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La giustizia di Dio

Pochi concetti paolini sono stati studiati come quello di «giustizia di Dio», che infatti è apparentemente equivoco e quindi va compreso bene.

(Rom 1,16c) Nel Vangelo si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà.

Nel successivo sviluppo argomentativo della lettera risulta che questa giustizia è di fatto sinonimo di «grazia» (3,24; 5,2), di «amore» (5,5; 8,39), di «misericordia» (15,9).

Paolo dunque non intende parlare di una giustizia retributiva, che anzi nell'ampia sezione di Rom 1,18-3,20 egli esclude e di cui offre poi come alternativa in 3,21-5,21 quella del Vangelo. Infatti la giustizia di Dio non è quella di un giudice (Paolo non definisce mai Dio con questo termine, che si trova solo nella lettera deuteropaolina 2Tim 4,8 ma non in rapporto alla giustificazione).

Essa piuttosto, come ristabilimento di giuste relazioni con Dio, si manifesta soltanto sulla base di una sua gratuita remissione dei nostri debiti contratti verso di lui. A questa "giustizia" è perfettamente omogenea solo la fede in quanto accettazione umile, grata e gioiosa di quanto egli ha operato in Gesù Cristo per noi.
Paolo cita un testo del profeta Abacuc (2,4) per dire che la fioritura della vita piena è scandalosamente congiunta, in prima battuta, non con l'osservanza della legge morale, ma con questa nuda accoglienza della grazia divina.

Morale cristiana e Bibbia

I cristiani vivono nel mondo attraverso le loro scelte quotidiane e strutturano i loro rapporti comunitari e i loro rapporti con il mondo
- secondo la misura della grazia accolta
- e della rivelazione compresa,
- e della conversione a Cristo
- in un cammino di conversione continua

L'ethos dei cristiani e le loro riflessione non sono indipendenti dalla storia umana in cui maturano.
L'esperienza umana e cristiana tradotta in etica cioè in valori cristiani, è alla base della stessa possibilità di leggere la Scrittura e la Tradizione ecclesiale. Essa ne costituisce la precomprensione che innesca il circolo ermeneutico.I

l comune 'riferimento a Gesù Cristo' dei cristiani, l'ethos e l'etica che essi condividono , non si identifica mai con il prodotto culturale di un luogo, di un'epoca, di una tradizione particolari : i credenti sono sempre chiamati a conversione, cioè alla libertà : Ga 5,16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito.

La Scrittura si pone così al centro della crescita cristiana:
- è Spirito divino e Vita dello spirito umano,
- è verità ed autenticità dell'ethos cristiano ,
- e della sua comprensione e trasmissione.

Vita cristiana nello Spirito del risorto , riflessione, esperienza e conoscenza sono maturate e vanno maturando ancora tra i cristiani.

La Bibbia è testo morale ?
(*) (F.Pajer-Religione-SEI)

" La Bibbia contiene indubbiamente grandi insegnamenti morali. E tuttavia: non è un manuale di etica.
Infatti:
- la Bibbia non si cura di formulare alcuna teoria morale in forma filosofica né tantomeno giuridica, ma situa i suoi insegnamenti morali nella prospettiva dominante di una più vasta storia di salvezza;
- la stessa comprensione dei testi morali è subordinata all'evolversi storico delle vicende del popolo di Dio;
- non è quindi metodologicamente corretto estrapolare un testo morale biblico dal contesto storico in cui fu pronunciato o redatto; non è necessariamente e totalmente originale nelle sue proposte morali.

