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Cristiani ed ecologia 3

Percorsi nel futuro: conseguenze per chiesa e società
22 ottobre 1998-appendice a Assumersi la responsabilità della Creazione , 1985.

Fondamenti spirituali e pastorali dell’impegno ambientale .

Ecologia e religione – collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà

(151) Le tradizioni e i valori religiosi svolgono un ruolo considerevole nell’ambito del moderno movimento per l’ambiente. Sono stati però gruppi, associazioni e iniziative civili prevalentemente extra-ecclesiali – per quanto non raramente guidati da uomini e donne cristiani -, che hanno presentato all'opinione pubblica la prima discussione sull’ecologia e che si sono impegnate per la preservazione di un mondo capace di futuro. Essi provenivano da diversi schieramenti politici ed erano caratterizzati da diverse convinzioni religiose e non religiose. Si deve essenzialmente all’impegno di coloro che hanno assunto un ruolo di precursori contro molteplici pregiudizi e che hanno destato la coscienza il fatto che oggi, anche all’interno delle chiese e in ampi strati della popolazione sia presente e sentita il problema della difesa dell’ambiente e della natura.

(152) Nonostante i rapporti in parte tesi tra movimento ambientalista e chiesa sussiste un rapporto intenso e stretto tra religione ed ecologia. I contrasti su più livelli in questo campo hanno nel frattempo condotto le forze impegnate sul piano ecologico a vedere nelle chiese cristiane un partner importante. La molteplicità e la differenziazione dei moventi che si basano su motivi religiosi e spirituali, accanto a quelli politici ed etici, rappresenta per la chiesa una sfida e una possibilità per un dialogo interno alla chiesa stessa e di tutta la società.

Il ponte tra religione ed ecologia è importante per diversi motivi:

(153) Sempre più chiaramente si evidenzia, che la crisi ambientale nasconde in sé una dimensione di profondità religiosa: le molteplici sfide mettono in discussione concetti e finalità di vita che sono predominanti a livello sociale. Ciò porta ad una ricerca di risposte alla domanda su cosa renda la vita veramente degna di essere vissuta, ricca di senso e capace di un futuro. Nella sua proporzione esistenziale la problematica ambientale desta in modo affatto peculiare la malinconia, derivante da tutte le promesse di progresso, nei confronti di una creazione conciliata, e ha condotto ad un nuovo interesse per gli interrogativi sul senso e sul futuro.

(154) Mentre alla fede nella creazione cristiana, non raramente, viene mosso il rimprovero che dimori in essa un certo antropocentrismo, corresponsabile per la crisi ambientale (cf. in proposito capitolo I.2.4.), altre religioni e visioni del mondo (per esempio l’Induismo, il Buddismo, lo Shintoismo o il Confucianesimo) godono di alta considerazione all’interno del movimento ambientalista. Anche alla mistica naturale delle cosiddette religioni naturali o tribali vengono tuttavia rivolte grandi aspettative da parti del movimento ambientalista; alcuni ambientalisti sono convinti che in questi miti della creazione arcaici si trovi, per così dire, la chiave risolutiva del problema ambientale. Ne conseguono profonde richieste rivolte alla cultura occidentale. Quanto detto abbisogna di una intensa chiarificazione teologica e storico-culturale.

(155) La prospettiva religiosa rivolge lo sguardo alla totalità del mondo e tenta di comprendere la sua origine e il suo significato in un orizzonte trascendente e di ricondurvi le linee portanti del proprio agire. Il richiamare alla mente un simile legame (dal latino “religio”) è – per lo meno secondo l’ottica cristiana – la richiesta centrale della fede religiosa nella creazione. In modo analogo, oggi si esige non di rado di ricollegarsi ai fondamenti di vita esistenziali anche in relazione alle problematiche ambientali. A tale riguardo può esser ripresa sensatamente ed ampliata in senso critico una osservazione ecologica che vada oltre la prospettiva interiore dell’uomo, osservazione fatta attraverso la dimensione religiosa della creazione. Ecologia e teologia della creazione si possono fecondare a vicenda.

(156) Nelle religioni monoteistiche la creazione non significa solo un atto divino all’inizio del mondo, bensì la costante presenza di Dio nelle sue creature, che lui ha creato, mantiene e che porterà a compimento. Il concetto di creazione contrassegna la natura sotto la considerazione della sua trasparenza alla verità di Dio. Questa trasparenza non significa semplicemente un “al di là”, bensì una presenza nascosta, che è da cercare in modo sempre nuovo e che è da indagare in modo critico, non da ultimo anche nel dialogo con le scienze naturali. A tal riguardo le moderne scienze naturali fanno riferimento alla dinamica creativa della natura, che non si svolge in modo semplicemente meccanico come un ingranaggio d’orologio, ma che nasconde nella sua alta complessità un potenziale “creativo”, che non è da intendersi né in senso statico né in senso materiale. Questo superamento del modello meccanico di mondo crea anche per la teologia nuovi ponti per comprendere materia, spirito, essere e divenire, svanire e sorgere, visibile e invisibile nel modo necessario come unità.

