Corso di Religione



Etica e cristianesimo
Sviluppo storico
         


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L' Etica cristiana Nel mondo postmoderno si parla spesso di morale laica e di morale religiosa.

Esisterebbe secondo questa ideologia una concezione di legge morale autonoma (che la ragione produce in modo autoreferenziato), ed una concezione di legge morale eteronoma imposta da una autorità esterna, (Dio, l'autorità religiosa).

Queste due leggi si opporrebbero nel dibattito culturale delle società occidentali. Se questa opposizione ha ragion d'essere in generale, essa non è  vera per il cristianesimo .

(1 Tm 2,4-6) Dio... “ vuole che tutti gli uomini siano salvi
( Uomini compiuti e definitivi)
// e
giungano alla conoscenza della verità. "
(giungano : implica un percorso di coscienza non una imposizione alla coscienza da parte di Dio)

L'uomo, nella sua coscienza , attraverso la ragione , può giungere alla verità-significato del suo essere.

Dei Verbum, cap I, n° 6 - -Il santo Concilio professa cheDio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale dell'umana ragione a partire dalle cose create(cfr. Rm 1,20); ma insegna anche che è merito della Rivelazione divina se “ tutto ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile alla umana ragione, può, anche nel presente stato del genere umano, essere conosciuto da tutti facilmente, con ferma certezza e senza mescolanza d'errore ”.

La ragione può giungere a riconoscere nella natura umana una legge morale naturale . Egli tenderebbe a seguire spontanemente questa legge se non fosse per natura schiavo di una potenza che interiormente lo devia, la potenza del male , il peccato.

Il cristianesimo, attraverso il dono dello Spirito libera l'uomo dalla schiavitù del peccato , lo rende Uomo, capace di scoprire e seguire la legge morale naturale.

L' 'elemento decisamente cristiano — Gesù che dona all'uomo credente il suo Spirito- ha operato nell'uomo una trasformazione radicale del suo essere : l'Uomo è una novità ontologica dell'essere e non una novità contenutistica del suo agire categoriale; una novità trascende dentro la realtà umana, novità che si riflette sull'agire ma che non lo determina materialmente.



L'etica cristiana non è una nuova collezione di precetti ritenuti vincolanti perchè dettati da Dio all'uomo : l'etica cristiana è la conformazione alla persona di Gesù come risposta al dono del suo Spirito.

Nel cristianesimo non ci sono norme morali imposte alla coscienza da Dio, dall'esterno. Quando Dio si rivela- in Gesù- egli rivela all'uomo la sua vera natura originaria, cioè le sue strutture morali originarie.

La rivelazione cristiana, cioè Gesù, rende evidente l'esistenza una struttura morale originaria, costitutiva, che si fonda
- sul libero arbitrio
- e sulla comunicazione con Dio attraverso la partecipazione della sua natura , del suo Spirito. La comunione di Spirito .

La legge morale cristiana è una esplicitazione della struttura morale interiore del cristiano, l'Uomo :
-
liberato dalla schiavitù del peccato , dalle sue suggestioni e condizionamenti, e perciò libero veramente
- partecipe per dono della natura divina, lo Spirito, l'Uomo è comunicante con Dio , mosso dal Suo Spirito .

Non esiste un insieme di leggi morali positive   propriamente cristiane . Il cristiano non agisce moralmente perchè segue norme esteriori dettate da Dio, una morale eteronoma estranea alla sua natura umana

« Nella fedeltà alla coscienza-ricorda il concilio Vaticano II, Gaudium et Spes,16 -anche i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale »

I cristiani partecipano alla ricerca della verità , la ricerca etica insieme a tutti gli uomini; in questa ricerca sono mossi dallo Spirito , la Carità .

Con. Vat. II Ad Gentes 9
-l'attività missionaria della Chiesa..
.Purifica dalle scorie del male ogni elemento di verità e di grazia presente e riscontrabile in mezzo ai pagani per una segreta presenza di Dio e lo restituisce al suo autore, cioè a Cristo, che distrugge il regno del demonio e arresta la multiforme malizia del peccato. Perciò ogni elemento di bene presente e riscontrabile nel cuore e nell'anima umana o negli usi e civiltà particolari dei popoli, non solo non va perduto, ma viene sanato, elevato e perfezionato per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell'uomo.


La Bibbia è testo morale ?
(F.Pajer-Religione-SEI)

" La Bibbia contiene indubbiamente grandi insegnamenti morali. E tuttavia: non è un manuale di etica.

