home
 
  Sei a pag. 2 di home > etica                                       etica della relazione                   ---      Vai a pag.     1   2   3  

Il Pregiudizio razziale

Sia il termine "razzismo" che l'ideologia sottostante sono apparsi recentemente nella storia dell'Occidente: solo nel Settecento il termine "razza" comincia a comparire nei testi di scienze naturali dello svedese Carlo Linneo e del francese Georges Louis Buffon, convinti assertori della tesi parascientifica che i caratteri fisici e spirituali dei gruppi etnici siano determinati dall'ambiente naturale. Ma solo nella seconda metà dell'Ottocento il razzismo ricevette una elaborazione romantico-filosofica con pretese scien- tifiche - di fatto poi rivelatasi nulla più che ideologica - soprattutto attraverso le teorie del francese J. A. de Gobineau (1816-1882) e dell'inglese H. S. Chamberlain (1855-1927).
è dimostrato che l'atteggiamento razzistico era in pratica sconosciuto nelle civiltà primitive e anche nell'antichità greco-romana.

Quanto alla tradizione ebraico-cristiana, è risaputo che non è la lingua e neppure l'appartenenza etnica che definisce l'identità del popolo di Dio nato dalla prima alleanza e riconfigurato nella nuova. Anzi, nella nuova alleanza la salvezza messianica viene esplicitamente estesa a tutte le nazioni. Ciò che Babele aveva infranto e diviso, Pentecoste riunifica nel segno della universale chia-mata dei popoli all'unico destino. Non vige più diversità etnica o linguistica: Paolo dirà che dopo Cristo non c'è più giudeo nè greco né barbaro.

Ciò non toglie che più d'uno studioso della cultura ebraica abbia fatto l'ipotesi che proprio la consapevolezza di essere "popolo eletto" possa essere stata un pretesto che gli ebrei hanno fatto talvolta valere per rivendicare una certa loro superiorità nei confronti degli altri popoli. In effetti qualche pagina biblica contiene dei riflessi etnocentrici: Genesi 9,18 - 10,7, per esempio, narra l'orig ne delle razze al modo di un'investitura divina per il dominio d mondo. E tuttavia basta aprire le pagine dei profeti per incontri re frequenti e vigorose smentite alle tendenze etnocentriche de l'ebraismo.

Poi con Gesù, che rompe scandalosamente gli schemi del nazionalismo settario del suo tempo, e con un cristianesimo che apre corqggiosamente ai pagani, viene superata ogni residua ambiguità. E noto come Gesù abbia lottato contro ogni privilegio contro ogni pregiudizio: solleva e perdona l'adultera; discute con la samaritana eretica; identifica in uno straniero (il buon samar tano) colui che sa amare veramente il prossimo...

Il vangelo risuonerà poi in tutto il bacino del Mediterraneo co me una inaudita denuncia radicale di ogni discriminazione: non solo tra ebrei e stranieri, tra uomo e donna, tra liberi e schiavi ma persino tra giusti e peccatori. E senza discriminazioni di sorte vissero nei primi tempi le comunità cristiane.
Si sa che la storia successiva vedrà i cristiani non sempre coerenti su questo punto. Con l'integrazione nell'Impero e l'instaurazione del modello della societas christiana, la Chiesa incontra si scontra con tre "stranieri":

- con le popolazioni germaniche e slave, che cercherà di evange lizzare e di battezzare (a volte in massa e con la violenza com fece Carlo Magno coi sàssoni);
- con i musulmani, gli "infedeli" per antonomasia, che cerche rà di ricacciare fuori dall'Europa e di sconfiggere con le crociate
- con gli ebrei della diaspora, colpevoli di "deicidio", che cer cherà di allontanare dai "Paesi cristiani" (espulsioni) o di confinare dentro i ghetti.

Nel frattempo la Chiesa di Roma assiste a due rotture del su tessuto sociale: la Chiesa d'Oriente e i cristiani della riforma Iute rana diventeranno dei "diversi" agli occhi della cattolicità, al punto che non si è ancora raggiunta una riconciliazione completa. L'impresa di evangelizzare le nuove terre oltre oceano nonè andata esente da complicità con l'ideologia dominante dell'uomo bianco europeo, che andava verso l'indigeno d'oltre Atlantico come verso un essere inferiore per natura e per cultura, meritevole solo di essere strappato via dalle sue abitudini selvagge e superstiziose.