(157) Per percepire il valore precipuo della creazione, è richiesto uno sguardo che non colga solo ciò che è fattuale o misurabile scientificamente, ma anche la bellezza della natura e il suo contenuto simbolico. Ciò richiede una sensibilità estetica e spirituale, che è in grado di penetrare ciò che è dato oggettivamente fino a giungere al contenuto di senso, e che non vede le cose isolate, ma nel loro intimo legame e nella loro totalità. Per le persone religiose, il mondo diviene una parabola di Dio, al quale esso deve la sua origine e che apre lo sguardo al suo completamento. Colui che vede le cose e gli esseri della natura con occhi spirituali, riconosce in essi una qualità piena di senso, che va al di là di ogni immediata utilità e che vale la pena di proteggere. Questi assume un disinteressato e rispettoso atteggiamento di stupore verso la loro essenza e la loro bellezza (cf. CA 37).

(158) Chi percepisce la natura con simili occhi estetico-spirituali, si può sentire ad essa strettamente legato e la può definire “fratello” o “sorella”. Qualcosa di simile si riferiva Francesco nel suo Cantico del Sole, che testimonia il suo attaccamento profondamente religioso alla natura. Questa preghiera offre un approccio caratterizzato in senso cristiano verso la natura, approccio che al contempo interessa anche persone che appartengono ad altre religioni o con non si ritengono religiose.Proprio per questo insegnamento questa poesia può offrire un importante approccio ad una immedesimazione emozionale con la natura, così come dare adito ad una motivazione personale per un agire giusto sul piano ambientale. Per le chiese la grande accettazione di una interpretazione spirituale della natura offre molteplici possibilità di dialogo.

(159) Non tutti quelli che si lasciano coinvolgere dalla dimensione creatrice di senso della natura, esprimono ciò sotto forma di esplicito credo religioso. Di tanto in tanto anche un’esperienza naturale caratterizzata in senso romantico e il fervido impegno ecologico possono essere espressione e testimonianza del fatto che qualcuno cerchi ed avverti nella natura qualcosa di trascendente. L’amore e il legame con la natura da parte di chi si rivolge ad altro credo, o da parte dei non credenti possono essere d’esempio anche per donne e uomini cristiani. Nell’aver a che fare con la molteplicità delle esperienze religiose della natura, essi possono inoltre sviluppare una sensibilità per i punti di collegamento come anche per le particolarità della fede cristiana nella creazione e possono dunque imparare a distinguere meglio anche per se stessi tra un innalzamento mitico-naturalistico delle esperienze naturali e una apertura spirituale verso la natura come creazione.

(160) Le religioni possono apportare un importante contributo alla costituzione di un’etica ecologica mondiale. Esse sono delle grandezze determinanti che possono influenzare nell’abilitare ad un agire universalmente solidale oppure anche – qualora fallisse la necessaria conciliazione tra le religioni – ad un suo fallimento. L’associazione di un impegno religioso e socialmente motivato con un’etica illuminata in senso ecologico è di decisiva importanza per assicurare delle condizioni di vita umanamente degne.

(161) Le ben diverse concezioni religiose e interpretazioni della natura vengono definite anche con il concetto di ecologia del profondo. Nello sviluppo che essa ha avuto fino ad ora predomina soprattutto una presa di distanza nei confronti del cristianesimo e delle chiese. Anche da parte cristiana si sono manifestate riserve nei confronti di alcune forme dell’ecologia del profondo, che non tengono sufficientemente presente la differenza tra Dio e mondo. I suoi molteplici impulsi spirituali esortano tuttavia la chiesa anche ad una discussione aperta, intensa e differenziata in senso critico. In tal senso, per la chiesa è una priorità, anche nell’ambito della problematica ambientale, il fatto che “tutti gli uomini, i credenti e i non credenti collaborino alla giusta costruzione del mondo, nel quale vivono insieme (GS 21).

Nel dialogo con i diversi raggruppamenti del movimento ambientale, cristiane e cristiani possono imparare cosa viene detto nell’ambito di altre tradizioni culturali e religiose su uomo e natura. In questo dialogo essi trovano la possibilità di approfondire la propria fede nella creazione, rendendola produttiva, ma anche di partecipare al discorso sull’ambiente, ponendo degli interrogativi da un punto di vista critico. Ciò nonostante, non si dovrebbe trattare solo di discussioni teoriche, bensì soprattutto di collaborazione pratica nell’ambito dei desideri comuni.

(162) Da simili incontri e dialoghi interreligiosi deve scaturire per tutti un incoraggiamento per ricercare nella propria religione e visione del mondo degli orientamenti e delle norme per un comportamento giusto sul piano ambientale e, attraverso lo scambio, per imparare gli uni dagli altri. Se il dialogo si dovesse rivelare aperto e fruttuoso, non si potrebbero evitare, durante questi incontri, delle questioni critiche: una rimitizzazione di carattere acriticamente natural-religioso, oppure addirittura una divinizzazione dei processi e delle leggi naturali (pato-, bio- o fisiocentrismo esorbitante dal punto di vista religioso) e una spiritualità della creazione di tipo olistico, che spiega ogni forma vivente senza differenziazione come assolutamente inviolabile, non può essere accettata, secondo la visione cristiana, senza contraddizioni. Simili vantaggi della multidimensionale problematica dell’attuale crisi ambientale non risulterebbero, inoltre, sufficientemente giusti.

(163) Donne e uomini cristiani prendono le mosse dalla fondamentale differenza tra Dio e la natura creata. All’interno della natura creata solo l’uomo è custode e plasmatore responsabile della creazione, perché lui soltanto ha, in virtù della sua ragione riflessiva, la capacità di un giudizio e di una agire etico, sui quali, tra l’altro, fonda anche la sua dignità umana. Dal punto di vista teologico questo aspetto viene approfondito e completato nella definizione dell’uomo come immagine di Dio.

