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PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
Istruzione Pastorale
« AETATIS NOVAE»

sulle Comunicazioni Sociali nel 20° Anniversario della Communio et Progressio
Città del Vaticano, Festa della Cattedra di San Pietro Apostolo.
22 febbraio 1992

UNA RIVOLUZIONE NELLA COMUNICAZIONE

1. All'approssimarsi di una nuova era, la comunicazione conosce una considerevole espansione che influenza profondamente le culture del mondo nel suo insieme. Le rivoluzioni tecnologiche rappresentano solo un aspetto di questo fenomeno. Non c'è luogo in cui l'impatto dei media non si faccia sentire sugli atteggiamenti religiosi e morali, sui sistemi politici e sociali, sull'educazione.

Nessuno ignora, per esempio, il ruolo della comunicazione, che le frontiere geografiche e politiche non hanno potuto arrestare, nei capovolgimenti che si sono verificati nel corso degli anni 1989 e 1990, e di cui il Papa ha sottolineato la portata storica. (1)

"Il primo areopago del tempo moderno è il mondo della comunicazione, che sta unificando l'umanità, rendendola - come si suol dire - " un villaggio globale ". I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. (2)

Più di un quarto di secolo dopo la promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II sulle comunicazioni sociali, Inter mirifica, e due decenni dopo l'Istruzione pastorale Communio et progressio, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali desidera riflettere sulle conseguenze pastorali di questa nuova situazione. Lo fa nello spirito della conclusione di Communio et progressio: "Il Popolo di Dio, avanzando nei tempi in cui si svolge la storia umana, ... già scorge con immensa fiducia e caldo amore le meraviglie che a piene mani gli promette la già iniziata epoca spaziale della comunicazione sociale ". (3)

Ritenendo che i principi e le idee di questi documenti conciliari e postconciliari abbiano valore durevole, desideriamo applicarli al contesto attuale. Non pretendiamo di pronunciare parole definitive su una situazione complessa, in movimento e in continua evoluzione ma soltanto offrire uno strumento di lavoro e degli incoraggiamenti a coloro, uomini e donne, che si trovano di fronte alle conseguenze pastorali di queste nuove realtà.

2. Durante gli anni successivi alla pubblicazione di Inter mirifica e di Communio et progressio, ci si è abituati ad espressioni come "società di informazione", "cultura dei media" e "generazione dei media". Questo tipo di espressione è da mettere in evidenza: essa sottolinea che ciò che gli uomini e le donne dei nostri tempi sanno e pensano della vita è in parte condizionato dai media; l'esperienza umana in quanto tale è diventata una esperienza mediatica.

Gli ultimi decenni sono stati anche teatro di spettacolari novità nel campo delle tecnologie della comunicazione. Ciò ha comportato sia una rapida evoluzione delle vecchie tecnologie, sia la comparsa di nuove tecnologie della comunicazione tra le quali figurano i satelliti, la televisione via cavo, le fibre ottiche, le videocassette, i compact disc, la creazione di immagini con il calcolatore ed altre tecnologie digitali ed informatiche. L'utilizzazione di nuovi media ha dato origine a ciò che si è potuto chiamare "nuovi linguaggi", ed ha suscitato, da un lato, ulteriori possibilità per la missione della Chiesa, e dall'altro, nuovi problemi pastorali.

3. In questo contesto, incoraggiamo i Pastori e il Popolo di Dio ad approfondire il senso di tutto ciò che attiene alla comunicazione ed ai media, ed a tradurlo in progetti concreti e realizzabili.

"I Padri del Concilio, nel guardare al futuro e nel cercare di discernere il contesto nel quale la Chiesa sarebbe stata chiamata a compiere la sua missione, poterono chiaramente vedere che il progresso della tecnologia stava già "trasformando la faccia della terra" arrivando perfino a conquistare lo spazio (cf Gaudium et spes, n. 5). Essi riconobbero che gli sviluppi nella tecnologia delle comunicazioni, in particolare, erano di proporzioni tali da provocare reazioni a catena con conseguenze inattese". (4)

"Lungi dal suggerire che la Chiesa debba mantenersi a distanza o cercare di isolarsi dal flusso di questi eventi, i Padri conciliari videro la Chiesa essere nel cuore del progresso umano, partecipe delle esperienze del resto dell'umanità, per cercare di capirle ed interpretarle alla luce della fede. E proprio dei fedeli del Popolo di Dio il compito di fare uso creativo delle nuove scoperte e tecnologie per il bene dell'umanità e la realizzazione del disegno di Dio per il mondo ... perché le potenzialità "dell'era del computer" siano utilizzate al servizio della vocazione umana e trascendente dell'uomo, così da glorificare il Padre dal quale hanno origine tutte le cose buone". (5)

Teniamo ad esprimere la nostra riconoscenza nei confronti di tutti coloro che hanno permesso la costituzione nella Chiesa di una rete creativa di comunicazione. A dispetto delle difficoltà - dovute alle risorse limitate, agli ostacoli posti talvolta alla Chiesa nel suo accesso ai media, al rimodellamento costante della cultura, dei valori e degli atteggiamenti provocato dalla onnipresenza dei media - molto è già stato fatto e continua ad esserlo. I vescovi, il clero, i religiosi e i laici che si consacrano a questo apostolato fondamentale meritano la gratitudine di tutti.

Occorre anche che esprimiamo la nostra soddisfazione sia per tutti quegli sforzi positivi di collaborazione ecumenica nel campo dei media in cui sono implicati dei cattolici e i loro fratelli e sorelle di altre Chiese e Comunità ecclesiali, sia per la collaborazione inter-religiosa con i membri delle altre religioni dell'umanità. E non solo auspicabile ma necessario "impegnare i cristiani ad unirsi ancor più strettamente nella loro azione di comunicazione e ad accordarsi più direttamente con le altre religioni dell'umanità in vista di una comune presenza nelle comunicazioni" (6)

I-CONTESTO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

A. Contesto culturale e sociale

4. Lo sconvolgimento che si verifica oggi nella comunicazione presuppone, più che una semplice rivoluzione tecnologica, il rimaneggiamento completo di ciò attraverso cui l'umanità apprende il mondo che la circonda, e ne verifica ed esprime la percezione. La disponibilità costante di immagini e di idee, così come la loro rapida trasmissione, anche da un continente all'altro, hanno delle conseguenze, positive e negative insieme, sullo sviluppo psicologico, morale e sociale delle persone, sulla struttura e sul funzionamento delle società, sugli scambi fra una cultura e l'altra, sulla percezione e la trasmissione dei valori, sulle idee del mondo, sulle ideologie e le convinzioni religiose. La rivoluzione della comunicazione influisce anche sulla percezione che si può avere della Chiesa e contribuisce a modellarne le strutture e il loro funzionamento.

Tutto ciò ha importanti conseguenze pastorali. Si può, infatti, ricorrere ai media, tanto per proclamare il Vangelo, quanto per allontanarlo dal cuore dell'uomo. L'intrecciarsi sempre più serrato dei media nella vita quotidiana influenza la comprensione che si può avere del senso della vita.

I media hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità, ma anche sui contenuti del pensiero. Per molte persone, la realtà corrisponde a ciò che i media definiscono come tale; ciò che i media non riconoscono esplicitamente appare insignificante. Il silenzio può anche essere imposto de facto a individui o a gruppi che i media ignorano; la voce del Vangelo può, così anch'essa, ritrovarsi ridotta al silenzio, senza essere tuttavia interamente soffocata.

È dunque importante che i cristiani siano capaci di fornire un'informazione che "crea le notizie", dando la parola a coloro che non hanno voce.

Il potere che hanno i media di rafforzare o di distruggere i punti di riferimento tradizionali in materia di religione, di cultura e di famiglia sottolinea bene la pertinente attualità delle parole del Concilio: "Per usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario che coloro i quali se ne servono conoscano le norme della legge morale e le osservino fedelmente in questo settore". (7)

B. Contesto politico ed economico

5. Le strutture economiche delle nazioni sono fortemente dipendenti dai sistemi di comunicazione contemporanei. Si ritiene generalmente necessario allo sviluppo economico e politico che lo Stato investa in una efficace infrastruttura di comunicazioni. Il rialzo del costo di questo investimento ha d'altronde costituito un fattore di primaria importanza che ha indotto i governi di numerosi Paesi ad adottare politiche tendenti ad aumentare la concorrenza.

E' in particolare per questa ragione che, in molti casi, i sistemi pubblici di telecomunicazioni e di diffusione sono stati sottoposti a delle politiche di deregolamentazione e di privatizzazione.

Così come il cattivo uso del servizio pubblico può portare alla manipolazione ideologica e politica, ugualmente la commercializzazione non regolamentata e la privatizzazione della diffusione hanno profonde conseguenze. In pratica, e spesso in modo ufficiale, la responsabilità pubblica dell'emittenza si trova svalutata. E' in funzione del profitto, e non del servizio, che si tende a valutare il suo successo. I motivi di profitto e gli interessi dei pubblicitari esercitano una influenza anormale sul contenuto dei media: si preferisce la popolarità alla qualità e ci si allinea sul denominatore comune più piccolo. I pubblicitari oltrepassano il loro ruolo legittimo, consistente nell'identificare i bisogni reali e nel rispondervi, e, spinti da motivi di mercato, si sforzano di creare bisogni e modelli artificiali di consumo.

Le pressioni commerciali si esercitano anche al di là delle frontiere nazionali, a spese di alcuni popoli e della loro cultura. Di fronte all'aumento della concorrenza ed alla necessità di trovare nuovi mercati, le imprese di comunicazioni rivestono un carattere sempre più "multinazionale"; nello stesso tempo la mancanza di possibilità locali di produzione rende alcuni Paesi più dipendenti dalle nazioni straniere. E' così che le realizzazioni di certi media popolari, caratteristici di una cultura, si diffondono in un'altra cultura, spesso a detrimento delle forme artistiche e mediatiche che vi si trovano e dei valori che esse contengono.

La soluzione dei problemi nati da questa commercializzazione e da questa privatizzazione non regolamentate non consiste tuttavia in un controllo dello Stato sui media, ma in una regolamentazione più importante, conforme alle norme del servizio pubblico, così come in una maggiore responsabilità pubblica. Bisogna sottolineare a questo proposito che, se i quadri di riferimento giuridico e politico all'interno dei quali funzionano i media di alcuni Paesi sono attualmente in netto miglioramento, vi sono altri luoghi in cui l'intervento governativo rimane uno strumento d'oppressione e di esclusione.

II-COMPITO DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE

6. Communio et progressio si fonda sulla descrizione della comunicazione come via verso la comunione. Il testo dice che "comunicare comporta qualcosa di più della semplice espressione e manifestazione di idee e di sentimenti. Infatti, la comunicazione è piena quando realizza la donazione di sé stessi nell'amore" (8) La comunicazione è, in questo senso, il riflesso della comunione ecclesiale e può contribuirvi.

La comunicazione della verità può avere veramente una potenza redentrice che emana dalla persona del Cristo. Egli è il Verbo di Dio fatto carne e l'immagine del Dio invisibile. In lui e per lui, la vita di Dio si comunica all'umanità per l'azione dello Spirito. "Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità". (9) Ed ora, "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità". (10)

Nel Verbo fatto carne, Dio si comunica definitivamente. Nella predicazione e nell'azione di Gesù, la Parola si fa liberatrice e redentrice per tutta l'umanità. Questo atto d'amore attraverso il quale Dio si rivela, unito alla risposta di fede dell'umanità, genera un dialogo profondo.

