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Cristiani ed ecologia 1

Operare per il futuro della creazione. Lo sviluppo sostenibile
22 ottobre 1998-appendice a Assumersi la responsabilità della Creazione , 1985.

Premessa

L’opinione comune delle chiese sulla situazione scientifica e sociale in Germania, del Febbraio 1997, riprende il principio della sostenibilità come principio etico portante per poter dar vita ad un futuro solido sul piano ecologico, ricco di successi sul piano economico e socialmente giusto. Ciò significa prendere consapevolezza, in futuro in modo più deciso di quanto fatto finora, dell’interconnessione tra interessi sociali, economici ed ecologici.

Introduzione

L’agire per il futuro della creazione è da annoverarsi, accanto alla realizzazione della giustizia sociale e della costruzione della pace e della libertà, tra le grandi sfide, davanti alle quali è posta l’umanità alle soglie del nuovo millennio. Il suo futuro dipende da come essa verrà a capo di questi problemi. È necessario un esteso rinnovamento sociale per difendere i fondamenti di vita ecologici. Il titolo di questo scritto intende esprimere un simile orientamento della responsabilità nei riguardi della creazione, rivolto all’azione e al futuro.

L’operare della chiesa è espressione della speranza che Dio risponda del futuro della creazione. Sulla base di questa speranza l’uomo può farsi animo e persuadersi che anche il suo agire può sortire buon esito, nonostante il fatto che, a fronte a questa grande meta, si riesca a realizzare solo piccoli passi in avanti e siano invece innegabili numerosi impedimenti e ripercussioni, che possono frenare un tale impegno.

  • Si diffonde ampiamente la delusione a proposito degli insuccessi delle conferenze internazionali successive al vertice mondiale di Rio de Janeiro (1992), che era stato accompagnato da molte speranze. All’immagine guida di uno sviluppo contemporaneamente produttivo sul piano ecologico, efficace sul piano economico e giusto dal punto di vista sociale non si è ancora riusciti a far seguire nella misura necessaria impegni politici concreti.
  • In molti si fa vivo il disinganno, dopo che per lungo tempo sono stati sottovalutate la mole e la complessità dei problemi ambientali, così come l’estensione e la durata del relativo impegno necessario. Aumenta la tendenza a escludere gli interessi dell’ecologia dall’ordine del giorno della politica e a rivolgere tutta l’attenzione alle condizioni di competizione di una economia globalizzata. D’altra parte, proprio perché ci sono stati negli anni passati dei progressi degni di nota nell’ambito della politica ambientale, che non devono andare perduti, la chiesa non vuole rassegnarsi in modo semplicistico di fronte a questi sviluppi in senso opposto. Le seguenti riflessioni sono una perorazione in favore di una tenace e coraggiosa prosecuzione delle strade intraprese a Rio, per impegnarsi per il futuro della creazione.
  • Un agire sostenibile per il futuro della creazione ha bisogno della tenacia e del coraggio: dall’oggi al domani tali compiti non si possono portare a termine. Sarebbe negligente sminuirne la proporzione. Innanzi tutto si tratta di prendere atto nella maniera più sensata della situazione. Sarebbe tuttavia troppo poco enumerare semplicemente i sintomi della crisi ecologica e non interrogarsi sulle loro cause. Soltanto la conoscenza di queste ultime affina lo sguardo in funzione di correzioni e correttivi necessari. (cf parte I).
  • Costanza e coraggio crescono sulla base della certezza di impegnarsi per una buona causa e di poter addurre valide motivazioni che giustifichino quest’impegno. Cristiane e cristiani si orientano con ciò verso una realtà che non finisce là dove termina l’agire umano. Il mondo è creazione di Dio, il suo esserci è cioè preceduto da un principio creatore di senso, che il mondo stesso non si sa dare; la vita di tutte le creature deriva dalla presenza potente di Dio. Riconoscere il mondo come creazione di Dio significa anche che la fine delle sue possibilità non deve significare rottura e annientamento, ma può invece condurre ad una forma della creazione riconciliata nelle sue fratture. È necessario tradurre questi fondamenti teologici in criteri di decisione/valutazione etica per l’agire individuale e sociale (cf parte II).
  • Perseveranza e coraggio vivono del fatto che ci sono degli esempi e dei modelli di impegno che hanno avuto successo, del fatto che vengono dischiusi spazi, nei quali le cose si possono cambiare in meglio. Chi vuole convincere altri dovrà premurarsi di cercare prove convincenti di una simile esperienza. Dinanzi a questo scenario è nell’interesse della autenticità descrivere alcuni campi d’esperienza e di prova dell’agire della chiesa per il futuro della creazione (cf parte III).
  • Questo scritto è pensato in prima linea per il coinvolgimento e la formazione di una opinione interni alla chiesa. Si rivolge inoltre anche a tutti coloro che si occupano o che si interessano di problemi di salvaguardia e sviluppo ambientale e di politica ambientale. In particolare si tenta con esso di dar rilievo ai nessi con problematiche di giustizia sociale e di sviluppo economico. Il presente scritto si rivolge, dunque, a coloro che sono divenuti scettici sul fatto che il loro impegno serva ancora a qualcosa, così come a coloro che cercano sostenitori e collaboratori. La chiesa desidera giungere ad un dialogo con chi opera sotto la pressione di costrizioni economiche e politiche; insieme alle persone, per le quali la crisi ecologica è il punto di partenza, la chiesa desidera parimenti interrogarsi sulle risorse della nostra vita, che né l’economia, né la tecnica e la scienza possono dischiudere.
  • Il presente scritto deve inoltre contribuire a far proseguire il dialogo ecumenico e sociale che è stato condotto nell’ambito del processo conciliare per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, così come nell’ambito del processo di consultazione sulla situazione economica e sociale in Germania. Il testo s’intende specialmente come un approfondimento degli aspetti ecologici relativi al testo comune delle chiese “Per un futuro in solidarietà e giustizia”. Il punto di partenza centrale è in tal caso l’idea portante, sul piano giuridico, politico, etico, dello sviluppo sostenibile e con essa l’Agenda 21, sulla quale si è impegnata l’assemblea dei popoli a Rio de Janeiro come programma dell’operato per il 21 secolo. Non da ultimo questo scritto deve rappresentare un segnale di valorizzazione e solidarietà, di riconoscimento ed incoraggiamento per i molti gruppi ecclesiali, che si impegnano nella società per la salvaguardia della natura e dell’ambiente.

Il presente scritto pone due accenti:

1. Gettare un ponte tra teologia della creazione cristiana, etica ambientale e idea conduttrice dello sviluppo sostenibile.

Si tratta della ricerca di prospettive d’orientamento fondamentali e di lunga durata per lo sviluppo della civiltà moderna, il cui futuro dipende essenzialmente dal fatto di individuare una nuova definizione del rapporto tra uomo e natura. Dinnanzi alla complessa problematica il testo non ha la pretesa di fornire alcuna spiegazione definitiva, bensì vuole soprattutto essere recepito come stimolo alla discussione.

2. Un coinvolgimento intensivo in campi d’azione concreti. Sotto questo aspetto l’orientamento è primariamente interecclesiale.