Per cristiane e cristiani, la fondamentale convinzione della speciale dignità dell’uomo non è qualcosa da tralasciare. Essa viene riconosciuta anche dalle dichiarazioni sui diritti umani dell’ONU e del Consiglio Europeo, come anche dalla costituzione della Repubblica Federale Tedesca. Nonostante l’accentuazione di questa posizione particolare, è tuttavia anche la stessa tradizione cristiana che rileva che l’uomo è profondamente legato alla natura: l’uomo è creatura, mortale e gravata dalla colpa, egli non si può redimere per mezzo di nessun progresso sociale.

In relazione alle molteplici possibilità di tener conto anche spiritualmente di questo legame dell’uomo con la realtà della creazione, dunque con i limiti e le condizioni di vita date dalla natura, i cristiani possono imparare moltissimo dalle interrogazioni critiche di altre tradizioni religiose, poiché dal discorso aperto delle comunità religiose emerge in modo inequivocabile la constatazione disincantata che anche la religione cristiana deve elaborare una storia della colpa nei confronti dell’ambiente, che non dovrebbe venir facilmente rimossa solo facendo riferimento ai propri contributi positivi.

(164) Le comunità cristiane non devono perciò escludere dal fronte del dialogo certi gruppi ambientali esistenti – nella misura in cui questi si attengono alle regole della democrazia e al principio della non violenza -, bensì devono tributare loro, per via del loro impegno nei confronti dell’ecologia, riconoscimento e rispetto. Attraverso la vicendevole presa di conoscenza, la cooperazione e la collaborazione, così come eventualmente attraverso la contrapposizione critica con tali gruppi, i cristiani possono trovare un proprio impegno per la preservazione della creazione.

La meta dovrebbe essere la connessione tra spiritualità cristiana della creazione, ethos solidale, informazione critica, giudizio riflessivo e prassi ecologica, poiché ciò rende capaci i credenti di una presa di posizione fruttuosa per la tutela della natura e dell’ambiente. Se i cristiani vivono la loro fede come una motivazione fondamentale per un rapporto responsabile con la creazione, attribuiscono ad essa una forza di convinzione che va ben oltre l’ambito ecclesiale. L’agire responsabile per il futuro della creazione è una testimonianza della presenza di Dio nel mondo.

Agire per il futuro della creazione come dimensione della teologia pastorale

(165) La costituzione pastorale del Concilio Vaticano Secondo inizia con le parole: “Le degli uomini di oggi, particolarmente dei poveri e degli afflitti di ogni genere, sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (GS 1). Oggi, della paura e all’afflizione cui si fa qui riferimento appartiene, in modo affatto essenziale, la questione ambientale. Essa sta in uno stretto rapporto con le questioni della giustizia e dell’assicurazione della pace, come ha chiarito, tra l’altro, il processo conciliare. L’impegno per uno sviluppo sostenibile, che comprenda e si allacci a una di queste dimensioni, è quindi divenuto elemento imprescindibile di una contemporaneità responsabile.

La sostenibilità si fonda nella giustizia, nella disponibilità ad instaurare la pace, nella solidarietà globale con le generazioni future, come anche in un mutato rapporto con la natura. Un’etica siffatta ed una corrispondente struttura sociale non crescono del resto da sole: esse hanno bisogno ella sincera conversone di molti uomini, di una ferma speranza nel futuro, che comprenda tutti gli uomini come l’intera creazione, dell’opposizione impegnata contro i ciechi egoismi del nostro tempo, come, non da ultimo, della creatività scientifica, della politica assennata e della responsabilità economica. In virtù dei legami etici nei confronti i valori fondamentali della vita, la questione ambientale riguarda assolutamente anche la chiesa. La forza della fede, spirituale e fondante sul piano della comunità, e l’agire pastorale della chiesa, che si fonda su questa forza, possono e devono dare un importante contributo al necessario rinnovamento.

(166) Una simile motivazione teologica dell’impegno ambientale, che prende le mosse dal compito precipuo della chiesa, quello della missione, deriva dal centro della fede. Se al contrario si parte dagli elementi della tradizione cristiana immediatamente ricondotti al rapporto con la natura, l’impegno ambientale rimane un fenomeno marginale. Il Cristianesimo non è una religione naturale, è anzi orientato primariamente verso un’esperienza di Dio legata alla storia della salvezza.

Perciò ha bisogno di una riflessione pastorale, per poter chiarire i nessi tra l’incarico di insegnamento e di annuncio della chiesa, da una parte, e l’agire ecologico dall’altra. Un tale proposito modifica però anche lo stesso impegno per l’ambiente: il fatto di collegarlo sul piano etico al concetto di sviluppo sostenibile conduce prendere in considerazione, accanto agli elementi ecologici, anche quelli socioeconomici ed etico-personali. Il suo legame con la teologia pastorale può contribuire a non appiattire l’impegno ambientale in un puro pragmatismo, bensì a chiamare in causa anche le sfere spirituali, psichiche e morale dell’operare per il futuro della creazione .

(167) All’inizio il complesso tematico “Futuro della creazione – futuro dell’umanità” (cf. la dichiarazione omonima dei vescovi tedeschi del 1980) si è affermato piuttosto faticosamente all’interno della chiesa. Nel frattempo però, la sfida etica, pedagogica, politico-economica e spirituale della questione ambientale viene riconosciuta chiaramente da molti cristiani. Così la chiesa si impegna attualmente intensamente per introdurre nel dialogo socio-politico “il messaggio cristiano di creazione, redenzione e compimento del mondo”, per fondare dunque “un nuovo pensiero e un nuovo operare” (cf. Assumersi la responsabilità per la creazione, No. 31ff e 42ff).