La storia umana e l'insieme delle relazioni tra gli uomini si sviluppano nel quadro di questa comunicazione di Dio nel Cristo. La storia stessa è destinata a divenire una sorta di parola e di immagine di Dio, e la vocazione dell'uomo è di contribuirvi vivendo, in modo creativo, questa comunicazione costante ed illimitata dell'amore riconciliatore di Dio. Noi siamo chiamati a tradurre ciò in parole di speranza ed in atti d'amore, cioè attraverso il nostro modo di vita. La comunicazione deve, di conseguenza, collocarsi nel cuore della comunità ecclesiale.

Il Cristo è nello stesso tempo il contenuto e la fonte di ciò che comunica la Chiesa quando proclama il Vangelo. La Chiesa non è altro che il "Corpo mistico di Cristo, la pienezza... del Cristo glorificato che riempie tutta la creazione" (11) Di conseguenza noi siamo in cammino, nella Chiesa, attraverso la Parola ed i sacramenti, verso la speranza dell'unità definitiva in cui "Dio sarà tutto in tutti". (12)

A. I media al servizio delle persone e delle culture

7. Parallelamente a tutto il bene che fanno e sono capaci di fare, i mezzi di comunicazione che "possono essere effettivi strumenti di unità e di mutua comprensione, d'altro canto, possono farsi veicoli di una visione deformata dell'esistenza, della famiglia, dei valori religiosi ed etici; di una visione non rispettosa dell'autentica dignità e del destino della persona umana". (13) E' imperativo che i media rispettino e partecipino allo sviluppo integrale della persona, che comporta "le dimensioni culturali, trascendenti e religiose dell'uomo e della società". (14)

La fonte di alcuni problemi individuali e sociali risiede anche nel fatto che alle relazioni interpersonali si è sostituito l'uso sempre più importante dei media e nel notevole attaccamento affettivo che viene accordato ai personaggi mediatici di finzione. I media non possono sostituire né il contatto personale immediato né i rapporti tra membri di una famiglia o tra amici. Ma possono dare il loro contributo alla soluzione di questa difficoltà: attraverso gruppi di discussione, dibattiti su films o trasmissioni, stimolando la comunicazione interpersonale, piuttosto che sostituendosi ad essa.

B. I media al servizio del dialogo con il mondo attuale

8. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato che "il popolo di Dio e l'umanità, entro la quale esso è inserito, si rendono reciproco servizio, così che la missione della Chiesa si mostra di natura religiosa e per ciò stesso profondamente umana" (15) Coloro che proclamano la Parola di Dio hanno il dovere di prendere in considerazione e di cercare di comprendere le "parole" dei popoli e delle culture diverse non solo allo scopo di informarsi su di essi, ma anche di aiutarli a riconoscere e ad accettare la Parola di Dio. (16) La Chiesa deve dunque conservare una presenza attiva ed attenta nel mondo, in modo da alimentare la comunità e da sostenere coloro, uomini e donne, che cercano delle soluzioni accettabili ai problemi personali e sociali.

Inoltre, se la Chiesa deve sempre comunicare il suo messaggio in modo adeguato a ciascuna epoca ed alle culture delle nazioni e dei popoli specifici, deve farlo soprattutto oggi nella cultura e per la cultura dei nuovi media. (17) Si tratta di una condizione fondamentale se si vuol dare risposta ad una delle preoccupazioni essenziali del Concilio Vaticano II: la comparsa di "vincoli sociali, tecnici, culturali" che uniscono gli uomini sempre più strettamente costituisce per la Chiesa "una nuova urgenza": raccoglierli tutti nella "piena unità in Cristo" (18) Considerando il ruolo importante che i mezzi di comunicazione possono giocare nei suoi sforzi per favorire questa unità, la Chiesa li considera strumenti "concepiti dalla Divina Provvidenza" per lo sviluppo della comunicazione e della comunione tra gli uomini durante il loro pellegrinaggio sulla terra. (19)

La Chiesa, che cerca di dialogare con il mondo moderno, desidera poter condurre un dialogo onesto e rispettoso con i responsabili dei media. Questo dialogo implica che la Chiesa faccia uno sforzo per comprendere i media - i loro obiettivi, i loro metodi, le loro regole di lavoro, le loro strutture interne e le loro modalità - e che sostenga ed incoraggi coloro che vi lavorano. Basandosi su questa comprensione e su questo sostegno diventa possibile fare delle proposte significative per poter allontanare gli ostacoli che si oppongono al progresso umano ed alla proclamazione del Vangelo.

Per un tale dialogo è necessario che la Chiesa si preoccupi attivamente dei media profani, e in particolare dell'elaborazione della politica che li riguarda. I cristiani infatti hanno il dovere di far sentire la loro voce in seno a tutti i media. Il loro compito non si limita alla trasmissione di notizie ecclesiastiche. Questo dialogo richiede inoltre che essa sostenga i professionisti dei media, che elabori un'antropologia ed una vera teologia della comunicazione affinché la teologia stessa si faccia più comunicativa, più efficace nel rivelare i valori evangelici e nell'applicarli alle realtà contemporanee della condizione umana; è necessario inoltre che i responsabili della Chiesa e gli agenti pastorali rispondano con buona volontà e prudenza alle domande dei media, cercando di stabilire, anche con quelli che non condividono la nostra fede, dei rapporti di fiducia e di reciproco rispetto, fondati su valori comuni.

C. I media al servizio della comunità umana e del progresso sociale

9. La comunicazione che avviene nella Chiesa e attraverso la Chiesa consiste essenzialmente nell'annuncio della Buona Novella di Gesù Cristo. E la proclamazione del Vangelo come parola profetica e liberatrice rivolta agli uomini ed alle donne del nostro tempo; è la testimonianza resa, di fronte ad una secolarizzazione radicale, alla verità divina ed al destino trascendente della persona umana; è, di fronte ai conflitti ed alle divisioni, la scelta della giustizia, in solidarietà con tutti i credenti, al servizio della comunione tra i popoli, le nazioni e le culture.

Il senso dato così dalla Chiesa alla comunicazione illumina in maniera eccezionale i mezzi di comunicazione ed il ruolo che essi debbono giocare, secondo il piano provvidenziale di Dio, nella promozione dello sviluppo integrale delle persone e delle società umane.

D. I media al servizio della comunione ecclesiale

10. A tutto ciò che è stato appena detto, non può non aggiungersi il richiamo importante del diritto fondamentale al dialogo ed all'informazione in seno alla Chiesa, così come è affermato da Communio et progressio, (20) e la necessità di continuare a ricercare quali siano i modi efficaci per favorire e proteggere questo diritto, in particolare con un'utilizzazione responsabile dei mezzi di comunicazione. Pensiamo, tra le altre, alle affermazioni del Codice di Diritto Canonico secondo cui, pur manifestando la loro obbedienza verso i pastori della Chiesa, i fedeli "hanno il diritto di manifestare ... le proprie necessità, soprattutto spirituali, ed i propri desideri", (21) e in funzione della loro scienza, competenza e prestigio, hanno "il diritto, e anzi talvolta anche il dovere , di esprimere ai loro pastori la propria opinione sulle questioni riguardanti il bene della Chiesa. (22)

Vi è qui un mezzo per mantenere e rafforzare la credibilità e l'efficacia della Chiesa. In modo ancor più fondamentale, questo può essere il mezzo per realizzare concretamente il carattere di "comunione" della Chiesa, che trova il suo fondamento nella comunione intima della Trinità di cui è un riflesso. Tra i membri di questa comunità che costituisce la Chiesa, esiste una innata uguaglianza di dignità e di missione che proviene dal battesimo e che è alla base della struttura gerarchica e della diversità delle mansioni. Questa uguaglianza si esprimerà in uno scambio onesto e rispettoso dell'informazione e delle opinioni.

In caso di disaccordo, però, è importante sapere che "non è esercitando ... una pressione sull'opinione pubblica che si può contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità" (23) Infatti, "le idee dei fedeli non possono essere puramente e semplicemente identificate con il sensus fidei". (24)

Perché la Chiesa insiste tanto sul diritto che ha la gente di avere una informazione corretta? Perché sottolinea il proprio diritto ad annunciare l'autentica verità evangelica? Perché insiste sulla responsabilità che hanno i suoi pastori di comunicare la verità e di educare i fedeli a fare altrettanto? E per motivo che, nella Chiesa, una completa comprensione della comunicazione si basa sul fatto che il Verbo di Dio comunica se stesso.

E. I media al servizio di una nuova evangelizzazione

11. Oltre i numerosi mezzi tradizionali in vigore, come la testimonianza di vita, l'insegnamento del catechismo, il contatto personale, la pietà popolare, la liturgia ed altre celebrazioni simili, l'utilizzazione dei media è diventata essenziale all'evangelizzazione ed alla catechesi. Infatti "la Chiesa si sentirebbe colpevole davanti al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi, che l'intelligenza umana rende ogni giorno più perfezionati". (25) I mezzi di comunicazione sociale possono e devono essere strumenti al servizio del programma di ri-evangelizzazione e di nuova evangelizzazione della Chiesa nel mondo contemporaneo. In vista della nuova evangelizzazione, un'attenzione particolare dovrà essere data all'impatto audiovisivo dei mezzi di comunicazione, secondo l'aforisma "vedere, valutare, agire".

Così, per l'atteggiamento che la Chiesa deve adottare verso i media e la cultura che essi contribuiscono ad elaborare, è molto importante avere sempre presente che "non basta usarli (i media) per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso nella "nuova cultura" creata dalla comunicazione moderna ... con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici". (26) L'evangelizzazione attuale dovrebbe trovare delle risorse nella presenza attiva ed aperta della Chiesa in seno al mondo delle comunicazioni.

III-SFIDE ATTUALI

A. Necessità di una valutazione critica

12. Se la Chiesa adotta un atteggiamento positivo ed aperto verso i media, cercando di penetrare la nuova cultura creata dalla comunicazione allo scopo di evangelizzarla, è necessario che essa proponga anche una valutazione critica dei media e del loro impatto sulla cultura.

Come è già stato detto altre volte, la tecnologia della comunicazione costituisce una meravigliosa espressione del genio umano ed i media giovano considerevolmente alla società. Ma, come è stato ugualmente sottolineato, l'applicazione della tecnologia della comunicazione è stata solo in parte un beneficio, e la sua utilizzazione consapevole necessita di valori sani e di scelte avvedute da parte degli individui, del settore privato, dei governi e dell'insieme della società. La Chiesa non pretende di imporre queste decisioni e queste scelte, ma cerca di dare un aiuto reale indicando i criteri etici e morali applicabili in questo campo, criteri che si troveranno sia nei valori umani che nei valori cristiani.