Di fatto sono riconoscibili, nell'Antico Testamento, non poche affinità tra il decalogo e le tavole di Hammurabi, tra le norme sapienziali bibliche e il costume egiziano o mesopotamico; nel Nuovo Testamento, è evidente la parentela (se non la continuità) col costume religioso-ebraico, e con la "cultura ambiente" in genere (per es. Paolo si rifà all'étbos della sapienza orale giudaica e alla filosofia ellenistica, quando scrive, in Fil 4, 8, che «tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri»);

- non è necessariamente omogenea e coerente in tutti i suoi 72 libri (usciti nell'arco di un millennio, a cura di decine di autori noti e anonimi, in situazioni storiche estremamente diversificate e per rispondere a esigenze molto disparate): l'importante è saper distinguere tra principio etico di fondo e le sue applicazioni contingenti, talora discordanti. Per esempio, accanto al principio dell'amore del prossimo, si giustifica la schiavitù (nella lettera a Filemone), si riconosce alla donna un posto secondario nella comunità (nella 1 Corinti). Non è buona lettura biblica quella che livella tutto sullo stesso piano, quella che tenta di metter d'accordo a ogni costo gli evangelisti tra loro o con Paolo;

- non racchiude la morale unicamente nei testi morali: il messaggio etico sgorga anche, e anzitutto, dalla narrazione delle grandi azioni di Dio per il suo popolo (alleanza, liberazione, promessa del Messia, incarnazione, risurrezione).

Ne consegue un'altra avvertenza di metodo: ogni messaggio etico va ricollegato alla sua matrice storica, da cui ha preso origine. Chiedersi, in pratica: in quale occasione è stato formulato questo messaggio? Quali eventi l'hanno sollecitato? In forza di che cosa è entrato in vigore? Con quale portata? "

Il messaggio morale dell'Antico Testamento

La Legge [Mosaica] rappresentava il fondamento della religione e della moralità israelitica: è l'espressione stessa della volontà divina. Intere pagine dell'Antico Testamento elencano precetti e osservanze che regolano minuziosamente la vita personale, familiare, civile, religiosa. Ben undici sinonimi usa la Bibbia per tradurre l'unica nozione di Legge: essa è insegnamento, ordine, equità, norma, parola rivelata, verbo, testimonianza, voce, giudizio, comandamento, decreto.

Come altri popoli dell'antichità, anche Israele si serve di una legislazione religiosa per disciplinare tutta la vita sociale. La religione è struttura costitutiva di tutta la vita sociale. I primi cinque libri della Bibbia costituiscono per gli ebrei la Torah, la Legge. Sono la loro carta costituzionale, il regolamento della loro comunità civile e religiosa insieme, il certificato della loro fedeltà a Dio. Le antiche leggi di Israele sono quasi tutte clausole di un patto, di un'alleanza tra Dio e il suo popolo.

Cambiano nei secoli le condizioni politiche (tempo delle tribù, della monarchia, dell'esilio, della restaurazione) e anche l'osservanza della Legge subisce alti e bassi: infedeltà, legalismo, formalismo esteriore. Ecco allora i profeti tornare a ricordare al popolo il cuore della Legge: convertirsi invece di moltiplicare i riti, soccorrere il povero e la vedova prima di fare sacrifici nel Tempio... Perciò era data grande importanza alla conoscenza della Legge. I genitori dovevano istruire i figli nella Legge (Es 13, 8-10.14), i sacerdoti la spiegavano al popolo (Dt 33, 10; Lv 10, 11).

Il decalogo. 

Le "dieci parole" contenute nel decalogo sono riferite in due formulazioni differenti: in Es 20, 2-17 e in Dt 5, 6-24 Gli esegeti le datano intorno all' 8°-7° secolo a.C., ben posteriori quindi al Mosè storico, che la tradizione biblica vede invece come protagonista della rivelazione del Sinai. Il decalogo potrebbe essere stato ispirato dagli avvenimenti dell'epoca di Mosè (esodo, deserto, occupazione del Paese), ma nella sua forma attuale non sembra così antico. La sostanza comunque non cambia.

Stando alla lettera delle "dieci parole" secondo le due versioni citate, i destinatari del decalogo sono:
- persone che hanno dei genitori, ma anche dei figli, e che potrebbero tradire la propria moglie con un'altra donna;
- proprietari di case, di campi, di bestiame e di schiavi, e quindi il loro ambiente di vita è quello agreste-contadino, dove si mescolano ricchi e poveri, oppressori e oppressi;
- persone religiose che possono essere tentate di adorare altri dèi e costruirsi degli idoli; 
-persone adulte che possono essere chiamate a testimoni processi ed essere tentati di fare giuramenti falsi e quindi destinatari diretti del decalogo non sono i bambini, le donne gli schiavi.