Il processo di consultazione come anche la dichiarazione collettiva delle chiese “Per un futuro in solidarietà e giustizia” hanno nuovamente rafforzato e concretizzato questa preghiera. In alcuni ambiti della chiesa, specialmente nell’attività di formazione o nelle associazioni, all’interno degli ordini e delle comunità parrocchiali, è sorto negli anni scorsi un considerevole impegno in favore dell’ecologia. Non pochi gruppi ed istituzioni ecclesiastici hanno meritato, grazie al loro esemplare impegno ambientale, un alto riconoscimento.

(168) Nonostante tutto ciò, la problematica ambientale ha finora trovato una forza di penetrazione ancora troppo esigua nell’ambito chiave dell’agire ecclesiale. L’impegno ambientale vale nei diversi campi d’impegno ecclesiale molte volte solo come cosiddetto “lavoro su terreno neutrale”, potrebbe cioè agire in modo indirettamente positivo nei riguardi dell’effettivo compito della chiesa, quello del servizio pastorale di salvezza rivolto dell’uomo, eppure non appartiene integralmente alla teologia pastorale.

Questo punto di vista non corrisponde tuttavia alle modifiche di orientamento del Concilio Vaticano Secondo, per il quale alla missione salvifico della chiesa non appartiene solo “la salvezza della persona umana”, ma anche “la giusta edificazione della società umana” (cf. GS 3). Alla giusta edificazione della società corrisponde oggigiorno essenzialmente l’orientamento verso uno sviluppo sostenibile. Ciò ha però come conseguenza il fatto che con e nel servizio salvifico dell’uomo, sul piano liturgico-sacramentale, religioso-pedagogico, catechistico e caritativo, anche la costituzione di una società stabile dal punto di vista ecologico, solidale ed economicamente responsabile, debba venir intesa come un compito pastorale.

Missione della chiesa e sviluppo possibile nel futuro

(169) L’agire cristiano è conforme al Vangelo se vede in Gesù Cristo il suo fondamento e criterio critico. Nella esperienza di Gesù la volontà di Dio diviene realtà, cioè il fatto che gli uomini abbiano la vita e che l’abbiano in pienezza (cf. Gv.10,10). Nel suo annuncio e nella sua esperienza di vita il regno di Dio, la cui vicinanza ci è promessa da Gesù, ha già avuto inizio (Mc.1,15). L’agire cristiano si rivela corretto se corrisponde in maniera conforme al Vangelo alle esigenze della situazione data. Impegnarsi per il futuro della creazione e con ciò per le esigenze di uno sviluppo sostenibile è per la chiesa una di quelle forme attuali per testimoniare in modo credibile il messaggio di vita del Vangelo in considerazione delle sfide di oggi.

(170) Secondo la costituzione ecclesiastica del Concilio Vaticano Secondo “Lumen Gentium” la Chiesa è essenzialmente presente, come “segno e strumento”, storico per dichiarare e testimoniare l’amore di Dio per l’uomo e per l’intera creazione e dunque per agire come sacramento salvifico unificante (cf. LG 1). Le molteplici e molto diverse forme dell’affermazione e della testimonianza (preghiera, cerimonie della funzione religiosa, sacramenti, professioni di fede, annunciazione, insegnamento della religione, catechesi, diaconia, profezia) rendono chiaro che l’agire pastorale della Chiesa non può venir relegato solo a singoli atti religiosi, come, ad esempio, l’ufficio divino oppure l’amministrazione dei sacramenti. In modo corrispondente alla estesa “preoccupazione salvifica” del Dio biblico, l’agire pastorale comprende, al contempo, la preoccupazione verso il singolo e intero uomo e verso il solo e intero mondo.

(171) Se la cura d’anime deve servire in un senso unitario alla salvezza dell’uomo, non può venir limitata in modo isolato soltanto agli ambiti immediatamente spirituali. Una teologia pastorale che affermi la vita e la creazione comprende anche gli aspetti corporei, psichici, sociali, culturali, economici ed ecologici della vita umana. La cura d’anime deve portare la sua testimonianza dell’amore di Dio nella realtà della creazione, in modo che in essa sia visibile il dono completo all’uomo in tutte le sue dimensioni. Ciò può riuscire solo se la dedizione a Dio nella cerimonia liturgica, nell’annunciazione e nel servizio pratico per il compimento della vita dell’uomo vengono visti e praticati come una reale unità. Vale la pena utilizzare questa unità in modo ancor più profondo in considerazione dell’operato per il futuro della creazione.

(172) Secondo i precetti del Concilio Vaticano Secondo, la cura per la salvezza da parte della chiesa non è affidata solo ai vescovi e ai preti, bensì all’intero popolo di Dio. (cf. LG, specialmente 9-17). Essa comprende quattro dimensioni fondamentali, legate le une alle altre:

      • Una dimensione individuale, che ha che vedere cioè con la salvezza del singolo uomo, con i suoi fondamentali bisogni corporali, le sue condizioni fisiche di sviluppo come anche con i suoi interrogativi spirituali. Tutte e tre le componenti appartengono allo stesso modo alla dignità personale dell’uomo.
      • Una dimensione socio-politica, l’impegno sociale e politico per la costituzione di rapporti giusti, dignitosi per l’uomo e “capaci di dare un futuro” è cioè componente indispensabile della cura pastorale.
      • Una dimensione cosmico-universale, in base alla quale la cura della chiesa per la salvezza coinvolge l’intero mondo – dunque anche la parte non umana della creazione. La natura è vista in questo rapporto sia come fondamento indispensabile della vita umana, sia nel proprio significato indipendente.
      • Una dimensione futuro-escatologica, secondo cui il servizio di salvezza reso dalla chiesa vive della speranza nel regno di Dio, già annunciato in Gesù Cristo, tuttavia ancora da compiersi – dunque della fede nel fatto che Dio redimerà l’intera creazione.

