle decisioni personali e di governo, questo rapporto di universalità, questa interdipendenza che sussiste tra i loro comportamenti e la miseria e il sottosviluppo di tanti milioni di uomini.Con maggior precisione l'Enciclica paolina traduce l'obbligo morale come "dovere di solidarietà", ed una tale affermazione, anche se nel mondo molte situazioni sono cambiate, ha oggi la stessa forza e validità di quando fu scritta.

c) Il problema dello sviluppo va risolto nella prospettiva dell'interdipendenza universale.

D'altra parte, senza uscire dalle linee di questa visione morale, la novità dell'Enciclica consiste anche nell'impostazione di fondo, secondo cui la concezione stessa dello sviluppo, se lo si considera nella prospettiva dell'interdipendenza universale, cambia notevolmente. Il vero sviluppo non può consistere nella semplice accumulazione di ricchezza e nella maggiore disponibilità dei beni e servizi, se ciò si ottiene a prezzo del sottosviluppo delle moltitudini, e senza la dovuta considerazione per le dimensioni sociali, culturali e spirituali dell'essere umano.

Lo sviluppo dei popoli è il nuovo nome della pace.

Come terzo punto l'Enciclica fornisce un considerevole apporto di novità alla dottrina sociale della Chiesa nel suo complesso ed alla concezione stessa di sviluppo. Questa novità è ravvisabile in una frase, che si legge nel paragrafo conclusivo del documento e che può esser considerata come la sua formula riassuntiva, oltre che la sua qualifica storica: "Lo sviluppo è il nuovo nome della pace".

Sollecitudo Rei socialis 27-30

Contro un falso ottimismo meccanicistico, bisogna riconoscere che lo sviluppo non è un processo rettilineo, qua si automatico e illimitato. Lo sguardo che l'Enciclica ci invita a rivolgere al mondo contemporaneo ci fa costatare, anzitutto, che lo sviluppo non è un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato, come se, a certe condizioni, il genere umano debba camminare spedito verso una specie di perfezione indefinita. Simile concezione, legata ad una nozione di "progresso" dalle connotazioni filosofiche di tipo illuministico, piuttosto che a quella di "sviluppo", adoperata in senso specificamente economico-sociale, sembra posta ora seriamente in dubbio, specie dopo la tragica esperienza delle due guerre mondiali, della distruzione pianificata e in parte attuata di intere popolazioni e dell'incombente pericolo atomico. Ad un ingenuo ottimismo meccanicistico è subentrata una fondata inquietudine per il destino dell'umanità. La piaga del consumismo è dominata dal desiderio dell'"avere" piuttosto che da quello di "essere".

a) Crisi della concezione "economicista" dello sviluppo privo di intendimento morale.

Al tempo stesso, però, è entrata in crisi la stessa concezione "economica" o "economicista", legata al vocabolo sviluppo. Effettivamente oggi si comprende meglio che la pura accumulazione di beni e dl servizi, anche a favore della maggioranza, non basta a realizzare la felicità umana. Né, di conseguenza, la disponibilità dei molteplici benefici reali, apportati negli ultimi tempi dalla scienza e dalla tecnica, compresa l'informatica, comporta la liberazione da ogni forma di schiavitù. Al contrario, l'esperienza degli anni più recenti dimostra che, se tutta la massa delle risorse e delle potenzialità, messe a disposizione dell'uomo, non è retta da un intendimento morale e da un orientamento verso il vero bene del genere umano, si ritorce facilmente contro di lui per opprimerlo. Dovrebbe essere altamente istruttiva una sconcertante constatazione del più recente periodo: accanto alle miserie del sottosviluppo, che non possono essere tollerate, ci troviamo di fronte a una sorta di supersviluppo, egualmente inammissibile, perché, come il primo, è contrario al bene e alla felicità autentica.