Non si tratta di proposte politiche generali, bensì innanzi tutto di ponderare le specifiche possibilità d’azione e i freni all’azione in seno alla chiesa cattolica. Le osservazioni sono unite alla  speranza, così che, nella limitazione al proprio campo d’azione si possano fissare più chiaramente alcune sfere d’azione, anche per dare al discorso ecumenico a proposito di uno sviluppo sostenibile nuovi impulsi e per poterlo proseguire  e tradurre in iniziative comuni alla Chiesa Evangelica.

La crisi ambientale: sintomi, cause e reazioni

L’ambivalenza dei processi tecnico-industriali di modernizzazione

(9) L’interrogativo sulla capacità delle società moderne di confrontarsi con i fondamenti ecologici della loro esistenza, così che anche le esigenze delle generazioni future siano assicurate in modo duraturo, investe da parecchio tempo la discussione pubblica. L’ambivalenza dei progressi tecnico-industriali è fin troppo chiara perché le forze di propulsione della tecnica e dell’economia possano valere da garanti per possibilità - apparentemente illimitate - di intervento umano sul mondo e di aumento del benessere. Da lungo tempo è stato raggiunto uno stadio della storia della civiltà, nel quale l’essere in balia della natura da parte dell’uomo è legato alla dipendenza della natura dall’uomo. Ciò richiede in modo nuovo e radicale un intervento in difesa degli ecosistemi e quindi dei fondamenti di vita naturali dell’uomo.

(10) Le minacce alla natura ad opera dell’uomo sono tanto poco fatali quanto inevitabili. Risultano da processi sociali di modernizzazione. Si pone dunque il problema della limitazione e della correzione di questa tendenza di sviluppo. Per prima cosa si tratta di ridefinire gli standard raggiunti fin ora in materia di prevenzione, sicurezza, controllo, limitazione dei danni e distribuzione delle loro conseguenze in relazione alle minacce ecologiche. Sarebbe tuttavia troppo poco fare della protezione ambientale, con il solo aiuto di misure difensive, il fattore limitante dello sviluppo sociale.

Si tratta, invece, di farne il fine degli sforzi che mirano alla continuazione di un’esistenza degna dell’uomo in un ambiente, in cui vengano assicurati i fondamenti ecologici necessari a tale esistenza. Il successo di questi sforzi dipende essenzialmente dal fatto che la dinamica delle forze produttive scatenate nell’epoca moderna possa essere attivata in modo tale da giungere ad un rapporto non distruttivo tra società e natura. Altrimenti si potrebbe difficilmente impedire che i danni ambientali si sviluppino più rapidamente di quanto possano mostrare il loro effetto quei provvedimenti, che negli ultimi anni sono stati introdotti in misura considerevole a tutela dell’ambiente.

(11) La vecchia massima sullo sviluppo, di raggiungere per primo il benessere economico e di riparare solo più tardi alle conseguenze socio-ecologiche, è venuta meno. La crisi ecologica ha dimostrato che il modello di progresso tecnico-industriale non può venir continuato in modo lineare, poiché altrimenti concorre a creare pericoli che rimettono in discussione i suoi stessi successi nel garantire le condizioni umane di vita.

Le società moderne si mettono in pericolo, in quanto, nel loro rapporto espansivo con la natura, esse consumano risorse, alla cui conservazione esse non contribuiscono, e dalla cui esistenza esse al contempo dipendono. Si sono verificate naturalmente distruzioni ambientali anche in epoche precedenti. Tuttavia la forza lacerante e la drammaticità della situazione moderna consistono nel fatto che questi danni hanno raggiunto un'estensione che può portare ad una durevole, irreparabile e vasta minaccia alle condizioni elementari della vita umana.

(12) Dinanzi ad un simile scenario, sono emerse al centro della coscienza collettiva l'innegabile necessità e l’urgenza di un rapporto di uomo e società con il “reticolo” naturale che li sostiene Sono da lungo tempo superate quelle strategie d’azione, che garantiscano il progresso e il futuro solamente come risultanti di pianificazione, decisione e strutturazione politico-economiche. In quest'ottica, infatti, ci si limita a migliorare la funzionalità dei sistemi sociali che dominano tecnica ed economia, come ci si limita ad una gestione della crisi che cerca di mediare gli effetti invisibili con i mezzi della pianificazione e della gestione “socio-tecnica”.

La crisi ecologica è tuttavia proprio una crisi di questo rapporto tecnico-strumentale con la natura. Essa ha le sue radici non da ultimo nell’assunto - errato, ma che si suppone scientificamente supportato - che il dominio tecnico sulla natura possa venir esteso quasi a piacere, che la scienza si possa espandere sconfinatamene e che la natura nell’era moderna non possa più porre alcun limite all’agire umano. Una scienza, una tecnica ed un’economia indirizzata essenzialmente all’ampliamento degli spazi in cui disporre liberamente della natura, alla lunga non è più in grado di dominare le proprie possibilità. C’è chiaramente qualche cosa di non deducibile, di non controllabile tecnicamente, di non valutabile economicamente, di non disponibile politicamente, la cui noncuranza priva  le società moderne del loro futuro.

Sintomi della crisi ambientale

(13) La crisi ecologica rappresenta un problema tanto complesso quanto universale. Nel contesto di questo scritto i complessi fenomeni di crisi possono venire illustrati solo a sprazzi. La seguente esposizione non ha dunque la pretesa di mirare alla completezza, ma va intesa come mero schizzo di alcuni sintomi centrali. Tale disamina, rivolta soltanto ad un bilancio dei danni, non vuole negare che nell’ambito della protezione dell’ambiente siano da registrare anche progressi e successi: in Germania, durante gli scorsi anni, grazie a provvedimenti mirati, si sono potute ridurre sostanze nocive nell’aria; la qualità dell’acqua di molti fiumi è stata migliorata, l’ammontare dei rifiuti di scarto è stato complessivamente ridotto e l’efficienza energetica in ambito industriale è stata chiaramente aumentata; nei nuovi stati federali grandi superfici sono state isolate e adibite a parchi naturali o riserve biologiche protette; sono in corso estesi programmi per il risanamento di oneri ecologici di vecchia data; la Germania è tra i primi stati che hanno emanato un divieto generale contro i fluoroclorocarburi. Molte imprese investono grosse somme nella protezione dell’ambiente, aspettandosi che tutto ciò risulti remunerativo sul mercato.

(14) A causa di problemi attuali (soprattutto la disoccupazione) e del prevalere di una mentalità legata ad un tipo di pensiero “a breve scadenza”, molte misure preventive e riforme vengono pur sempre fatte passare in seconda linea o ritardate. Di fronte alle potenti sfide e ai sempre nuovi sforzi, che richiedono un radicale cambiamento nel modo di pensare/cambiamento della mentalità (corrente =aggiunto da me), e nonostante tutto il riconoscimento dei successi ottenuti fino ad ora, non si può disconoscere che una buona parte delle incombenze/problemi sono ancora irrisolti e che essi cozzano contro molteplici conflitti legati a degli obiettivi precisi.

