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L'economia  
(F.Pajer-RELIGIONE-SEI)

Ci sono diritti e doveri inerenti anzitutto al fatto di essere al mondo, e di esservi con una propria identità (etica del vivere); altri diritti e doveri nascono dai molteplici rapporti di convivenza e di reciprocità con i nostri simili (etica del vivere-con), e altri infine dalla necessità di realizzarci come persone in una società organizzata (etica del vivere-per).

Il vivere e l'agire dell'uomo risultano dall'intersecarsi di tre componenti distinte ma indissociabili tra loro:
- anzitutto, per vivere ci vuole una base materiale, che è costituita dalla disponibilità di risorse e di mezzi per lavorare. produrre, conservare, consumare, commerciare, svilupparsi: è la componente economica,
- vivere è di fatto sempre un con-vivere, in un gioco interminabile di rapporti che intercorrono non solo tra persona e persona nel privato, ma tra persona e comunità, tra comunità locali e società nazionale, rapporti solitamente mediati da norme, istituzioni o strutture pubbliche (la società non è solo la somma di tanti individui): è la componente sociale:
- ma la società ha bisogno di una macchina per funzionare :deve darsi un sistema di governo, scegliere i propri rappresentanti, darsi delle leggi, organizzare l'economia, la giustizia, l'istruzione, l'informazione. In una parola, ha bisogno di uno Stato che eserciti legittimamente il potere, al fine di soddisfare i diritti delle persone e garantire il bene comune della popolazione: è la componente politica.

Ora, di fronte a queste tre dimensioni immancabili della vita, l'uomo non può far a meno di scegliere: sceglie come rapportarsi con i beni economíci come trattare ed essere trattato nella società, come partecipare alla gestione del potere politico. C'è già in queste scelte pratiche (riguardanti il come fare) un chiaro coinvolgimento della coscienza morale.
Ma prima di chiedersi «Come fare?», bisognerebbe saper rispondere ad altre domande ancor più fondamentali su ciascuno di questi tre ambiti . Sono domande (Perché? Che cosa? Per chi?) che rimettono in questione tutto un modo di guardare la vita, l'economia, la politica. E' a partire da domande come queste che non solo la Chiesa  ma anche la società civile, uomini di scienza e responsabili politici, cercano di dare nuovi impulsi per  fondare un'etica della solidarietà.
(F.Pajer-RELIGIONE-SEI)
Il contenuto del termine "economia". Nel discorso corrente, esso può indicare tre realtà:

- è una scienza: «è lo studio dell'attività umana volta a procurarsi i mezzi necessari per soddisfare i bisogni sentiti dagli individui. In concreto, la scienza economica studia le attività della produzione, dello scambio e del consumo della ricchezza»';

- è un certo modo di vedere la vita: indica le diverse concezioni e valutazioni che le persone manifestano in fatto di povertà, ricchezza, lavoro, salario, proprietà di beni, consumi, ínvestimenti, ecc.; è la gerarchia di valori in base alla quale si operano le scelte economiche quotidiane (uso e consumo di determinati beni, standard di vita); sono anche i criteri in base ai quali si fanno i progetti per l'avvenire (per es.: scelta degli studi e della professíone; priorità negli investimenti di capitali, ecc.);

- è infine un modo concreto di vivere: è l'uso quotidiano dei beni di consumo e del denaro; indica quindi le scelte pratiche e i comportamenti immediati rispetto alle realtà economiche.

L'economia interpellata dall'etica

Ora, tutti e tre questi livelli dell`economico" possono essere esposti a valutazioni che non sono di tipo economico: di fatto, sono attraversati e messi in discussione da interrogativi di tipo etico.
Così, in quanto scienza, l'economia è indubbiamente autonoma nel suo campo specifico, ed è legittimo che continui a ricercare nuove tecniche e nuovi modelli di sviluppo.

Eppure sono gli stessi economisti che da qualche anno cominciano a chiedersi:
- fin dove può arrivare la crescita economica?
- E giusto cullare il sogno di una crescita senza limiti? -Quali costi può comportare per le attuali e le future generazioni una crescita economica sempre più spinta?
- E' ragionevole che l`"avere" sia l'ídolo cui si deve sacrificare tutto il resto?
Insomma, lo sviluppo è davvero un valore assoluto e indiscutibíle da perseguire "ad ogni costo"?