B. Solidarietà e sviluppo integrale

13. Nella situazione attuale, accade che i media aggravino gli ostacoli individuali e sociali che impediscono la solidarietà e lo sviluppo integrale della persona umana. Tali ostacoli sono, in particolare, il secolarismo, il consumismo, il materialismo, la disumanizzazione e l'assenza di interesse per la condizione dei poveri e degli svantaggiati. (27)

In questa situazione, la Chiesa, che riconosce negli strumenti della comunicazione "la via attualmente privilegiata per la creazione e la trasmissione della cultura", (28) si fa un dovere di proporre ai professionisti delle comunicazioni ed al pubblico una formazione che li conduca a considerare i media con "senso critico, animato dalla passione per la verità"; essa ritiene anche suo dovere intraprendere "un'opera di difesa della libertà, del rispetto alla dignità personale, dell'elevazione dell'autentica cultura dei popoli, mediante il rifiuto fermo e coraggioso di ogni forma di monopolizzazione e di manipolazione". (29)

C. Politiche e strutture

14. E chiaro che alcuni problemi a questo riguardo sono frutto di determinate politiche e strutture dei media: citiamo a titolo di esempio il fatto che taluni gruppi o classi si vedano rifiutare l'accesso ai mezzi di comunicazione, la riduzione sistematica in certi luoghi del diritto fondamentale all'informazione, l'accrescimento del controllo che alcuni gruppi economici, sociali e politici esercitano sui media.

Tutto ciò è contrario agli obiettivi fondamentali ed alla natura stessa dei media il cui ruolo sociale specifico e necessario è di contribuire a garantire il diritto dell'uomo all'informazione, a promuovere la giustizia nella ricerca del bene comune, ad assistere gli individui, i gruppi ed i popoli nella loro ricerca della verità. I media esercitano queste funzioni fondamentali quando favoriscono lo scambio di idee e di informazioni tra tutte le classi ed i settori della società ed offrono a tutte le opinioni responsabili l'occasione di farsi ascoltare.

D. Difesa del diritto all'informazione ed alla comunicazione

15. Non si può accettare che l'esercizio della libertà di comunicazione dipenda dalla fortuna, dall'educazione o dal potere politico. Il diritto di comunicare è il diritto di tutti.

Questo richiede degli specifici sforzi a livelli nazionale ed internazionale, non solo per dare ai meno abbienti ed ai meno potenti accesso all'informazione di cui hanno bisogno per il loro sviluppo individuale e sociale, ma anche per fare in modo che essi giochino un ruolo effettivo e responsabile nelle decisioni circa il contenuto dei media e nella definizione delle strutture e delle politiche in seno alle istituzioni di comunicazione dei loro Paesi.

Là dove le strutture giuridiche e politiche favoriscono il dominio dei media da parte di gruppi di pressione, la Chiesa deve insistere sul rispetto del diritto a comunicare, e in particolare sul rispetto del proprio diritto di accesso ai media, cercando nello stesso tempo altri modelli di comunicazioni per i suoi membri e per l'insieme della popolazione. Il diritto alla comunicazione fa parte d'altronde del diritto alla libertà religiosa, il quale non dovrebbe essere limitato alla libertà di culto.

IV-PRIORITA' PASTORALI E MEZZI PER RISPONDERVI

A. Difesa delle culture umane

16. Data la situazione che esiste in numerosi luoghi, la sensibilità per i diritti e per gli interessi degli individui può spesso indurre la Chiesa a favorire altri mezzi di comunicazione. Nel campo dell'evangelizzazione e della catechesi, la Chiesa dovrà spesso prendere delle misure miranti a preservare ed a favorire i "media popolari" ed altre forme tradizionali di espressione, riconoscendo che, in certe società, possono essere più efficaci per la diffusione del Vangelo che non i media più recenti, perché rendono possibile una maggiore partecipazione personale e possono toccare livelli più profondi di sensibilità umana e di motivazione.

L'onnipresenza dei mass-media nel mondo contemporaneo non diminuisce in nulla l'importanza di altri media che permettono alle persone di impegnarsi e di avere una parte attiva nella produzione ed anche nella concezione della comunicazione. I media popolari e tradizionali, infatti, non rappresentano soltanto un importante crocevia d'espressione della cultura locale, ma permettono anche di sviluppare competenza nella creazione e nella utilizzazione attiva dei media.

Allo stesso modo consideriamo positivamente il desiderio di numerosi popoli e gruppi umani di disporre di sistemi di comunicazione e di informazione più giusti e più equi, per garantirsi dalla dominazione, o dalla manipolazione, sia da parte dello straniero che dai propri compatrioti. I Paesi in via di sviluppo hanno questo timore di fronte ai Paesi sviluppati; così come vivono la stessa preoccupazione le minoranze di certe nazioni sviluppate o in via di sviluppo. Qualunque sia la situazione, i cittadini debbono poter avere una parte attiva, autonoma e responsabile nei processi di comunicazione, poiché essi influenzano in molti modi le loro condizioni di vita.

B. Sviluppo e promozione dei mezzi di comunicazione della Chiesa

17. Pur continuando ad impegnarsi in diversi modi nel campo della comunicazione e dei media, malgrado le numerose difficoltà che incontra, la Chiesa deve continuare a sviluppare, conservare e favorire i propri strumenti e programmi cattolici di comunicazione. Questi comprendono la stampa e le pubblicazioni cattoliche, la radio e la televisione cattoliche, gli uffici di informazione e di relazioni pubbliche, gli istituti ed i programmi di formazione alla pratica e alle problematiche dei media, la ricerca mediatica, gli organismi di professionisti della comunicazione legati alla Chiesa - in particolare le organizzazioni cattoliche internazionali di comunicazioni -, i cui membri sono collaboratori qualificati e competenti delle conferenze episcopali e anche dei singoli vescovi.

Il lavoro dei media cattolici non è soltanto un'attività supplementare che si aggiunge a tutte quelle della Chiesa: le comunicazioni sociali hanno infatti un ruolo da giocare in tutti gli aspetti della missione della Chiesa. Così non ci si deve accontentare di avere un piano pastorale per la comunicazione, ma è necessario che la comunicazione sia parte integrante di ogni piano pastorale perché esse di fatto ha un contributo da dare ad ogni altro apostolato, ministero o programma.

C. Formazione dei cristiani incaricati delle comunicazioni sociali

18. L'educazione e la formazione alla comunicazione devono far parte integrante della formazione degli operatori pastorali e dei sacerdoti. (30) Numerosi elementi ed aspetti specifici sono da tener presenti per questa educazione e per questa formazione.

Nel mondo di oggi, così fortemente influenzato dai media, è necessario, per esempio, che gli operatori pastorali abbiano almeno una buona visione di insieme dell'impatto che le nuove tecnologie dell'informazione e dei media esercitano sugli individui e sulle società. Devono inoltre essere pronti a dispensare il loro ministero sia a coloro che sono "ricchi di informazione" sia a coloro che sono "poveri di informazione". E necessario che sappiano come invitare al dialogo, evitando uno stile di comunicazione che faccia pensare al dominio, alla manipolazione o al profitto personale. Coloro che saranno impegnati attivamente nel lavoro dei media per la Chiesa debbono acquisire sia competenza professionale in materia sia una formazione dottrinale e spirituale.

D. Pastorale degli operatori delle comunicazioni sociali

19. Il lavoro nei mezzi di comunicazione implica pressioni psicologiche e dilemmi etici particolari. Se si considera l'importanza del ruolo giocato dai media nella formazione della cultura contemporanea e nell'organizzazione della vita di innumerevoli individui e società, appare essenziale che coloro che sono impegnati professionalmente nei media profani e nelle industrie della comunicazione considerino le loro responsabilità con una forte carica ideale e il proposito di servire l'umanità.

Ciò comporta per la Chiesa una responsabilità corrispondente che la impegna ad elaborare e a proporre programmi pastorali che rispondano con precisione alle condizioni particolari di lavoro e alle sfide etiche di fronte alle quali sono messi i professionisti della comunicazione; programmi pastorali in grado di garantire una formazione permanente capace di aiutare questi uomini e donne - molti dei quali sono sinceramente desiderosi di sapere e di praticare ciò che è giusto in campo etico e morale - ad essere sempre più compenetrati da criteri morali tanto nella loro vita professionale che in quella privata.

V-NECESSITA DI UNA PROGRAMMAZIONE PASTORALE

A. Responsabilità dei Vescovi

20. Riconoscendo il valore ed anche l'urgenza delle esigenze suscitate dall'attività mediatica, i vescovi e le persone cui spetta di decidere circa la distribuzione delle risorse della Chiesa, che sono limitate sul piano umano come su quello materiale, dovrebbero adoperarsi per accordare una giusta priorità a questo settore, tenendo conto delle situazioni particolari della loro nazione, della loro regione e della loro diocesi.

E' possibile che questa esigenza si faccia sentire in modo più acuto adesso più che in passato proprio perché, almeno in parte, il grande "Areopago" contemporaneo dei media è stato finora più o meno trascurato dalla Chiesa. (31) Come fa notare il Santo Padre: "Si privilegiano generalmente altri strumenti per l'annunzio evangelico e per la formazione, mentre i mass-media sono lasciati all'iniziativa dei singoli o di piccoli gruppi che entrano nella programmazione pastorale in linea secondaria" (32) Questa situazione richiede delle correzioni.

B. Urgenza di un piano pastorale per le comunicazioni sociali

21. Raccomandiamo dunque particolarmente che le diocesi e le Conferenze o le Assemblee episcopali veglino affinché il problema dei media sia affrontato in ogni piano pastorale. Spetta a loro, inoltre, redigere piani pastorali particolari riguardanti le comunicazioni sociali, oppure rivedere e aggiornare i piani già esistenti in modo da garantire un processo di riesame e di aggiornamento periodici. Per far questo i vescovi ricerchino la collaborazione di professionisti che lavorano nei media secolari o negli organismi della Chiesa legati al campo della comunicazione, e specialmente delle organizzazioni nazionali e internazionali del cinema, della radio, della televisione e della stampa.

Ci sono Conferenze episcopali che hanno già ricevuto profitto da piani pastorali adeguati nel delineare concretamente i bisogni esistenti e gli obiettivi da raggiungere, e nell'incoraggiare il coordinamento degli sforzi. I risultati dello studio, così come le valutazioni e le consultazioni che hanno permesso la redazione di questi documenti, potrebbero e dovrebbero circolare a tutti i livelli della Chiesa, perché in grado di fornire dati utili per la pastorale. E possibile anche adattare piani realistici e pratici ai bisogni delle Chiese locali. Dovrebbero essere fatti permanentemente oggetto di revisione e adeguamenti in rapporto all'evoluzione delle esigenze.

In appendice a questo documento suggeriamo elementi per un piano pastorale e argomenti che potrebbero essere oggetto di lettere pastorali o dichiarazioni episcopali, sia a livello nazionale che diocesano. Sono elementi tratti da proposte di Conferenze episcopali e di professionisti dei media.

CONCLUSIONI

22. Concludiamo riaffermando che la Chiesa "considera questi strumenti (della Comunicazione Sociale) "doni di Dio", in quanto essi, nel disegno della Provvidenza, sono ordinati ad unire gli uomini in vincoli fraterni, cosicché collaborino nel suo piano di salvezza". (33) Lo Spirito, così come ha aiutato gli antichi profeti a comprendere il piano di Dio attraverso i segni del loro tempo, aiuta oggi la Chiesa a interpretare i segni del nostro tempo e a realizzare il proprio compito profetico con lo studio, la valutazione e il buon uso, diventati ormai fondamentali, delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione.

[...]

