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La crisi ( fine ? ) degli stati nazionali

La globalizzazione, che con le sue imprese può essere vista come una internazionalizzazione del capitale richiede, e a sua volta suscita, una crescente omologazione a livello mondiale della domanda di beni reali , una standardizzazione dei comportamenti antropologico-culturali , e una crisi dello stato nazionale e della sua sovranità.

Essa necessita di un'integrazione a livello mondiale delle attività e degli obiettivi di impresa che devono rispondere a richieste sempre più globali ma anche soddisfare eventuali esigenze particolari degli acquirenti : "think global, act local"( pensa in termini globali, agisci in termini locali), da cui il neologismo  glocal ) .

La globalizzazione implica la delocalizzazione del lavoro , per cui esso viene richiesto e trasportato da un luogo all'altro del pianeta a seconda della convenienza (dove costa meno la mano d'opera,quindi anche dove sono a buon mercato lavoratori donne o bambini) con conseguente richiesta di massima flessibilità nei contratti di lavoro .

La delocalizzazione non sarebbe attuabile senza la presenza di comunicazioni veloci (internet ) e reticolate, (intranet, LAN, etc). A tale proposito si può infatti notare come proprio le tecniche informatiche, che non solo fanno passare le informazioni ma determinano- rafforzano richieste, rendono a loro volta praticabile la delocalizzazione del lavoro virtuale, spostandolo velocemente da una zona all'altra del globo, sempre secondo il meccanismo della domanda- offerta e del prezzo.Imprese statunitensi hanno i loro centri contabili nelle Filippine e i loro Call Ceters in India.

La Globalizzazione determina il superamento degli stati europei centralizzati in quanto sono     
- troppo piccoli di fronte ai fenomeni economici  mondiali;
- troppo grandi per affrontare tempestivamente i problemi  locali.

Mutamento del ruolo dello stato
(di Dan Gallin )

Lo stato nazionale ha perso potere a diversi livelli:
- anzitutto, quale importante attore economico e, di conseguenza, datore di lavoro,
- e quale regolatore della società e meccanismo di ridistribuzione del prodotto sociale attraverso la   tassazione

Lo stato ha perso potere anche a causa delle privatizzazioni. Il numero delle privatizzazioni a livello mondiale è enorme. E aumentato di cinque volte fra il 1985 e il 1990 e sta rapidamente aumentando nella misura in cui economie anteriormente protette come quelle dell'India, della Cina, del Vietnam e di Cuba, e ovviamente dei paesi dell'ex blocco sovietico, si stanno aprendo agli investimenti delle multinazionali. Anche nel paesi industrializzati del gruppo OECD le privatizzazioni hanno spazzato via i patrimoni più rimunerativi, che erano stati finora in mano allo stato.

Le privatizzazioni non solo aumentano il raggio di azione e il potere delle multinazionali, ma privano anche lo stato del suo potere economico e indeboliscono perciò la sua capacità di influenzare la politica economica e, nel suo ruolo di datore di lavoro, la politica del lavoro.

I recenti accordi internazionali sul commercio, ad esempio nel quadro dell'Organizzazione mondiale del commercio o dell'Accordo multilaterale sull'investimento, al quale si lavora attualmente in seno a OECD, penalizzano i governi che cercano di esercitare un maggiore controllo sulle multinazionali. Tutto questo riduce l'ambito del controllo democratico sull' intera economia sociale e politica, trasferendo il potere da governi democratici responsabili - nel migliore dei casi - a multinazionali che si sentono responsabili solo nei confronti dei loro azionisti.

L'incapacità dello stato di controllare i flussi internazionali di capitale (o, quando il capitale entra in conflitto con lo stato, la fuga di capitali) ha ridotto la sua capacità di tassare il capitale e ha ridotto quindi, a volte in modo drastico, i suoi introiti fiscali che costituiscono la base dei servizi pubblici e dei programmi sociali, minando cosii ulteriormente il consenso sociale, che dipende dalla capacità dello stato di proteggere i deboli attraverso la ridistribuzione del prodotto sociale.

