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Teologia del comunicare

di Antonio Spadaro- 24 settembre 2012-www.cyberteologia.it

Questo testo che qui riporto è tratto dall’ultimo volume del cardinale Carlo Maria Martini, edito da Mondadori, che s’intitola «Colti da stupore. Incontri con Gesù» (pagine 188, euro 16,00). Presenta alcune riflessioni inedite sui Vangeli, incentrate sulla figura di Gesù: si tratta di una serie di omelie, mai pubblicate, che il cardinal Martini ha tenuto negli ultimi anni a Gallarate. Il volume, curato da Damiano Modena, raccoglie, seguendo il calendario liturgico, quegli interventi che compongono così un racconto della vita di Cristo, offrendo un messaggio non solo filosofico e teologico ma centrato sui valori più profondi e sugli atteggiamenti “più umani” della vita. 

Solitamente si dà della comunicazione una definizione empirica: comunicare è «dire qualcosa a qualcuno». Dove quel «qualcosa» si può allargare a livello planetario, attraverso il grande mondo della rete che è andato ad aggiungersi ai mezzi di comunicazione classici. Anche quel «qualcuno» ha subìto una crescita sul piano globale, al punto che gli uditori o i fruitori del messaggio in tempo reale non si possono nemmeno più calcolare. Questa concezione empirica, alla luce dell’odierno allargamento di prospettive, dove sempre più si comunica senza vedere il volto dell’altro, ha fatto emergere con chiarezza il problema maggiore della comunicazione, ossia il suo avvenire spesso solo esteriormente, mantenendosi sul piano delle nude informazioni, senza che colui che comunica e colui che riceve la comunicazione vi siano implicati più di tanto.

Per questo vorrei tentare di dare della comunicazione una descrizione «teologica», che parta cioè dal comunicarsi di Dio agli uomini, e lo vorrei fare enunciando qui alcune riflessioni che potrebbero servire per una nuova descrizione del fenomeno.

Nel sepolcro di Gesù, la notte di Pasqua, si compie il gesto di comunicazione più radicale di tutta la storia dell’umanità. Lo Spirito Santo, vivificando Gesù risorto, comunica al suo corpo la potenza stessa di Dio. Comunicandosi a Gesù, lo Spirito si comunica all’umanità intera e apre la via a ogni comunicazione autentica. Autentica perché comporta il dono di sé, superando così l’ambiguità della comunicazione umana in cui non si sa mai fino a che punto siano implicati soggetto e oggetto.

La comunicazione sarà dunque anzitutto quella che il Padre fa di sé a Gesù, poi quella che Dio fa a ogni uomo e donna, quindi quella che noi ci facciamo reciprocamente sul modello di questa comunicazione divina. Lo Spirito Santo, che riceviamo grazie alla morte e resurrezione di Gesù e che ci fa vivere a imitazione di Gesù stesso, presiede in noi allo spirito di comunicazione. Egli pone in noi caratteristiche, quali la dedizione e l’amore per l’altro, che ci richiamano quelle del Verbo incarnato. Di qui potremmo dedurre alcune conclusioni su ogni nostro rapporto comunicativo.

Primo. Ogni nostra comunicazione ha alla radice la grande comunicazione che Dio ha fatto al mondo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo, attraverso la vita, morte e resurrezione di Gesù e la vita di Gesù stesso nella Chiesa. Si capisce perciò come i Libri sacri, che in sostanza parlano di questa comunicazione, siano opere di grande valore per la storia del pensiero umano. È vero che anche i libri di altre religioni possono essere ricchi di contenuto, ma questo è dovuto al fatto che sottostà a essi il dato fondamentale di Dio che si dona all’uomo.

Secondo. Ogni comunicazione deve tenere presente come fondante la grande comunicazione di Dio, capace di dare il ritmo e la misura giusti a ogni gesto comunicativo. Ne consegue che un gesto sarà tanto più comunicativo quanto non solo comunicherà informazioni, ma metterà in rapporto le persone. Ecco perché la comunicazione di una verità astratta, anche nella catechesi, appare carente rispetto alla piena comunicazione che si radica nel dono di Dio all’uomo.