Tale supersviluppo, infatti, consistente nell'eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali in favore di alcune fasce sociali, rende facilmente gli uomini schiavi del "possesso" e del godimento immediato, senza altro orizzonte che la moltiplicazione o la continua sostituzione delle cose, che già si posseggono, con altre ancora più perfette. È la cosiddetta civiltà dei "consumi" o consumismo, che comporta tanti "scarti" e "rifiuti". Un oggetto posseduto, e già superato da un altro più perfetto, è messo da parte, senza tener conto del suo possibile valore permanente per sé o in favore di un altro essere umano più povero. Tutti noi tocchiamo con mano i tristi effetti di questa cieca sottomissione al puro consumo: prima di tutto, una forma di materialismo crasso, e al tempo stesso una radicale insoddisfazione, perché si comprende subito che-se non si è premuniti contro il dilagare dei messaggi pubblicitari e l'offerta incessante e tentatrice dei prodotti-quanto più si possiede tanto più si desidera mentre le aspirazioni più profonde restano insoddisfatte e forse anche soffocate.

b) Chi possiede molto non riesce ad "essere" perché troppo attaccato all'"avere", mentre i poveri, essendo mancanti quasi di tutto, non possono realizzarsi come esseri umani.

  L'Enciclica di Papa Paolo VI segnalò la differenza, al giorno d'oggi così frequentemente accentuata, tra l'"avere" e l'"essere", in precedenza espressa con parole precise dal Concilio Vaticano II. L'"avere" oggetti e beni non perfeziona di per sé il soggetto umano, se non contribuisce alla maturazione e all'arricchimento del suo "essere", cioè alla realizzazione della vocazione umana in quanto tale. Certo, la differenza tra "essere" e "avere", il pericolo inerente a una mera moltiplicazione o sostituzione di cose possedute rispetto al valore dell'"essere" non deve trasformarsi necessariamente in un'antinomia. Una delle più grandi ingiustizie del mondo contemporaneo consiste proprio in questo: che sono relativamente pochi quelli che possiedono molto, e molti quelli che non possiedono quasi nulla. È l'ingiustizia della cattiva distribuzione dei beni e dei servizi destinati originariamente a tutti.

Ecco allora il quadro: ci sono quelli-i pochi che possiedono molto-che non riescono veramente ad "essere", perché, per un capovolgimento della gerarchia dei valori, ne sono impediti dal culto dell'"avere"; e ci sono quelli-i molti che possiedono poco o nulla-, i quali non riescono a realizzare la loro vocazione umana fondamentale, essendo privi dei beni indispensabili. Il male non consiste nell'"avere" in quanto tale, ma nel possedere in modo irrispettoso della qualità e dell'ordinata gerarchia dei beni che si hanno. Qualità e gerarchia che scaturiscono dalla subordinazione dei beni e dalla loro disponibilità all'"essere" dell'uomo ed alla sua vera vocazione. Con ciò resta dimostrato che, se lo sviluppo ha una necessaria dimensione economica, poiché deve fornire al maggior numero possibile degli abitanti del mondo la disponibilità di beni indispensabili per "essere", tuttavia non si esaurisce in tale dimensione. Se viene limitato a questa, esso si ritorce contro quelli che si vorrebbero favorire. Le caratteristiche di uno sviluppo pieno, "più umano", che-senza negare le esigenze economiche-sia in grado di mantenersi all'altezza dell'autentica vocazione dell'uomo e della donna, sono state descritte da Paolo VI.

Un vero sviluppo deve tener conto del "parametro interiore" dell'uomo.

a) Uno sviluppo non soltanto economico si misura e si orienta secondo questa realtà e vocazione dell'uomo visto nella sua globalità, ossia secondo un suo parametro interiore.

Egli ha senza dubbio bisogno dei beni creati e dei prodotti dell'industria, arricchita di continuo dal progresso scientifico e tecnologico. E la disponibilità sempre nuova dei beni materiali, mentre viene incontro alle necessità, apre nuovi orizzonti. Il pericolo dell'abuso consumistico e l'apparizione delle necessità artificiali non debbono affatto impedire la stima e l'utilizzazione dei nuovi beni e risorse posti a nostra disposizione; in ciò dobbiamo, anzi, vedere un dono di Dio e una risposta alla vocazione dell'uomo, che si realizza pienamente in Cristo. Ma per conseguire il vero sviluppo è necessario non perder mai di vista detto parametro, che è nella natura specifica dell'uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza (cfr. Gn 1, 26). Natura corporale e spirituale, simboleggiata nel secondo racconto della creazione dai due elementi: la terra, con cui Dio plasma il fisico dell'uomo, e l'alito di vita, soffiato nelle sue narici (cfr. Gn 2, 7). L'uomo così viene ad avere una certa affinità con le altre creature: è chiamato a utilizzarle a occuparsi di esse e sempre secondo la narrazione della Genesi (2, 15) è posto nel giardino col compito di coltivarlo e custodirlo, al di sopra di tutti gli altri esseri collocati da Dio sotto il suo dominio (cfr. ibid. 1, 25 s.). Ma nello stesso tempo l'uomo deve rimanere sottomesso alla volontà di Dio, che gli prescrive limiti nell'uso e nel dominio delle cose (cfr. ibid., 2, 16 s.), così come gli promette l'immortalità (cfr. ibid., 2, 9; Sap 2, 23). L'uomo, pertanto, essendo immagine di Dio, ha una vera affinità anche con lui.

b) Il vero sviluppo non consiste nell'uso e nel possesso indiscriminato delle cose.