(173) Sulla scorta di questa sensibilità pastorale pluridimensionale, diviene chiaro che la preoccupazione per pace, la giustizia e la salvaguardia del creato – e con ciò l’impegno per uno sviluppo sostenibile – appartiene fondamentalmente al compito salvifico complessivo della chiesa. Esso rappresenta una dimensione integrale della teologia pastorale. Se questa dimensione si dissolve, il lavoro pastorale perde il suo orientamento rivolto all’unità dei molteplici rapporti vitali, che è indispensabile per l’intento salvifico cristiano. Il singolo può trovare la sua salvezza solo se si intende come parte di una comunità e parte della creazione.

È questo punto di vista che la teologia pastorale vuole trasmettere nella liturgia, nella testimonianza della fede e nel servizio caritativo. Da ciò derivano poi anche delle corrispondenti esigenze di impegno ambientale da parte della chiesa: il nome “pastorale” lo guadagna solo se si può legittimare come dimensione integrale della missione ecclesiastica di salvezza e se viene compiuto in modo corrispondente secondo dei criteri pastorali. Perciò di seguito deve essere spiegato in quale rapporto stia l’obbiettivo fondamentale dell’impegno ambientale di oggi, dunque dello sviluppo sostenibile, nei confronti degli scopi della missione salvifica.

”Capacità di futuro” come prospettiva della teologia pastorale

(174) Le diverse forme dell’agire della chiesa hanno lo scopo basilare di realizzare il dono di Dio al mondo, dono che rende possibile la vita (sacramentale) e di testimoniare la volontà di salvezza universale di Dio. In tutto questo è racchiusa anche la testimonianza della speranza, che al mondo è promesso da Dio un futuro. Perché ciò sia compreso anche nella sua rilevanza sociale, ci si può allacciare al modello dello sviluppo sostenibile. Naturalmente non basta solo orientare in questo senso la preoccupazione ecclesiastica per il futuro. Secondo la dottrina ecclesiastica della redenzione (soteriologia) e della speranza nel compimento (escatologia), la possibilità per il futuro non può essere rapportata solamente alla sopravvivenza futura pensata come temporalmente lineare. Si tratta anzi di un futuro trasformato in senso esistenziale, che solo Dio può rendere possibile: così Paolo ricorda nella lettera ai Romani che la creazione è certamente “sottoposta alla caducità”, ma che deve venire liberata “dalla schiavitù e dalla perdizione” e condotta “alla libertà e alla gloria ” dei figli di Dio (cf. Rom 8,19-21). “L’intera creazione” giace per così dire “in preda alle doglie” (Rom 8,22) e aspetta il suo rinnovamento, la sua redenzione.

(175) Qui si manifesta una nuova concezione della “possibilità di futuro”: il futuro temporale del mondo, il “futurum”, viene radicalmente relativizzato per mezzo della speranza di fede in un futuro affatto diverso, donato da Dio, l’”adventus” e, al contempo, viene altrettanto radicalmente rivalutato. La creazione e con essa l’uomo sono sottoposti inevitabilmente alla caducità storica – e questa finitezza non può sostenere nemmeno il concetto di uno sviluppo sostenibile durevole! Di fonte all’eternità di Dio il tempo storico dell’uomo si riduce a un breve attimo. In proposito anche il discorso ecologico su “sviluppo sostenibile” e “possibilità di futuro” non può e non deve illudere. È promesso agli uomini e insieme all’intero creato, caduco e apparentemente perduto, che Dio rivolge loro un amore assoluto e fedele. Solo questo amore divino garantisce che l’intera creazione venga ad un certo punto liberata dalla sua caducità e venga rigenerata nello splendore. Per le donne e gli uomini cristiani è soltanto una speranza di durata che si radica in Dio. Così per il credente il vero futuro del mondo sta nella venuta di Dio, nel suo “adventus” liberatorio. Nella visione neotestamentaria questa aspettativa si concretizza nel regno di Dio, annunciato da Gesù Cristo e in lui iniziato.

(176) Detto questo, “essere capaci di un futuro” significa per un credente aspettare fiduciosi e anelanti la venuta del regno di Dio e ed essere aperti alla sua crescita con tutto il cuore. Questo sperare ardentemente e prepararsi all’”adventus” di Dio può tuttavia, nell’agire storico concreto,  manifestarsi non altrimenti adeguato se non nell’amorosa preoccupazione per un mondo umanamente degno. Un riferimento costitutivo al presente `proprio della speranza cristiana nel futuro: essa non vuole consolare, bensì qui ed oggi vuole muovere all’azione libertaria. Il regno di Dio è ora già vicino (Mc 1,15).