Disturbi del sistema climatico globale

(15) Accanto ai pericoli ecologici del presente si affaccia come nuovo anche quello della globalizzazione dei loro effetti. Ciò diviene evidente specialmente in considerazione dello strato di ozono nell’atmosfera e della possibilità di modifiche a livello mondiale delle condizioni climatiche a causa dell’incremento della concentrazione di gas responsabili dell’effetto serra. Le stime del surriscaldamento dell’atmosfera terrestre considerano probabili tra le altre conseguenze la crescita del livello del mare, l’aumento di fenomeni climatici estremi (inondazioni, uragani), il mutamento a livello mondiale della distribuzione delle precipitazioni.

In tal modo si modificherebbero considerevolmente anche le attuali condizioni di vita sulla terra. Negli intervalli relativamente brevi, nei quali si attendono i mutamenti climatici, ben difficilmente molti ecosistemi possono adattarsi. Uno spostamento delle zone climatiche, che in questa situazione è probabile, porterebbe con sé profonde conseguenze sul piano sociale, economico e politico, giacché, mutando le condizioni della produzione di mezzi alimentari, si presenterebbero notevoli ripercussioni per la compagine socio-economica della popolazione mondiale. A causa di tutto ciò sarebbero anche accelerati dei processi di “migrazione da povertà”. Anche se è in corso una discussione intensa e in parte controversa sull’estensione e le conseguenze del surriscaldamento dell’atmosfera terrestre, è certo che delle “controstrategie” possono aver successo solamente dando inizio senza indugio ad iniziative concrete.

(16) Una minaccia per uomini, animali e piante è rappresentata anche dalla continua riduzione del manto di ozono nella stratosfera e dal danneggiamento, connesso a questa diminuzione, dello schermo di protezione dai raggi ultravioletti. Il “buco dell’ozono” lascia penetrare i raggi UV-B, che in base alla loro lunghezza d’onda disgregano bio-molecole importanti sul piano vitale, frenano il processo di fotosintesi delle piante, indeboliscono le difese immunitarie dell’uomo e possono favorire l’insorgere del cancro cutaneo.

(17) Questi potenziali pericoli sono causati dall’impiego di veicoli che consumano energia con elevate emissioni di CO2, dallo sradicamento delle foreste tropicali mediante incendi e dalle emissioni di gas nocivi responsabili dell’effetto serra in ambito industriale ed agricolo, come anche dalla produzione e dall’utilizzo di sostanze che distruggono l’ozono (fluorocarburi, clorofluorocarburi). Queste sostanze hanno un consistente effetto prolungato/effetto a lungo termine. In base ai calcoli, perfino se il divieto di produzione e impiego verrà realmente rispettato in tutto il mondo, il buco dell’ozono si richiuderà di nuovo solo tra circa 100 anni, a causa della minima capacità di reazione e della lunga permanenza dei fluoroclorocarburi già presenti nell’atmosfera.

Penuria delle risorse e crescita economica

(18) L’era moderna ha messo ad uno stesso livello il progresso e lo sviluppo con la crescita economica ed ha di conseguenza visto garantito tutto ciò nel contesto di una crescente produzione industriale. Una simile crescita economica quantitativa va di solito di pari passo con un crescente impiego di risorse e d’energia, che, in base alla conoscenza tecnica fino ad ora impiegata, si può coprire spesso solo con uno sfruttamento delle fonti fossili d’energia, sfruttamento che risulta nocivo per l’ambiente.

In molti paesi manca la volontà politica o la capacità d’imporsi per costringere i grandi complessi industriali ad adottare le necessarie misure di protezione della natura e dell’ambiente. In altri paesi, nei quali sono da annoverare buoni successi della difesa tecnica dell’ambiente, questi successi vengono neutralizzati dal costante aumento delle esigenze dei cittadini. L’incessante crescita della popolazione mondiale costringe al continuo aumento della produzione di generi alimentari.

Con ciò sorge una doppia problematica:

1.dischiudersi di nuove superfici coltivabili su terreni non adatti, che si erodono rapidamente.

2.impiego improprio di fitofarmaci e concimi minerali insieme alla negligenza per una cura organica del terreno. Con tutta probabilità, il dilemma tra la perdita avanzante di superficie agraria a causa dell’erosione, dell’aumento della salinità e della coltivazione e la crescente necessità di derrate alimentari diventerà nei prossimi decenni un tema centrale dell’ecologia.

(19) La via alla modernizzazione, strada consigliata dall’occidente ai “paesi in via di sviluppo” e ai “paesi ritardatari del benessere” dell’est europeo e perseguita dalle loro elite nella politica e nell’economia – cioè il percorso verso una modernizzazione orientata secondo un modello di crescita che sfrutta pesantemente le risorse -  conduce alla fin fine tutti in un vicolo cieco.

Agli abitanti dei paesi industrializzati, che costituiscono il 20 % della popolazione mondiale, compete attualmente circa l’80 % dello sfruttamento globale delle risorse. L’estensione del nostro stile di vita ed economico al rimanente 80 % della popolazione mondiale, alla lunga, richiederebbe troppo alla capacità di carico della terra. Oggigiorno, viene rivendicato, praticato e diffuso in modo offensivo da una parte del mondo un modello di benessere, che non è adatto a tutto il mondo. Già oggi la battaglia per le ridotte risorse ecologiche (acqua, ricchezze del sottosuolo, superfici agrarie ed altro) è spesso causa di contrasti bellicosi, come dimostrano per esempio i conflitti in Sudan.

(20) Nel quadro della globalizzazione la tutela degli interessi dell’ecologia appare non raramente come uno svantaggio della competizione e con ciò come una minaccia delle posizioni vantaggiose delle economie nazionali. Mancano presupposti strutturali ed accordi internazionali per stabilire su larga base forme d’economia compatibili con l’ambiente, e per risolvere in modo costruttivo i conflitti tra economia ed ecologia. Per via della mancanza di condizioni sociali ed ecologiche strutturali che siano impegnative a livello mondiale, la competizione globale conduce molti paesi ad un danneggiamento dei loro naturali fondamenti di vita.

Sfruttamento di acqua, suolo, aria e riduzione della varietà delle specie

(21) I patrimoni ambientali di acqua, suolo e aria vengono spesso sfruttati in modo da superare la loro capacità di rigenerazione e di auto-purificazione. Per questo motivo la varietà di flora e fauna nei loro habitat è minacciata tanto quanto la quantità di superfici utilizzabili da un punto di vista agricolo e come spazi ricreativi.

Negli ultimi anni però, in alcuni paesi, e tra questi anche la Germania, ci si è premurati in modo considerevole e con successo di contenere attraverso provvedimenti legali l’immissione di sostanze nocive in acqua, aria e suolo. Purtroppo in alcuni settori i danni ambientali si diffondono più rapidamente  dei provvedimenti a tutela dell’ambiente. In particolare molti terreni vengono messi a dura prova a causa dell’uso eccessivo di concimi, della sedimentazione di rifiuti, così come a causa della sigillatura di vaste aree. In non poche regioni della terra, si osserva l’avanzare dei deserti come conseguenza dello sfruttamento smodato dei pascoli e dell’erosione dei terreni coltivabili.

Gli oceani, i laghi interni e i fiumi sono sempre più caricati di sostanze nocive che si dissolvono solo lentamente e che confluiscono nella catena alimentare. L’approvvigionamento di acqua potabile sana richiede un dispendio tecnico sempre maggiore, che da molto tempo non può più venir fornito da tutti i paesi e da tutte le regioni.