Infatti:

- la Bibbia non si cura di formulare alcuna teoria morale in forma filosofica né tantomeno giuridica, ma situa i suoi insegnamenti morali nella prospettiva dominante di una più vasta storia di salvezza;

- la stessa comprensione dei testi morali è subordinata all'evolversi storico delle vicende del popolo di Dio;

- non è quindi metodologicamente corretto estrapolare un testo morale biblico dal contesto storico in cui fu pronunciato o redatto; non è necessariamente e totalmente originale nelle sue proposte morali.

Di fatto sono riconoscibili, nell'Antico Testamento, non poche affinità tra il decalogo e le tavole di Hammurabi, tra le norme sapienziali bibliche e il costume egiziano o mesopotamico; nel Nuovo Testamento, è evidente la parentela (se non la continuità) col costume religioso-ebraico, e con la "cultura ambiente" in genere (per es. Paolo si rifà all'étbos della sapienza orale giudaica e alla filosofia ellenistica, quando scrive, in Fil 4, 8, che «tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri»);

- non è necessariamente omogenea e coerente in tutti i suoi 72 libri (usciti nell'arco di un millennio, a cura di decine di autori noti e anonimi, in situazioni storiche estremamente diversificate e per rispondere a esigenze molto disparate): l'importante è saper distinguere tra principio etico di fondo e le sue applicazioni contingenti, talora discordanti. Per esempio, accanto al principio dell'amore del prossimo, si giustifica la schiavitù (nella lettera a Filemone), si riconosce alla donna un posto secondario nella comunità (nella 1 Corinti). Non è buona lettura biblica quella che livella tutto sullo stesso piano, quella che tenta di metter d'accordo a ogni costo gli evangelisti tra loro o con Paolo;

- non racchiude la morale unicamente nei testi morali: il messaggio etico sgorga anche, e anzitutto, dalla narrazione delle grandi azioni di Dio per il suo popolo (alleanza, liberazione, promessa del Messia, incarnazione, risurrezione).

Ne consegue un'altra avvertenza di metodo: ogni messaggio etico va ricollegato alla sua matrice storica, da cui ha preso origine. Chiedersi, in pratica: in quale occasione è stato formulato questo messaggio? Quali eventi l'hanno sollecitato? In forza di che cosa è entrato in vigore? Con quale portata? "

Il messaggio morale dell'Antico Testamento
La Legge [Mosaica] rappresentava il fondamento della religione e della moralità israelitica: è l'espressione stessa della volontà divina. Intere pagine dell'Antico Testamento elencano precetti e osservanze che regolano minuziosamente la vita personale, familiare, civile, religiosa. Ben undici sinonimi usa la Bibbia per tradurre l'unica nozione di Legge: essa è insegnamento, ordine, equità, norma, parola rivelata, verbo, testimonianza, voce, giudizio, comandamento, decreto.

Come altri popoli dell'antichità, anche Israele si serve di una legislazione religiosa per disciplinare tutta la vita sociale. La religione è struttura costitutiva di tutta la vita sociale. I primi cinque libri della Bibbia costituiscono per gli ebrei la Torah, la Legge. Sono la loro carta costituzionale, il regolamento della loro comunità civile e religiosa insieme, il certificato della loro fedeltà a Dio. Le antiche leggi di Israele sono quasi tutte clausole di un patto, di un'alleanza tra Dio e il suo popolo.

Cambiano nei secoli le condizioni politiche (tempo delle tribù, della monarchia, dell'esilio, della restaurazione) e anche l'osservanza della Legge subisce alti e bassi: infedeltà, legalismo, formalismo esteriore. Ecco allora i profeti tornare a ricordare al popolo il cuore della Legge: convertirsi invece di moltiplicare i riti, soccorrere il povero e la vedova prima di fare sacrifici nel Tempio... Perciò era data grande importanza alla conoscenza della Legge. I genitori dovevano istruire i figli nella Legge (Es 13, 8-10.14), i sacerdoti la spiegavano al popolo (Dt 33, 10; Lv 10, 11).

Il decalogo.  --Le "dieci parole" contenute nel decalogo sono riferite in due formulazioni differenti: in Es 20, 2-17 e in Dt 5, 6-24 Gli esegeti le datano intorno all' 8°-7° secolo a.C., ben posteriori quindi al Mosè storico, che la tradizione biblica vede invece come protagonista della rivelazione del Sinai. Il decalogo potrebbe essere stato ispirato dagli avvenimenti dell'epoca di Mosè (esodo, deserto, occupazione del Paese), ma nella sua forma attuale non sembra così antico. La sostanza comunque non cambia.