Il genocidio di intere popolazioni perpetrato dai colonizzatori europei, per ragioni di prestigio politico e di sfruttamento economico, è giustificato come male necessario ai fini della diffusione della "vera fede" e con essa della "vera civiltà".
Nei tempi moderni il pregiudizio razziale interferisce con il mito illuministico del progresso, con le teorie dell'evoluzionismo, con il mito della superiorità della razza ariana sfociato poi nella follia nazista. Ma nemmeno dopo l'olocausto l'antisemitismo si è spento. Come non sono finiti i colonialismi di varia ispirazione, e i nazionalismi. 

Per un'etica della convivenza multiculturale

Se nelle società moderne - e persino all'interno delle istituzioni, dei partiti, delle chiese - coesiste di fatto la pluralità di valori, una delle capacità prioritarie della persona è di saper vivere e convivere nella pluralità, dando senso a questa pluralità.


Intanto, il fatto di vivere accanto a persone che pensano e vivono in modo diverso può indurre all'indifferenza o al relativismo morale, perché ciascuno si crede in diritto di "farsi la sua vita" come meglio crede, senza dover render conto ad altri. Ma proprio questa libera circolazione di idee e di modelli di vita potrebbe,al contrario, divenire una chance nuova per dimostrare la propria maturità e coerenza morale una volta che non si è più costretti dal conformismo ambientale . 
Prima condizione per accedere a questa maturità è il riconoscimento del valore della diversità. 
Riconoscere cioè che la differenza che sembra separarci dall'altro è di fatto un potenziale arricchimento per ambedue, purché si sappia entrare nel sistem culturale dell'altro senza per questo rinunciare alla propria identità.

La stessa natura insegna che è sempre la relazione col divers da sé che diventa interessante e feconda, non la relazione con l'uguale a sé, che isterilisce perché ripetitiva. Il riconosciment della diversità è indispensabile anche perché fa superare si l'istintiva intolleranza che l'accomodante disinnesco di ogni tensione, non meno pericoloso perché illusorio e ipocrita.

L'uomo vive i valori universali, compresi quelli del vangelo, in modo particolare, nella relatività di una cultura locale. Ma sa che il suo modello particolare di vivere la fede non è l'unico, e tanto meno esaustivo di tutta la fede. Per non chiudersi nel privato o nel corporativo,  tende a rapportarsi con la vita delle altre Chiese locali.
 L'insieme delle Chiese locali forma l'unica Chiesa universale, essa stessa in cammino verso l'unità escatologica. In altri termini:
l'interculturalità cui l'umanità è chiamata in questo momento della storia può essere interpretata dai credenti come un "segno dei tempi" che prelude quell'unità finale del genere umano che fin dall'origine del mondo è nel pèrogetto di Dio creatore.

Entrare in relazione costruttiva con l'altro significa poi trovare un consenso almeno su una tavola minima di valori essenziali comuni. Ciò significa recuperare quel profondo humanum che sta alla radice di ogni pur differente cultura storica; significa svestirsi di tanti stereotipi culturali presi come assoluti e che invece sono semplicemente relativi a un gruppo o a un'epoca storica; significa conoscere le proprie radici, cioè sapere da dove sono venute le nostre idee e perché crediamo proprio in quelle; significa imparare a confrontarsi non partendo da presupposti indimostrati o da opinioni soggettive (si resta il più delle volte su un terreno di incompatibilità), ma in base a dati di fatto documentati ad argomenti ragionati, a ipotesi verificabili e verificate, a conclusioni accertate .

A livello propriamente etico il consenso va trovato intorno a quei valori e atteggiamenti universalmente riconosciuti (quindi preconfessionali e prepolitici), come il rispetto della propria e altrui dignità personale, il rispetto delle proprie e altrui cose, l'accettazione del proprio e altrui limite, la compassione verso ogni sofferenza, la ricerca di ciò che è giusto per ognuno, la pratica della "regola aurea" «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te».

Il rapporto con il diverso da me non può solo basarsi sul principio della tolleranza, che resta ambiguo nel suo stampo arcaico e illuministico in quanto lascia presupporre che la differenza tra i partners è incolmabile, e che la sola forma di convivenza è il separatismo. Occorre puntare invece sul principio della reciprocità, del confronto interattivo, fondato sulla fiducia che ciascuno ha qualcosa da dare e da ricevere.

(F.Pajer-RELIGIONE-SEI)

  Sei a pag. 2 di home > etica                                       etica della relazione                   ---      Vai a pag.     1   2   3  
 
home