(22) Molti biotopi del regno animale e vegetale sono pregiudicati nella loro conformazione naturale da mutazioni di biotopo, sfruttamento del terreno e da immissioni di sostanze dannose. A causa dell’estinguersi di innumerevoli specie di animali e piante, dovuto al peggioramento delle condizioni ambientali, la biosfera perde gradatamente una grossa parte della sua varietà genetica, accresciutasi in milioni di anni. Quest’ultima è però insostituibile per i sistemi di supporto alla vita sulla terra, poiché rende possibili gli adattamenti evolutivi all’interno della biosfera. Essa è altrettanto insostituibile per la ricerca medica, per la zootecnia e la coltivazione delle piante. Quasi la metà dei farmaci in commercio ha la sua origine in sostanze chimiche che si sono ottenute per la prima volta in natura. La moria delle specie significa una perdita irrecuperabile.

Tecnologie a rischio e problemi di smaltimento e trattamento dei rifiuti

(23) Il potenziale di rischio dell’industria chimica e nucleare come anche delle nuove biotecnologie si riferisce a problemi su diversi piani:

  1. La possibilità di incidenti di tipo tecnico o dovuti a disattenzione umana all’interno delle strutture produttive o nei trasporti.
  2. La possibilità di invisibili conseguenze negative, sia che si manifestino come concomitanti che come successive, che, a causa dell’effetto a distanza e del lungo periodo di latenza di alcuni pericoli, non sono prevedibili nel momento dell’introduzione di nuove tecnologie e prodotti.
  3. Danni dovuti allo smaltimento di rifiuti industriali per mezzo della combustione, dello scarico di rifiuti in corsi d’acqua oppure del loro deposito nel terreno.
  4. I pericolo di un rapporto irresponsabile con le potenzialità della tecnica, sia per scopi bellici o criminali, sia nel contesto di una non osservanza delle direttive di sicurezza, spesso difficilmente controllabili.
  5. L’essere disposto ad accettare dei danni, il trascurare misure di precauzione o la mirata ricognizione dei rischi per la prospettiva di un maggior guadagno.

(24) In Germania è stato raggiunto in molti settori un alto standard di sicurezza. Sul piano internazionale ci sono tuttavia degli standard appena sufficienti. Specialmente nei paesi dell’Est europeo o dell’ex Unione Sovietica mancano le necessarie misure di sicurezza, cosa che mette sicuramente a repentaglio anche le altre nazioni. Ma anche in Germania i rifiuti radioattivi, come vecchi oneri della società industriale, impongono alle generazioni successive un’enorme ipoteca creando sin d’ora enormi problemi di trasporto.

L’impetuoso sviluppo tecnico produce certamente dei sistemi di sicurezza sempre migliori, ma contemporaneamente lascia emergere nuovi grossi rischi. A tal proposito sono soprattutto le discussioni riguardanti le possibilità e i rischi dell’ingegneria genetica a dimostrare che il necessario consenso nazionale ed internazionale ad una regolamentazione responsabile del modo di rapportarsi alle potenzialità della tecnica è raggiungibile solo con difficoltà.

La socializzazione dei danni ambientali

(25) Il rovescio dello sfruttamento industriale della natura è la socializzazione dei danni naturali, in altre parole la loro trasformazione in pericoli sul piano sociale, economico e politico. Non si può capire la crisi ambientale a sufficienza se si considerano solo i problemi dell’ecologia in senso stretto – dunque penuria delle risorse, immissione di sostanze nocive in natura e destabilizzazione degli ecosistemi. Si tratta in realtà di problemi di sviluppo fondamentali: la separazione dell’economia dai presupposti della capacità di carico a lungo termine della natura e dalle tradizioni culturali ad essa adattate.

Perciò la prospettiva di valutazione deve essere rivolta dall’inizio ai complessi rapporti universali tra fenomeni ecologici, sociali ed economici. I campi problematici propri dell’ecologia hanno spesso solamente il carattere di sintomi. Per questo una descrizione dei fenomeni e ancora di più una analisi delle cause deve andare oltre la sfera puramente ecologica e deve prendere in esame anche fattori socioeconomici e culturali.

(26) Ciò che viene circoscritto come crisi ecologica è dunque legato, in modo complesso, ai processi di cambiamento radicale in quasi tutti i campi della società moderna. Questa crisi pone quindi non solo il problema della preservazione della creazione come dell’ambiente naturale e del mondo umano, bensì pone anche il problema della ripresa di tradizioni stabilizzanti e fondanti per la comunità, di criteri di valutazione nuovi o perduti, di stili di vita e competenze ad agire, di una ridefinizione culturale dei fini sociali dello sviluppo come anche, non da ultimo, pone il problema della pace e della giustizia sociale nel mondo.

(27) L’assicurazione dei fondamenti di vita ecologici è oggi un elemento irrinunciabile della lotta contro la povertà: spesso le distruzioni ambientali nei paesi in via di sviluppo sono al contempo causa, conseguenza e fenomeno concomitante della povertà. Laddove la natura viene distrutta domina ben presto la fame. Dove imperversa la fame, la pace non ha stabilità. La penuria delle risorse ecologiche e gli effetti globali della destabilizzazione degli ecosistemi conducono ad un acutizzarsi dei conflitti dovuti alla distribuzione delle risorse. Questi ultimi potrebbero estendersi all’improvviso trasformandosi in una minaccia della pace mondiale.

Già ora le conseguenze della povertà e della distruzione ambientale nei paesi in via di sviluppo coinvolgono in modo crescente anche le nazioni industrializzate. Il fatto che le conseguenze di alcune catastrofi ambientali (per esempio quella di Chernobyl nel 1986) non si fermino al confine con nessuno stato, segnala la fine della concezione classica di una sovranità (caratteristica) degli stati nazionali in ambito di protezione di natura e ambiente. La capacità di agire in modo universalmente solidale, che sarebbe l’unica via verso un futuro degno di essere vissuto per tutti gli uomini, cresce però solo lentamente.

Cause della crisi ambientale

La considerazione dei processi storico-spirituali e storico-sociali, che hanno condotto alla crisi ambientale, si scontra con un’interazione a più livelli tra fattori socio-economici, sviluppi delle scienze naturali e della tecnica e parametri filosofico-ideologici. Una ampia analisi di questi nessi eccederebbe il quadro qui offerto. Di conseguenza le seguenti argomentazioni si limitano ad una breve caratterizzazione d’importanti modelli interpretativi delle cause della crisi ecologica.

Rapporto naturale di dominio e deficit strutturali dei processi di risoluzione economica

(29) Una delle cause principali del fallimento umano a proposito della crisi ambientale è una concezione di scienza e tecnica, che punta unilateralmente sull’ampliamento della forza discrezionale umana sulla natura, e che non fa rientrare nel calcolo tecnico-economico la tutela dell’ambiente. A quanto detto corrisponde un errato atteggiamento dell’uomo verso la natura, che lo conduce a concepirsi non più come una parte, bensì come un soggetto dominatore della natura, e che con questo lo porta a sopravvalutare le sue capacità di conservazione dei fondamenti naturali di vita e a non cogliere il valore precipuo della natura.