Persino la scienza economica (quella più attenta alle conseguenze di lungo termine, non certo il cieco economicismo) intuisce oggi che il fondamento dell'economia è extraeconomico. Intuisce infatti che il vero problema dell'uomo - ora che è uscito dall'economia di sussistenza, che ha attraversato l'era industriale ed è entrato in quella postindustriale, dove vive in un regime di abbondanza e di beni superflui - non consiste più nel come procacciarsi i mezzi necessari per sopravvivere, ma nel sapere perché vivere nell'abbondanza e percbé lavorare tanto se è solo per aumentare ancor più tale abbondanza. Non si tratta di moltiplicare a dismisura i mezzi per vivere; quello che oggi sembra mancare a molti sono i fini per cui vivere. 

Da economico, il problema si è fatto etico.

Ma, oltre gli economisti e gli esperti di politiche economicbe, che possono rimettere in questione il sistema globale, anche l'uomo della strada arriva facilmente a rimettere in questione il proprio stile di vita consumístíco, perché si sente talvolta a disagio e nauseato in questa rincorsa al benessere, che diventa un traguardo irraggiungíbile e fine a se stesso. Certo, tutti inseguono una qualche felicità nell`avere sempre di più", eppure tutti finiscono per riconoscersi infelici.
Anche qui, il problema vero non è di natura economica, bensì etica.

Non c'è vero sviluppo  senza etica
di Mario Draghi
Governatore della Banca d'Italia 

(©L'Osservatore Romano 9 luglio 2009)

La crisi che ha colpito l'economia mondiale è, per la prima volta, globale; quella del passato che le assomiglia di più - la grande depressione degli anni trenta, anch'essa originata negli Stati Uniti - interessò aree meno vaste del mondo e si propagò più lentamente anche se colpì le strutture produttive più in profondità. La globalità, l'interdipendenza, la questione sociale "che si fa globale" sono al centro dellaCaritas in veritate, così come lo erano state oltre quaranta anni fa nella Populorum progressio di Paolo VI, che costituisce il punto di riferimento di questa enciclica di Benedetto XVI:  la Chiesa promuove lo sviluppo integrale dell'uomo; se non è di tutto l'uomo, di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo. 


La crisi attuale conferma la necessità di un rapporto fra etica ed economia, mostra la fragilità di un modello prono a eccessi che ne hanno determinato il fallimento. Un modello in cui gli operatori considerano lecita ogni mossa, in cui si crede ciecamente nella capacità del mercato di autoregolamentarsi, in cui divengono comuni gravi malversazioni, in cui i regolatori dei mercati sono deboli o prede dei regolati, in cui i compensi degli alti dirigenti d'impresa sono ai più eticamente intollerabili, non può essere un modello per la crescita del mondo. 
L'enciclica ritorna sul tema antico del rapporto fra etica ed economia, rimasto saldo da Aristotele - per il quale l'economia si collegava naturalmente allo studio dell'etica - ad Adam Smith, che riteneva indispensabile, per sprigionare le virtù del mercato, un "codice di moralità mercantile" basato sulla onestà, sulla fiducia e sulla empatia. L'enucleazione esplicita dell'economia come disciplina autonoma è relativamente recente, della seconda metà del xix secolo. Essa comportò la rescissione del legame con le scienze morali, ritenuta necessaria dagli "economisti puri" se si voleva far nascere una scienza volta a determinare i principi del comportamento dell'homo oeconomicus, basati sull'assunto di razionalità e di massimizzazione del benessere individuale. 


Negli ultimi decenni l'espulsione dell'etica dal campo d'indagine della scienza economica è stata messa in discussione, perché ha generato un modello incapace di dar conto compiutamente degli atti umani in ambito economico e di spiegare l'esistenza delle istituzioni rilevanti per il mercato solo come risultato della mera interazione di agenti razionali ed egoisti. È una critica avanzata fra gli altri da Amartya Sen, che analizza gli effetti delle considerazioni di natura etica sui comportamenti economici, e da Akerlof, che sottolinea l'importanza delle valutazioni di equità nella determinazione dei salari. Si tratta di un filone della teoria economica privo del nitore logico-formale di quello neoclassico, ma pronto a cogliere aspetti altrimenti trascurati dell'agire individuale e dei riflessi sullo sviluppo macroeconomico. È chiaro che in futuro gli economisti che vogliano spiegare il funzionamento dei sistemi economici dovranno integrare queste e altre critiche simili in un paradigma più complesso ma ben più completo di quello che ha dominato il pensiero dell'ultimo secolo. 