+ JOHN P. FOLEY, Presidente
Mons. PIERFRANCO PASTORE, Segretario

(1) Cf GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus, nn. 12-23, in AAS, LXXXIII (1991), pp. 807-821.
(2) GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, in AAS, LXXXIII (1991), p. 285.
(3) Communio et progressio, n. 187, in AAS, LXIII (1971), pp. 655-656.
(4) GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXIV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in L'Osservatore Romano, 25-1-1990, p. 6.
(5) Ibid.
(6) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Criteri di collaborazione ecumenica ed interreligiosa nel campo delle comunicazioni sociali, n. 1, Città del Vaticano, 1989.
(7) Inter mirifica, n. 4, in AAS, LVI (1964), p. 146.
(8) Communio et progressio, n. 11, in AAS, LXIII (1971), p. 598.
(9) Rm 1, 20.
(10) Jn 1, 14.
(11) Ef 1, 23; 4, 10.
(12) 1 Cor 15, 28; Communio et progressio, n. 11, in AAS, LXIII (1971), p. 598.
(13) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e violenza nei mezzi di comunicazione sociale: una risposta pastorale, n. 7, Città del Vaticano, 1989.
(14) GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo rei socialis, n. 46, in AAS, LXXX (1988), p. 579.
(15) Gaudium et spes, n. 11, in AAS, LVIII (1966), p. 1034.
(16) Cf PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, n. 20, in AAS, LXVIII (1976), pp. 18-19.
(17) Cf Inter mirifica, n. 3, in AAS, LVI (1964), p. 146.
(18) Lumen gentium, n. 1, in AAS, LVII (1965), p. 5
(19) Cf Communio et progressio, n. 12, in AAS, LXIII (1971), p. 598.
(20) Ibid, nn. 114-121, in AAS, LXIII (1971), pp. 634-636.
(21) Cf Can. 212.2, in AAS, LXXV, 2 (1983), p. 34.
(22) Cf Can. 212.3, in AAS, LXXV, 2 (1983), p. 34.
(23) Congregazione per la Dottrina de]la Fede, Instruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, n. 30, in AAS, LXXXII (1990), P. 1562.
(24) Cf ibid., n. 35, in AAS, LXXXII (1990), p. 1565.
(25) PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, n. 45, in AAS, LXVIII (1976), p. 35.
(26) GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, in AAS, LXXXIII (1991), p. 285.
(27) Cf GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus, n. 41, in AAS, LXXXXII (1991), p. 841.
(28) GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, n. 44, in AAS, LXXXI (1989), p. 480.
(29) Ibid. p. 481.
(30) Cf Congregazione per l'Educazione Cattolica, Orientamenti per la formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti delle comunicazioni sociali, Città del Vaticano, 1986.
(31) Cf GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, c, in AAS, LXXXIII (1991), p. 285.
(32) Ibid.
(33) Communio et progressio, n. 2, in AAS, LXIII (1971), pp. 593-594.
(34) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Criteri di collaborazione ecumenica ed interreligiosa nel campo delle comunicazioni sociali, n. 14, Città del Vaticano, 1989.

PONTIFICIO CONSIGLIO
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
ETICA NELLE  COMUNICAZIONI SOCIALI

Città del Vaticano, Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Giubileo dei Giornalisti.
4 giugno 2000

 I
INTRODUZIONE

1. L'uso che le persone fanno dei mezzi di comunicazione sociale può conseguire effetti positivi o negativi. Sebbene si dica spesso, e lo ripeteremo anche in questa sede, che i mezzi di comunicazione sociale fanno « il bello e il cattivo tempo », non sono forze cieche della natura che sfuggono al controllo umano. Anche se la comunicazione ha spesso conseguenze impreviste, le persone scelgono se utilizzare i mezzi di comunicazione sociale a buono o a cattivo fine, in modo buono o cattivo.

Queste scelte, fondamentali per la questione etica, non le opera solo il recettore della comunicazione, spettatori, ascoltatori, lettori, ma anche chi controlla gli strumenti di comunicazione sociale e determina le loro strutture, le loro politiche e il loro contenuto. Si tratta di funzionari pubblici e dirigenti, membri di uffici governativi, proprietari, editori e gestori di emittenti, redattori, capi servizio, produttori, autori, corrispondenti e altri. Per queste persone il problema etico è particolarmente spinoso: i mezzi di comunicazione sociale vengono usati per il bene o per il male?

2. L'impatto delle comunicazioni sociali è fortissimo. Le persone entrano in contatto con altre persone e con eventi, elaborano opinioni e valori. Non solo trasmettono e ricevono informazioni e idee attraverso questi strumenti, ma spesso la loro esperienza umana diventa un'esperienza mediatica (cfr Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Aetatis novae, n. 2).

I mutamenti tecnologici stanno rendendo i mezzi di comunicazione sociale sempre più diffusi e potenti. « L'avvento della società dell'informazione è una vera rivoluzione » (Pontificio Consiglio per la Cultura, Verso un approccio pastorale alla cultura, n. 9) e le innovazioni impressionanti del XX secolo potrebbero essere state solo un prologo a ciò che porterà questo nuovo secolo.

La vasta gamma e la diversità dei mezzi di comunicazione sociale accessibili a chi vive nei Paesi ricchi sono già sorprendenti: libri e periodici, radio e televisione, film e video, registrazioni, comunicazione elettronica trasmessa per onde radio, via cavo, via satellite e via Internet. I contenuti di questa vasta gamma vanno dalle notizie al puro intrattenimento, dalla preghiera alla pornografia, dalla contemplazione alla violenza. A seconda dell'uso che fanno dei media, le persone possono sviluppare empatia e compassione oppure isolarsi in un mondo di stimoli narcisistico e autoreferenziale con effetti quasi narcotizzanti. Anche quanti sfuggono i media non possono evitare il contatto con chi invece ne viene profondamente influenzato.

3. Oltre a queste motivazioni la Chiesa ne ha di proprie per interessarsi ai mezzi di comunicazione sociale. Alla luce della fede, la storia della comunicazione umana si può considerare un lungo viaggio da Babele, simbolo del collasso della comunicazione (cfr Gn 11,4-8), alla Pentecoste e al dono delle lingue (cfr At 2,5-11), la comunicazione ripristinata dalla forza dello Spirito, inviato dal Figlio. Inviata nel mondo per annunciare la Buona Novella (cfr Mt 28,19-20; Mc 16,15), la Chiesa ha la missione di proclamare il Vangelo fino alla fine dei tempi. Oggi sa che ciò richiede l'uso dei mezzi di comunicazione sociale (cfr Concilio Vaticano II, Inter mirifica, n. 3; Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 45; Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. 37; Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Communio et Progressio, nn. 126-134, Aetatis novae, n. 11).

La Chiesa sa anche di essere communio, una comunione di persone e di comunità eucaristiche, « che trova il suo fondamento nella comunione intima della Trinità » (Aetatis novae, n. 10; cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione). Di fatto, tutta la comunicazione umana si basa sulla comunione fra Padre, Figlio e Spirito Santo. Inoltre, la comunione trinitaria si estende all'umanità: il Figlio è il Verbo, eternamente « pronunciato » dal Padre e, in Gesù Cristo e attraverso di lui, Figlio e Verbo incarnato, Dio comunica se stesso e la sua salvezza alle donne e agli uomini. « Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato poi per mezzo del Figlio » (Eb 1,1-2). La comunicazione nella Chiesa e per suo tramite comincia nella comunione di amore fra le Persone divine e nella loro comunicazione con noi.

4. L'approccio della Chiesa ai mezzi di comunicazione sociale è fondamentalmente positivo e incoraggiante. Essa non giudica e condanna soltanto. Piuttosto considera questi strumenti non solo prodotti del genio umano, ma anche grandi doni di Dio e segni autentici dei tempi (cfr Inter mirifica, n. 1; Evangelii nuntiandi, n. 45; Redemptoris missio, n. 37). Desidera sostenere quanti sono impegnati professionalmente nella comunicazione, stabilendo principi positivi per assisterli nella loro opera, promuovendo un dialogo al quale possano partecipare gli interessati, ossia gran parte dell'umanità al giorno d'oggi. Questi scopi sono alla base del presente documento.

Ripetiamo: i mezzi di comunicazione sociale non fanno nulla da soli. Sono strumenti, mezzi utilizzati nel modo in cui le persone scelgono di utilizzarli. Nel riflettere sui mezzi di comunicazione sociale, dobbiamo affrontare onestamente la questione « più essenziale » sollevata dal progresso tecnologico: se, come risultato, la persona umana sta diventando veramente migliore, cioè più matura spiritualmente più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile, più aperta agli altri, in particolare verso i più bisognosi e i più deboli, più disponibile a dare e a portare aiuto a tutti (cfr Giovanni Paolo II, Redemptoris hominis, n. 15).

Diamo per scontato che la stragrande maggioranza delle persone coinvolte nella comunicazione sociale, in qualsiasi ruolo, sia costituita da individui consapevoli che desiderano fare la cosa giusta. I funzionari pubblici, chi ha il potere decisionale e i dirigenti d'azienda desiderano rispettare e promuovere l'interesse pubblico nel modo in cui essi lo intendono. Lettori, ascoltatori, spettatori desiderano utilizzare bene il loro tempo per la crescita personale e lo sviluppo al fine di condurre una vita più feconda e felice.

I genitori desiderano che quanto entra nelle loro case attraverso i media sia nell'interesse dei propri figli. La maggior parte dei professionisti delle comunicazione desidera mettere il proprio talento al servizio della famiglia umana e si preoccupa per le crescenti pressioni economiche ed ideologiche che abbassano il livello etico nei numerosi settori dei mezzi di comunicazione sociale.

I contenuti delle innumerevoli scelte operate da tutte queste persone circa i mezzi di comunicazione sociale variano da gruppo a gruppo e da individuo a individuo, ma le scelte hanno tutte un peso etico e sono soggette a valutazione etica. Per scegliere correttamente, bisogna conoscere « le norme dell'ordine morale e » applicarle « fedelmente » (Inter mirifica, n. 4).

5. La Chiesa apporta diversi elementi a questo dibattito.

Offre una lunga tradizione di saggezza morale, radicata nella Rivelazione divina e nella riflessione umana (cfr Giovanni Paolo II, Fides et ratio, nn. 36-48). Di questo fa parte un corpo sostanziale e crescente di dottrina sociale il cui orientamento teologico funge da importante correttivo sia nei confronti della « soluzione "atea", che priva l'uomo di una delle sue componenti fondamentali, quella spirituale, quanto nei confronti delle soluzioni permissive e consumistiche, le quali con vari pretesti mirano a convincerlo della sua indipendenza da ogni legge e da Dio » (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 55). Più che giudicare i mezzi di comunicazione sociale, questa tradizione si pone al loro servizio. Per esempio «la cultura della sapienza, propria della Chiesa, può evitare che la cultura dell'informazione dei mezzi di comunicazione sociale divenga un accumularsi di fatti senza senso » (Giovanni Paolo II, Messaggio per la XXXIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 1999).

La Chiesa apporta anche qualcos'altro al dibattito. Il suo contributo speciale alle questioni umane, incluso il mondo delle comunicazioni sociali, è « proprio quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo Incarnato » (Centesimus annus, n. 47). Con le parole del Concilio Vaticano II: « Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione » (Gaudium et spes, n. 22).