La prospettiva d’azione programmatica, formulata all’inizio dell’età moderna parla di una sottomissione della natura per fare dell’uomo “il signore e padrone della natura” (Cartesio). La natura funge di conseguenza soprattutto da fonte di materie prime, da oggetto di consumo, da mezzo per raggiungere degli obiettivi tecnico-economici. Per la cultura industriale la natura svolge il ruolo di una libera proprietà che è presente in abbondanza e viene sfruttato come oggetto di cui la tecnica e l’industria possono disporre a piacere per un’economia indirizzata alla produzione massimale.

(30) Indubbiamente il rapporto con la natura dell’era moderna, improntato alla consapevolezza della disponibilità ed utilizzabilità tecnica, ha portato ad enormi semplificazioni dello stile di vita dell’uomo. Tuttavia ci si è potuti concentrare su questa prospettiva attraverso una percezione ristretta della natura: essa viene ridotta a ciò che è misurabile, calcolabile e quantificabile, mentre tutti gli altri aspetti – forse perfino ciò che rende tale la natura – vengono trascurati. Contro questa restrizione della prospettiva percettiva la critica ha nel frattempo alzato la voce, anche all’interno delle stesse scienze naturali: il pensiero per sistemi interconnessi e il riconoscimento che alti livelli di complessità si sottraggono alla risolubilità analitica hanno condotto al punto in cui le scienze naturali - in campi nei quali si raggiunge una fondamentale complessità - si sono in parte separate dai modelli tramandati del concetto di causalità newtoniano.

(31) Per lungo tempo la natura è stata in pratica sminuita come “fattore di produzione” a sé stante accanto al capitale e al lavoro, nella pianificazione sociale ed economica. Poiché si ignoravano i valori non quantificabili, non sono stati spesso nemmeno riconosciuti i conflitti tra progresso tecnico e attenzione per la natura.Il rapporto sociale con la natura, rapporto al contempo “di dominazione” e “dimentico della natura”, ha dominato a lungo sia le economie capitaliste di mercato, sia, e ancor di più quelle socialiste pianificate.

(32) Secondo la teoria e la pratica dell’economia di mercato, mentre gli utili sono stati privatizzati, si sono scaricati sulla collettività una serie di pesanti “effetti collaterali” dei processi di produzione, trasporto e commercializzazione. Molte risorse naturali come l’aria e l’acqua sono state viste a quel punto come “bene collettivo”, come se non avessero alcun prezzo e la loro utilizzazione, o sfruttamento, non fosse una parte fondamentale degli eventi economici. La conseguenza di una simile pratica è che i prezzi per i prodotti e i servizi non contengono “la verità”, perché i costi per l’ambiente che si presentano non sono inclusi nel loro calcolo. Per tal motivo mancano stimoli finanziari per indirizzare le innovazioni tecniche così come l’atteggiamento consumistico alla tutela delle risorse.

(33) Tra gli effetti sociali ed ecologici, è stata ancor più disastrosa l’idea, valida nell’ambito del socialismo realizzato, che il processo produttivo economico sia da intendersi esclusivamente come processo lavorativo sociale e come procedimento d’utilizzazione del capitale impiegato. Dopo il crollo dei sistemi coercitivi socialistici è divenuto chiaro che, in quasi tutte le branche dell’industria, non si erano previste misure ambientali né a monte né a valle. Non raramente sono stati messi in conto come parte del rischio anche danni per la salute umana come pure una permanente devastazione di intere regioni.

Crescita della popolazione e stile di vita orientato al consumo

(34) Una pressione costantemente crescente sulle risorse ecologiche sorge per via della popolazione in continuo aumento, per quanto nella maggior parte delle zone del pianeta essa sia rallentata. Il tasso di crescita è il più alto nei paesi in via di sviluppo. Mancano spesso strutture politiche e sociali stabili, reti sociali di copertura, presupposti formativi e assistenza medica basilare per uno sviluppo della popolazione di cui si possa rispondere responsabilmente - sul piano ecologico, sociale ed economico.

La fame e la miseria si diffondono, soprattutto laddove grandi parti della popolazione non hanno alcun accesso ad un terreno proprio, oppure a lavoro adeguatamente rimunerato e laddove dominano la corruzione e l’instabilità politica. Inoltre, proprio nelle regioni più povere della terra, il terreno viene spesso coltivato trascurando dei criteri ecologici e ne viene quindi danneggiata la sua produttività a lungo termine. Si giunge in tal modo ad un circolo vizioso nel quale la distruzione dell’ambiente, la povertà, la forte natalità e l’ingiustizia sociale si condizionano a vicenda, conducendo molti uomini nei paesi in via di sviluppo in un drammatico “stato di sopravvivenza”.

(35) Di fronte a tutto ciò si trova il complesso problema del “benessere da spreco” delle nazioni ricche. La crisi ecologica ha quindi un’altra causa principale in quello stile di vita orientato al consumo, per il quale la felicità dell’uomo sta nella costante soddisfazione di bisogni in continuo aumento. Nella loro comprensione della qualità della vita gli uomini nella società moderna si orientano maggiormente verso i beni materiali, verso il possesso e il consumo.

La loro filosofia di vita è contrassegnata dall’opinione, secondo cui l’essere è possedere e l’avere cose è una forma di esistenza riuscita. Seppur paradossale, la maniera tipicamente moderna di possedere dei beni è il loro consumo. All’ideale materiale dell’accumulo di proprietà si è affiancato quello del consumo di ciò che si presume sia sempre rinnovabile. Questo è divenuto possibile sulla base di un’economia che ha sviluppato la capacità di produzione di massa.

Ciò che è producibile e riproducibile in modo massificato ed in eccedenza non ha più il suo valore nella sua durevolezza. Il suo valore si stima piuttosto secondo il suo significato per il consumo, per il godimento, le esperienze o il credito sociale dell’uomo. La disponibilità di beni apparentemente accessibili a livello di massa favorisce una mentalità dell’usa e getta, che conduce ad uno spreco e ad uno sperpero delle risorse naturali. L’economia moderna è protesa a destare bisogni costantemente nuovi, incalzandoli per mezzo della pubblicità, per produrre la richiesta di nuovi prodotti. Nel far ciò i suoi sforzi si concentrano su un incremento dell’efficienza dei mezzi, mentre resta sopita la riflessione a proposito della ragionevolezza dei fini, ovvero delle necessità.

Crisi della presa di coscienza e scarto tra sapere e agire

(36) Ad aumentare la crisi sono fattori che compromettono la percezione delle conseguenze dell’agire (umano). Per la problematica ecologica ciò ha validità in virtù della sua caratteristica strutturale: i danni ambientali nascono spesso indirettamente come effetti non previsti, che gradatamente si accentuano, dell’agire tecnico-economico. Questo rende complesso un calcolo a priori dei pericoli e rende spesso impossibile l’individuazione monocausale di un danno secondo il principio di causalità. Si aggiunga che molte minacce della biosfera sono determinate da effetti di reazione e sinergia di sostanze e procedimenti, che valutati di per sé sono minimi e modesti ed appaiono perciò trascurabili. Ingannati dall’apparenza e disconoscendo il significato del minimale, si giunge ad uno stacco tra percezione e realtà.