In origine, quindi,il decalogo «non nacque come legge universalmente valida, come norma etica astratta e atemporale a ogni uomo di qualsiasi tempo e nè volle essere un concentrato o una summa di tutta l'etica anticotestamentaria » Piuttosto erano una serie di precetti lapidari, nati per esigenze etiche di gruppi familiari nomadi; serviva quindi da programma trasgredendo il quale il popolo di Dio avrebbe messo in la propria identità e la sua stessa sopravvivenza. In seguito il decalogo venne adottato come base morale sia dal giudaismo costituitosi dopo l'esilio, sia dallo stesso cristianesimo, a cominciare da Gesù che non intese «eliminare la Legge e i Profeti » cioè la Bibbia Ebraica.

Il contenuto morale del decalogo  va individuato nei comandamenti che sostituiscono come i tre poli di coagulo di tutto il messaggio:

--anzitutto l'autopresentazione di Jáhvè: « Io sono il Signore Dio tuo che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto ... ». E' una parola da non dimenticare, perché permette di leggere in una luce particolarmente dinamica e liberante i precetti che seguiranno. Nonostante il loro preciso carattere prescrittivo, i comandamenti non vengono da un despota che impone obbedienza ma, al contrario da un Dio amorevole fino ad essere "geloso" della libertà del suo popolo, un Dio "che si è preoccupato di tirarti fuori dalla schiavitù di accompagnarti tra le insidie del deserto e di darti una terra accogliente dove far vivere i tuoi figli";

--vengono poi i doveri verso Dio: riconoscere Jahvè co co, non contraffarlo quindi con alcuna immagine, non abiurare il suo nome, ma osservare il sabato come giorno di riposo e in suo onore;

--quale naturale conseguenza, nascono i doveri verso il prossimo: da quelli matrimoniali e familiari (quarto, sesto e n mandamento) a quelli sociali (quinto, settimo e ottavo), qui ancora in formula piuttosto negativa, ma che già nel Levi 18) e più decisamente nel Nuovo Testamento (Mc 12, 2 tradurrà in quella insuperata sintesi positiva e dinamizzante che è l'«Ama il prossimo tuo come te stesso». )

Il testo del decalogo è frutto di una elaborazione avvenuta lentamente in diverse fasi.
«Per lo storico molta nebbia avvolge il monte Sinai ed egli non riesce più a distinguere esattamente quanto un giorno si è lassù verificato e quanto solo più tardi fu inserito in quel contesto per sottolineare la portata di quell'evento decisivo. La storia del decalogo gli appare perciò ben più complessa e ricca di quello che non pensassero le generazioni di un tempo.

Fu solo a un certo momento di questa sua storia che quel testo diventò un elemento centrale del patto, stipulato sul Sinai. Da quel momento il decalogo crebbe davvero in questo contesto e sarebbe stolto sottrargli qualcosa dell'autorità attribuitagli in passato quando si credeva che fosse stato ascoltato dal cielo, in un evento mistico e collettivo, da parte di tutte le dodici tribù di Israele».

Le "due tavole" della Legge antica sono ben incardinate nel patto d'alleanza, che è un darsi premuroso di Dio all'uomo, un rispondere gioioso dell'uomo a Dio. Consiste in questo il nucleo profondo dell'etica religiosa ebraica, che la differenzia dalle religioni pagane. E' un'etica che parte sì da Dio, ma da che si compromette personalmente e per sempre con l'uomo e che attende dall'uomo non l'obbedienza dello schiavo, ma la riconoscenza dell'uomo liberato (Antico Testamento), anzi l'amore del figlio (Nuovo Testamento).

Interpretazioni del decalogo. 