Stando alla lettera delle "dieci parole" secondo le due versioni citate, i destinatari del decalogo sono:
- persone che hanno dei genitori, ma anche dei figli, e che potrebbero tradire la propria moglie con un'altra donna;
- proprietari di case, di campi, di bestiame e di schiavi, e quindi il loro ambiente di vita è quello agreste-contadino, dove si mescolano ricchi e poveri, oppressori e oppressi;
- persone religiose che possono essere tentate di adorare altri dèi e costruirsi degli idoli; 
-persone adulte che possono essere chiamate a testimoni processi ed essere tentati di fare giuramenti falsi e quindi destinatari diretti del decalogo non sono i bambini, le donne gli schiavi.

In origine, quindi, il decalogo «non nacque come legge universalmente valida, come norma etica astratta e atemporale a ogni uomo di qualsiasi tempo e nè volle essere un concentrato o una summa di tutta l'etica anticotestamentaria »

Piuttosto erano una serie di precetti lapidari, nati per esigenze etiche di gruppi familiari nomadi; serviva quindi da programma trasgredendo il quale il popolo di Dio avrebbe rotto l'alleanza , cioè messo in la propria identità e la sua stessa sopravvivenza.


In seguito il decalogo venne adottato come base morale dal giudaismo costituitosi dopo l'esilio.

Il contenuto morale del decalogo  va individuato nei comandamenti che sostituiscono come i tre poli di coagulo di tutto il messaggio:

--anzitutto l'autopresentazione di Jáhvè: « Io sono il Signore Dio tuo che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto ... ». E' una parola da non dimenticare, perché permette di leggere in una luce particolarmente dinamica e liberante i precetti che seguiranno. Nonostante il loro preciso carattere prescrittivo, i comandamenti non vengono da un despota che impone obbedienza ma, al contrario da un Dio amorevole fino ad essere "geloso" della libertà del suo popolo, un Dio "che si è preoccupato di tirarti fuori dalla schiavitù di accompagnarti tra le insidie del deserto e di darti una terra accogliente dove far vivere i tuoi figli";

--vengono poi i doveri verso Dio: riconoscere Jahvè co co, non contraffarlo quindi con alcuna immagine, non abiurare il suo nome, ma osservare il sabato come giorno di riposo e in suo onore;

--quale naturale conseguenza, nascono i doveri verso il prossimo: da quelli matrimoniali e familiari (quarto, sesto e n mandamento) a quelli sociali (quinto, settimo e ottavo), qui ancora in formula piuttosto negativa, ma che già nel Levi 18) e più decisamente nel Nuovo Testamento (Mc 12, 2 tradurrà in quella insuperata sintesi positiva e dinamizzante che è l'«Ama il prossimo tuo come te stesso». )


Sul modo di interpretare oggi il decalogo non c'è consenso .

Si distinguono tre principali correnti:
- una corrente laica , o meglio laicista, che, al seguito di F. Nietzsche (1844-1900), vede nei dieci comandamenti un documento storico attribuito a Mosè ma redatto più tardi. Il loro valore è nullo perché sono stati redatti all"'epoca della ragione sottornessa", destinati a una società arcaica di soggetti culturalmente minorenni e succubi di un regime proibizionista;

- una corrente fondamentalista (fondamentalismo ebraico e neoprotestante) che, all'opposto, identifica nel decalogo la legge fondamentale della storia umana, legge che vincola tutti gli uomini di tutti i tempi: al di fuori del decalogo, per questa scuola, non esiste vita morale legittima;

- una corrente liberale, possibilista, che vede nel decalogo un intervento divino finalizzato a formare le coscienze ma senza forzarle, sollecitandole anzi a scelte sempre più libere. Gesù poi assume e trasforma dall'interno questo sistema morale, orientando tutto l'agire all'amore. Con questo passaggio risulta sconvolta anche l'immagine di Dio: da colui che comanda per essere obbedito, si passa a colui che invita liberamente ad amare.

- l'nterpretazione cattolica della Tradizione .
[Cat.Univers.Chiesa Catt.
1724 Il Decalogo, il Discorso della Montagna e la catechesi apostolica ci descrivono le vie che conducono al Regno dei cieli. Noi ci impegniamo in esse passo passo, mediante azioni quotidiane, sostenuti dalla grazia dello Spirito Santo. Fecondati dalla Parola di Cristo, lentamente portiamo frutti nella Chiesa per la gloria di Dio [Cf Mt 13,3-23 ]

L'etica nei testi profetici e sapienziali
Tutti i libri biblici - pur nella estrema varietà di autori e di generi letterari - sono attraversati da una costante dimensione etica più o meno esplicita.