II
LE COMUNICAZIONI SOCIALI
AL SERVIZIO DELLA PERSONA UMANA

6. Seguendo la Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes (cfr nn. 30-31), l'Istruzione Pastorale sulle Comunicazioni Sociali Communio et Progressio spiega che i mezzi di comunicazione sociale sono chiamati a servire la dignità umana aiutando le persone a vivere bene e a essere attive nella comunità. Fanno questo incoraggiando gli uomini e le donne a essere consapevoli della propria dignità, a entrare nei pensieri e nei sentimenti degli altri, a coltivare un senso di responsabilità reciproca e a crescere nella libertà personale, nel rispetto per la libertà degli altri e nella capacità di dialogo.

Le comunicazioni sociali hanno un potere immenso sulla promozione della felicità umana e sulla sua realizzazione. Con l'intenzione di offrire nient'altro che un quadro d'insieme, osserviamo qui, come già altrove (cfr. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nella pubblicità, nn. 4-8) alcuni benefici economici, politici, culturali, educativi e religiosi.

7. Economici. Il mercato non è una norma morale o una fonte di valore morale e si può abusare delle economie di mercato. Tuttavia, il mercato può essere al servizio della persona (cfr Centesimus annus, n. 34) e i mezzi di comunicazione sociale svolgono un ruolo indispensabile nella sua economia. Le comunicazioni sociali sostengono gli affari e il commercio; contribuiscono alla promozione della crescita economica, dell'occupazione e della prosperità; incoraggiano miglioramenti nella qualità dei beni e dei servizi esistenti e nello sviluppo di nuovi; promuovono la competizione responsabile che è al servizio dell'interesse pubblico e permettono alle persone di fare scelte consapevoli in quanto viene detto loro quali sono la disponibilità e le caratteristiche dei prodotti.

In breve, i complessi sistemi nazionali e internazionali di oggi non potrebbero funzionare senza i mezzi di comunicazione sociale. Se li eliminassimo, le strutture economiche più importanti collasserebbero a detrimento della società e di innumerevoli persone.

8. Politici. Le comunicazioni sociali recano beneficio alla società facilitando la partecipazione consapevole dei cittadini al processo politico. I mezzi di comunicazione sociale uniscono le persone allo scopo di perseguire fini e propositi comuni, aiutandole in tal modo a formare e a sostenere comunità politiche autentiche.

I mezzi di comunicazione sociale sono indispensabili per le società democratiche di oggi. Forniscono informazioni su questioni ed eventi. Permettono ai leader di comunicare rapidamente e direttamente con il pubblico su questioni urgenti. Sono importanti strumenti di responsabilità, perché evidenziano l'incompetenza, la corruzione e gli abusi di fiducia, richiamando l'attenzione sulla necessità di competenza, di vitalità e di devozione al dovere.

9. Culturali. Gli strumenti di comunicazione sociale offrono alle persone l'accesso alla letteratura, al teatro, alla musica e all'arte che altrimenti sarebbero per loro inaccessibili e in tal modo promuovono lo sviluppo umano nel rispetto della conoscenza, della saggezza e della bellezza. Non parliamo solo delle opere classiche e dei frutti degli studi accademici, ma anche di tutto l'intrattenimento popolare e l'informazione utile che riunisce le famiglie, aiuta le persone a risolvere i problemi di ogni giorno, solleva lo spirito dei malati, di coloro che vivono isolati e degli anziani, e li solleva dal tedio della vita.

I mezzi di comunicazione sociale permettono ai gruppi etnici di amare e celebrare le proprie tradizioni culturali, di condividerle con altri e di trasmetterle alle nuove generazioni. In particolare, introducono i bambini e i giovani al loro patrimonio culturale. GIi operatori della comunicazione così come gli artisti, servono il bene comune tutelando e arricchendo l'eredità culturale di nazioni e popoli (cfr Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, n. 4).

10. Educativi. I mezzi di comunicazione sociale sono strumenti importanti di educazione in numerosi contesti, dalla scuola al luogo di lavoro, e in diverse fasi della vita: i bambini in età prescolare che vengono introdotti alla lettura e alla matematica, i giovani che ricevono una formazione vocazionale o diplomi, gli anziani che cercano di apprendere cose nuove nei loro ultimi anni; questi e molti altri hanno accesso a una ricca e crescente panoplia di risorse educative mediante questi mezzi. I mezzi di comunicazione sociale sono strumenti di istruzione in molte scuole. Oltrepassando le mura delle aule, gli strumenti di comunicazione, incluso Internet, varcano le barriere della distanza e dell'isolamento, offrendo opportunità di apprendimento a chi vive in zone remote, alle religiose e ai religiosi di clausura, a chi è costretto in casa, ai detenuti e a molte altre persone.

11. Religiosi. La vita religiosa di molti viene arricchita dai mezzi di comunicazione sociale, che offrono notizie e informazioni su eventi, idee e personaggi relativi alla religione. Sono veicoli di evangelizzazione e di catechesi. Offrono ispirazione, incoraggiamento e opportunità di culto a persone costrette nelle loro case o in Istituti.

A volte i mezzi di comunicazione sociale contribuiscono all'arricchimento spirituale delle persone in modo eccezionale. Per esempio, grandi platee in tutto il mondo assistono e in un certo senso partecipano a eventi importanti nella vita della Chiesa che vengono regolarmente trasmessi via satellite da Roma. Nel corso degli anni, i mezzi di comunicazione sociale hanno portato le parole e le immagini delle visite pastorali del Santo Padre a milioni di persone.

12. In tutti questi settori, economico, politico, culturale, educativo, religioso e anche in altri, si possono utilizzare i mezzi di comunicazioni sociale per edificare e sostenere la comunità umana. Tutte le comunicazioni infatti, devono essere aperte alla comunione fra persone.

« Per diventare fratelli e sorelle è necessario conoscersi. Per far ciò è.... importante comunicare più estesamente e più profondamente » (Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e per le Società di Vita Apostolica, Vita fraterna in comunità, n. 29). La comunicazione al servizio di una comunità autentica si estende molto oltre « l'espressione dei sentimenti del cuore. La piena comunicazione comporta la vera donazione di se stessi sotto la spinta dell'amore » (Communio et progressio, n. 11).

Una comunicazione come questa persegue il benessere e la realizzazione dei membri della comunità nel rispetto del bene di tutti. Per discernere il bene comune sono tuttavia necessari la consultazione e il dialogo. È fondamentale che gli operatori delle comunicazioni sociali si impegnino in un dialogo di questo tipo e accettino la verità su ciò che è bene. È in questo modo che i media possono adempiere al loro obbligo di « testimoniare la verità sulla vita, sulla dignità umana, sul significato autentico della nostra libertà e mutua interdipendenza » (Giovanni Paolo II: Messaggio per la XXXIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 1999).

III
COMUNICAZIONI SOCIALI
CHE VIOLANO IL BENE DELLA PERSONA

13. I mezzi di comunicazione sociale si possono utilizzare per bloccare la comunità e danneggiare il bene integrale delle persone, alienandole, emarginandole e isolandole oppure attraendole in comunità negative e incentrate su valori falsi e distruttivi. Possono fomentare l'ostilità e il conflitto, demonizzare gli altri e creare una mentalità del « noi » contro « loro », presentare ciò che è basso e degradante sotto una luce affascinante, ignorare o sminuire ciò che eleva e nobilita.

Possono diffondere la disinformazione e l'informazione fuorviante, promuovere la volgarità e la banalità. La riduzione a stereotipi, basata sulla razza e sull'appartenenza a diverse etnie, sul sesso e sull'età e su altri fattori, fra i quali la religione, è dolorosamente diffusa nei mezzi di comunicazione sociale. Spesso, inoltre, le comunicazioni sociali trascurano quanto è autenticamente nuovo e importante, inclusa la Buona Novella del Vangelo, e si concentrano su quanto è di moda e bizzarro.

In ognuno dei settori che abbiamo menzionati si verificano abusi.

14. Economico. Talvolta, i mezzi di comunicazione sociale vengono usati per edificare e sostenere sistemi economici al servizio dell'avidità e della bramosia. Il neoliberalismo ne è un esempio: « considera il profitto e le leggi del mercato come parametri assoluti a scapito della dignità e del rispetto della persona e del popolo » (Giovanni Paolo II, Ecclesia in America, n. 56). In tali circostanze, gli strumenti di comunicazione di cui tutti dovrebbero beneficiare vengono sfruttati a vantaggio di pochi.

Il processo di mondializzazione « può creare straordinarie occasioni di maggior benessere » (Centesimus annus, n. 58). Tuttavia, accanto a questo aspetto, e perfino come parte di esso, alcune nazioni e alcuni popoli vengono sfruttati ed emarginati, retrocedendo sempre più nella lotta tesa allo sviluppo. Queste sacche sempre più vaste di privazione in mezzo all'abbondanza sono terreni fertili per l'invidia, il risentimento, la tensione e il conflitto. Ciò sottolinea la necessità di « validi Organi internazionali di controllo e di guida, che indirizzino l'economia stessa al bene comune » (Centesimus annus, n. 58).

Di fronte a gravi ingiustizie non è sufficiente che gli operatori della Comunicazione si limitino a dire che il loro lavoro consiste nel riferire le cose così come sono. È vero che è il loro lavoro, ma la loro decisione di ignorare del tutto alcuni aspetti della sofferenza umana rispecchia una selettività indifendibile. Inoltre, le strutture e le politiche di comunicazione e la distribuzione della tecnologia sono fattori che contribuiscono a far sì che alcune persone siano « ricche di informazione » e altre « povere di informazione » in un'epoca in cui la prosperità e perfino la sopravvivenza dipendono dall'informazione.

In tal modo, dunque, i mezzi di comunicazione sociale contribuiscono alle ingiustizie e agli squilibri che causano quello stesso dolore che poi riportano come informazione. « Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo, assicurare a tutti — individui e nazioni — le condizioni di base, che consentano di partecipare allo sviluppo » (Centesimus annus, n. 35). Le tecnologia della comunicazione e dell'informazione, insieme alla formazione nel loro uso, è una di queste condizioni di base.

15. Politico. Politici senza scrupoli utilizzano i mezzi di comunicazione sociale per demagogia e per l'inganno a sostegno di politiche ingiuste e di regimi oppressivi. Rappresentano i loro oppositori in maniera fuorviante, distorcendo e reprimendo sistematicamente la verità per mezzo della propaganda e di un « atteggiamento falsamente rassicurante ». Piuttosto che unire le persone, i mezzi di comunicazione sociale contribuiscono in questo modo a separarle, causando tensioni e dando adito a sospetti che creano la scena del conflitto. Anche in Paesi con sistemi democratici è del tutto normale che i capi politici manipolino l'opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione sociale invece di promuovere una partecipazione consapevole al processo politico. Si rispettano le convenzioni democratiche, ma si utilizzano tecniche prese in prestito dalla pubblicità e dalle pubbliche relazioni in nome di politiche che sfruttano gruppi particolari e violano diritti fondamentali, incluso il diritto alla vita (cfr Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 70).

Spesso i mezzi di comunicazione sociale rendono popolare il relativismo etico e l'utilitarismo che contraddistinguono l'attuale cultura della morte. Partecipano alla contemporanea « congiura contro la vita..., accreditando nell'opinione pubblica quella cultura che presenta il ricorso alla contraccezione, alla sterilizzazione, all'aborto e alla stessa eutanasia come segno di progresso e conquista di libertà, mentre dipingono come nemiche della libertà e del progresso le posizioni incondizionatamente a favore della vita » (Evangelium vitae, n. 17).