Sul modo di interpretare oggi il decalogo non c'è consenso . Si distinguono tre principali correnti:

- una corrente laica , o meglio laicista, che, al seguito di F. Nietzsche (1844-1900), vede nei dieci comandamenti un documento storico attribuito a Mosè ma redatto più tardi. Il loro valore è nullo perché sono stati redatti all"'epoca della ragione sottornessa", destinati a una società arcaica di soggetti culturalmente minorenni e succubi di un regime proibizionista;

- una corrente fondamentalista (fondamentalismo ebraico e neoprotestante) che, all'opposto, identifica nel decalogo la legge fondamentale della storia umana, legge che vincola tutti gli uomini di tutti i tempi: al di fuori del decalogo, per questa scuola, non esiste vita morale legittima;

- una corrente liberale, possibilista, che vede nel decalogo un intervento divino finalizzato a formare le coscienze ma senza forzarle, sollecitandole anzi a scelte sempre più libere. Gesù poi assume e trasforma dall'interno questo sistema morale, orientando tutto l'agire all'amore. Con questo passaggio risulta sconvolta anche l'immagine di Dio: da colui che comanda per essere obbedito, si passa a colui che invita liberamente ad amare.

- l'nterpretazione cattolica della Tradizione

L'etica nei testi profetici e sapienziali

Tutti i libri biblici - pur nella estrema varietà di autori e di generi letterari - sono attraversati da una costante dimensione etica più o meno esplicita. Alcuni testi dell'Antico Testamento, però, oltre al citato decalogo, sono particolarmente ricchi di messaggi morali: è il caso dei libri profetici e di quelli sapienziali.

I profeti insistono, oltre che sul riconoscimento di un esplicito monoteismo assoluto e universale, sulla risposta che l'uomo è tenuto a dare: risposta di fiducia e adorazione dell'unico Signore, di rinuncia a qualsiasi ingiustizia a danno dei fratelli e di qualsiasi idolo (Samuele, Elia); culto divino che comporta il rispetto dei diritti altrui (Amos); misericordia e umiltà fraterna (Osea, Michea); fede viva accompagnata daH'impegno fattivo per il servizio del prossimo bisognoso (Isaia); e ancora pentimento, conversione, osservanza fedele della Torah (Ezechiele).

I saggi di Israele (da re Salomone a tanti anonimi scribi o commentatori della Legge, esponenti della sapienza popolare) presentano la loro visione etica secondo due registri letterari: - in termini direttamente esortativi (parenèsi morale), per ricordare sia le esigenze concrete dell'amore del prossimo (giustizia, elemosina, compassione, perdono), sia le insidie dei vizi da cui guardarsi (avidità, invidia, pigrizia, superbia ... ): come fanno, per esempio, i libri dei Proverbi e della Sapienza;in termini metaforici o allusivi (con il ricorso alla figura della personifica- zione dell'innocente maltrattato - Giobbe - o del saggio tormentato - QoèIet), per rappresentare il dramma della condizione umana esposta all'assurdo, soggetta com'è al bizzarro altalenarsi di felicità e infelicità, alla apparente rivalsa del male sul bene, all'insensato balletto di vita e di morte.

Di fronte a certe pagine bibliche, che sconvolgono gli schemi moralistici dei benpensanti, rimane un interrogativo radicale: - può un uomo senza fede nella vita, e senza fede nel Dio della vita, essere morale?
La risposta è implicita negli stessi testi: infatti l'elemento specifico dell'etica biblica non va cercata nei singoli comandamenti o divieti, ma nella fede in Jáhvè, che ha subordinato ogni precetto e divieto alla volontà del Dio dell'alleanza.