Alcuni testi dell'Antico Testamento, però, oltre al citato decalogo, sono particolarmente ricchi di messaggi morali: è il caso dei libri profetici e di quelli sapienziali.

I profeti insistono, oltre che sul riconoscimento di un esplicito monoteismo assoluto e universale, sulla risposta che l'uomo è tenuto a dare: risposta di fiducia e adorazione dell'unico Signore, di rinuncia a qualsiasi ingiustizia a danno dei fratelli e di qualsiasi idolo (Samuele, Elia); culto divino che comporta il rispetto dei diritti altrui (Amos); misericordia e umiltà fraterna (Osea, Michea); fede viva accompagnata daH'impegno fattivo per il servizio del prossimo bisognoso (Isaia); e ancora pentimento, conversione, osservanza fedele della Torah (Ezechiele).

I saggi di Israele (da re Salomone a tanti anonimi scribi o commentatori della Legge, esponenti della sapienza popolare) presentano la loro visione etica secondo due registri letterari: - in termini direttamente esortativi (parenèsi morale), per ricordare sia le esigenze concrete dell'amore del prossimo (giustizia, elemosina, compassione, perdono), sia le insidie dei vizi da cui guardarsi (avidità, invidia, pigrizia, superbia ... ): come fanno, per esempio, i libri dei Proverbi e della Sapienza;in termini metaforici o allusivi (con il ricorso alla figura della personifica- zione dell'innocente maltrattato - Giobbe - o del saggio tormentato - QoèIet), per rappresentare il dramma della condizione umana esposta all'assurdo, soggetta com'è al bizzarro altalenarsi di felicità e infelicità, alla apparente rivalsa del male sul bene, all'insensato balletto di vita e di morte. "

Gesù A differenza di tanti altri geni dell'umanitá (filosofi, fondatori di religioni, scienziati  ), Gesù non lascia un suo sistema di pensiero filosofico e nemmeno un sistema morale.

A differenza di Confucio Gesù non si lascia guidare dalla fede in una legge eterna del mondo, cui l'uomo dovrebbe conformare la sua condotta;
- a differenza dei filosofi greci, Gesù non usa mai la parola astratta "natura umana", in cui il singolo uomo storico viene assorbito e annullato a vantaggio di un concetto universale di uomo astorico;
- a differenza degli stoici, non parte da un'idea prefabbricata di uomo che dovrebbe perseguire la felicità "vivendo secondo natura"; e non dà nemmeno definizioni astratte di bene e di male;
- a differenza della speculazione scolastica medioevale, non fonda nessuna morale religiosa sul "diritto naturale" o sulla legge naturale, che si presume riconoscibile e immutabile;
- a differenza di Kant, non enuncia nessuna "etica formale del dovere", nessun imperativo categorico, da cui poter dedurre tutti i precetti etici concreti;
- a differenza di Max Scheler, non propone nessuna "etica materiale dei valori", non stabilisce graduatorie o gerarchie di valori che andrebbero dai livelli più bassi (valori materiali e vitali) a quelli più alti (valori morali e religiosi)...


Anche quando Gesù parla di giustizia e di amore, queste parole non risuonano nella sua bocca come "concetti" o come "valori" universali.

Il concetto di giustizia, cui l'evangelista Matteo dà particolare rilievo nella predicazione di Gesù, non assurge a valore supremo, ma si affianca ad altri non meno importanti concetti di carattere generale. L'amore stesso non si pone quale supremo valore da cui derivare organicamente tutto il resto. Di una simile organicità Gesù non si cura minimamente. Sullo Stato spende ben poche parole, sull'economia. la cultura, l'educazione e altri simili temi tace del tutto ...

Il nocciolo della predicazione di Gesùè il Regno di Dio, l'Umanità Compiuta e Definitiva

«Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli -è vicino" (Mt 4, 17). (E Gesù si riferiva alla sua morte -risurrezione e al relativo dono permanente del suo Spirito all'umanità

La "buona notizia" che Gesù porta è proprio quella della imminenza del regno di Dio: guarigioni e miracoli ne sono il segno, diverse parabole ne danno un'immagine, ma sempre imperfetta, perché « il mio regno non è di questo mondo»

Quel regno di Dio che Gesù annuncia col discorso della montagna è di fatto già inaugurato nella sua stessa persona : l' Uomo Compiuto e Definitivo ( risorto) .

Come si entra nel Regno di Dio annunciato da Gesù?  

La risposta è nelle istruzioni dell'alleanza contenute nel discorso della montagna (Mt 5-7).