Terzo. Ogni menzogna è un rifiuto di questa comunicazione. Quando ci affidiamo con coraggio all’imitazione di Gesù, sappiamo di essere anche veri e autentici. Quando ci distacchiamo da questo spirito, diveniamo opachi e non comunicanti.

Quarto. Anche la comunicazione nelle famiglie e nei gruppi dipende da questo modello. Essa non è soltanto trasmissione di ordini o proposta di regolamenti ma suppone una dedizione, un cuore che si dona e che quindi è capace di muovere il cuore degli altri.

Quinto. Anche la comunicazione nella Chiesa obbedisce a queste leggi. Essa non trasmette solo ordini e precetti, proibizioni o divieti. È scambio dei cuori nella grazia dello Spirito Santo. Perciò le sue caratteristiche sono la mutua fiducia, la parresia, la comprensione dell’altro, la misericordia.

L'etica della comunicazione pubblica o dell'informazione 

Documento della Chiesa Cattolica : " Inter mirifica
in : www.vatican.va

Esiste  tutta una gamma di relazioni mediate, in cui le persone entrano in comunicazione attraverso dei mezzi, che sono appunto detti mezzi di comunicazione sociale, o più semplicemente media, come il giornale, la radio, la televisione.

L'etica dell'informazionedi massa assume un'importanza sempre più decisiva nell'ambito dei diritti della persona e dei gruppi sociali.Non solo perché - come osserva il documento vaticano Aetatis novae (1992), 2 - «ciò che gli uomini e le donne dei nostri tempi sanno e pensano della vita è in parte condizionato dal media», ma anzitutto perché l'informazione è un bene pubblico e come tale va gestita e diffusa con la dovuta responsabilità e correttezza.

Dove nasce il problema etico ?

Dal punto di vista etico, il problema non è quello di censurare i prodotti immorali o di sfruttare i media per diffondere prodotti edificanti. Sarebbe solo un atteggiamento pragmatico e autoritario, che guarda ai media con intenti moralistici e strumentali, e che solitamente ottiene effetti contrari a quelli voluti. D'altronde non basta nemmeno ripetere che i media sono di per sé moralmente neutri e che è l'uso che se ne fa che li può rendere buoni o cattivi. Prima ancora del loro uso strumentale c'è una "filosofia" di fondo, una certa idea d'uomo che soggiace a tutta la comunicazione sociale e che va interrogata criticamente.

I veri problemi etici nascono quando si pensa, per esempio, agli interessi perseguiti da chi ha la proprietà dei media, al trattamento (montaggio o manipolazione?) cui è soggetta la notizia che si vuol diffondere, agli effetti prodotti sul pubblico raggiunto, alle responsabilità di chi deve educare criticamente ai linguaggi dei media, ecc. 
In particolare alcuni interrogativi etici si fanno oggi più urgenti per la coscienza dei cittadini, degli educatori, dei credenti:
- Di fronte a una comunicazione verticale a senso unico, come viene rispettato il diritto delle persone a trasmettere messaggi oltre che a riceverli?
- Di fronte al fatto che "oggi esiste solo quello che passa alla tv", come evitare che cada nell'insignificanza o nella disistima generale tutta quell'immensa zona di realtà (persone, popoli, esperienza, idee, valori ... ) di cui i media non parlano?
- E ancora: quali conseguenze ha sulla coscienza della massa il fatto che i media impongono oggi un problema (solo perché è d'attualità) e domani lo fanno sparire (perché non è più d'attualità)?
- Di fronte ai modelli di comportamento veicolati dai media, come può la "famiglia media", la persona semplice, il minorenne, sottrarsi al livellamento conformistico della visione della vita, degli ideali, dei bisogni, dei comportamenti?
- Di fronte al monopolio dell'i nformazione da parte della cultura dominante, come garantire uguali diritti di parola alle minoranze etnico-linguistiche o religiose, agli immigrati, a gruppi sociali discriminati? 