Gesù non è un "maestro di morale"

. A differenza di tanti altri geni dell'umanitá (filosofi, fondatori di religioni, scienziati  ), Gesù non lascia un suo sistema di pensiero e nemmeno di morale:

- a differenza di Confucio, Gesù non si lascia guidare dalla fede in una legge eterna del mondo, cui l'uomo dovrebbe conformare la sua condotta;
- a differenza dei filosofi greci, Gesù non usa mai la parola astratta "natura umana", in cui il singolo uomo storico viene assorbito e annullato a vantaggio di un concetto universale di uomo astorico;
- a differenza degli stoici, non parte da un'idea prefabbricata di uomo che dovrebbe perseguire la felicità "vivendo secondo natura"; e non dà nemmeno definizioni astratte di bene e di male;
- a differenza della speculazione scolastica medioevale, non fonda nessuna morale religiosa sul "diritto naturale" o sulla legge naturale, che si presume riconoscibile e immutabile;
- a differenza di Kant, non enuncia nessuna "etica formale del dovere", nessun imperativo categorico, da cui poter dedurre tutti i precetti etici concreti;
- a differenza di Max Scheler, non propone nessuna "etica materiale dei valori", non stabilisce graduatorie o gerarchie di valori che andrebbero dai livelli più bassi (valori materiali e vitali) a quelli più alti (valori morali e religiosi)...

Anche quando Gesù parla di giustizia e di amore, queste parole non risuonano nella sua bocca come "concetti" o come "valori" universali: «Il concetto di giustizia, cui l'evangelista Matteo dà particolare rilievo nella predicazione di Gesù, non assurge a valore supremo, ma si affianca ad altri non meno importanti concetti di carattere generale. L'amore stesso non si pone quale supremo valore da cui derivare organicamente tutto il resto. Di una simile organicità Gesù non si cura minimamente. Sullo Stato spende ben poche parole, sull'economia. la cultura, l'educazione e altri simili temi tace del tutto ».

Il nocciolo della predicazione di Gesù, la morale del regno

I Vangeli lo dicono chiaramente: fin dall'inizio e al centro della sua predicazione sta un avvenimento imminente ma ancora misterioso, esaltante ma anche minaccioso, decisivo comunque per la vita di tutti. E' l'annuncio del regno di Dio: «Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli -è vicino" (Mt 4, 17).

La "buona notizia" che Gesù porta è proprio quella della imminenza del regno di Dio: guarigioni e miracoli ne sono il segno, diverse parabole e immagini ne danno un'idea, ma sempre imperfetta, perché « il mio regno non è di questo mondo» Come si entra nel Regno di Dio annunciato da Gesù?
 La risposta è nelle istruzioni dell'alleanza contenute nel discorso della montagna (Mt 5-7).

Gesù riveste il ruolo di nuovo legislatore, in quanto
- chiede di convertirsi alla nuova giustizia del cuore, ben superiore a quella formale ed esteriore dell'osservanza legale
- sostituisce la coscienza tranquilla e garantista del dovere compiuto (legalismo) con la coscienza libera e responsabile del progetto divino da realizzare;
- non abolisce la legge mosaica, ma porta a compimento  le promesse divine cui erano legate .

E' come dire che il senso pieno della Legge Mosaica si realizza sol suo superamento. Mentre le norme del decalogo hanno un valore precettistico, e parlano " in negativo ", le "beatitudini" sono inviti alla perfezione: indicano la direzione verso una mèta esigente che sarà mai totalmente raggiunta. Per questo sono anche dette "messaggio escatologico".

Non solo: quel regno di Dio che Gesù annuncia col discorso della montagna è di fatto già inaugurato nella sua stessa persona. Gesù può dire che il regno è vicino, anzi è presente, perché Dio stesso viene in persona a inaugurare quel nuovo rapporto tra Dio e gli uomini che prima di lui gli ebrei osservanti avevano solo potuto sperare.

Gesù infatti annuncia da parte di Dio una inaudita volontà di perdono e di riconciliazione; chiede che da parte uomini ci sia una conversione, perché possano accogliere il dono di Dio. Qui sta il fondamento di tutta la morale insegnata, vissuta, da Gesù di Nazaret.

Gesù " in persona" è la Legge dei cristiani.