Gesù , con il dono del suo Spirito come nuovo Principio Vitale dell'Uomo sostituisce la coscienza tranquilla e garantista del dovere compiuto (legalismo) con la coscienza libera e responsabile del progetto divino da realizzare, l' Uomo Definitivo .

Gesù " l'Uomo Compiuto e Definitivo in persona" è la Legge di Vita dei cristiani.

... Gesù, più che insegnare una morale, ne mostrava concretamente un modello  singolare  .

Per individuare contenuti morali nei Vangeli bisogna leggere contestualmente le sue parole e i suoi comportamenti.
Un elenco esemplificativo, non esaustivo:
- valore dell'intenzione più che del gesto materiale;
- primato dell'amore del prossimo più che delle pratiche rituali;
- vicinanza agli ultimi, o perché poveri o perché peccatori;
- rispetto per la libertà di coscienza individuale;
- rifiuto delle convenzioni sociali, sia religiose che civili;
- avversione o distacco nei confronti delle ricchezze materiali;
- non-violenza o tolleranza come risposta alla violenza;
- fraternità universale al di là delle divisioni di classe o di etnia;
- franchezza coraggiosa di fronte a chi occupa posizioni di potere (sacerdoti, scribi, sinedrio, procuratore romano ... );
- semplificazione di tutte le leggi morali al duplice comandamento dell'amore di Dio e del prossimo.


I Vangeli riportano una quantità di situazioni concrete o di casi morali vissuti, di fronte a cui Gesù e i discepoli dovettero valutare il pro e il contro, prendere posizione, scegliere o consigliare il da farsi.

Gli esegeti R. Schnackenburg e H.D. Wendland concentrano questi interventi frammentari, ma non secondari, di Gesù in tre aree:

- Stato, diritto, leggi: si vedano le pericopi del racconto delle tentazioni (Mt 4, 3-10), del tributo a Cesare (Me 12, 13-17), della contesa riguardo al primo posto (Me 9, 33-35; 10, 41-45); e l'atteggiamento di Gesù verso le autorità durante il suo processo;

- matrimonio, famiglia: il giudizio di Gesù sulla indissolubilità del vincolo (Mt 19, 3-9; Me 10, 2-12) e la condotta da tenere verso i bambini (Mc 10, 13-16); l'atteggiamento critico nei confronti di ogni familismo (Mc 3, 31-35; 10, 29-30; Lc 9, 60-62);

- lavoro, proprietà, economia: l'episodio del giovane ricco (Mt 19, 16-30); la fiducia nella provvidenza (Mt 6, 25-34); il conflitto Dio-mammona (Mt 6, 24); le beatitudini e le maledizioni ricordate da Luca (6, 20-26); le parabole dell'amministratore infedele e del ricco epulone (tutto il capitolo 16 di Luca).


Nella chiesa delle origini " ...La Chiesa primitiva si è vista costretta a prendere posizione di fronte a nuovi problemi emergenti, come la continuità/rottura con gli usi della comunità giudaica, l'atteggiamento di fronte allo Stato che pretendeva il culto all'imperatore, il problema degli schiavi, le questioni attinenti all'etica coniugale e familiare, ecc.

Da un punto di vista teologico l'evento di Pasqua e di Pentecoste trasforma i discepoli in testimoni. Gesù non è più per loro solo il Maestro, ma l'Uomo , Compiuto e Definitivo. Sanno che il Risorto è il compimento della creazione e della storia.


La comunità cristiana è stata sollecitata a darsi una "regola di vita" sia dalle relazioni con il mondo che dalla relazione di comunione di Spirito con Gesù, con il Padre e fra i suoi membri.

Redento da Gesù con il dono dello Spirito, l'uomo è una «nuova creatura» (2 Cor 5, 17), è «uomo nuovo» (Ef 4, 24). L'etica non è che conseguenza di questa nuova condizione del cristiano.
Il cristiano è chiamato a:
-vivere in maniera degna e conforme alla sua vocazione (Ef riconoscere la nuova legge che è lo Spirito e camminare secondo lo Spirito (Rm 8, 2; 1 Cor 6, 15 Gal 5, 25); 
-praticare la verità nella carità (1 Cor 13); 
-agire con fede, speranza e carità, le virtù distintive dell'uomo nuovo (1 Ts 1, 3; Rm 5, 1-5).

Nella vita cristiana vissuta vanno segnalati quei comportamenti morali nuovi che sconcertavano non poco i pagani e gli stessi giudei:
-la condivisione dei beni; 
-il culto liturgico nelle assemblee domestiche; 
-il lealismo di fronte all'autorità politica; 
-il trattamento tendenzialmente egualitario, e non più gerarchico, nei rapporti tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra uomini e donne, tra padrone e schiavo, tra conterranei e stranieri.


