Corso di Religione



Etica e Morale.
Cattolici e sessualità.
         


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Il progetto famiglia
Documenti ecclesiali.

Gaudium et Spes -(capit 1) 47-52), Casti connubii di Pio XI (31. 12.1930), Humanae vitae di Paolo VI, (25. 07. 1968), Familiaris consortio di Giovanni Paolo II (22. 11. 1981), Relatio Synodi – Documento del Sinodo dei Vescovi su « La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo » (4-25. 10. 2014). Amoris laetitia -Esortazione apostolica di Francesco (19.03.2016), CUCC (matrimonio capit.7)1601-1666 e (famiglia capit. 2) 2201-2246
La riflessione teologica su matrimonio e la famiglia si trova nella bibbia in una pluralità di forme che si possono ricondurre unitariamente ad un piano divino , pienamente rivelato in Gesù .

L'umanità è popolo di Dio da Lui destinato a diventare popolo dei suoi Figli adottivi.

Umanità dotata del Suo stesso Spirito, compiuta e risorta , cioè perfetta e definitiva.


I rapporti e i valori familiari secondo la Bibbia Intervento di padre Cantalamessa al VI Incontro Mondiale delle Famiglie

" 1. Il progetto divino

Nel VecchioTestamento Nel Catechismo Universale- CUCC-  372 L'uomo e la donna sono fatti “l'uno per l'altro”: non già che Dio li abbia creati “a metà” ed “incompleti”; li ha creati per una comunione di persone, nella quale ognuno può essere “aiuto” per l'altro, perché sono ad un tempo uguali in quanto persone (osso dalle mie ossa. . . ”) e complementari in quanto maschio e femmina. Nel matrimonio, Dio li unisce in modo che, formando “una sola carne” ( Gen 2,24 ), possano trasmettere la vita umana: “Siate fecondi e moltiplicatevi,riempite la terra”( Gen 1,28 ) Trasmettendo ai loro figli la vita umana, l'uomo e la donna, come sposi e genitori, cooperano in un modo unico all'opera del Creatore [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 50].
Si sa che il libro della Genesi ha due racconti distinti della creazione della prima coppia umana, risalenti a due tradizioni diverse: quella jahwista (X secolo a.C.) e quella più recente (VI sec. a.C.) detta “sacerdotale”.

Nella tradizione sacerdotale (Gen 1, 26-28) l’uomo e la donna sono creati simultaneamente, non uno dall’altro;

si pone in rapporto l’essere maschio e femmina con l’essere a immagine di Dio".

Gn 1,27E Dio creò l'uomo
a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
//
maschio e femmina li creò.

L'essere umano è creatura di Dio e a Sua immagine : maschio e femmina .

28Dio li benedisse
// e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi,
// riempite la terra e soggiogatela,

Il fattore riproduttivo.
Nella sua storia Israele ha visto la riproduzione umana ( maschio e femmina) all'interno di un disegno divino : generare il Suo popolo perchè cammini nella storia e testimoni-annunci la Sua Alleanza-Progetto che è per tutta l'umanità
.

Il fattore unitivo
" .. Nella tradizione jahwista (Gen 2, 18-25), la donna è tratta dall’uomo; la creazione dei due sessi è vista come rimedio alla solitudine (“Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”)

( Nella teologia jahwista il matrimonio è visto nel ) segno dell’umiltà; (la solitudine è un ) riconoscimento di dipendenza e quindi della propria condizione di creatura.

“Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”.

ognuno è libero di fronte alla propria sessualità e a quella dell’altro...In nessuna delle due redazioni si accenna a una subordinazione della donna all’uomo,

prima del peccato ( originale) (9) i due sono su un piano di assoluta parità,

anche se l’iniziativa, almeno nel racconto jahwista, è dell’uomo :


Gn 2, 24 «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre
e
si unirà a sua moglie
, e i due
saranno un’unica carne»

. ...più che il fattore procreativo, si accentua il fattore unitivo; ..