E, cosa ancor più grave, l'incapacità dello stato di controllare il capitale all'interno, dei propri confini nazionali mediante leggi o altri strumenti politici produce non solo un indebolimento dello stato in sé, ma una equivalente perdita di influenza di tutte le istituzioni che operano entro i confini dello stato nazionale: legislature nazionali, partiti politici, strutture dei sindacati nazionali, in breve tutti gli strumenti del controllo politico o realmente democratico.

Così tutti i partiti politici, indipendentemente dalle loro origini storiche, dalla loro base sociale, dalle loro intenzioni programmatiche o promesse elettoriali, trovano una crescente difficoltà ad elaborare chiari programmi politici alternativi e, ancor più, a realizzarli quando sono al governo.

In tal modo, i governi finiscono per fare tutti più o meno le stesse cose. Di conseguenza, i cittadini si sentono sfiduciati e assumono atteggiamenti cinici di fronte a istituzioni che non possonq più garantire il bene comune.

Così abbiamo, a che fare con una crisi della democrazia prodotta dalla crescente irrilevanza delle istituzioni democratiche che operano entro i confini dello stato nazionale.

Sottolineare questo aspetto, non significa dover abbandonare la battaglia politica all'interno dello stato nazionale e tanto meno la battaglia a livello regionale o municipale, con il pretesto che queste istituzioni hanno un potere limitato. Significa semplicemente che il cittadino non può più contare sull'aiuto dello stato, anche nel caso in cui a governare siano i suoi tradizionali alleati politici.

E quel che è peggio è che lo stato non ha del tutto abbandonato il suo ruolo economico e sociale, al contrario. Lo stato interviene ovunque, anche nel caso dei governi conservatori, solo che in questo caso favorisce sistematicamente il mondo degli affari e i forti sui deboli. Gli esempi si sprecano. Possiamo limitarci a ricordare le sovvenzioni agricole, il salvataggio di banche che falliscono, le garanzie assicurative per gli investimenti all'estero, l'infrastruttura fornita agli investitori esteri a spese dei contribuenti, le forniture militari e altre forniture pubbliche.

La "guerra delle banane" e le guerre delle compagnie aeree e aerospaziali sono guerre condotte dalle multinazionali servendosi dei buoni uffici dei governi. Le stesse forze che chiedono la privatizzazione dei patrimoni pubblici e lo smantellamento dei servizi sociali e pubblici chiedono a gran voce l'appoggio dello stato quando i loro interessi sono minacciati.

In nessun settore l'intervento dello stato è così apparente e maldestro come in quello del mercato mondiale del lavoro.

La principale conseguenza sociale della globalizzazione è stata l'emergenza del mercato mondiale del lavoro. Questo significa che, a causa della rapidità delle comunicazioni e della mobilità del capitale, i lavoratori di tutti i paesi, indipendentemente dal loro grado di sviluppo industriale o dal loro sistema sociale, sono in diretta competizione fra di loro, con un ventaglio di salari che vanno ,da uno a cinquanta o anche più .

Questo gioco al ribasso del costo del lavoro offerto a livello mon diale, insieme al gioco al rialzo delle agevolazioni offerte dagli stati agli investitori esteri (agevolazioni fiscali, infrastrutture gratuite e altri doni) ha prodotto un continuo deterioramento dei salari, delle condizioni di lavoro, delle norme relative allo stato sociale e un continuo aumento della disoccupazione con cessazioni di attività, trasferimenti della produzione, approvvigionamenti fatti altrove, ecc.

Le condizioni di lavoro che si ritrovano alla base di questa spirale rasentano la schiavitù: una mano d'opera senza difese e senza diritti, che lavora per un salario di poche decine dollari al mese o ancor meno.

In questo processo non esistono vincitori a lungo termine. I trasferimenti di produzione generano meno posti di lavoro di quanti ne distruggano e, del resto, gli apparenti beneficiari dei trasferimenti di produzione sono i perdenti di domani, quando la produzione verrà trasferita ancora più in basso. Ad esempio, l'intera catena della produzione dello zucchero ungherese è stata acquistata da due grandi multinazionali, le quali dopo un certo tempo l'hanno trasferita in Ucraina, dove i costi di produzione sono più bassi.

Sono cose che accadono ogni giorno e basta poco per avviare il processo. Basta che le multinazionali si trovino di fronte a una legislazione che considerano un ostacolo o a un costo del lavoro che giudicano eccessivo. Bastano anche solo qualche regola ambientale, qualche regola sociale e, in ultima analisi, la richiesta del rispetto di un qualsiasi diritto umano che comporti costi diretti o indiretti per gli investimenti delle multinazionali.