Dalle Lettere di Paolo e di altri apostoli emergono altri tratti :
- l'orizzonte escatologico determina l'originalità dell'etica dei cristiani, i quali non si preoccupano di creare una "società cristiana" qui e ora, ma di essere solo il lievito nella massa, per testimoniare che un diverso regno, quello dello Spirito, è già presente nella storia;
- l'atteggiamento verso il mondo è insieme accogliente e critico
- la pratica delle buone opere diventa norma etica agli effetti della salvezza (lettera di Giacomo);
- la comunione con Dio e l'amore del prossimo si fondano e si verificano reciprocamente (scritti di Giovanni).


Paolo è l'autore biblico che più di ogni altro sviluppa elementi essenziali di morale fondamentale, quali i binomi dialettici: legge- libertà, dovere-amore, "uomo vecchio-uomo nuovo", fede-opere, Spirito-coscienza. ".


Ethos e comunita'  cristianaIN CHE MODO LA RIVELAZIONE CRISTIANA AGISCE SULLA MORALE ?

Si è soliti, giustamente, ricordare che l'influsso della fede sulla morale avviene attraverso la mediazione di un'antropologia cristiana specifica, capace di interpretare ciò che i vari ambiti culturali propongono quanto a valori e comparazione di valori.

Questo significa che un primo livello di mediazione culturale, storicamente necessario, è quello che ci offre i 'contenuti' su quali la teologia morale riflette: la natura dell'uomo e del suo mondo ci è accessibile nelle sue forme culturali ; è culturalmente interpretata.

Un altro livello di inevitabile mediazione culturale è quello che permette di elaborare  la stessa antropologia teologica-cristologica: essa, infatti, proprio per poter tutto riferire a Cristo e fondare in lui, ha bisogno di concetti e categorie mentali, che sono realtà umana, storica e culturale.  Come non qualsiasi elemento antropologico può venire assunto quale 'cristiano', così nulla di cristiano può formare un'antropologia senza assumere elementi 'culturali'. Ciò può sembrare estremamente limitante, ma nella prospettiva della creazione e dell'incarnazione significa semplicemente :
- accettare di essere creature, di avere una natura umana, un corpo, un mondo in cui vivere
-e accettare un'esistenza morale cristiana, nella fede, nella speranza, nella carità.
 
Quanto detto vale per l'antropologia esplicita e formulata, come anche per l'antropologia implicita, fattualmente  presente nelle riflessioni o anche semplicemente nelle valutazioni e nei giudizi morali.
L'accesso alla fede in Gesù Cristo che ottiene la salvezza, la liberazione dalla schiavitu' del Peccato, il dono della Libertà , avviene attraverso la mediazione di una tradizione vivente, la Chiesa.

Il modo di interpretare le conseguenze morali dell'annuncio evangelico  è mediato all'interno della Chiesa , nella sua storia.

La chiesa, nata e sviluppatasi nella comune professione di fede in Gesù Signore, ha dovuto fin dagli inizi confrontarsi con il problema di quale comportamento, di fronte a situazioni concrete, fosse corrispondente alla novità della vita in Cristo.

Il ricordo del Signore diventa interpretante i valori e i relativi comportamenti da assumere.

Tale riflessione già la troviamo nel NT: il discorso della montagna" nè è il paradigma e molti testi parenetici  prospettano le soluzioni di casi conflittuali, con il richiamo alla necessaria lotta interiore e alla conversione, con la proposizione di atteggiamenti fondamentali o di indicazioni esemplificative particolari.

Il cristiano non vive e non comprende da solo la sua fede, né la sua moralità. 

Ogni credente è fatto partecipe e responsabile dell'efficacia storica della salvezza cristiana, sia  nella testimonianza personale  sia nell'animarne la comprensione e la vita morale conseguente.

La comunità cristiana sviluppa un ethos comunitario proprio (e in questo senso specificamente cristiano) nella storia ; tale ethos fu , fin dalle comunità originarie, accompagnato da una riflessione che ne coglieva i valori .

L'ethos dei cristiani e le loro riflessioni non sono indipendenti dalla storia umana in cui maturano.

Testimonianza della vita dei cristiani 

11. 4. Presso di noi ... trovereste degli ignoranti e degli operai e delle vecchierelle che, se sono incapaci di spiegare a parole l'utilità della loro dottrina, coi fatti ben dimostrano l'utilità della loro libera scelta (di essere cristiani). Non parole vanno essi recitando a memoria, ma opere buone mettono in mostra; se battuti ecco che non rispondono, se derubati non muovono lite, dànno a chi chiede e amano il prossimo come se stessi.