Secondo il messaggio di Gesù, solo l’agire concreto dell’amore rende, anche senza una consapevole motivazione religiosa, davvero “capaci di un futuro” dinnanzi a Dio, nel senso di un atteggiamento d’avvento.: ciò testimonia la scena del giudizio in Matteo (cf. Mt 25,31-46) e altrettanto la risposta alla domanda su cosa si debba fare per ottenere la vita eterna, in Luca (cf. Lc.10,25-37). Come il vero amore di Dio si mostra nell’amore concreto per il prossimo, allo stesso modo anche la speranza di fede nell’”adventus” di Dio deve conservarsi nell’amore concreto e nella preoccupazione per il “futurum” del mondo. Nell’amore praticato verso la creazione e nella preoccupazione per il futuro si incontrano dunque – “non mescolati” e tuttavia “indivisi” – la “possibilità di futuro” ecologica e quella escatologica.

(177) L’ansia per la “possibilità di futuro” del mondo è con ciò una grandezza totalmente pastorale. Essa concretizza la speranza religiosa nel futuro, manifestando la fede nell’amore e nel dono incondizionati di Dio donandosi al prossimo e alla creazione come forza vivente. Il modello dello sviluppo capace di futuro o sostenibile offre perciò un contesto d’azione eticamente differenziato e socialmente accettato. Se si rende conto di questo concetto attraverso una prosecuzione ed un ampliamento dell’etica sociale cristiana, ciò hanno fondamentali conseguenze anche per la teologia pastorale: un coerente ampliamento concezionale è necessario. Al legame etico con le esigenze di un rinnovamento sociale per la preservazione della creazione corrisponde, nel pensiero e nell’operare pastorale, il legame ad una vivace spiritualità della creazione. Per la teologia pastorale è una prova dimostrarsi una forza motivante e conciliante negli impulsi pratici per un agire capace di futuro.

(178) Come già dimostrato, il modello dello sviluppo capace di futuro o sostenibile ha un punto d’origine etico: si fonda sull’esigenza di solidarietà universale di tutti gli uomini e collega questa esigenza con il pensiero della complessiva retificazione dei sistemi di vita naturali (cf. in proposito il capitolo II.3). Il principio socio-etico della solidarietà racchiude in sé, sul piano contenutistico, nient’altro che l’ampliamento del comandamento d’amore al piano delle strutture e dei sistemi sociali. Il principio etico d’azione della retificazione complessiva o retinità collega tutto ciò a degli estesi nessi ecologici. Con ciò l’affaccendarsi per la realizzazione di questo principio si rivela una forma d’azione dell’amore tradotta nell’ambito politico-sociale e, proprio in questa maniera, converge con il proposito biblico per la vera possibilità di un futuro. Il servizio rivolto ad uno “sviluppo capace di un futuro” del mondo è dunque assolutamente una via verso il futuro escatologico donato da Dio – e, in questa misura, un aspetto integrale del servizio salvifico della chiesa.

(179) Sulla base della prospettiva per il futuro, ampliata in senso escatologico, l’operato pastorale per il futuro della creazione può riguardare seriamente e obiettivamente, però senza disperazione, i problemi ambientali urgenti; poiché il successo dell’impegno ecologico dipende, in ultima istanza, nella prospettiva della fede, non solo dai calcoli e dalle fatiche umani. Nella fede gli uomini e le donne cristiani acquistano una ferma speranza, che non si misura sulla base delle proprie sconfitte o capacità, bensì in base alla fiducia nelle insondabili possibilità di Dio. Così una teologia pastorale per lo sviluppo sostenibile può perseguire i suoi fini perseverando anche davanti agli insuccessi o a una condizione apparentemente disperata, perché il suo operare viene sospinto da una forza spirituale, che fa sperare ogni speranza (cf. Rom 4,18 e 8,24).

Lungo la strada verso una chiesa servitrice

(180) Su come prendano forma gli ambiti di competenza della teologia pastorale, la chiesa non trova risposta solamente nel Vangelo o nella sua tradizione dottrinale. A questo scopo essa deve, secondo le prescrizioni del Concilio Vaticano Secondo, premurarsi in modo ugualmente sensibile di considerare i “segni del tempo”, di instaurare un dialogo con il mondo e di praticare la solidarietà nei confronti dei suoi contemporanei, in particolar modo dei bisognosi e dei poveri (cf. GS 1; 4; 23). Secondo il Concilio, la pastorale non deve servire, in questi orientamenti, soltanto la chiesa, ma deve anzi prestare un servizio rivolto all’umanità tutta. Questa pastorale “diaconale”, rinnovata dal Concilio, pone dunque al centro non tanto la chiesa visibile e intesa istituzionalmente, bensì prende le mosse dai bisogni e dai problemi degli uomini e annuncia loro il lieto messaggio, cioè che Dio vuole la salvezza dell’intera creazione.