Diritti della persona e sistema informativo

Nel campo delle relazioni sociali esistono precisi diritti della persona, ormai sanciti anche da costituzioni e legislazioni civili. Tra i principali:
- il diritto di informazione, che, sotto il profilo attivo, è inteso come diritto di informare o di esprimere e diffondere liberamente il proprio pensiero (cfr. Costituzione italiana, art. 21) e, sotto il profilo passivo, è inteso come diritto a ricevere le notizie che vengono diffuse dalle fonti d'informazione e in particolare a ricevereun'informazione pluralistica da una legittima pluralità di enti che fanno informazione;
-  il diritto alla verità o, in termini più realistici, il diritto alla completezza dell'informazione, che significa dare all'utente dei media «le informazioni necessarie su un fatto, permettendogli di distinguere nel contempo:
- quanto io (informatore) sono riuscito a raccogliere; - le mie fonti; - il mio punto di vista»';
- il diritto alla reputazione personale e istituzionale, il diritto cioè al rispetto della propria intimità e di quella della famiglia, al rispetto del buon nome o dell`immagine sociale" della comunità civile cui si appartiene, dell'ente produttivo in cui si lavora, della confessione religiosa di cui si è membri. Ne consegue il diritto alla rettifica e risarcimento dei danni morali in caso di notizie fa se, "riservate", tendenziose, infamanti diffuse intenzionalmente o per errore dai media.

 Responsabilità etica di fronte ai media

Nasce come ovvia contropartita a questi e simili diritti una serie di "regole di comportarnento" che chiamano in causa le specifiche responsabilità etiche dei promotori o gestori dei media, degli informatori, degli utenti. Per tutti si tratta di acquisire e praticare anzitutto una deontologia professionale che non ignori ma includa tra i suoi criteri orientativi la dimensione etica, pena la disumanizzazione stessa del comunicare mass-mediale. Per il pubblico fruitore si tratta di abilitarsi a decodificare criticamente i vari messaggi.
L'insegnamento stesso della Chiesa ha cessato da tempo di insistere sull'intervento censorio dell'autorità civile o religiosa, per puntare invece decisamente sulla formazione responsabile degli operatori e del pubblico, che ha il diritto-dovere di informarsi di attingere a diverse fonti e di ritenere ciò che valuta buono".

In estrema sintesi, secondo questi documenti:
-  incombe agli operatori o promotori dei mass media di lavorare con serietà professionale (che comporta conoscenza dei mezzi, capacità tecniche ma anche sensibilità umana), di garantire la verità dei fatti denunciandone le fonti e il contesto, di evitare giudizi di valore occulti esplicitando i criteri delle proprie scelte, di rispettare le minoranze soprattutto in regime di monopolio, di non elevare il criterio economico o i tassi di ascolto a unici parametri di valore del prodotto;
- compete ai ricettori di fruire dei media in modo critico e creativo non solo per sfuggire agli aspetti deleteri del condizionamento passivo, ma per interagire positivamente con la logica del medium e i suoi contenuti. 

Occorre perciò educarsi:
- alla comprensione del processo comunicativo;
- al metodo di lettura "storico-critico";
- al confronto dei messaggi recepiti da varie fonti;
- al "ritorno di comunicazione" (saper esprimere, quando occorra, reazioni costruttive, disapprovazioni, integrazioni verso la testata o l'emittente, per rompere la logica alienante della comunicazione a senso unico);

In particolare, per una maggior efficacia di quest'ultimo obiettivo è opportuno, se non necessario, associarsi civilmente, per contrastare almeno con la forza numerica la "violenza simbolica" del sistema informativo e pubblicitario;
- occorre adoperarsi, a livello locale, per attrezzare e migliorare la comunicazione sul territorio, in modo che i cittadini possano partecipare alla politica della comunità (e ciò per integrare i due modelli opposti di comunicazione oggi maggiormente attivati, ma insufficienti: la comunicazione primaria, a tu per tu, in piccolo gruppo, in comunità di base, e la comunicazione di massa, mass-mediale, impersonale);
- merita attenzione e fattiva collaborazione ogni progetto di difesa delle culture umane a rischio, appoggiando «il desiderio di numerosi popoli e gruppi umani di disporre di sistemi di comunicazione e di informazione più giusti e più equi, per garantirsi dalla dominazione o dalla manipolazione, sia da parte dello straniero che dai propri compatrioti. 

I Paesi in via di sviluppo hanno questo timore di fronte ai Paesi sviluppati, così come vivono la stessa preoccupazione le minoranze di certe nazioni sviluppate o in via di sviluppo » (Aetatis novae,16)

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