L'intemerata condotta dei Cristiani, in mezzo alla immoralità dei pagani, testimonia la loro fede.

12, 3, Eppure alcuni fanno consistere questa vita in quel mangiamo e beviamo, ché domani saremo morti,9 e la morte suppongono un sonno profondo e un oblio: «Sonno e morte gemelli».11 A costoro si dà credito d'esser pii. Noi invece siamo uomini che facciamo pochissimo conto della vita di quaggiù, e ci lasciamo condurre solo dal desiderio di conoscere il vero Dio ed il suo Verbo e quale sia l'unità del Figlio col Padre, quale la comunicazione del Padre col Figlio, chi sia lo Spirito, quale l'unione e la distinzione di questi così grandi in uno congiunti, dello Spirito, del Figlio e del Padre. Noi sappiamo che la vita che ci attende è di gran lunga superiore a ogni espressione, se vi arriveremo puri da ogni misfatto .

Noi siamo pieni di carità a tal segno che non amiamo soltanto gli amici, perché il Vangelo dice: Se amerete chi vi ama e darete a prestito a chi presta, qual mercede avrete?" Tali essendo noi e tal vita vivendo, per sfuggire la condanna del giudizio, non saremo creduti pii? I Cristiani non offrono sacrifici come i pagani, perché Dio non ha bisogno di sangue né di profumi di vittime, ma di fede e di pure mani (azioni sante)

ATENAGORA ,filosofo cristiano di Atene.-Supplica indirizzata all'Imperatore Marco Aurelio e al figlio. (anno 176.d.C.)
La vita della comunità messianica di Gesù e poi della Chiesa diventa quotidianità all'interno di diversi popoli, culture, regioni, nazioni , stati in cui si radica.

La interazione con altre tradizioni religiose e culturali provoca la maturazione  dell'ethos dei cristiani.

Nell'interpretazione cristiana dei valori umani, fatta 'da persone storiche', non è possibile produrre alcun ethos comunitario cristiano culturalmente incondizionato.

Più che produrre un'etica nuova i cristiani hanno evangelizzato le culture dei popoli.


La chiesa degli inizi matura la propria etica confrontandosi dapprima con il patrimonio religioso e culturale della tradizione ebraica,  poi anche liberandosi da ciò che in quella diventava impedimento  e assumendo elementi di provenienza culturale diversa come il patrimonio etico e spirituale dei cristiani di origine non ebraica .

Quando si parla di un proprium storico della morale dei cristiani, ci si riferisce ad un ethos , un sentire etico che essi condividono e comunitariamente sviluppano :
- con la loro comprensione della rivelazione, Gesù ,
- con la loro conoscenza del mondo e di ciò che fa essere la vita umana degna dell'uomo , l'etica.


La maturazione etica dei cristiani a sua volta diventa un elemento dinamico della evangelizzazione delle varie culture.

Giocano in questo sviluppo
- la natura
-attraverso la ragione, nella cultura (la lex naturae )
- e la grazia ( la lex gratiae).

Nella dinamica storica di una comunità cristiana sono sempre all'opera la fede (nella grazia o Spirito ) e la ragione .

La riflessione morale cristiana riguarda il modo in cui la vita morale ( che ricerca e attua il bene in relazione al progetto divino, l'Uomo Compiuto e Definitivo) viene assunta consapevolmente all'interno della vita di fede, speranza e carita' .

I modelli nella storia
(F.Pajer-Religione-SEI)

" E' un fatto accertato dalla storia, dalla etnologia, dalla sociologia: sono esistiti ed esistono diversi sistemi morali. Fra questi anche i sistemi morali sviluppatisi nell'area culturale cristiana lungo tutta la sua storia con chiara dipendenza da scuole filosofiche diverse.

La fede cristiana vissuta non si è mai identificata - né poteva farlo - con un solo sistema etico.

Essa si è "sposata" con varie visioni della vita e dell'agire umano. Cosicché anche la morale cristiana si è assoggettata - nei modi concreti se non nei princìpi di fondo - alle mutevoli modalità storiche e geografiche con cui le società regolano l'organizzazione della vita collettiva, la produzione e la gestione dei beni economici, le condizioni della riproduzione umana, la trasmissione dei valori e dei saperi, l'esercizio del potere e del diritto, l'espressione culturale, artistica, religiosa.