Lo sposalizio monogamicoL'ideale del matrimonio -nella visione teologica jahwista - è quello di essere monogamico. L'unirsi di una donna o di un uomo è il più radicale atto di umiltà. È un farsi mendicante e dire all’altro: ( mi riconosco fatto così ) “Io non basto a me stesso, ho bisogno del tuo essere”.
La reciprocità sessuale crea un "potenziale di movimento" dell'uomo verso la donna e viceversa . Aprirsi all’altro sesso è il primo passo per aprirsi all’" altro" che è il prossimo, fino all’ "Altro con la lettera maiuscola" che è Dio.

Il fallimento : la caduta
Fin qui il progetto di Dio. Non si spiega però il seguito della Bibbia se, insieme con il racconto della creazione, non si tiene conto anche di quello della caduta , soprattutto di quello che viene detto alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gen 3,16). Il predominio dell’uomo sulla donna fa parte del peccato dell’uomo, non del progetto di Dio; con quelle parole Dio lo preannuncia, non lo approva. "

2. Le realizzazioni storiche

La Bibbia è un libro divino-umano... : ha per autori Dio e l’uomo ... perché descrive, frammiste insieme, la fedeltà di Dio e l’infedeltà dell’uomo; ...

Questo appare particolarmente evidente quando si confronta il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia con la sua attuazione pratica nella storia del popolo eletto.


È utile registrare le deficienze e le aberrazioni umane per non stupirci troppo di quello che avviene intorno a noi e anche perché dimostra che matrimonio e famiglia sono istituzioni che, almeno nella pratica, evolvono nel tempo, come ogni altro aspetto della vita sociale e religiosa.

Per rimanere nel libro della Genesi, già il figlio di Caino Lamech viola la legge della monogamia prendendo due mogli. Noè con la sua famiglia appare un’eccezione in mezzo alla generale corruzione del suo tempo. Gli stessi patriarchi Abramo e Giacobbe hanno figli da più donne. Mosè sancisce la pratica del divorzio; David e Salomone mantengono un vero harem di donne.

Le deviazioni però sembrano, come sempre, più presenti ai vertici della società, tra i capi, che non a livello di popolo, dove l’ideale iniziale del matrimonio monogamico doveva essere la norma e non l’eccezione.

La letteratura sapienziale –Salmi, Proverbi, Siracide – più che i libri storici (che si occupano appunto dei capi) ci permettono di farci un’idea dei rapporti e dei valori familiari tenuti in considerazione e vissuti in Israele: la fedeltà coniugale, l’educazione della prole, il rispetto dei genitori. Quest’ultimo costituisce uno dei dieci comandamenti: “Onora il padre e la madre”.

Più che nelle singole trasgressioni pratiche, il distacco dall’ideale iniziale è visibile nella concezione di fondo che si ha del matrimonio in Israele. L’oscuramento principale riguarda due punti cardini. Il primo è che il matrimonio, da fine, diventa mezzo.

L’Antico Testamento, nel suo insieme, considera il matrimonio come “una struttura d’autorità di tipo patriarcale, destinata principalmente alla perpetuazione del clan. In questo senso vanno comprese le istituzioni del levirato (Dt 25, 5-10), del concubinaggio (Gen 16) e della poligamia provvisoria”(2).

L’ideale di una comunione di vita tra l’uomo e la donna, fondata su un rapporto personale e reciproco, non è dimenticata, ma passa in secondo ordine rispetto al bene della prole.

Il secondo grave oscuramento riguarda la condizione della donna:

da compagna dell’uomo, dotata di pari dignità, la donna appare sempre più subordinata all’uomo e in funzione dell’uomo.

Lo si vede perfino nel tanto celebrato elogio della donna del libro dei Proverbi: “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore…” (Prov 31, 10 ss). Questo è un elogio della donna fatto interamente in funzione dell’uomo. La sua conclusione è: Beato l’uomo che possiede una tale donna! Essa gli tesse bei vestiti, fa onore alla sua casa, gli permette di camminare a testa alta tra gli amici. Non credo che le donne sarebbero oggi entusiaste di questo elogio.