Per individuare i contenuti della morale nuova di Gesù bisogna leggere contestualmente le sue parole e i suoi comportamenti. Si arriva così a evidenziare ciò che veramente importava a Gesù e che Gesù voleva diventasse anche il segno distintivo dei suoi seguaci. Un elenco esemplificativo, non esaustivo:
- valore dell'intenzione più che del gesto materiale;
- primato dell'amore del prossimo più che delle pratiche rituali;
- vicinanza agli ultimi, o perché poveri o perché peccatori;
- rispetto per la libertà di coscienza individuale;
- rifiuto delle convenzioni sociali, sia religiose che civili;
- avversione o distacco nei confronti delle ricchezze materiali;
- non-violenza o tolleranza come risposta alla violenza;
- fraternità universale al di là delle divisioni di classe o di etnia;
- franchezza coraggiosa di fronte a chi occupa posizioni di potere (sacerdoti, scribi, sinedrio, procuratore romano ... );
- semplificazione di tutte le leggi morali al duplice comandamento dell'amore di Dio e del prossimo.

Gesù, più che insegnare una morale, ne mostrava concretamente un modello  singolare  .Per esempio, preferiva trasgredire una legge rabbinica che spezzare il cuore di un uomo; accoglieva ogni persona senza porre condizioni (mentre i perbenisti del suo tempo pensavano che condizione per presentarsi a Dio fosse l'irreprensibilità morale); liberava delle persone solo perché credeva in loro più di quanto loro credessero in se stesse; fu ucciso anche perché era l'amico di ladri, pubblicani e prostitute.

I Vangeli riportano una quantità di situazioni concrete o di casi morali vissuti, di fronte a cui Gesù e i discepoli dovettero valutare il pro e il contro, prendere posizione, scegliere o consigliare il da farsi.Gli esegeti (R. Schnackenburg, H.D. Wendland) concentrano questi interventi frammentari, ma non secondari, di Gesù in tre aree:

- Stato, diritto, leggi: si vedano le pericopi del racconto delle tentazioni (Mt 4, 3-10), del tributo a Cesare (Me 12, 13-17), della contesa riguardo al primo posto (Me 9, 33-35; 10, 41-45); e l'atteggiamento di Gesù verso le autorità durante il suo processo;

- matrimonio, famiglia: il giudizio di Gesù sulla indissolubilità del vincolo (Mt 19, 3-9; Me 10, 2-12) e la condotta da tenere verso i bambini (Mc 10, 13-16); l'atteggiamento critico nei confronti di ogni familismo (Mc 3, 31-35; 10, 29-30; Lc 9, 60-62);

- lavoro, proprietà, economia: l'episodio del giovane ricco (Mt 19, 16-30); la fiducia nella provvidenza (Mt 6, 25-34); il conflitto Dio-mammona (Mt 6, 24); le beatitudini e le maledizioni ricordate da Luca (6, 20-26); le parabole dell'amministratore infedele e del ricco epulone (tutto il capitolo 16 di Luca).

Le prime comunità cristiane e l'etica

Da un punto di vista storico, si osserva che la Chiesa primitiva si è vista costretta a prendere posizione di fronte a nuovi problemi emergenti, come la continuità/rottura con gli usi della comunità giudaica, l'atteggiamento di fronte allo Stato che pretendeva il culto all'imperatore, il problema degli schiavi, le questioni attinenti all'etica coniugale e familiare, ecc.

Invece, da un punto di vista teologico, va ricordato che l'evento di Pasqua e di Pentecoste trasforma i discepoli in testimoni. Gesù non è più per loro solo il Maestro, ma l'Uomo nuovo. Da lui non hanno appreso solo una lezione di morale, ma sanno che il Risorto è il Signore della vita e della storia.

Da ambedue le spinte, l'una esterna l'altra interna, la comunità è stata sollecitata a darsi una "regola di vita". 
Atti e Lettere contengono rispettivamente la morale vissuta e la morale proclamata del primo cristianesimo. Nella morale cristiana vissuta vanno segnalati quei comportamenti nuovi, che sconcertavano non poco i pagani e gli stessi giudei:

-la condivisione dei beni; 
-il culto liturgico nelle assemblee domestiche; 
-il lealismo di fronte all'autorità politica; 
-il trattamento tendenzialmente egualitario, e non più gerarchico, nei rapporti tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra uomini e donne, tra padrone e schiavo, tra conterranei e stranieri.