Tenendo presente che la riflessione sistematica sul messaggio morale e il vissuto concreto della comunità credente possono sempre divaricare pur influenzandosi reciprocamente, si possono individuare alcuni modelli di morale cristiana succedutisi nella storia, modelli correlativi ovviamente alle condizioni sociali e culturali di ogni epoca'.


L'insegnamento dei Padri
Nell' epoca patristica l'etica si sviluppa a partire dal contesto liturgico e come conseguenza della celebrazione liturgica.

La logica è la seguente: se nell'assemblea liturgica si celebrano i misteri della salvezza operata da Cristo, è da questa esperienza che può nascere l'impulso ad aderire a Cristo e a conformare la condotta al suo vangelo. Prima è l'iniziativa di Dio, poi la risposta dell'uomo; prima la liturgia, poi viene la morale.

Infatti, non è l'uomo che prima decide di "comportarsi bene" per meritare poi di accostarsi ai sacramenti, ma prima di tutto viene il riconoscimento che Dio ha operato la salvezza, che questa salvezza è riproposta nei sacramenti della liturgia e che, di conseguenza, coloro che hanno partecipato devono ora comportarsi in modo degno della salvezza ricevuta.

L'ottica morale dei Padri è ancora quella genuinamente biblica della conversione a Cristo. Come spiegherà, per esempio, Clemente d'Alessandria (150-215 ca), che nel Pedagogo sviluppa il suo pensiero morale intorno a questa idea centrale: realizzarsi autenticamente come uomini significa imitare il Logos fatto uomo che, rivelandosi nella creazione e nella redenzione, si è dimostrato il vero educatore del genere umano.

Più tardi, sant'Agostino (354-430) affermerà che la morale cristiana può essere compresa soltanto nella fede e a partire dalla fede: perciò la condotta cristiana non è che il dispiegamento della vita di fede.


La sistemazione della Scolastica
I pensatori medioevali ripensano in chiave scientifica il mistero cristiano. Il contesto da cui partono non è più quello della lìturgia, ma quello della scuola (scuola di filosofia e teologia). La morale diventa qui un settore del sapere teologico, una disciplina da insegnare e da discutere nella comunità scientifica di professori e studenti (universitas studiorum).

Ora il discorso morale deve rispondere a correttezza e rigore razionale. Per questo importa dalla filosofia aristotelica (giunta in Occidente attraverso gli arabi) dei concetti chiave come coscienza, atto, legge, virtù, volontà. Perde quindi quel contatto vitale che prima aveva con l'evento liturgico e comunitario, per diventare una dottrina. Una dottrina riscattata, tuttavia, dal genio di teologi come sant'Alberto Magno (1207-1280) e san Tommaso d'Aquino (1225-1274): quest'ultimo ha il merito di aver creato il primo grande sistema compiuto di etica teologica cristiana, incentrata sulle virtù morali in rapporto con la vita teologale.


Alla ricerca di un modello
Molti tentativi sono stati fatti in questo secolo, da parte di teologi e pastori, per ridare alla morale cristiana un volto coerente e credibile. Si imponeva il superamento di un'etica legalistica, legata alia contabilità delle opere e dei singoli atti.

Occorreva riagganciare decisamente la morale alle sue radici bibliche e patristiche e reinserirla nell'alveo liturgico. Diveniva sempre più necessario ascoltare anche l'apporto illuminante delle scienze umane e sociali.

Il concilio Vaticano II, afl'inizio degli anni Sessanta, ha accolto queste istanze e ha posto le premesse per una riforma che non è ancora arrivata a risultati definitivi.

Più che a formulare nuove teorie etiche, il concilio ha spinto la Chiesa (e l'umanità) verso un éthos della solidarietà universale.


La costituzione Gaudium et spes, per esempio, sottolinea la necessità di « formare la coscienza veramente universale della responsabilità della solidarietà» (n. 90) e di collaborare a rendere «il mondo più conforme all'eminente dignità dell'uomo » ad aspirare «a una fratellanza universale e superiore» (n. 91).

Recenti prese di posizione del magistero su l'uno o l'altro dei grandi problemi morali (sessualità, lavoro e economia, pace e guerra, aborto e eutanasia, ecc.) ribadiscono la centralità della coscienza, fanno appello alle responsabilità personali e collettive, invitano a una analisi ragionata dell'atto umano e delle sue conseguenze.

Uno sforzo di sintesi aggiornata come guida autorevole ai fedeli è stato offerto sia attraverso il Catechismo della Chiesa cattolica (1992), sia con l'enciclica Veritatis splendor (1993), che affronta « alcune questioni fondamentali dell'insegnamento morale della Chiesa» (n. 5).

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