(37) C’è anche un’esagerazione emotivamente carica ed allarmista dei pericoli ambientali. Talvolta i temi ambientali vengono legati ad un generale “stato d’animo da fine del mondo”. La difficoltà di una valutazione obiettiva dei potenziali ecologici di pericolo ha reso controversa l’intesa sociale sulla necessaria coerenza dell’agire, intesa che è stata spesso bloccata, e lo è tuttora, da lotte ideologiche di trincea. Per molti questo è un gradito pretesto per rinviare, spesso in malafede, le necessarie modifiche di condotta sia nell’operato professionale sia nello stile di vita privato.

(38) Ciò nonostante, la problematica della percezione e della valutazione non ha affatto le sue cause solo nell’impossibilità di capire la concatenazione di effetti minimali rispetto alla loro efficacia a lungo termine. È bensì anche la conseguenza di un modo di considerare la natura e di rapportarsi ad essa puramente razionale rispetto allo scopo, attraverso i quali sono stati rimossi altri obiettivi e contenuti del rapporto umano con la natura. Con questa consapevolezza, il pensiero del rispetto del valore estetico ed etico proprio della natura e del suo significato religioso come creazione non è più comprensibile.

(39) Oltre a ciò la crisi ecologica risulta anche dalla rimozione dei problemi dell’ambiente, da una coalizione tra chi tende a tranquillizzare e a calmare gli animi, dal minimizzare e non voler riconoscere. Ma, persino laddove è sorta una coscienza ambientale e gli interessi ambientali sono all’ordine del giorno delle conferenze internazionali, gli interessi di pochi gruppi e gli egoismi degli stati nazionali impediscono, non di rado, accordi impegnativi e provvedimenti esigenti a difesa dell’ambiente.

A proposito di ambiente e di difesa della natura le difficoltà di un agire cooperativo sono particolarmente grandi, perché in tal caso si tratta spesso di interessi generali, la cui tutela non porta ai fautori nessun vantaggio immediatamente annoverabile. Fintanto che mancano una fiducia reciproca e un’opera normativa attendibile per un agire cooperativo, non c’è quasi nessuno disposto o in grado di fare i passi necessari. Così i singoli cittadini, le imprese e i paesi si trovano in molti campi sotto gli obblighi strutturali della progressiva devastazione di natura e ambiente. Lo scarto tra la coscienza dei problemi ambientali e la carente coerenza nell’operare ha dunque molteplici cause: oggettive, culturali, morali e socio-strutturali.

Corresponsabilità del Cristianesimo?

(40) Non c’è dubbio che anche i Cristiani siano da annoverare tra coloro che hanno preso parte e che prendono ancora parte alla devastazione e alla distruzione della natura. Un'altra questione è comunque se ed in quale modo l’atteggiamento verso la natura emerso nell’età moderna e indirizzato ad un sfruttamento massimale delle risorse sia da ricondurre alla fede biblico-cristiana nella creazione. Sulla stregua delle ricerche storiche fino ad ora esistenti è inesatto ricondurre lo sfruttamento della natura da parte della civiltà tecnico-industriale semplicemente alla storia degli effetti del biblico mandato creazionale (cf. Gen 1,26-28). Una simile spiegazione ha già contro di sé i dati storico-sociali, secondo cui l’irrompere del rapporto tecnico-industriale con la natura si è verificato proprio nel momento in cui l’era moderna si svincolava dai riferimenti cristiano-teologici.

In più l’atto biblico, della creazione non è esplicitamente stato compreso, nella sua valutazione ecclesiale, come esortazione alla tirannica strumentalizzazione della natura. Una simile possibilità interpretativa è possibile soltanto se si isola l’atto creativo e lo si svincola dal suo legame con la teologia della creazione nel concepire l’uomo come soggetto responsabile dinanzi a Dio. Al contempo non si può negare che i testi biblici talvolta sono stati utilizzati per legittimare a posteriori lo sfruttamento della natura già praticato nell’era moderna e l’arrogante rapporto di dominazione dell’uomo nei confronti della natura. Ciò è accaduto, d’altro canto, senza un’opposizione sufficientemente percettibile da parte delle chiese e delle teologie cristiane.

(41) Contributi alle iniziative in favore della difesa della natura, che si manifestarono verso la fine del 19^o secolo, ne sono stati certamente dati anche da parte delle chiese. Ma essi provenivano da personalità e da gruppi singoli e rimanevano iniziative isolate. L’impegno della chiesa in materia di problemi ambientali è chiaramente aumentato solo da circa 30 anni, fatto questo che trovò la sua eco anche in una serie di pubbliche dichiarazioni magisteriali.

Reazioni alla crisi ecologica nelle prese di posizione della chiesa

(42) Gli interventi del magistero cattolico (dichiarazioni, lettere pastorali, prese di posizione, allocuzioni papali, encicliche ed altro) dedicati interamente o in parte alla problematica ambientale sono frattanto divenuti numerosi. La seguente compilazione tenta in due mosse di gettare uno sguardo in questi testi. La prima sezione si occupa dell’insegnamento magisteriale sulla tematica, la seconda presenta alcuni punti chiave sul piano contenutistico. Al centro stanno gli interventi della chiesa universale e le prese di posizione delle conferenze episcopali di ambiente germanofono.

Si confronti in proposito il secondo ampio rapporto del gruppo d’intesa internazionale sulle mutazioni climatiche (IPCC): Intergovernmental Panel on Climate Change, 1995, Cambridge 1996 (specialmente il volume 1, che riassume i risultati per i responsabili decisionali politici .

Si confronti in proposito G. Bächler/K. Spillmann (curatori), Causa di guerra distruzione dell’ambiente (rapporto conclusivo in tre volumi dell’Environment Conflicts Project ENCOP), Chur/Zurigo 1996.

Lo sviluppo delle prese di posizione magisteriali sulle questioni ambientali

(43) Già negli anni ’50 e ’60 le posizioni della chiesa universale hanno fatto riferimento ad aspetti che oggi giocano un ruolo importante nel contesto della problematica ambientale, aspetti come l’ambivalenza del progresso tecnico, la legittimità dello sviluppo globale oppure l’energia nucleare. Da ricordare sono qui in particolare le numerose prese di posizione di papa Pio XII, l’enciclica di papa Goivanni XXIII “Mater et magistra” (1961), la costituzione pastorale del II Concilio Vaticano “Gaudium et spes” (1965) e l’enciclica “Populorum progressio” (1967) di papa Paolo VI.

(44) Le prese di posizione esplicite riguardanti la crisi ecologica iniziano – ancor prima dell’apparire della prima relazione al Club of Rome “I confini dello sviluppo” (1972), che segna una breccia nella coscienza pubblica a proposito della crisi ecologica, con degli accenni nello scritto apostolico di papa Paolo VI “Octogesima adveniens” (1971) e nel documento “De justitia in mundo” del sinodo internazionale dei vescovi di Roma (1971), nei quali si fa riferimento alla necessità di un’economia delle risorse specialmente nei paesi industrializzati. In modo ancor più dettagliato papa Paolo VI si è riferito, nel suo messaggio alla conferenza internazionale sulla tutela dell’ambiente a Stoccolma (1972), allo stretto legame tra uomo e natura, come anche alla necessità di proteggere la biosfera e di poter così assicurare la sopravvivenza dell’umanità.