Dalle Lettere di Paolo (vedi più avanti) e di altri apostoli emergono altri tratti caratterizzanti la morale dei primi cristiani. In particolare:

- l'orizzonte escatologico determina l'originalità dell'etica dei cristiani, i quali non si preoccupano di creare una "società cristiana" qui e ora, ma di essere solo il lievito nella massa, per testimoniare che un diverso regno, quello dello Spirito, è già presente nella storia;
- l'atteggiamento verso il mondo è insieme accogliente e critico: va accolto tutto ciò che è buono o che è strumento al bene, va ripensato o rifiutato quanto non corrisponde alla novità e santità del vangelo;
- la pratica delle buone opere diventa norma etica agli effetti della salvezza (lettera di Giacomo);
- la comunione con Dio e l'amore del prossimo si fondano e si verificano reciprocamente (scritti di Giovanni).

Redento da Cristo, l'uomo è una «nuova creatura» (2 Cor 5, 17), è «uomo nuovo» (Ef 4, 24).
L'etica non è che conseguenza di questa nuova condizione del cristiano.Ecco perché il cristiano è chiamato a:

-vivere in maniera degna e conforme alla sua vocazione (Ef riconoscere la nuova legge che è lo Spirito di Cristo e di a camminare secondo lo Spirito (Rm 8, 2; 1 Cor 6, 15 Gal 5, 25); 
-praticare la verità nella carità (1 Cor 13); 
-agire con fede, speranza e carità, le virtù distintive dell'uomo nuovo (1 Ts 1, 3; Rm 5, 1-5).

Paolo è l'autore biblico che più di ogni altro sviluppa elementi essenziali di morale fondamentale, quali i binomi dialettici: legge- libertà, dovere-amore, "uomo vecchio-uomo nuovo", fede-opere, Spirito-coscienza... Paolo parla anche della responsabilità morale dei pagani: anche loro hanno una coscienza e questa è un tribunale che, secondo i casi, ha il potere di accusarli o di difenderli.

Modelli storici di etica cristiana

E' un fatto accertato dalla storia, dalla etnologia, dalla sociologia: sono esistiti ed esistono diversi sistemi morali. Fra questi anche i sistemi morali sviluppatisi nell'area culturale cristiana lungo tutta la sua storia (cfr. p. 379) con chiara dipendenza da scuole filosofiche diverse.

La fede cristiana vissuta non si è mai identificata - né poteva farlo - con un solo sistema etico.

Essa si è "sposata" con varie visioni della vita e dell'agire umano. Cosicché anche la morale cristiana si è assoggettata - nei modi concreti se non nei princìpi di fondo - alle mutevoli modalità storiche e geografiche con cui le società regolano l'organizzazione della vita collettiva, la produzione e la gestione dei beni economici, le condizioni della riproduzione umana, la trasmissione dei valori e dei saperi, l'esercizio del potere e del diritto, l'espressione culturale, artistica, religiosa.

Tenendo presente che la riflessione sistematica sul messaggio morale e il vissuto concreto della comunità credente possono sempre divaricare pur influenzandosi reciprocamente, si possono individuare alcuni modelli di morale cristiana succedutisi nella storia, modelli correlativi ovviamente alle condizioni sociali e culturali di ogni epoca'.

L'insegnamento dei Padri

Nell'epoca patristica l'etica si sviluppa a partire dal contesto liturgico e come conseguenza della celebrazione liturgica.

La logica è la seguente: se nell'assemblea liturgica si celebrano i misteri della salvezza operata da Cristo, è da questa esperienza che può nascere l'impulso ad aderire a Cristo e a conformare la condotta al suo vangelo. Prima è l'iniziativa di Dio, poi la risposta dell'uomo; prima la liturgia, poi viene la morale.