Un ruolo importante nel riportare alla luce il progetto iniziale di Dio sul matrimonio lo svolsero i profeti, in particolare Osea, Isaia, Geremia.

Assumendo l’unione dell’uomo e della donna come simbolo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, di riflesso, essi rimettevano in primo piano i valori dell’ amore mutuo, della fedeltà e dell’indissolubilità che caratterizzano l’atteggiamento di Dio verso Israele.

Tutte le fasi e le vicissitudini dell’amore sponsale sono evocate e utilizzate a questo scopo:
l’incanto dell’amore allo stato nascente nel fidanzamento (cf Ger 2, 2);la pienezza della gioia del giorno delle nozze...;
Il fatto che negli oracoli profetici Dio ricorra a questa allegoria (l’amore
sponsale) per indicare la sua relazione con il popolo indica che il matrimonio e la famiglia erano da considerarsi come una realtà di amore e di fedeltà permanente. Diversamente non avrebbe senso tale ricorso: il simbolo può non riflettere pienamente la realtà ma non può esistere senza riferimento ad essa.

Is 61,10 «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli»; Is 65,2 «Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te».


il dramma della rottur
a (cf Os 2, 4 ss)
e infine la rinascita, piena di speranza, dell’antico vincolo (cf Os 2, 16; Is 54, 8).


Os 2,16-18 «Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le
renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto. E avverrà, in quel giorno - oracolo del Signore - mi chiamerai: “Marito mio”, e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”.


Malachia mostra la ricaduta benefica che il messaggio profetico poteva avere sul matrimonio umano e in particolare sulla condizione della donna. "

Ml 2,14-16 «…Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza,
che hai tradito, mentre era la tua compagna,
la donna
legata a te da un patto.
Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale?

Che cosa cerca
quest’unico essere, se non prole da parte di Dio?
Custodite dunque il vostro soffio vitale
// e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza.

Perché io detesto il ripudio, dice il Signore, Dio d’Israele
e,
( detesto) chi copre d’iniquità la propria veste, dice il Signore degli eserciti.
Custodite dunque il vostro soffio vitale
// e non siate infedeli».

Tb 4,1-21 e Tb 14,4-11. Nei due brani si trovano descritti, in stile sapienziale e ispirato agli insegnamenti della Bibbia, gli elementi fondamentali della fede ebraica costretta a confrontarsi nel periodo della diaspora con le altre culture, a cominciare dalla famiglia che per il libro di Tobia è uno dei pilastri della vita sociale e religiosa. Tb 8,6ss «Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano.
Tu hai detto: “Non è cosa buona che l'uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui”.
Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia».
Alla luce di questa tradizione profetica va letto il Cantico dei cantici. Esso rappresenta un ritorno di fiamma alla visione del matrimonio come attrazione reciproca, come eros, come incanto dell’uomo di fronte alla donna (in questo caso, anche della donna di fronte all’uomo), presente nel racconto più antico della creazione.

Ha torto, tuttavia, una certa esegesi moderna che interpreta il Cantico esclusivamente in chiave di amore umano tra un uomo e una donna. L’autore del Cantico si colloca dentro la storia religiosa del suo popolo dove l’amore umano era stato assunto dai profeti come metafora dell’alleanza tra Dio e il popolo.

Osea aveva già fatto della propria vicenda matrimoniale una metafora dei rapporti tra Dio e Israele. Come pensare che l’autore del Cantico prescinda da tutto ciò? La lettura mistica del Cantico, cara alla tradizione d’Israele e della Chiesa, non è dunque una sovrastruttura posteriore, ma in qualche modo implicita nel testo.


Ct 8,6-7: 6 Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio;
un patto indissolubile
perché
forte come la morte è l'amore,
la morte è invincibile
tenace come il regno dei morti è la passione:
non ti lascerà mai
le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma divina!
7
Le grandi acque non possono spegnere l'amore
le grandi acque: la decreazione. L'amore coniugale è indistruttibile
né i fiumi travolgerlo.

