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Lavoro e dignità umana
(F.Pajer-RELIGIONE-SEI)

Lavoro, beni economici, giustizia nella storia.

Oggi, nella cultura personalista occidentale, si dà per scontata, almeno in teoria, la centralità dell'uomo rispetto alla natura, alla storia, alle strutture sociali e alla stessa organizzazione del lavoro.

-L'uomo si considera, ed esige di essere considerato, soggetto (cioè un fine) e non oggetto (cioè un mezzo). 

Questo riconoscimento della dignità umana è un traguardo che ha dietro di sé una lunga storia di lotte.

  Nelle cosmologie prebibliche dell'Oriente antico gli dèi non creano l'uomo per un gesto gratuito o per magnanima generosità, ma per liberarsi dai lavori pesanti della irrigazione e coltivazione della terra e della lavorazione dei metalli.  In quelle culture classiste e gerarchiche, gli dèi (secondo il mito, ma, di fatto, i sovrani assoluti del tempo) hanno bisogno di schiavi che si carichino del compito sgradito e faticoso del lavoro agricolo e minerario.

Questo è il senso che traspare dai miti cosmogonici dell' Enuma elis, poema babilonese della creazione, e di Atrahasis, eroe mitico delle origini babilonesi. 
Anche l'espressione orientale antica "portare il cesto degli dèi" significava riconoscere la posizione dell'uomo come servile, strumentale, subalterna, rispetto alla divinità. Il lavoro, almeno quello manuale, nella cultura di quei popoli, era già caricato di un senso di umiliazione e maledizione.

Se poi passiamo nel mondo greco e romano, la visione del lavoro (quella trasmessaci da filosofi e letterati) non cambia di mo il lavoro manuale - non a caso chiamato "servile" - degrada l'uomo libero, perché instaura, attraverso l'utile che se ne ricava un rapporto di dipendenza/servitù fra il prestatore d'opera committente, oppure fra l'artigiano e il compratore.  Inoltre,agli occhi degli intellettuali esercitare un mestiere impedisce di partecipare personalmente alla vita politica, la più nobile attività tutte.  In realtà poi, la gente semplice e incolta poteva avere del lavoro un'idea meno traumatica e pessimista, come viene documentato anche da una quantità di epigrafi tombali.

Lavoro e dignità umana nella tradizione biblica

Dai primi capitoli di Genesi (1-3), è subito chiaro che l'uomo non viene creato per essere asservito al lavoro, ma per partecipare alla creazione di Dio, presentato lui stesso come primo lavoratore (vasaio), sia che abbia messo mano direttamente alla sua opera (secondo la tradizione jahvista), sia che abbia ordinato il cosmo medi la sua parola (secondo la tradizione sacerdotale).

Dall'insieme dell'Antico Testamento si ricavano questi specifici messaggi:

a) il Dio degli ebrei lavora (non è un dio ozioso come gli dèi della Mesopotamia), ma la sua non è mai fatica. E così il suo riposo al settimo giorno non è un dolce farniente, non segna solo il termine del lavoro, ma ne indica il senso e la compiutezza;

b) l'uomo, fatto a immagine di Dio, trova la sua dignità e compiutezza nel prolungare la creazione iniziata da Dio, che vede la sua opera bella, buona, perfetta;

c) una volta però che l'ordine cosmico è stato sconvolto dal peccato, l'uomo deve guadagnarsi il pane col sudore della fronte (Gn 3, 19). In sé il lavoro non è maledizione: è stata la rottura del rapporto personale con Dio che ha comportato la degenerazione del lavoro a fatica alienante;

d) i profeti denunciano l'ingiustizia e l'opulenza, si scagliano contro una religiosità priva di giustizia sociale. A nulla valgono i digiuni rituali se non si spartisce il pane con l'affamato e la veste con l'ignudo (Is 58, 3-11). Non è degno dell'uomo un lavoro che calpesta i valori della giustizia (Ger 22, 13-17), che sfrutta i poveri per arricchire i ricchi (Amos), che diventa culto del denaro (Michea);

e) nei libri sapienziali (in particolare Proverbi, Siracide e Qoèlet), il lavoro è un atto di saggezza, di buon senso, che produce benessere ma non necessariamente la felicità;

f) tra le norme di tipo economico-sociale introdotte nel costume etico del popolo, troviamo: - la proibizione del prestito a interesse (Dt 23, 20-21); - la tutela del salario giornaliero (Dt 24, 14-15);- l'istituzione dell`anno, santo" (ogni sette anni l'anno sabbatico, e ogni cinquanta l'anno giubilare: il primo per far riposare la terra e rimettere i debiti, il secondo per il ritorno delle persone al proprio clan originario, il ritorno degli schiavi alla libertà, il ritorno della terra al proprietario originario).