Sulla base di questo insegnamento, lo sviluppo non può consistere soltanto nell'uso, nel dominio e nel possesso indiscriminato delle cose create e dei prodotti dell'industria umana, ma piuttosto nel subordinare il possesso, il dominio e l'uso alla somiglianza divina dell'uomo e alla sua vocazione all'immortalità. Ecco la realtà trascendente dell'essere umano, la quale appare partecipata fin dall'origine ad una coppia di uomo e donna (cfr. Gn 1, 27) ed è quindi fondamentalmente sociale. Tutti gli uomini hanno il dovere di collaborare allo sviluppo.

a) Il comandamento divino di "dominare" il creato va assolto nell'obbedienza alla legge divina.

Secondo la Sacra Scrittura, dunque, la nozione di sviluppo non è soltanto "laica" o "profana", ma appare anche, pur con una sua accentuazione socio-economica, come l'espressione moderna di un'essenziale dimensione della vocazione dell'uomo. L'uomo, infatti, non è stato creato, per così dire, immobile e statico. La prima raffigurazione, che di lui offre la Bibbia, lo presenta senz'altro come creatura e immagine, definita nella sua profonda realtà dall'origine e dall'affinità, che lo costituiscono. Ma tutto questo immette nell'essere umano, uomo e donna, il germe e l'esigenza di un compito originario da svolgere, sia ciascuno individualmente sia come coppia. Il compito è di "dominare" sulle altre creature, "coltivare il giardino", ed è da assolvere nel quadro dell'ubbidienza alla legge divina e, quindi, nel rispetto dell'immagine ricevuta, fondamento chiaro del potere di dominio, riconosciutogli in ordine al suo perfezionamento (cfr. Gn 1, 26-30; 2, 15 s.; Sap 9, 2-3).

Quando l'uomo disobbedisce a Dio e rifiuta di sottomettersi alla sua potestà, allora la natura gli si ribella e non lo riconosce più come "signore", perché egli ha appannato in sé l'immagine divina. L'appello al possesso e all'uso dei mezzi creati rimane sempre valido, ma dopo il peccato l'esercizio ne diviene arduo e carico di sofferenze (cfr. Gn 3, 17-19). Infatti, il successivo capitolo della Genesi ci mostra la discendenza di Caino, la quale costruisce "una città", si dedica alla pastorizia, si dà alle arti (la musica) e alla tecnica (la metallurgia), mentre al tempo stesso si comincia "ad invocare il nome del Signore" (cfr. ibid., 4, 17-26). La storia del genere umano, delineata dalla Sacra Scrittura, anche dopo la caduta nel peccato è una storia di realizzazioni continue, che, sempre rimesse in questione e in pericolo dal peccato, si ripetono, si arricchiscono e si diffondono come risposta alla vocazione divina, assegnata sin dal principio all'uomo e alla donna (cfr. Gn 1, 26-28) e impressa nell'immagine, da loro ricevuta.

b) Non impegnarsi ad operare per l'elevazione dell'umanità significa andare contro il comandamento divino.

 È logico concludere, almeno da parte di quanti credono nella Parola di Dio, che lo "sviluppo" di oggi deve essere visto come un momento della storia iniziata con la creazione e di continuo messa in pericolo a motivo dell'infedeltà alla volontà del Creatore, soprattutto per la tentazione dell'idolatria; ma esso corrisponde fondamentalmente alle premesse iniziali. Chi volesse rinunciare al compito, difficile ma esaltante, di elevare la sorte di tutto l'uomo e di tutti gli uomini, sotto il pretesto del peso della lotta e dello sforzo incessante di superamento o addirittura per l'esperienza della sconfitta e del ritorno al punto di partenza, verrebbe meno alla volontà di Dio creatore. Sotto questo aspetto nell'Enciclica Laborem exercens ho fatto riferimento alla vocazione dell'uomo al lavoro, per sottolineare il concetto che e sempre lui il protagonista dello sviluppo.