(181) Questo ideale pretende molto dalla prassi ecclesiale. Spesso la pratica ecclesiale naufraga per via delle pretese dei numerosi seguaci di Cristo, tanto impegnati al servizio dei bisognosi. La chiesa deve perciò essere dedita instancabilmente, per sua stessa esigenza, al rinnovamento e alla conversione. Coerentemente con quanto detto, anche l’opinione comune delle chiese espressa nel documento “Per un futuro in solidarietà e giustizia” richiama ad una “nuova conversione alla diaconia ” (n.250), poiché la verità e la forza di convinzione della fede sono essenzialmente connesse ad una pratica della fede, che è tanto intensamente vissuta, sempre disposta a servire e pronta alla conversione, che si esprime nell’agire pastorale. Alla chiesa non è permesso chiudersi in se stessa e nella sua tradizione. La fede vivente si manifesta nella dedizione al prossimo e nel prender parte alle necessità e alle speranze del tempo. Per la pratica pastorale ciò  significa che:

      • La premura nel convincere altri di quanto siano giusti determinati contenuti di fede, deve essere completata per mezzo di un operare davvero liberatorio, umanitario e profetico, che aiuti a costruire, in solidarietà con tutti gli uomini, specialmente i poveri, una “civiltà dell’amore”.
      • Partendo dai contenuti nell’annuncio del regno di Dio, l’atteggiamento della chiesa non deve rimanere generico e facoltativo dinnanzi alle ingiuste strutture sociali e ai pericoli per la creazione, ma deve altresì manifestare e difendere le sue richieste con decisione e spirito di parte, nel segno di Gesù.
      • L’ascolto sempre nuovo del Vangelo e il bisogno degli uomini deve contribuire alla costituzione di una chiesa “mistica” ed al contempo “politica”, che contribuisca a plasmare la vita sociale a partire dalla viva spiritualità e che ponga con decisione i suoi diversi carismi al servizio del mondo.

(182) Molto più di quanto fatto fin d’ora, la molteplice minaccia della vita dell’intero creato deve venir intesa come sfida pastorale. Il criterio per stabilire le priorità della pastorale deve essere la domanda riguardante la sua capacità di trasmettere davvero, grazie alle sue iniziative, speranza e futuro. Nell’impegno per uno sviluppo sostenibile il carattere essenziale della fede può rivelarsi come risposta a degli interrogativi esistenziali del nostro tempo. Ciò rappresenta anche una chance importante per affrontare efficacemente il crescente distanziarsi di molti uomini dalla fede e dalla chiesa.

(183) Di fronte alle sfide ecologiche si deve dimostrare di nuovo che la chiesa crede, di fatto, al Dio di Gesù Cristo, che “non (è) venuto, per farsi servire, bensì per servire egli stesso e per dare la sua vita come riscatto per molti”. (Mc 10,45). Riconoscere questo dio, tra i pericoli che minacciano uomo e ambiente, come “amico della vita”, che ha cura di tutto, “perché tutto gli appartiene” (Sap.11,26), stimola la chiesa inevitabilmente verso un impegno ambientale più deciso. Il credo della chiesa non è più degno di fede se la chiesa non si preoccupa in modo più intenso che anche le generazioni future trovino dei fondamenti di vita ancora degni di un uomo. La strada verso una chiesa servitrice, impegnata con cura per il futuro di questo mondo, è una sequela caratterizzata dai molteplici conflitti e da sempre nuove sfide.

Ambiti di competenza ecologici della teologia pastorale

(184) Sull’impegno per uno sviluppo sostenibile, la chiesa può conoscere nuove pagine del Vangelo. Al contempo però il Vangelo può trovare nella società contemporanea, per quanto concerne l’impegno sociale e ambientale della chiesa, un “luogo” socio-culturale, così che avvenga un vera inculturazione nella cultura della Lieta Novella. La “drammatica rottura” (cf. EN 20) tra i valori del Vangelo (amore, giustizia, carità, vita in pienezza) e i comportamenti predominanti nella società, spesso caratterizzata da mancanza di scrupoli, ciechi interessi e violenza, richiede un nuovo inserimento nella cultura del Vangelo.

Se Dio, come viene detto nella professione di fede della chiesa, è davvero il creatore e il signore del mondo, che ha chiamato l’uomo ad essere il protettore e l’amministratore responsabile della sua creazione, le chiese non possono accettare passivamente l’ingiustizia e lo sfruttamento del creato a causa dell’avidità umana. Esse sono anzi, per via della loro fede nel Dio biblico, condannate alla contraddizione, se gli interessi economici e consumistici vengono esasperati senza freno e se si trasformano in idoli. È un vasto compito per la pastorale indicare ed attivare in questo ambito nuove prospettive.

(185) Papa Giovanni Paolo II riassume così questa conseguenza della fede cristiana: “L’impegno del credente per un ambiente sano è immediatamente corrispondente alla sua fede in Dio, il creatore, partendo dal presupposto della valutazione delle conseguenze del peccato originale e dei peccati personali, come anche della certezza di venir redenti da Cristo. La considerazione della vita e della dignità della persona umana contiene in sé anche la considerazione e la preoccupazione per la creazione, che è chiamata a glorificare Dio insieme all’uomo (cf. Sal. 118 e 96)” (Annuncio nella giornata della pace mondiale 1990).

(186) Per la veridicità di una pastorale orientata in questo modo all’ecologia, sarà decisivo soprattutto il fatto che la chiesa stessa, che le parrocchie, gli ordini, le comunità, i gruppi e le associazioni ecclesiastiche pratichino e attivino un comportamento che si prenda cura dell’ambiente e che sia “capace di futuro”. Ciò ha inizio con semplici provvedimenti per evitare la produzione di rifiuti e per risparmiare energia e giunge fino a piani completi per un bilanciamento ecologico e per l’organizzazione di progetti e di iniziative.

Ma anche la testimonianza profetica all’insegna dell’impegno pubblico per mezzo di appelli, prese di posizione politiche e azioni di solidarietà non possono mancare. È importante sapere definire i conflitti che ne derivano in modo aperto, deciso e insieme disposto alla conciliazione. L’operare per il futuro della creazione è un compito di tutti i cristiani, specialmente di quelli che riportano qualche responsabilità nell’ambito della vita pubblica, della politica, dell’amministrazione e cultura oppure dei media.