Anche papa Giovanni Paolo II si è interessato in una serie di discorsi ad aspetti parziali del problema ambientale, per la prima volta più dettagliatamente nel suo “Messaggio per la giornata della pace mondiale” (1990). Delle encicliche di Giovanni Paolo II la “Sollicitudo rei socialis” (1990) definisce i limiti del rapporto dell’uomo con la natura sullo sfondo della problematica dello sviluppo e della giustizia internazionale. “Centesimus annus” (1991) reagisce, nell’ambito di una “rilettura” della prima enciclica sociale “Rerum novarum” (1891), proprio alla distruzione dell’ambiente naturale e dei suoi presupposti antropologici. Sul piano delle encicliche la problematica ecologica non è stata però fino ad ora trattata in maniera estesa. Manca ancora una “enciclica ambientale”.

(45) Sul piano europeo è da menzionare specialmente il documento conclusivo della “Assemblea Ecumenica Europea Pace nella Giustizia” (1989, Basilea), condiviso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE) e che nel contesto delle questioni fondamentali della pace, della giustizia e preservazione della creazione discute anche la problematica ecologica.

(46) Le innumerevoli comunicazioni delle singole chiese particolari in ambiente tedescofono si possono suddividere in due fasi: negli anni ’70 dominano prese di posizione verso i singoli problemi (per esempio quello dell’energia nucleare) che sono piuttosto condizionate dalle situazioni, per quanto ci siano anche ulteriori riflessioni sostanziali sulla problematica ambientale, in particolare da parte dei singoli vescovi - tra queste ultime per esempio, nel settembre 1974 a Salisburgo, il discorso d’apertura dell’assemblea generale dei vescovi tedeschi del cardinale Julius Döpfner “Sul futuro dell’umanità”.

La trattazioni di singoli temi viene continuata negli anni ’80 ed approfondita attraverso la presa di posizione nei confronti di questioni attuali di politica ambientale. Parallelamente a tutto ciò aumentano anche le dichiarazioni di principio , a proposito delle quali è da sottolineare specialmente la esposizione “Futuro della creazione – Futuro dell’umanità” della ” (1980) e la dichiarazione congiunta del Consiglio della chiesa evangelica tedesca  e della Conferenza dei vescovi tedeschi “Assumersi la responsabilità della creazione” (1985). Entrambe le trattazioni contengono, accanto ad una riflessione basilare sui presupposti e le cause della crisi ecologica, un’approfondita definizione teologica della concezione cristiana della creazione e della posizione dell’uomo nella natura, elementi di fondamentale riflessione etico-ambientale e prospettive d’azione pratiche relative ai singoli problemi.

Importanti aspetti della problematica ambientale sono dibattuti nella esposizione ecumenica “Dio è un amico della vita” (1989), in cui il punto cruciale verte sulle sfide e i compiti nell’ambito della bioetica e dell’etica medica. Alcuni impulsi per un’etica ambientale, che riconosca il valore proprio delle “co-creature” così come per il coordinamento di etica individuale, sociale e ambientale vengono sviluppati nel secondo volume del catechismo cattolico degli adulti (1995).

(47) Nella dichiarazione congiunta del Consiglio della chiesa evangelica tedesca  e della Conferenza dei vescovi tedeschi sulla situazione economica e sociale in Germania, espressa in “Per un futuro in solidarietà e giustizia” (1997) - documento che si basa su un ampio processo sociale di consultazione e si intende come orientamento fondamentale sui criteri della politica economica e sociale - la problematica ambientale viene collocata conseguentemente nel contesto globale dei problemi caratteristici a livello sociale.

Il concetto di “sostenibilità” viene colto come una delle prospettive etiche guida, che si evidenziano nella discussione generale sulle norme della politica economica e sociale (nr. 1 e 122-125). In questo quadro viene accentuato il concatenamento degli interessi sociali, economici ed ecologici, per raggiungere una assicurazione duratura dei fondamenti naturali dell’esistenza ed, al contempo, per adempiere agli impegni di solidarietà e giustizia nei confronti delle future generazioni. Su questa base vengono formulate delle linee direttive per un cambiamento ecologico strutturale dei sistemi-guida della società moderna. L’immagine dominante così ricavata e connessa a contenuti cristiani della sostenibilità libera la questione ecologica dal suo isolamento. In tal modo il cammino già intrapreso nel processo conciliare per la giustizia, la pace e la preservazione della creazione viene continuato.

Punti nodali delle prese di posizione sulla problematica ambientale .
Retroscena e cause della crisi ecologica

(48) Mentre le dichiarazioni papali di regola rinviano solo ai presupposti antropologici, morali e politici della crisi ambientale, le dichiarazioni magisteriali di ambiente germanofono si rivolgono, per la maggior parte delle volte, dettagliatamente al problema delle cause. L’analisi più dettagliata si trova nel documento ecumenico “Assumersi la responsabilità della creazione”, in cui sono distinte delle cause ideologiche, strutturali, concettuali come anche socio-psicologiche e morali.

Il rapporto dell’uomo con il resto del creato

(49) Il senso della creazione e la posizione dell’uomo nella natura trovano ampia considerazione nelle prese di posizione magisteriali, sullo sfondo di una riflessione orientata in senso biblico. Cosi “Gaudium et spes” (1965) e “Populorum progressio” (1967) evidenziano la posizione speciale dell’uomo, che secondo l’antropologia teologica si basa sulla sua somiglianza a Dio. Sullo sfondo della questione della legittimità della ripartizione globale dei beni viene affermato quanto segue: “Dio ha destinato la terra, con tutto ciò che essa racchiude, all’utilità di tutti gli uomini e popoli” (GS 69).

L’accento posto sulla condizione speciale dell’uomo e il fondamentale diritto a servirsi dei beni delle corrispondenti sfere del creato può valere come ulteriore tratto saliente comune delle dichiarazioni cattoliche in proposito. Contemporaneamente ci sono anche molte differenziazioni di questo aspetto di base, come, ad esempio, nel messaggio di papa Giovanni Paolo II in occasione della giornata mondiale della pace (1990), nel quale si fa esplicitamente riferimento al valore e alla bellezza del creato e nel quale viene sviluppata una breve conclusione di valore etico sulla creazione (cf nn. 3-5 e 16). Nello scritto apostolico “Dies domini” (1998) viene richiamata alla coscienza la solennità della domenica come lode e festa della creazione (n. 16).

Nelle prese di posizione in ambito culturale tedesco, è posta in particolare risalto la dimensione della creazione non umana, indipendente, con un suo valore e legata alla storia della salvezza, ed inoltre la posizione particolare dell’uomo è collegata al pensiero di una luogotenenza, nel senso di una responsabilità verso la creazione davanti a Dio. La esposizione “Futuro della creazione- futuro dell’umanità” interpreta il cosiddetto incarico di dominio (Gen 1,26-28) alla luce di Gen 2,15 come un intrecciarsi della facoltà di dominare e quella di proteggere (pag. 9f). Tutto ciò viene interpretato nel testo ecumenico “Assumerci la responsabilità della creazione” come compito “di aver cura dell’aspetto della terra, di plasmarla, modificala, di renderla abitabile e fertile” e di condurre e custodire gli animali ai sensi di un incarico pastorale (n. 50 e interamente 48-52).