Il cosiddetto mercato del lavoro non è un "mercato" nel senso abituale del termine, regolato dalle leggi economiche della domanda e dell'offerta. E un mercato regolato da leggi politiche e da massicci interventi dello stato sotto forma di repressione poliziesca e militare.

Consideriamo brevemente il ruolo economico della repressione. Come mai i paesi à basso salario hanno imboccato questa strada? Nessuno sceglie di essere povero. Se la gente è povera, significa che è stata costretta alla povertà e che è mantenuta nella povertà con la violenza. A volte, ciò è avvenuto in conseguenza di diverse guerre perse.

I paesi più poveri (in termini di salari), che sono importanti attori nel campo dell'economía mondiale o sono società fortemente represse (Cina, Vietnam, Indonesia) o sono società che sono state vittime di gravi repressioni in un recente passato (Russia, Europa centrale e orientale, Brasile, America Centrale) e questa repressione operata in passato continua a determinare le condizioni del mercato del lavoro fino ai nostri giorni. Oppure sono delle democraturas, cioè nazioni nelle quali le forme democratiche sono presenti, ma ampiamente irrilevanti sul piano delle relazioni sociali. E questo il caso, ad esempio, dell'India o del Messico.

A questo dobbiamo aggiungere le zone di libero commercio. Ne esistono ufficialmente 700 e il loro numero è in crescita. Si tratta di zone che i governi riservano agli investitori esteri, zone nelle quali essi godono praticamente di privilegi extra -territoriali e dove spesso non vige la normale legislazione sociale, zone il cui accesso è controllato dalla polizia e rigidamente precluso ai sindacati. Sono zone in cui non vige il libero mercato e nelle quali il capitale internazionale non è soggetto a vincoli di sorta.

Sarebbe dunque legittimo domandarsi a cosa servono i governi! Che cosa significa competitività e competizione quando i termini della competizione sono in ultima analisi e in gran parte determinati dalla repressione poliziesca? Significa che i lavoratori a livello mondiale continueranno a offrirsi per salari sempre più bassi, finché arriveranno tutti al fondo della scala? Significa che i paesi continueranno a farsi concorrenza a colpi di salari sempre più bassi, smantellando rapidamente il loro stato sociale e le norme di sicurezza? E' proprio quello che succederà se non verrà fatto qualcosa al riguardo.

(Dan Gallin)

I Lavoratori costituiscono un mercato mondiale in competizione:quelli che accettano di lavorare a minor costo fanno spostare verso di loro capitali e aziende(migrazione del capitale).D'altro canto nelle aree piu' depresse aumentano le migrazioni verso le zone in cui c'è maggior distribuzione di ricchezza(migrazione di mano d'opera).Pur di attirare investimenti i governi locali abbassano gli standard di protezione dell'ambiente: aumenta nel mondo il permesso di inquinare.

Tutti i benefici della globalizzazione vanno al mercato, alle multinazionali, agli azionisti, ai piu' ricchi e tutti costi della globalizzazione vanno ai lavoratori, alle popolazioni, ai poveri. E' l'ingiustizia globale!

Crescita delle disuguaglianze

La nuova globalizzazione ha riflessi sulle imprese in quanto richiede massima attenzione:
- ai bisogni del cliente, consumatore, in quanto guida  la  produzione;
- al rapporto qualità / prezzo;
- alle attese degli investitori - risparmiatori;
- ai dipendenti che devono essere soprattutto missionari, poco mercenari, collaborativi;che   antepongano i doveri ai diritti;con buona professionalità, dotati di autonomia, flessibilità    mentale e   comportamentale, orientati al cliente e ai risultati aziendali;
- alla produzione di beni con sempre più breve ciclo di vita, che incorporino quote crescenti di   innovazione, scienza , tecnologia, seduzione edonistica.

Nella Globalizzazione la vera forza dominante non sono più gli eserciti ma il sapere.