16. Culturale. Le critiche spesso condannano la superficialità e il cattivo gusto dei mezzi di comunicazione sociale, che, sebbene non costretti alla morigeratezza e alla uniformità, non dovrebbero nemmeno essere volgari e degradanti: affermare che i mezzi di comunicazione sociale riflettono i gusti popolari non è certo una giustificazione in quanto essi esercitano una grande influenza su questi stessi gusti e hanno il dovere di raffinarli, non di degradarli.

Il problema assume varie forme. Come quella di evitare o semplificare eccessivamente le questioni complesse invece di spiegarle con cura e in modo veritiero, o quella di proporre nei programmi di intrattenimento, spettacoli di tipo fuorviante e disumanizzante, affrontando, sfruttandoli, anche temi relativi al sesso e alla violenza. E da irresponsabili ignorare o trascurare il fatto che « la pornografia e la violenza sadica avviliscono la sessualità, pervertono le relazioni umane, asserviscono gli individui, in particolare le donne e i bambini, distruggono il matrimonio e la vita familiare, ispirano comportamenti antisociali e indeboliscono la fibra morale della società » (Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e violenza nei mezzi di comunicazione sociale: una risposta pastorale, n. 10).

A livello internazionale anche il dominio culturale imposto dai mezzi di comunicazione sociale è un problema grave e in rapida ascesa. In alcuni luoghi le espressioni culturali tradizionali sono virtualmente escluse dall'accesso ai mezzi di comunicazione popolari e stanno scomparendo. Nel frattempo i valori di società secolarizzate e opulente soppiantano i valori tradizionali di società meno ricche e influenti. Nel considerare tali questioni, bisognerebbe prestare particolare attenzione ai bambini e ai giovani, offrendo loro spettacoli che li pongano in stretto contatto con la propria eredità culturale.

È auspicabile che la comunicazione avvenga per modelli culturali. Le società possono e dovrebbero imparare l'uno dall'altra. Tuttavia, la comunicazione interculturale non dovrebbe avvenire a spese dei meno potenti. Oggi « anche le culture meno diffuse non sono più isolate. Beneficiano di un aumento di contatti, ma soffrono anche per le pressioni esercitate da una forte tendenza all'uniformità » (Verso un approccio pastorale alla cultura, n. 33). Il fatto che tanta comunicazione ora fluisca in una direzione sola, ossia dalle nazioni industrializzate a quelle in via di sviluppo e povere, solleva questioni etiche di vasta portata. I ricchi non hanno nulla da imparare dai poveri? I potenti sono sordi alla voce dei deboli?

17. Educativo. Invece di promuovere l'istruzione, i mezzi di comunicazione sociale possono rivolgere altrove l'attenzione delle persone e far perdere loro tempo. In tal modo sono i bambini e i giovani che vengono particolarmente colpiti, ma anche gli adulti soffrono assistendo a spettacoli banali e scadenti.

Fra le cause di questo abuso della fiducia altrui da parte degli operatori delle comunicazioni sociali c'è l'avidità che antepone il profitto alle persone. A volte i mezzi di comunicazione sociale vengono utilizzati anche come strumenti di indottrinamento per disciplinare ciò che le persone debbono sapere, negando loro l'accesso a quelle informazioni che le autorità non vogliono divulgare. Ciò significa stravolgere l'educazione autentica, che invece cerca di ampliare le conoscenze delle persone, di potenziare le loro abilità, di aiutarle a perseguire scopi validi, senza limitare i loro orizzonti e senza porre le loro energie al servizio dell'ideologia.

18. Religioso. Il rapporto fra gli strumenti di comunicazione sociale e la religione evidenzia tentazioni da entrambe le parti.

Da parte dei mezzi di comunicazione sociale fra queste tentazioni vi sono l'ignorare o l'emarginare le idee e le esperienze religiose, trattando la religione con superficialità, forse anche con disprezzo, come un argomento curioso che non merita un'attenzione seria; oppure il promuovere mode religiose a spese della fede tradizionale, il trattare i gruppi religiosi con ostilità, il giudicare la religione e l'esperienza religiosa secondo criteri secolari e favorendo le correnti religiose che si conformano ai gusti secolari piuttosto che alle altre; e cercare di imprigionare la trascendenza entro i confini del razionalismo e dello scetticismo. I mezzi di comunicazione sociale attuali spesso rispecchiano la condizione post-moderna di uno spirito umano che si rinchiude « entro i limiti della propria immanenza, senza alcun riferimento al trascendente » (Fides et Ratio, n. 81).

Da parte della religione fra le tentazioni possibili: quella di farsi una visione dei mezzi di comunicazione sociale esclusivamente negativa e giudicatoria; non capire che criteri ragionevoli di comunicazione sociale come l'obiettività e l'imparzialità possono anche inibire trattamenti speciali a favore degli interessi istituzionali della religione; il presentare messaggi religiosi con uno stile basato sull'emotività e sulla manipolazione, come se essi fossero un prodotto in competizione su di un mercato saturo; l'utilizzare i mezzi di comunicazione sociale come strumenti di controllo e di dominio; il mantenere una segretezza non necessaria oppure l'offendere la verità; lo sminuire l'esigenza evangelica della conversione, del pentimento e della revisione di vita, sostituendo al contempo queste realtà con una religiosità blanda che chiede poco alle persone; incoraggiare il fondamentalismo, il fanatismo e l'esclusivismo religioso che fomentano il disprezzo e l'ostilità verso gli altri.

19. In breve, i mezzi di comunicazione sociale si possono utilizzare per fare il bene o per fare il male. E una questione di scelte.

« Non si deve mai dimenticare che la comunicazione trasmessa attraverso i mezzi di comunicazione sociale non è un esercizio utilitaristico volto semplicemente a sollecitare, persuadere o vendere. Ancor meno, essa è un veicolo per l'ideologia. I mezzi di comunicazione sociale possono a volte ridurre gli esseri umani a unità di consumo o a gruppi di interesse in competizione fra loro, o manipolare telespettatori, lettori e ascoltatori come mere cifre dalle quali si attendono vantaggi, siano essi legati a un sostegno di tipo politico o alla vendita di prodotti; sono queste cose a distruggere la comunità. La comunicazione ha il compito di unire le persone e di arricchire la loro vita, non di isolarle e di sfruttarle. I mezzi di comunicazione sociale, utilizzati in maniera corretta, possono contribuire a creare e a mantenere una comunità umana basata sulla giustizia e sulla carità e, nella misura in cui lo fanno, divengono segni di speranza » (Giovanni Paolo II, Messaggio per la XXXII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 1998).

IV
ALCUNI IMPORTANTI PRINCIPI ETICI

20. I principi e le norme etiche importanti in altri campi valgono anche per il settore delle comunicazioni sociali. I principi di etica sociale, come la solidarietà, la sussidiarietà, la giustizia, l'equità e l'affidabilità nell'uso delle risorse pubbliche e nello svolgimento dei ruoli che si basano sulla fiducia della gente, sono sempre da tenere in conto. La comunicazione deve essere sempre veritiera, perché la verità è essenziale alla libertà individuale e alla comunione autentica fra le persone.

L'etica nelle comunicazioni sociali non riguarda solo ciò che appare sugli schermi cinematografici o televisivi, nelle trasmissioni radiofoniche, sulla carta stampata e su Internet, ma va riferita anche a molti altri aspetti. La dimensione etica tocca non solo il contenuto della comunicazione (il messaggio) e il processo di comunicazione (come viene fatta la comunicazione), ma anche questioni fondamentali strutturali e sistemiche, che spesso coinvolgono temi relativi alle politiche di distribuzione delle tecnologie e dei prodotti sofisticati (chi sarà ricco e chi povero di informazioni?). Queste questioni ne comportano altre che hanno implicazioni politiche ed economiche relative alla proprietà e al controllo. Almeno nelle società aperte con economie di mercato, il problema etico di tutti consiste nel bilanciare il profitto e il servizio al pubblico interesse, inteso secondo una concezione ampia del bene comune.

Anche per le persone di buona volontà non è sempre immediatamente chiaro in che modo applicare principi e norme etici a casi particolari. Sono necessari riflessioni, dibattiti, dialogo. E proprio nella speranza di promuovere la riflessione e il dialogo fra quanti decidono le politiche relative alle comunicazioni sociali, professionisti del settore, persone impegnate nel campo dell'etica e della morale, fruitori, ecc. che offriamo in questo documento le considerazioni che seguono.

21. In tutte e tre le aree, messaggio, processo, questioni strutturali e sistemiche, il principio etico fondamentale è il seguente: la persona umana e la comunità umana sono il fine e la misura dell'uso dei mezzi di comunicazione sociale. La comunicazione dovrebbe essere fatta da persone a beneficio dello sviluppo integrale di altre persone.

Lo sviluppo integrale richiede beni e prodotti materiali sufficienti, ma anche una certa attenzione alla « dimensione interiore » (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, n. 29; 46). Tutti meritano l'opportunità di crescere e di prosperare attingendo alla vasta gamma di beni materiali, intellettuali, emotivi, morali e spirituali. Gli individui hanno una dignità e un'importanza inalienabili e non possono essere sacrificati in nome di interessi collettivi.

22. Un secondo principio è complementare al primo: il bene delle persone non si può realizzare indipendentemente dal bene comune delle comunità alle quali le persone appartengono. Questo bene comune andrebbe inteso esclusivamente come somma totale di propositi condivisi, per il cui raggiungimento tutti i membri della comunità si impegnano insieme e al cui servizio è l'esistenza stessa della comunità.

Per questo, anche se le comunicazioni sociali guardano giustamente alle esigenze e agli interessi di gruppi particolari, non dovrebbero farlo in modo da mettere un gruppo contro l'altro, in nome, ad esempio del conflitto di classe, del nazionalismo esagerato, della supremazia razziale, della pulizia etnica e simili. La virtù della solidarietà, « la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune » (Sollicitudo rei socialis, n. 38), dovrebbe regnare in tutte le aree della vita sociale, economica, politica, culturale e religiosa.

Gli operatori delle comunicazioni sociali, e chi prende decisioni circa le politiche di queste ultime, devono porsi al servizio delle necessità e degli interessi reali sia degli individui sia dei gruppi, a tutti i livelli. L'equità a livello internazionale è necessaria laddove la distribuzione iniqua di beni materiali fra Nord e Sud è esacerbata da una cattiva distribuzione delle fonti di comunicazione e della tecnologia dell'informazione, dalle quali dipendono la produttività e la prosperità. Problemi simili esistono anche nei Paesi ricchi « dove l'incessante trasformazione dei modi di produrre e di consumare svaluta certe conoscenze già acquisite e professionalità consolidate » così che « coloro che non riescono a tenersi al passo con i tempi possono facilmente essere emarginati » (Centesimus annus, n. 33). È ovviamente necessaria una vasta partecipazione nel processo decisionale non solo a proposito dei messaggi e dei processi di comunicazione sociale, ma anche a proposito di questioni sistemiche e di ripartizione delle risorse. Chi prende decisioni in questo campo ha il serio dovere morale di riconoscere le necessità e gli interessi di quanti sono particolarmente vulnerabili, i poveri, gli anziani, i nascituri, i bambini e i giovani, gli oppressi e gli emarginati, le donne e le minoranze, i malati e i disabili, così come le famiglie e i gruppi religiosi. In particolare oggi la comunità internazionale e gli interessi internazionali delle comunicazioni sociali dovrebbero avvicinarsi con generosità e senza esclusioni alle nazioni e alle regioni nelle quali ciò che i mezzi di comunicazione sociale fanno o non fanno li rende partecipi della vergogna per il perpetuarsi di mali quali la povertà, l'analfabetismo, la repressione politica e le violazioni dei diritti umani, i conflitti interreligiosi e intersociali, e la soppressione delle culture indigene.