Infatti, non è l'uomo che prima decide di "comportarsi bene" per meritare poi di accostarsi ai sacramenti, ma prima di tutto viene il riconoscimento che Dio ha operato la salvezza, che questa salvezza è riproposta nei sacramenti della liturgia e che, di conseguenza, coloro che hanno partecipato devono ora comportarsi in modo degno della salvezza ricevuta.

L'ottica morale dei Padri è ancora quella genuinamente biblica della conversione a Cristo. Come spiegherà, per esempio, Clemente d'Alessandria (150-215 ca), che nel Pedagogo sviluppa il suo pensiero morale intorno a questa idea centrale: realizzarsi autenticamente come uomini significa imitare il Logos fatto uomo che, rivelandosi nella creazione e nella redenzione, si è dimostrato il vero educatore del genere umano.

Più tardi, sant'Agostino (354-430) affermerà che la morale cristiana può essere compresa soltanto nella fede e a partire dalla fede: perciò la condotta cristiana non è che il dispiegamento della vita di fede.

La sistemazione della Scolastica

I pensatori medioevali ripensano in chiave scientifica il mistero cristiano. Il contesto da cui partono non è più quello della lìturgia, ma quello della scuola (scuola di filosofia e teologia).La morale diventa qui un settore del sapere teologico, una disciplina da insegnare e da discutere nella comunità scientifica di professori e studenti (universitas studiorum).

Ora il discorso morale deve rispondere a correttezza e rigore razionale. Per questo importa dalla filosofia aristotelica (giunta in Occidente attraverso gli arabi) dei concetti chiave come coscienza, atto, legge, virtù, volontà. Perde quindi quel contatto vitale che prima aveva con l'evento liturgico e comunitario, per diventare una dottrina. Una dottrina riscattata, tuttavia, dal genio di teologi come sant'Alberto Magno (1207-1280) e san Tommaso d'Aquino (1225-1274): quest'ultimo ha il merito di aver creato il primo grande sistema compiuto di etica teologica cristiana, incentrata sulle virtù morali in rapporto con la vita teologale.

Alla ricerca di un nuovo modello

Molti tentativi sono stati fatti in questo secolo, da parte di teologi e pastori, per ridare alla morale cristiana un volto coerente e credibile. Si imponeva il superamento di un'etica legalistica, legata alia contabilità delle opere e dei singoli atti. Occorreva riagganciare decisamente la morale alle sue radici bibliche e patristiche e reinserirla nell'alveo liturgico. Diveniva sempre più necessario ascoltare anche l'apporto illuminante delle scienze umane e sociali. Il concilio Vaticano II, afl'inizio degli anni Sessanta, ha accolto queste istanze e ha posto le premesse per una riforma che non è ancora arrivata a risultati definitivi.

Più che a formulare nuove teorie etiche, il concilio ha spinto la Chiesa (e l'umanità) verso un éthos della solidarietà universale. La costituzione Gaudium et spes, per esempio, sottolinea la necessità di « formare la coscienza veramente universale della responsabilità della solidarietà» (n. 90) e di collaborare a rendere «il mondo più conforme all'eminente dignità dell'uomo » ad aspirare «a una fratellanza universale e superiore» (n. 91).

Recenti prese di posizione del magistero su l'uno o l'altro dei grandi problemi morali (sessualità, lavoro e economia, pace e guerra, aborto e eutanasia, ecc.) ribadiscono la centralità della coscienza, fanno appello alle responsabilità personali e collettive, invitano a una analisi ragionata dell'atto umano e delle sue conseguenze.

Uno sforzo di sintesi aggiornata come guida autorevole ai fedeli è stato offerto sia attraverso il Catechismo della Chiesa cattolica (1992), sia con l'enciclica Veritatis splendor (1993), che affronta « alcune questioni fondamentali dell'insegnamento morale della Chiesa» (n. 5).

Persino fuori della Chiesa c'è oggi molta attenzione - anche se non sempre consenso - agli orientamenti etici che vengono da encicliche papali o da conferenze episcopali.

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