Anche la forza di un esercito è in funzione della quantità e qualità di sapere che incorporano le tecnologie, le armi che detto esercito utilizza; perciò

- bassa istruzione significa:
    -offertadi prodotti a basso contenuto di innovazione
    -competizione sul costo del lavoro;

- poca cultura significa:
    -basso rapporto PIL(=Prodotto Interno Lordo)/procapite;
    -basso reddito da distribuire ;

- alto tasso di istruzione in materie scientifiche significa:
    -elevato export di prodotti ad elevata tecnologia;
    -competizione sul lavoro creativo, sul sapere, su prodotti  innovativi;

-  la conoscenza abbraccia più discipline, è  interdisciplinare;
-  la competitività si fonda sulla conoscenza più avanzata, sulla  ricerca;

-  cultura + ricerca significa:
     -lavoro qualificato;
     -occupazione.

Da un lato chi

-  ha sapere , cultura
-  ha mezzi da mettere sul mercato
-  ha un buon reddito
-  svolge lavori qualificati

Dall'altro chi

- ha scarsa cultura
- ha scarsi mezzi
- ha uno scarso reddito
- svolge lavori saltuari, dequalificati

La Globalizzazione richiede
- che i ceti produttivi dominanti siano sempre più forti per meglio competere e ottenere successi;
- accentua l'incertezza a livello sociale, politico, industriale, monetario, occupazionale;
- ha riflessi sulla gerarchia sociale in quanto polarizza la società.

K. OHMAE, La fine degli Stati nazionali, Baldini& Castoldi.

La globalizzazione " buona "

L'unificazione del mondo secondo l'ottica tendenziale di un mercato unico come è oggi evidente a tutti non elimina ( molti ritengono anzi che favorisca) le disparità fra le zone di esso o quelle nell'ambito delle singole realtà. Ciò succede perché i meccanismi dell'economia in un'ottica liberistica prescindono dal riequilibrio sociale e delle risorse. Basti pensare alla crisi attuale del welfarstate (=stato sociale) causata dall'internazionalizzazione dell'economia e dal neoliberismo che la caratterizza.

L'Undp (il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, che dal 1989 pubblica rapporti sullo sviluppo) ribatte nel rapporto numero 10, dedicato appunto alla globalizzazione, che la mondializzazione è molto di più di un processo economico: coinvolge anche la cultura, la tecnologia e dunque anche gli individui.

La globalizzazione mette in campo certo nuovi mercati (quelli dei cambi e dei capitali sono collegati globalmente e operano 24 ore su 24) e nuovi strumenti (telefoni cellulari, internet, network dei media), ma anche nuovi attori (l'organizzazione mondiale del commercio è dotata di autorità sui governi nazionali; le imprese multinazionali sono dotate di maggiore potere economico rispetto a molti stati; le stesse ONG ( organizzazioni non governative) hanno reti di comunicazione globale e di nuove regole (accordi multilaterali sul commercio, gli investimenti, i servizi sono assai vincolanti per gli stati e riducono la sfera d'azione della politica nazionale).

L'attuale globalizzazione, sostiene l'Undp, è guidata dall'espansione del mercato e si disinteressa delle ripercussioni del mercato sugli individui. E quando il mercato va troppo oltre nel sovrastare i risultati sociali e politici, le opportunità e le ricompense della globalizzazione si diffondono in maniera ineguale ed iniqua, concentrando il potere e la ricchezza nelle mani di un gruppo ben definito di individui, nazioni, imprese, tenendo al margine gli altri.

Secondo l'Undp, la sfida è non di fermare l'espansione dei mercati globali, ma di consolidare le istituzioni e le regole in modo da governare questo processo. In sostanza si suggerisce di far convivere concorrenza ma anche risorse umane, risorse di comunità, risorse ambientali. L'Undp vede una globalizzazione "buona" che contribuisce a diminuire le violazioni dei diritti umani, la disparità tra le nazioni, l'instabilità sociale, il degrado ambientale, la povertà.

Esistono dentro la globalizzazione e a causa della globalizzazione, zone forti e zone deboli. Ecco allora il messaggio etico del Papa ai governanti più potenti del mondo: 

«Coloro che amministrano il bene comune , i governanti, si adoperino affinchè nel mondo si stabiliscano, regnino, la giustizia, la solidarietà e la pace attraverso un atteggiamento nuovo nei confronti dei paesi poveri.»

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