23. Comunque continuiamo a credere che « la soluzione ai problemi nati da questa commercializzazione e da questa privatizzazione non regolamentate, non consista in un controllo dello Stato sui media, ma in una regolamentazione più importante, conforme alle norme del servizio pubblico, così come in una maggiore responsabilità pubblica. Bisogna sottolineare a questo proposito che, se i quadri di riferimento giuridico e politico all'interno dei quali funzionano i media di alcuni Paesi sono attualmente in netto miglioramento, vi sono altri luoghi in cui l'intervento governativo rimane uno strumento d'oppressione e di esclusione (cfr Aetatis novae, n. 5).

Bisogna essere sempre a favore della libertà di espressione, perché « ogni qualvolta gli uomini, seguendo l'inclinazione della natura, si scambiano un loro diritto, rendono, nello stesso tempo un servizio alla società » (cfr Communio et progressio, n. 45). Tuttavia, considerato da un punto di vista etico, questo presupposto non è una norma assoluta, imprescrittibile. Ci sono istanze ovvie, per esempio la calunnia e diffamazione, messaggi che cercano di promuovere l'odio e il conflitto fra individui e gruppi, l'oscenità e la pornografia, la descrizione morbosa della violenza, nelle quali non esiste diritto a comunicare. Anche la libera espressione dovrebbe osservare principi come la verità, la correttezza e il rispetto per la vita privata.

I professionisti delle comunicazioni sociali dovrebbero impegnarsi attivamente per sviluppare e potenziare codici etici di comportamento professionale, in cooperazione con i rappresentanti pubblici.

Gli organismi religiosi e altri gruppi meritano di essere parte di questo sforzo costante.

24. Un altro principio importante, già menzionato, riguarda la partecipazione pubblica al processo decisionale relativo alla politica delle comunicazioni. Questa partecipazione a tutti i livelli dovrebbe essere organizzata, sistematica e autenticamente rappresentativa, non deviata a favore di gruppi particolari. Questo principio vale anche, e anzi forse ancor di più, laddove si possiedono e utilizzano i mezzi di comunicazione sociale a scopo di lucro.

Nell'interesse della partecipazione pubblica, gli operatori devono « cercare di comunicare con le persone, e non soltanto parlare loro. Ciò implica la conoscenza delle necessità della gente, la consapevolezza dei loro problemi, la presentazione di tutte le forme di comunicazione con la sensibilità che la dignità umana esige » (Giovanni Paolo II, Discorso agli operatori dei mass-media, Los Angeles, 15 settembre 1987).

La circolazione, gli indici d'ascolto, gli incassi insieme alle ricerche di mercato, sono a volte i migliori indicatori del sentire pubblico, infatti sono gli unici di cui la legge di mercato ha bisogno per operare. Senza dubbio in tal modo si può udire la voce del mercato. Tuttavia, le decisioni sui contenuti e sugli orientamenti dei media non dovrebbero essere affidate solo al mercato e a fattori economici, ossia ai profitti, perché non ci si può basare su questi ultimi né per tutelare l'interesse pubblico in generale né gli interessi legittimi delle minoranze in particolare.

In una certa misura si può rispondere a questa obiezione con il concetto di « nicchia », secondo il quale alcuni periodici, programmi, stazioni radio ed emittenti si rivolgono a platee particolari. L'approccio è legittimo fino a un certo punto. La diversificazione e la specializzazione, ossia l'organizzazione dei mezzi di comunicazione sociale per soddisfare le aspettative di un pubblico frammentato in unità sempre più piccole basate su fattori economici e modelli di consumo, non dovrebbero spingersi troppo in là. I mezzi di comunicazione sociale devono restare un « areopagus » (Redemptoris missio, n. 37), un foro per lo scambio di idee e di informazione, che riunisca gli individui e i gruppi, promuovendo la solidarietà e la pace. Internet, in particolare, desta una certa preoccupazione circa le « conseguenze radicalmente nuove che ha: perdita del valore intrinseco degli strumenti di informazione, uniformità indifferenziata nei messaggi che vengono così ridotti a pura informazione, mancanza di retroreazione responsabile e un certo scoraggiamento nei rapporti interpersonali » (Verso un approccio pastorale alla cultura, n. 9).

25. I professionisti dei mezzi di comunicazione sociale non sono gli unici ad avere doveri etici.

Anche i fruitori hanno obblighi. Gli operatori che tentano di assumersi delle responsabilità meritano un pubblico consapevole delle proprie.

Il primo dovere degli utenti delle comunicazioni sociali consiste nel discernimento e nella selezione. Dovrebbero informarsi sui media, sulle loro strutture, sui modi operativi, sui contenuti, e fare scelte responsabili secondo sani criteri etici circa cosa leggere o guardare o ascoltare. Oggi tutti hanno bisogno di alcune forme di costante educazione ai media, sia per studio personale sia per poter partecipare a un programma organizzato o entrambe le cose. Più che insegnare tecniche, l'educazione dei mezzi di comunicazione sociale contribuisce a suscitare nelle persone il buon gusto e il veritiero giudizio morale. Si tratta di un aspetto di formazione della coscienza.

Attraverso le sue scuole e i suoi programmi di formazione la Chiesa dovrebbe offrire un'educazione in materia di media di questo tipo (cfr Aetatis novae, n. 28; Communio et progressio, n. 107). Rivolte in origine agli Istituti di vita consacrata, le seguenti parole hanno un'applicazione più ampia: « La comunità, conscia del loro influsso, (dei Mezzi di Comunicazione Sociale, ndr) si educa a utilizzarli per la crescita personale e comunitaria con la chiarezza evangelica e la libertà interiore di chi ha imparato a conoscere Cristo (cfr Gal 4, 17-23). Essi, infatti, propongono e spesso impongono una mentalità e un modello di vita che va in costante contrasto con il Vangelo. A questo riguardo da molte parti si richiede un'approfondita formazione alla recezione e all'uso critico e fecondo di tali mezzi. Perché non farne oggetto di valutazione, di verifica, di programmazione nei periodici incontri comunitari? » (Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Vita fraterna in comunità, n. 34).

Parimenti, i genitori hanno il serio dovere di aiutare i loro figli a imparare in che modo valutare e utilizzare i mezzi di comunicazione sociale, formando le loro coscienze correttamente e sviluppando la loro capacità di critica (cfr Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 76). Per il bene dei loro figli e del proprio, i genitori devono imparare ad essere spettatori, ascoltatori e lettori consapevoli, agendo da modello di uso prudente dei media in casa. Secondo l'età e le circostanze i bambini e i giovani dovrebbero essere avviati alla formazione circa i mezzi di comunicazione sociale, resistendo alla tentazione semplificatoria della passività acritica, a pressioni esercitate dai loro compagni e allo sfruttamento commerciale.

Le famiglie, genitori e figli insieme, riterranno utile riunirsi in gruppi per studiare e discutere i problemi e le opportunità create dalla comunicazione sociale.

26. Oltre alla promozione dell'educazione relativa ai mezzi di comunicazione sociale, le istituzioni, le agenzie e i programmi della Chiesa hanno responsabilità importanti a proposito delle comunicazioni sociali. Soprattutto, la pratica ecclesiale della comunicazione dovrebbe essere esemplare, rispecchiando i più alti modelli di veridicità, affidabilità, sensibilità ai diritti umani e altri principi e norme rilevanti. Oltre a ciò, i mezzi di comunicazione sociale propri della Chiesa dovrebbero impegnarsi a comunicare la pienezza della verità sul significato della vita umana e della storia, in particolare così com'è contenuto nella Parola rivelata di Dio ed espresso dall'insegnamento del Magistero. I Pastori dovrebbero incoraggiare l'uso dei mezzi di comunicazione sociale per diffondere il Vangelo (cfr Codice di Diritto Canonico, Canone 822.1).

Chi rappresenta la Chiesa deve essere onesto e aperto nei suoi rapporti con i giornalisti. Anche se le domande a volte sono « imbarazzanti o inquietanti, in particolare quando non corrispondono assolutamente al messaggio che dobbiamo diffondere » bisogna ricordare che « la maggior parte dei nostri contemporanei pone tali domande sconcertanti » (Verso un approccio pastorale alla Cultura, n. 34). Quanti parlano a nome della Chiesa devono dare risposte credibili e veritiere a queste domande apparentemente scomode.

I cattolici, come altri cittadini, hanno il diritto di esprimersi liberamente e quindi anche quello di accesso ai mezzi di comunicazione. Il diritto di espressione implica quello di esprimere opinioni sul bene della Chiesa, con il dovuto riguardo per l'integrità di fede e di morale, il rispetto per i Pastori e la considerazione del bene comune e della dignità delle persone (cfr canone 212.3; Canone 227). Nessuno, tuttavia, ha il diritto di parlare a nome della Chiesa, o se lo fa, deve essere investito di tale incarico. Non si dovrebbero presentare opinioni personali come parte dell'insegnamento della Chiesa (cfr canone 227).

La Chiesa riceverebbe un servizio migliore se quanti detengono cariche e svolgono funzioni a suo nome venissero formati nella comunicazione. Ciò non vale solo per i seminaristi, per le persone in formazione nelle comunità religiose, e per i giovani laici cattolici, ma per il personale della Chiesa in generale. Se i media sono « neutrali, aperti e onesti » offrono a cristiani ben preparati « un ruolo missionario in prima linea » ed è importante che questi ultimi siano « sostenuti e ben istruiti ». Anche i Pastori dovrebbero offrire al loro popolo una guida circa i mezzi di comunicazione sociale e i loro messaggi a volte discordanti e perfino distruttivi (cfr Canone 822. 2, 3).

Considerazioni di questo genere valgono per la comunicazione interna alla Chiesa. Un flusso bidirezionale di informazione e opinioni fra Pastori e fedeli, la libertà di espressione sensibile al benessere della comunità e al ruolo del Magistero nel promuoverlo, e un'opinione pubblica responsabile sono tutte espressioni importanti del « diritto fondamentale al dialogo e all'informazione in seno alla Chiesa » (Aetatis novae, n. 10; Communio et progressio, n. 20).

Il diritto di espressione dovrebbe essere esercitato con rispetto per la verità rivelata e la dottrina della Chiesa e per i diritti ecclesiali degli altri (cfr Canone 212. 1,2,3, Canone 220). Come altre comunità e istituzioni, anche la Chiesa a volte ha bisogno, di fatto talvolta vi è obbligata, di mantenere il segreto e la riservatezza. Tuttavia, ciò non dovrebbe avvenire al fine di manipolare e di controllare. Nell'ambito della comunione di fede, « I ministri, infatti, che sono rivestiti di sana potestà, servono i loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, e perciò godono della vera dignità cristiana, aspirino tutti insieme liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza » (Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen gentium, n. 18). La giusta pratica nella comunicazione è una delle vie per realizzare questa visione.