Anzi, lo stesso Signore Gesù, nella parabola dei talenti, mette in rilievo il severo trattamento riservato a chi osò nascondere il dono ricevuto: "Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso [.]. Toglietegli, dunque, il talento e datelo a chi ha dieci talenti" (Mt 25, 26-28). A noi, che riceviamo i doni di Dio per farli fruttificare, tocca "seminare" e "raccogliere". Se non lo faremo, ci sarà tolto anche quello che abbiamo. L'approfondimento di queste severe parole potrà spingerci a impegnarci con più decisione nel dovere, oggi per tutti urgente di collaborare allo sviluppo pieno degli altri: "Sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini".

c) Il valore fondamentale della libertà.

Non si possono, tuttavia, ignorare gli innumerevoli condizionamenti in mezzo ai quali la libert à del singolo uomo si trova ad operare: essi influenzano, sì, ma non determinano la libertà; rendono più o meno facile il suo esercizio, ma non possono distruggerla. Non solo non è lecito disattendere dal punto di vista etico la natura dell'uomo che è fatto per la libertà, ma ciò non è neppure possibile in pratica. Dove la società si organizza riducendo arbitrariamente o, addirittura, sopprimendo la sfera in cui la libertà legittimamente si esercita, il risultato è che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade.

c) L'uomo libero però, porta in sé la ferita del peccato originale. L'illusione di poter costruire il paradiso in terra.

Inoltre, l'uomo creato per la libert à porta in sé la ferita del peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e lo rende bisognoso di redenzione. Questa dottrina non solo è parte integrante della Rivelazione cristiana, ma ha anche un grande valore ermeneutico, in quanto aiuta a comprendere la realtà umana. L'uomo tende verso il bene, ma è pure capace di male; può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad esso legato. L'ordine sociale sarà tanto più solido quanto più terrà conto di questo fatto e non opporrà l'interesse personale a quello della società nel suo insieme ma cercherà piuttosto i modi della loro fruttuosa coordinazione. Difatti, dove l'interesse individuale è violentemente soppresso, esso è sostituito da un pesante sistema di controllo burocratico, che inaridisce le fonti dell'iniziativa e della creatività.

Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un'organizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una "religione secolare", che si illude di costruire il paradiso in questo mondo. Ma qualsiasi società politica, che possiede la sua propria autonomia e le sue proprie leggi, non potrà mai esser confusa col Regno di Dio. La parabola evangelica del buon grano e della zizzania (cfr. Mt 13, 24-30. 36-43) insegna che spetta solo a Dio separare i soggetti del Regno ed i soggetti del Maligno, e che siffatto giudizio avrà luogo alla fine dei tempi. Pretendendo di anticipare fin d'ora il giudizio, l'uomo si sostituisce a Dio e si oppone alla sua pazienza.

d) Il Regno di Dio illumina l'ordine temporale ed aiuta ad operare per il bene.

Grazie al sacrificio di Cristo sulla Croce, la vittoria del Regno di Dio è acquisita una volta per tutte; tuttavia, la condizione cristiana comporta la lotta contro le tentazioni e le forze del male. Solo alla fine della storia il Signore ritornerà nella gloria per il giudizio finale (cfr. Mt 25, 31) con l'instaurazione dei cieli nuovi e della terra nuova (cfr. 2 Pt 3, 13; Ap 21, 1), ma, mentre dura il tempo, la lotta tra il bene e il male continua fin nel cuore dell'uomo. Ciò che la Sacra Scrittura ci insegna in ordine ai destini del Regno di Dio non è senza conseguenze per la vita delle società temporali, le quali-come dice la parola-appartengono alle realtà del tempo con quanto esso comporta di imperfetto e di provvisorio. Il Regno di Dio, presente nel mondo senza essere del mondo, illumina l'ordine dell'umana società, mentre le energie della grazia lo penetrano e lo vivificano. Così son meglio avvertite le esigenze di una società degna dell'uomo, sono rettificate le deviazioni, è rafforzato il coraggio dell'operare per il bene. A tale compito di animazione evangelica delle realtà umane sono chiamati, unitamente a tutti gli uomini di buona volontà, i cristiani ed in special modo i laici.
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