Queste parole ... possono evocare efficacemente la stabilità e indefettibilità dell’amore coniugale autentico.

Lungi dal togliere qualcosa all’esaltazione dell’amore umano, essa le conferisce uno splendore e una bellezza nuova.

Nel Nuovo Testamento
1. La ricapitolazione del matrimonio da parte di Cristo

Sant’Ireneo spiega laricapitolazione (anakephalaiosis) di tutte le cose” operata da Cristo (Ef 1,10) come un “riprendere le cose dal principio per condurle al loro compimento”. Il concetto implica insieme continuità e novità e in questo senso si realizza in modo esemplare nell’opera di Cristo riguardo al matrimonio.

a. La continuità

Il capitolo 19 del vangelo di Matteo è sufficiente, da solo, per illustrare i due aspetti della ricapitolazione. Vediamo anzitutto come Gesú riprende le cose dal principio.

“Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina (Gen 1, 27) e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? (Gen 2, 24). Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,3-6).

Il matrimonio non è solo per la riproduzione ma è per l'unione-comunione di vita in cui cè il valore di scambio di amore .
Nel cristianesimo l'unione assume poi il valore di scambio di amore Gli avversari si muovono nell’ambito ristretto della casistica di scuola (se è lecito ripudiare la moglie per qualsiasi motivo, o se occorre un motivo specifico e serio), Gesú risponde riprendendo il problema alla radice, dall’inizio.

Nella sua citazione, Gesú si riferisce a entrambi i racconti dell’istituzione del matrimonio, prende elementi dall’uno e dall’altro, ma di essi mette in luce, come si vede, soprattutto l’aspetto di comunione delle persone.

Quello che segue nel testo, sul problema del divorzio, va anch’esso in questa direzione; riafferma infatti la fedeltà e indissolubilità del vincolo matrimoniale al di sopra del bene stesso della prole, con il quale si erano giustificati in passato poligamia, levirato e divorzio:

“Gli obiettarono: Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via? Rispose loro Gesù: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio” (Mt 19, 7-9).

Il testo parallelo di Marco mostra come, anche in caso di divorzio, uomo e donna si collocano, secondo Gesú, su un piano di assoluta parità: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10, 11-12).

Non mi soffermo sulla clausola “eccetto il caso di concubinato” (porneia) che, come si sa, le Chiese ortodosse e protestanti interpretano in maniera diversa dalla Chiesa cattolica. Piuttosto si deve sottolineare “l’implicita fondazione sacramentale del matrimonio” presente nella risposta di Gesú (3).

Le parole “ciò che Dio ha congiunto” dicono che il matrimonio non è una realtà puramente secolare, frutto soltanto di volontà umana; vi è in esso una dimensione sacra, che risale (cioè) alla volontà divina.

L’elevazione del matrimonio a “sacramento” non riposa dunque soltanto sul debole argomento della presenza di Gesú alle nozze di Cana e sul testo di Efesini 5; comincia, in qualche modo, con il Gesú terreno e fa parte anch’essa del suo riportare le cose all’inizio. Giovanni Paolo II ha ragione quando definisce il matrimonio “il sacramento più antico”(4).

b. La novità

Fin qui la continuità. In che consiste allora la novità? Paradossalmente, essa consiste nella relativizzazione del matrimonio. Ascoltiamo il seguito del testo di Matteo:

“Gli dissero i discepoli: Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi. Egli rispose loro: Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca” (Mt 19, 10-12).

Gesú istituisce con queste parole un secondo stato di vita, giustificandolo con la venuta in terra del regno dei cieli. Questa non annulla l’altra possibilità, il matrimonio, ma la relativizza.

Avviene come per l’idea di stato nell’ambito politico: esso non è abolito, ma radicalmente relativizzato dalla rivelazione della contemporanea presenza, nella storia, di un Regno di Dio.