(50) Sullo sfondo della concezione cristiana della creazione si rinvia al peccato originale come ad una rottura del rapporto tra uomo e Dio, che si ripercuote anche sul rapporto nei confronti del restante creato e che conferisce a tutto l’agire umano un carattere di provvisorietà e di gran rischio. È altrettanto ricordata la promessa di un prossimo compimento, nel quale l’intera creazione è implicata. Questa prospettiva può motivare il fatto che si intraprendano iniziative in una disposizione di spirito al contempo obiettiva, energica e piena di speranza. 

Punti chiave della responsabilità dell’uomo

(51) Soprattutto le prese di posizione papali danno forte evidenza alla problematica della ripartizione dei beni ambientali nel quadro della questione mondiale dello sviluppo. Prendendo le mosse dai principi del bene comune, della solidarietà e della destinazione universale dei beni terreni, si richiede una giusta ridistribuzione tra paesi poveri e paesi ricchi e la lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. In tutto ciò viene vista la condizione decisiva di una stabilizzazione ecologica e della risoluzione dello sviluppo demografico strettamente connesso con la problematica ambientale.

(52) L’accentuazione della responsabilità degli esseri viventi di oggi verso le generazioni future e l’esigenza di una corrispondente tutela dell’ambiente e del suo patrimonio rappresenta un’ottica costante dell’atteggiamento ecclesiale verso la problematica ambientale. Questa prospettiva viene motivata in alcune dichiarazioni di Roma con riferimento alla comune natura umana e viene messa in relazione con le corrispondenti “esigenze” delle generazioni future.

(53) La responsabilità verso le componenti non umane della creazione, intesa come un comandamento generale di conservazione e come divieto di un atteggiamento arbitrario e della distruzione viene sottolineata quasi continuamente. La motivazione più precisa si presenta tuttavia ben diversa. Le prese di posizione papali giustificano la tutela ambientale primariamente a partire dal principio della dignità umana e dei diritti umani e rinviano, ai sensi di una argomentazione antropocentrica, al pericolo di una lesione dei fondamenti umani di vita (cf per esempio Giovanni Paolo II, Pace dono di  Dio, nn. 6 e 7; Sollicitudo rei socialis, n. 34).

Nel messaggio formulato in occasione della giornata della pace mondiale del 1990 “Pace con Dio” viene però introdotto con il “rispetto della vita”, accanto alla dignità umana, anche un principio normativo che va oltre, che qui però non è ancora meglio definito. In un contesto ammonitore, verso la fine del messaggio, si parla inoltre dello “spirito di ‘fratellanza’ con tutte le cose buone e belle” secondo l’esempio di Francesco d’Assisi (n. 16). Il “valore della vita” in sé, il “principio del profondo rispetto della vita” e “il valore precipuo” delle creature, che va al di là dei meri aspetti legati all’utilità viene più chiaramente sottolineato nelle dichiarazioni “Assumersi la responsabilità della creazione” (n. 34), “Dio è amico della vita” (pag. 33f), e “Per un futuro in solidarietà e giustizia” (n. 123). A seguito alle riflessioni relative alla teologia della creazione: “Le cose e gli animali hanno il loro senso ed il loro valore anche nella loro semplice esistenza, nella loro bellezza e ricchezza” (Assumersi la responsabilità della creazione, n 65).

(54) Lo svolgimento più preciso di questa questo percorso etico riesce nelle dichiarazioni della Chiesa primariamente sul piano dell’etica delle virtù. Tuttavia, anche a livello politico-strutturale vengono richieste in una serie di testi – per quanto solo in forma generica - delle misure decisive a tutela del creato e dei suoi sistemi d’equilibrio ecologici. Per la prima volta dei provvedimenti concreti vengono menzionati nell’opinione comune espressa in “Per un futuro in solidarietà e giustizia”.

Linee d’orientamento pratico e prospettive risolutive

(55) Riguardo alle concrete prospettive risolutive e ai postulati per un legittimo operare sul piano ambientale, che vengono formulate specialmente nelle dichiarazioni in ambito culturale tedesco, si presentano i seguenti punti chiave:

  • Per prima cosa si richiede, sullo sfondo della comprensione della creazione, un sostanziale cambiamento d’intento per quanto concerne il rapporto uomo-natura.
  • All’agire responsabile del singolo viene attribuita molta importanza. Ciò si concretizza nelle esigenze di uno stile di vita più semplice, di una intensificazione della pedagogia ambientale come della disponibilità personale all’impegno civile e ambientale.
  • Le chiese e le comunità di fedeli vengono sollecitate ad ampliare più chiaramente lo spazio dedicato alla fede nella creazione nell’ambito della funzione religiosa, della catechesi, della formazione degli adulti e della formazione teologica, in modo tale da realizzarne la forza orientatrice, da favorirne l’estensione nella presa di coscienza riguardo alla responsabilità ambientale e, infine, in modo da svolgere una funzione mediatrice nei conflitti sociali (Assumersi la Responsabilità per la Creazione, nn. 94-99).
  • Nel pronunciamento comune “Per un futuro in solidarietà e giustizia” le chiese si impegnano ad orientare il loro operato in campo economico sulla base dei criteri della giustizia e responsabilità ambientale (nn. 247). La dichiarazione dà legittimità all’impegno di molte cristiane e molti cristiani che operano sia all’interno che all’esterno della chiesa per la difesa dell’ambiente come concreta presa di coscienza del ruolo cristiano nel plasmare il mondo (nn. 252).
  • Sul piano dell’agire e delle norme socio-etico-strutturali è soprattutto in “Assumersi la responsabilità per la creazione” che si trovano alcune prese di posizione nei confronti di problemi fondamentali della regolamentazione (nn. 79-93). Esse contengono per prima cosa la rivendicazione di una “politica ecologica” di ampio respiro, che ponga dati limite consequenziali, che eserciti una sollecitazione mirata e che adegui in senso ecologico i regolamenti in campo decisionale, nel campo della pianificazione e delle competenze, come anche i sistemi di approvvigionamento. Conseguentemente viene favorita una economia di mercato che sia vincolata sul piano ecologico. Queste rivendicazioni vengono rinnovate e ulteriormente elaborate nel documento “Per un futuro in solidarietà e giustizia” (specialmente nn. 142- 150 e 224- 232).
  • In alcune prese di posizione ufficiali del papa e nel documento conclusivo della Assemblea Ecumenica Europea di Basilea (1989) si rinvia chiaramente alla necessità di un “ordine ecologico mondiale” con sufficienti strutture operative e normative sovra- e internazionali, e si rinvia alla necessità della solidarietà tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo nell’ambito delle iniziative in favore della difesa dell’ambiente globale (cf. Assemblea Ecumenica Europea , Pace nella giustizia, n. 13; Giovanni Paolo II, Pace con Dio, n. 9f). A questo proposito viene ripetutamente rivendicata una corresponsabilità per iniziative multinazionali per il bene comune.
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