Secondo la dottrina sociale della Chiesa, se l'autonomia della disciplina economica implica l'indifferenza all'etica, si spinge l'uomo ad abusare dello strumento economico; se non è più mezzo per il raggiungimento del fine ultimo - il bene comune - il profitto rischia di generare povertà. Lo sviluppo non è di per sé garantito da forze impersonali e automatiche (il mercato può tutto), ma necessita di persone che lo sospingano vivendo nelle loro coscienze il richiamo del bene comune. Ogni decisione economica ha conseguenze di carattere morale. Ciò è ancor più vero nell'epoca della globalizzazione, che indebolisce l'azione nazionale di governo dell'economia e insidia così l'utilità della distinzione scolastica fra produzione della ricchezza e sua redistribuzione operata dalla sfera pubblica per motivi di giustizia. È possibile "internalizzare" la dimensione etica già nella fase della produzione, come mostra l'ampio spettro di attività economiche che sfuggono a una meccanica classificazione in profit e non profit eche si pongono anche obiettivi di natura etica e di utilità sociale. 


Il Papa individua nel principio di sussidiarietà - delineato nel 1931 da Pio XI nella Quadragesimo anno - uno strumento importante per rispondere in prospettiva alla crisi attuale. La proposta è di affidare il governo della globalizzazione a una autorità policentrica (poliarchica) costituita da più livelli e da piani diversi e coordinati fra loro, non fondata esclusivamente sui poteri pubblici ma anche su elementi della società civile (i corpi intermedi fra Stato e mercato, nell'originaria impostazione di Pio XI). 

L'attualità di questa proposta risiede soprattutto nella indicazione di una autorità di governo posta sopra una realtà economica complessa che non si lascia più ridurre a poche, per quanto violente, contrapposizioni di interessi; che abbia quindi una natura "multilivello", che faccia cioè ampio uso del principio di sussidiarietà nel senso oggi familiare agli economisti, secondo il quale la potestà decisionale va attribuita al livello su cui principalmente si riflettono gli effetti delle decisioni prese. 
In questo contesto il Papa richiama la necessità di un'autorità politica mondiale, evocata già da Giovanni XXIII, come pure, in termini diversi, da Kant più di due secoli fa. È una indicazione coerente con la consapevolezza che con la globalizzazione le esternalità si moltiplicano a un ritmo impensabile solo pochi decenni fa - si pensi al caso paradigmatico del clima - e impongono in prospettiva un orizzonte planetario di governo. 


Su un piano più immediato, l'interdipendenza mondiale esige urgentemente una riforma dell'architettura finanziaria internazionale, finalizzata a un miglior funzionamento dei mercati. In questo senso vanno le proposte volte a garantire una maggiore trasparenza dei bilanci delle società, a indurre gli operatori a una maggiore sobrietà nell'accumulazione del debito, a una maggiore consapevolezza dei rischi insiti nel perseguimento del profitto e più generalmente dell'accettabilità sociale di certi comportamenti. Ma al tempo stesso questi sono obiettivi indissolubilmente connessi con il profilo etico, perché volti in ultima analisi alla protezione dei più deboli. 


Uno sviluppo di lungo periodo non è  possibile  senza  l'etica. Questa  è una implicazione fondamentale, per l'economista, dell'"amore nella verità" (caritas in veritate) di cui scrive il Papa nella sua enciclica. Per riprendere la via dello sviluppo occorre creare le condizioni affinché le aspettative generali, quelle che Keynes chiamava di lungo periodo, tornino favorevoli. È necessario ricostituire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie. A lungo andare questa fiducia non può essere disgiunta da una istanza morale, dalla speranza profonda, secondo le parole di Giovanni Paolo II nella bolla d'indizione (1998) per il giubileo, di "creare un modello di economia a servizio di ogni persona".

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