La continenza volontaria non ha bisogno dunque che sia rinnegato o deprezzato il matrimonio, per essere riconosciuta nella sua validità. (Alcuni autori antichi, nei loro trattati sulla verginità, sono caduti in questo errore). Essa, anzi, non prende senso che dalla contemporanea affermazione della bontà del matrimonio.

L’istituzione del celibato e della verginità per il regno nobilita il matrimonio nel senso che fa di esso una scelta ( come risposta ad ..)una vocazione, e non più un semplice dovere morale, al quale non era lecito sottrarsi in Israele, senza esporsi all’accusa di trasgredire il comando di Dio.

È importante notare una cosa spesso dimenticata. Celibato e verginità significano rinuncia al matrimonio, non alla sessualità che rimane con tutta la sua ricchezza di significato, anche se vissuta in forme diverse.

Il celibe e la vergine sperimentano anch’essi l’attrazione, e quindi la dipendenza, verso l’altro sesso ed è proprio questo che da senso e preziosità alla loro scelta di castità.

c. Gesú, nemico della famiglia?

Tra le tante tesi avanzate in anni recenti nell’ambito della cosiddetta “terza ricerca storica su Gesú”, vi è anche quella di un Gesù che avrebbe ripudiato la famiglia naturale e tutti i vincoli parentali, in nome dell’appartenenza a una comunità diversa, in cui Dio è il padre e i discepoli sono tutti fratelli e sorelle, proponendo ai suoi discepoli una vita errante, come facevano a quel tempo, fuori di Israele, i filosofi cinici (5).

Effettivamente ci sono nei vangeli parole di Cristo che a prima vista destano sconcerto. Gesú dice:
“Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26).

Parole dure, certamente, ma già l’evangelista Matteo si premura di spiegare il senso della parola odiare in questo caso:
“Chi ama il padre e la madre…il figlio o la figlia più di me non è degno di me” (Mt 10, 37).

Gesú non chiede dunque di odiare i genitori o i figli, ma di non amarli fino al punto da rinunciare per essi a seguirlo.

Altro episodio che suscita sconcerto. Un giorno Gesú disse a uno:
“Seguimi. E costui rispose: Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio” (Lc 9, 59 s.).

Per certi critici, tra cui il rabbino americano Jacob Neusner con cui dialoga Benedetto XVI nel suo libro su Gesú di Nazaret (6), questa è una richiesta scandalosa, una disobbedienza a Dio che ordina di prendersi cura dei genitori, una violazione lampante dei doveri filiali.

Una cosa si deve concedere al rabbino Neusner: parole di Cristo, come queste, non si spiegano finché lo si considera un semplice uomo, per quanto eccezionale. Solo Dio può chiedere che lo si ami più del padre e che per seguirlo si rinunci anche ad assistere alla sua sepoltura. Per i credenti questa è una prova ulteriore che Gesú è Dio; per Neusner è la ragione per cui non lo si può seguire.

Lo sconcerto di fronte a queste richieste di Gesú nasce anche dal non tener conto della differenza tra ciò che egli chiedeva a tutti indistintamente e ciò che chiedeva soltanto ad alcuni chiamati a condividere la sua vita interamente dedicata al regno, come avviene anche oggi nella Chiesa.

Lo stesso si deve dire della rinuncia al matrimonio: egli non la impone né propone a tutti indistintamente, ma solo a quelli che accettano di mettersi come lui a totale servizio del regno (cf. Mt 19, 10-12).

Tutti i dubbi sull’atteggiamento di Gesú verso la famiglia e il matrimonio cadono se teniamo conto di altri passi del vangelo. Gesú è più rigoroso di tutti circa l’indissolubilità del matrimonio, ribadisce con forza il comandamento di onorare il padre e la madre, fino a condannare la pratica di sottrarsi, con pretesti religiosi, al dovere di assisterli (cf. Mc 7, 11-13).

Quanti miracoli Gesú compie proprio per venire incontro al dolore di padri (Giairo, il padre dell’epilettico), di madri (la Cananea, la vedova di Nain!), o di congiunti (le sorelle di Lazzaro), quindi per onorare i vincoli di parentela. In più d’una occasione egli condivide il dolore di parenti fino a piangere con loro.