V
CONCLUSIONE

27. All'approssimarsi del terzo millennio dell'era cristiana, l'umanità sta creando una rete mondiale di trasmissione istantanea di informazioni, idee e giudizi di valore nella scienza, nel commercio, nell'educazione, nell'intrattenimento, nella politica, nelle arti, nella religione e in ogni altro campo.

Questa rete è già direttamente accessibile a molte persone nelle proprie case, scuole e luoghi di lavoro, ossia, laddove possono trovarsi. E normale assistere in tempo reale ad eventi che accadono dall'altra parte del mondo, da quelli sportivi a quelli bellici. Si può accedere direttamente a numerosi dati che fino a poco tempo fa erano fuori dalla portata di molti studiosi e studenti. Un individuo può raggiungere le vette del genio e della virtù umani o sprofondare negli abissi della degradazione, semplicemente stando seduto da solo di fronte a un « monitor » e a una tastiera.

La tecnologia della comunicazione raggiunge continuamente nuovi traguardi, con un potenziale enorme per il bene e per il male. Aumentando l'interattività, la distinzione fra comunicatori e utenti sfuma. E necessaria una ricerca continua sull'effetto e in particolare sulle implicazioni etiche dei mezzi di comunicazione sociale nuovi ed emergenti.

28. Tuttavia, nonostante il loro immenso potere, i mezzi di comunicazione sociale sono e rimarranno soltanto mezzi, ossia strumenti utilizzabili per il bene e per il male. Sta a noi scegliere. I mezzi di comunicazione sociale richiedono una nuova etica, ma l'applicazione di principi stabiliti a nuove circostanze. Questo è il compito in cui tutti hanno un ruolo. L'etica nei mezzi di comunicazione sociale non riguarda solo gli specialisti, sia quelli delle comunicazioni sociali sia quelli della filosofia morale. Piuttosto, la riflessione e il dialogo che questo documento incoraggia e sostiene, devono essere di ampio respiro.

29. Le comunicazioni sociali possono unire le persone in comunità in cui regnano simpatia e interessi comuni. Queste comunità saranno basate sulla giustizia, la decenza e il rispetto per i diritti umani? Si impegneranno per il bene comune? Oppure saranno egoiste e autoriferite, impegnate per il bene di gruppi particolari, economici, razziali, politici e perfino religiosi, a spese di altri? La nuova tecnologia sarà al servizio di tutte le nazioni e di tutti i popoli, pur rispettando le tradizioni culturali di ognuno? Oppure sarà uno strumento per arricchire i ricchi e rafforzare i potenti? Dobbiamo scegliere.

I mezzi di comunicazione possono anche essere utilizzati per separare e isolare. Sempre più, la tecnologia permette alle persone di raccogliere informazioni e servizi, creati unicamente per loro. In questo vi sono vantaggi reali, ma inevitabilmente sorge una domanda: il pubblico del futuro sarà costituito da una moltitudine di persone che ascoltano uno solo? Anche se la tecnologia può incoraggiare l'autonomia individuale, ha implicazioni diverse, meno desiderabili. Invece di essere una comunità mondiale, la « rete » del futuro potrebbe trasformarsi in una rete vasta e frammentata di individui isolati, api umane nelle loro celle, che interagiscono mediante dati invece che direttamente fra loro. Che cosa ne sarebbe della solidarietà, che cosa ne sarebbe dell'amore in un mondo così?

Nel migliore dei casi, la comunicazione umana ha seri limiti, è più o meno imperfetta e corre il rischio di fallire. E difficile per le persone comunicare in maniera concreta e onesta con gli altri in un modo che non danneggi e serva al meglio gli interessi di tutti. Nel mondo dei mezzi di comunicazione sociale, inoltre, le difficoltà intrinseche della comunicazione spesso vengono ingigantite dall'ideologia, dal desiderio di profitto e di controllo politico, da rivalità e conflitti fra gruppi, e da altri mali sociali. I mezzi di comunicazione sociale oggi accrescono la dimensione della comunicazione, la sua quantità, la sua velocità, ma non rendono meno fragile, meno sensibile, meno incline al fallimento la disposizione della mente verso la mente, del cuore verso il cuore.

30. Come abbiamo affermato, gli speciali contributi che la Chiesa apporta al dibattito su queste materie consistono nel concetto di persona umana e della sua incomparabile dignità e dei suoi diritti inviolabili e nel concetto di comunità umana i cui membri sono uniti dalla virtù della solidarietà alla ricerca del bene comune. La necessità di questi due concetti è particolarmente urgente « quando si è costretti a constatare la frammentarietà di proposte che elevano l'effimero al rango di valore, illudendo sulla possibilità si raggiungere il vero senso dell'esistenza. Accade così che molti trascinano la loro vita fin quasi sull'orlo del baratro, senza sapere a che cosa vanno incontro » (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 6).

Di fronte a questa crisi, la Chiesa è « esperta in umanità » e la sua perizia « la spinge a estendere necessariamente la sua missione religiosa in diversi campi » delle attività umane (cfr Sollicitudo rei socialis, n. 41; Paolo VI, Populorum progressio, n. 13). Non potrebbe tenere per se stessa la verità sulla persona e sulla comunità umane. Deve condividerla liberamente, sempre sapendo che le persone possono facilmente dire di no alla verità e ad essa.

Tentando di promuovere e di sostenere elevati modelli etici nell'uso dei mezzi di comunicazione sociale, la Chiesa cerca il dialogo e la collaborazione con gli altri: con i funzionari pubblici, che hanno il dovere particolare di tutelare e di promuovere il bene comune della comunità politica, con uomini e donne del mondo della cultura e delle arti, con studiosi e insegnanti impegnati nella formazione degli operatori e del pubblico del futuro, con i membri di altre chiese e di gruppi religiosi, che condividono il suo desiderio di utilizzare i mezzi di comunicazione sociale per la gloria di Dio e al servizio della razza umana (cfr Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Criteri di Collaborazione Ecumenica ed Interreligiosa nel campo delle Comunicazioni Sociali), e in particolare con i professionisti della comunicazione, ossia scrittori, redattori, cronisti, corrispondenti, attori, produttori, personale tecnico, insieme a proprietari, amministratori e dirigenti del settore.

31. Al di là dei suoi limiti, la comunicazione possiede qualcosa dell'attività creatrice di Dio. « L'artista divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all'artista umano ». Nel comprenderlo, gli artisti e i comunicatori possono « comprendere a fondo se stessi, la propria vocazione e la propria missione » (Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, n. 1).

Il comunicatore cristiano in particolare ha un compito profetico, una vocazione: parlare contro i falsi dei e idoli di oggi, il materialismo, l'edonismo, il consumismo, il gretto nazionalismo, ecc., sostenendo un corpo di verità morale basato sulla dignità e sui diritti umani, sull'opzione preferenziale per i poveri, sulla destinazione universale dei beni, sull'amore per i propri nemici, e sul rispetto incondizionato per la vita umana fin dal momento del concepimento al suo termine naturale, perseguendo il fine della più perfetta realizzazione del Regno in questo mondo, restando consapevoli del fatto che, alla fine dei tempi, Gesù ripristinerà tutte le cose e le riporterà al Padre (cfr 1 Cor 15, 24).

32. Anche se queste riflessioni sono rivolte a tutte le persone di buona volontà e non solo ai cattolici, è giusto, in conclusione, parlare di Gesù quale modello per gli operatori dei mezzi di comunicazione sociale. « In questi giorni » Dio Padre « ha parlato a noi per mezzo del Figlio » (Eb 1, 2). Questo Figlio ci comunica ora e sempre l'amore del Padre e il significato ultimo della nostra vita.

« Durante l'esistenza terrena Cristo si è rivelato perfetto comunicatore. Per mezzo della sua incarnazione, egli prese la somiglianza di coloro che avrebbero ricevuto il suo messaggio, espresso dalle parole e da tutta l'impostazione della sua vita. Egli parlava pienamente inserito nelle reali condizioni del suo popolo, proclamando a tutti indistintamente l'annuncio divino di salvezza con forza e con perseveranza e adattandosi al loro modo di parlare e alla loro mentalità » (Communio et progressio, n. 11).

Nella vita pubblica di Gesù le folle accorrevano per ascoltarlo predicare e insegnare (cfr Mt 8, 1, 18; Mc 2: 2, 4-1; Lc 5, 1, ecc.) e ha insegnato loro come uno « che ha autorità » (Mt 7, 29; Mc 1, 22, Lc 4, 32). Ha parlato loro del Padre e al contempo li ha riferiti a se stesso, spiegando: « Io sono la Via, la Verità e la Vita » (Gv 14, 6) e « chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv 14, 9). Non perse tempo in discorsi oziosi o nel vendicarsi, neanche quando fu accusato e condannato (cfr Mt 26, 63; 27, 12-14; Mc 15, 5, 15, 61). Il suo « cibo » consisteva nel fare la volontà del Padre che lo aveva mandato (cfr Gv 4, 34) e tutto ciò che disse e fece fu in riferimento a questo.

Spesso l'insegnamento di Gesù assumeva la forma di parabola e di storie vivaci che esprimevano verità profonde con termini semplici e quotidiani. Non solo le sue parole, ma anche le sue azioni, in particolare i miracoli, erano atti di comunicazione, puntavano sulla sua identità e manifestavano la forza di Dio (cfr Evangelii nuntiandi, n. 12). Nel comunicare mostrava rispetto per i suoi ascoltatori, simpatia per le loro situazioni e necessità, compassione per le loro sofferenze (cfr Lc 7, 13) e una determinazione risoluta a dire loro ciò che avevano bisogno di udire, in modo da catturare la loro attenzione e aiutarli a ricevere il messaggio, senza coercizioni e compromessi, inganni e manipolazioni. Invitava gli altri ad aprirgli la loro mente e il loro cuore, sapendo che così sarebbero stati condotti a lui e al Padre (cfr Gv 3, 1-15; 4, 7-26).

Gesù insegnò che la comunicazione è un atto morale: « Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore. L'uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato » (Mt 12, 34-37). Ammonì severamente contro lo scandalizzare « i piccoli » dicendo che chi lo avesse fatto « sarebbe meglio per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare » (Mc 9, 42; Mt 18, 6; Lc 17, 2). Era del tutto puro, un uomo di cui si sarebbe potuto dire che « non si trovò inganno sulla sua bocca » e inoltre « oltraggiato non rispondeva agli oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia » (1 Pt 2, 22-23). Insistette sul candore e sull'autenticità negli altri, condannando l'ipocrisia, la disonestà, qualsiasi tipo di comunicazione falsa e perversa: « Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno » (Mt 5, 37).

33. Gesù è il modello e l'esempio della nostra comunicazione. Per quanti operano nel campo delle comunicazioni sociali, siano essi coloro che prendono decisioni, professionisti dei media o fruitori, la conclusione è chiara: « Perciò, bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri... nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione » (Ef 4, 25, 29). Il servizio alla persona umana mediante l'edificazione di una comunità umana basata sulla solidarietà, sulla giustizia e sull'amore e la diffusione della verità sulla vita umana e sul suo compimento finale in Dio erano, sono e resteranno al centro dell'etica dei mezzi di comunicazione sociale.

John P. Foley
Presidente

Pierfranco Pastore
Segretario
 

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