I beni economici nel giudizio di Gesù

Come per l'Antico Testamento, per valutare il messaggio etico dei Vangeli occorre tener presente la struttura economico-sociale della Palestina del tempo.Dalla lettura dei Vangeli si ricavano alcuni dati:

 -  essi presentano Gesù come figlio di un falegname(carpentiere più probabilmente) e falegname  Egli stesso (Mc 6, 3), senza tuttavia insistere sul significato di tale lavoro;

 - la vita di Gesù si svolge generalmente a contatto con gente vi povera, senza potere, senza cultura: a loro annuncia il vangelo, tra di loro opera guarigioni, dalle loro fila sceglie i suoi apostoli e discepoli;

 - il suo messaggio si può condensare nell'antitesi: « Guai a voi, ricchi» (Lc 6, 24) e « Beati voi, poveri » (Lc 6, 20).

I beni economici in sé sono buoni, ma la ricchezza accumulata a spese dei poveri diventa perversa.

D'altra parte, la povertà come indigenza del necessario per vivere non è mai elogiata da Gesù: Gesù elogia il distacco volontario dai beni, ma non per un malinteso pauperismo masochistico, ma per distribuirli a favore dei poveri (Lc 21, 1-4; Mt 6, 2-4).

E se un giorno caccia violentemente i mercanti dal Tempio, non è perché è contrario al commercio in sé, ma perché vuol denunciare le ruberie perpetrate all'ombra del sacro e con la complicità delle autorità religiose, che avevano il monopolio del mercato nell'area del Tempio;  dai comportamenti di Gesù come dai suoi discorsi traspare una posizione chiara, senza mezzi termini, sul senso dei beni economici: Il vangelo non è esente da una certa virulenza nei confronti dei ricchi, che fanno dell'accumulo dei beni la ragione di vita, la religione che impedisce loro di accogliere il regno di Dio. Ed è proprio in base alla solidarietà con i poveri che il Giudizio ultimo ristabilirà l'ordine dei valori e degli uomini. Sono i poveri di Israele gli autentici destinatari della promessa di Dio.

La comunità cristiana e la sua etica economica

Nell'atteggiamento cristiano verso gli averi e il lavoro non c'è nulla che richiami la concezione negativa greco-romana del tempo. La vita delle prime comunità manifesta qualcosa di estremamente semplice, eppure è già una rivoluzione sociale in atto:

- dagli Atti degli apostoli emergono due aspirazioni: l'idea di una comunione di beni tra i membri della comunità, che prevale sull'idea di una proprietà privata dei singoli; la vendita dei beni da parte dei proprietari in favore dei poveri, perché nessuno sia nel bisogno. Non è tuttavia certo che questi due ideali siano effettivamente diventati prassi diffusa e generalizzata;

- Paolo non vive a spese delle comunità di cui è pure fondatore, ma si guadagna il pane lavorando come fabbricante di tende, e scrive ai cristiani di S alonicco: « Chi non vuol lavorare, neppure mangi! » (2 Ts 3, 10);

-  la Didaché (raccolta di insegnamenti degli apostoli, I-II sec.) invita le comunità cristiane ad ospitare lo straniero, ma l'ospite deve esercitare un mestiere e guadagnarsi il pane, se vuol mangiare; e il testo precisa: «Se l'ospite si rifiuta, allora è un impostore: guardatevi da costui»;

- i Padri insistono più sulla conversione delle coscienze che non su quella delle strutture socioeconomiche e politiche del tempo. Il loro messaggio si può così sintetizzare: «Chi possiede beni economici deve considerarsi quale amministratore di beni che Dio gli ha affidato in gestione. Tali beni, per quanto legittimamente posseduti, per loro natura sono destinati a tutti gli uomini. Ogni caffitalizzazione che, in pratica, dimentichi la destinazione universale delle risorse, costituisce una colpa morale e un'offesa a Dio creatore. La carità rappresenta la via maestra per dare compimento al progetto evangelico di giustizia e avvicinarsi nuovamente allo stile comunitario della Chiesa primitiva»,

- sant'Agostino (354-430), in particolare, nel suo De opere monachorum, ribadisce e conferma per tutti i cristiani, compresi i monaci, l'obbligo di lavorare per sostentarsi, che non è inferiore all'obbligo della preghiera. E precisa che non c'è alcuna differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale (anche se la società ne continua a dare un apprezzamento divaricante), perché ciò che dà dignità al lavoro, a qualsiasi lavoro, è la libertà di spirito e l'intenzione'con cui lo si fa;

- nella Regola di san Benedetto (480-547) il lavoro è un ingrediente importante, al pari della preghiera, per la realizzazione personale del monaco. Una tradizione iconografica rappresenta il monaco con il libro e l'aratro. «Fu con l'aratro che riuscì a trasformare terre deserte e inselvatichite in campi fertilissimi e in graziosi giardini; e unendo la preghiera al lavoro materiale, secondo il suo famoso motto [Ora et laboral, nobilitò ed elevò la fatica umana» (Paolo VI, dichiarando san Benedetto patrono d'Europa, nel 1964).

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