In un momento come l’attuale in cui tutto sembra congiurare per indebolire i vincoli e i valori della famiglia, ci mancherebbe solo che mettessimo contro di essa anche Gesú e il vangelo! Gesú è venuto riportare il matrimonio alla sua bellezza originaria, per rafforzarlo, non per indebolirlo.

2. Matrimonio e famiglia nella Chiesa apostolica

Come abbiamo fatto per il progetto originario di Dio, anche a proposito della ricapitolazione operata da Cristo cerchiamo ora di vedere come essa è stata recepita e vissuta nella vita e nella catechesi della Chiesa, rimanendo per il momento nell’ambito della Chiesa apostolica. Paolo è in ciò la nostra fonte principale d’informazione avendo dovuto occuparsi del problema in alcune delle sue lettere, soprattutto nella Prima Lettera ai Corinzi.

L’Apostolo distingue quello che viene direttamente dal Signore, dalle applicazioni particolari che ne fai lui, richieste dal contesto nuovo in cui è predicato il vangelo.

Al primo caso appartiene la riaffermazione dell’indissolubilità del matrimonio: “Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie” (1 Cor 7,10-11); al secondo caso appartengono le indicazioni che egli da circa i matrimoni tra credenti e non credenti e le disposizioni sui celibi e le vergini: “Agli altri dico io, non il Signore…” (1 Cor 7,10; 1 Cor 7, 25).

Da Gesú, la Chiesa apostolica ha raccolto anche l’elemento di novità che consiste, abbiamo visto, nella istituzione di un secondo stato di vita: il celibato e la verginità per il regno. Ad essi Paolo – lui stesso non sposato – dedica la parte finale del capitolo 7 della sua lettera.

Basandosi sul versetto: ” Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono (charisma) da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (1 Cor 7,7), alcuni pensano che l’Apostolo consideri matrimonio e verginità due carismi.

Ma non è esatto; i vergini hanno ricevuto il carisma della verginità, gli sposati hanno altri carismi (sottinteso, non quello della verginità). È significativo che la teologia della Chiesa abbia sempre considerato la verginità un carisma e non un sacramento, e il matrimonio un sacramento e non un carisma.

Nel processo che porterà (molto più tardi) al riconoscimento della sacramentalità del matrimonio ha avuto un peso notevole il testo della lettera agli Efesini: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero (in latino, sacramentum!) è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5, 31-32).

Non si tratta di un’affermazione isolata e occasionale, dovuta all’ambigua traduzione del termine “mistero” (mysterion) con il latino sacramentum. Il matrimonio come simbolo del rapporto tra Cristo e la Chiesa si fonda su tutta una serie di detti e di parabole, in cui Gesú aveva applicato a sé il titolo di sposo, attribuito a Dio dai profeti.

A mano a mano che la comunità apostolica si accresce e si consolida si vede fiorire tutta una pastorale e una spiritualità familiare. I testi più significativi al riguardo sono quelli delle lettere ai Colossesi e agli Efesini. In essi vengono messi in luce i due rapporti fondamentali che costituiscono la famiglia: il rapporto marito-moglie e il rapporto genitori-figli. A proposito del primo l’Apostolo scrive:

“Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore… Come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”

Paolo raccomanda al marito di “amare” la propria moglie (e questo ci pare normale), ma poi raccomanda alla moglie di essere “sottomessa” al marito e questo, in una società fortemente (e giustamente) consapevole della parità dei sessi, sembra inaccettabile. Su questo punto san Paolo è, in parte almeno, condizionato dai costumi del suo tempo. La difficoltà, tuttavia, si ridimensiona, se si tiene conto della frase iniziale del testo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”, che stabilisce una reciprocità nella sottomissione come nell’amore.

A proposito del rapporto tra genitori e figli Paolo ribadisce i consigli tradizionali della letteratura sapienziale: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre (Prov 6, 20): è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra (Es 20, 12). E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore” (Ef 6, 1-4).