(187) Singolarmente si possono menzionare i seguenti elementi e “frutti” dell’agire pastorale per il futuro della creazione:

  • Apporta un fondamentale contributo ad una manifestazione della chiesa che sia al passo con i tempi, allo sviluppo concreto di una nuova forma sociale ecclesiastica, in quanto indica la chiesa come obiettivamente competente ed impegnata nelle questioni del tempo e testimonia dunque in modo credibile nel mondo la preoccupazione salvifica di Dio.
  • Rende possibile la trasformazione di parrocchie e comunità ecclesiali in luoghi per un apprendimento che abbracci tutte le generazioni, luoghi nei quali la saggezza dei vecchi e la forza della gioventù operino insieme per affrontare insieme le grandi sfide del futuro, come la giustizia mondiale, la convivenza pacifica dei popoli e la preservazione della creazione. In questo modo la chiesa si presenta credibilmente come una comunità vitale per lo studio di uno sviluppo sostenibile.
  • Rende possibile far sorgere degli spazi interni alla chiesa per una cultura della vita alternativa, nei quali vengono apprese e praticate, anziché il consumo sfrenato, delle forme di vita moderate e tollerabili a lungo termine dall’ambiente. La chiesa diviene in tal modo, per così dire una “officina del futuro” per la sperimentazione di nuovi modelli sociali portanti – per esempio “vivere bene anziché avere molto”.
  • Contribuisce alla costituzione di una spiritualità della creazione, che dà ai credenti la forza interiore per la conversione verso una forma di vita capace di futuro, e dà il coraggio per scendere in campo, impegnati ed instancabili, nonostante tutti gli impedimenti, ma sempre sereni e senza violenza per la preservazione della creazione.

(188) Una simile pastorale è un contributo essenziale alla costruzione di un possibile futuro per questo mondo. Essa concretizza la solidarietà della chiesa con i poveri e gli oppressi, promossa dal Concilio Vaticano Secondo. Nella trasposizione pratica essa si può orientare secondo i criteri decisionali che caratterizzano il cammino verso uno sviluppo sostenibile (cf. in proposito capitolo II.3.3). Punti di partenza e sfere di competenza essenziali per la realizzazione convincente di una simile pastorale orientata alla creazione sono, dunque, i seguenti:

  • La pastorale per il futuro della creazione vuole rendere consapevoli circa il necessario contributo di tutti alla protezione della natura e dell’ambiente e vuole contribuire a forgiare degli stili di vita che diano un futuro (etica per una forma di vita tollerabile dall’ambiente).
  • La pastorale per il futuro della creazione prende posizione in favore dei poveri e delle persone svantaggiate. Si impegna nella solidarietà mondiale, sia per mezzo di aiuti individuali, sia tramite il sostegno politico in questo senso, per assicurarsi che anche queste fasce della popolazione possano ricevere vantaggio dai beni del creato. Essa si impegna a favore di forme di vita ed economiche nelle quali i beni della creazione vengano usati in modo che tutti gli uomini possano vivere dignitosamente anche in futuro (Opzione prioritaria per i poveri e universalizzabilità come criterio portante di uno stile di vita tollerabile dall’ambiente.
  • La pastorale per il futuro della creazione diviene competente in materia d’ecologia attraverso il dialogo con le discipline scientifiche pertinenti e cerca la collaborazione con raggruppamenti sociali impegnati sul piano ambientale (comunicazione sociale e apprendimento comune).
  • La pastorale per il futuro della creazione prevede un lavoro di chiarificazione e di formazione di stampo profetico-critico, che porti i fondamenti dell’impegno ecologico ad essere discussi in modo differenziato. Poiché l’obbiettivo e necessario consolidamento non può essere effettuato solo nell’ambito della normale pastorale della comunità parrocchiale, il contatto costante con le istituzioni culturali ecclesiastiche ed extra-ecclesiali si rivela dunque importante (Formazione ad uno sviluppo sostenibile come parte costitutiva della pastorale).
  • La pastorale per il futuro della creazione motiva la modifica di comportamenti dannosi per l’ambiente proseguendo essa stessa in modo esemplare. La pratica ecologica nelle comunità può e deve riflettersi sulla costituzione dello spazio pubblico, per influenzare così gli stili di vita nella società (funzione di precursore).
  • La pastorale per il futuro della creazione parteggia per uno sviluppo sostenibile della società. In funzione di questo scopo prende in considerazione eventualmente anche delle contrapposizioni interne alla chiesa, così come i conflitti sociali (funzione politica di difensore).

(189) Per legare l’impegno per uno sviluppo sostenibile alla teologia pastorale, e dunque, al compito salvifico della chiesa è decisiva una viva spiritualità. Quest’ultima si rivela essenziale nel rilevare l’importanza della fede per i rapporti di vita del singolo e della società. Essa fa emergere sempre nuova forza dalla festa della domenica in quanto festa della creazione come opera di Dio (Dies domini, No. 8-30). La pastorale condotta da una simile spiritualità ha il compito e la possibilità di compenetrare le questioni ecologiche fino al loro significato esistenziale per la fede e, facendo questo, di dimostrare l’attualità della fede nel nostro tempo. Se ciò riesce, la fede acquisisce nuova vitalità e può conferire all’impegno in favore dell’ecologia una forza vigorosa e conciliatrice.

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