Le Lettere Pastorali, e specialmente la Lettera a Tito, offrirà regole dettagliate per ogni categoria di persone: le mogli, i mariti, vescovi e presbiteri, gli anziani, i giovani, le vedove, i padroni, gli schiavi (cf Tit 2, 1-9). Anche gli schiavi infatti facevano parte della famiglia, nella concezione allargata che si aveva di essa.

Anche nella Chiesa delle origini, l’ideale del matrimonio riproposto da Gesú non si realizzerà senza ombre e resistenze. A parte il caso di incesto di Corinto (1 Cor 8, 1 ss), lo testimonia il bisogno che sentono gli apostoli di insistere su questo aspetto della vita cristiana. Nell’insieme però i cristiani presentarono al mondo un modello familiare nuovo che si rivelò uno dei fattori principali di evangelizzazione.

L’autore della Lettera a Diogneto, nel II secolo, dice che i cristiani “si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati; hanno in comune la mensa, ma non il letto” (V, 6-7). Nelle sue Apologie, Giustino fa un ragionamento che noi cristiani di oggi dovremmo poter fare nostro nel dialogo con le autorità politiche. Dice in sostanza questo: Voi, imperatori romani, moltiplicate le leggi sulla famiglia, ma esse si rivelano inefficaci per arrestarne la dissoluzione; venite a vedere le nostre famiglie e vi convincerete che i cristiani sono i vostri migliori alleati nella riforma della società e non i vostri nemici. Alla fine, dopo tre secoli di persecuzione, l’impero, si sa, accolse, nella propria legislazione, il modello cristiano di famiglia.

Cosa l’insegnamento biblico dice a noi oggi
...“La Scrittura, diceva san Gregorio Magno, cresce con chi la legge” (cum legentibus crescit); rivela implicazioni nuove a mano a mano che le vengono poste domande nuove. E oggi di domande, o provocazioni, nuove ce ne sono tante.

1. L’ideale biblico contestato

Ci troviamo di fronte a una contestazione apparentemente globale del progetto biblico su sessualità, matrimonio e famiglia. Lo studio di Mons. Tony Anatrella, distribuito ai relatori in vista di questo convegno, ce ne da un riassunto ragionato e utilissimo (7). Come comportarsi di fronte al fenomeno?

Il primo errore da evitare a mio parere è quello di passare tutto il tempo a controbattere le teorie contrarie, finendo per dare loro più importanza di quello che meritano.

Già lo Pseudo Dionigi Areopagita notava come la proposizione della propria verità è sempre più efficace della confutazione degli errori altrui.

Un altro errore sarebbe quello di puntare tutto su leggi dello stato per difendere i valori cristiani.

I primi cristiani, abbiamo visto, con i loro costumi cambiarono le leggi dello stato; non possiamo aspettarci oggi di cambiare i costumi con le leggi dello stato.

Il concilio ( Vat. II) ha inaugurato un metodo nuovo che è di dialogo, non di scontro con il mondo; un metodo che non esclude neppure l’autocritica. In un suo testo, ha detto che la Chiesa è in grado di trarre profitto anche dalle critiche di chi la combatte. Dobbiamo, credo, applicare questo metodo anche nella discussione dei problemi del matrimonio e della famiglia, come fece già a suo tempo la Gaudium et spes.

Applicare questo metodo di dialogo significa cercare di vedere se al fondo anche delle contestazioni più radicali non c’è una istanza positiva da accogliere. È l’antico metodo paolino dell’esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1 Ts 5,21).

Questo è avvenuto con il marxismo che ha spinto la Chiesa a sviluppare una propria dottrina sociale e potrebbe avvenire anche per la “ gender ” rivoluzione che, come fa notare Mons. Anatrella nel suo studio, presenta non poche analogie con il marxismo ed è probabilmente destinata alla stessa fine.

La critica al modello tradizionale di matrimonio e di famiglia che ha portato alle odierne, inaccettabili, proposte del decostruzionismo , è iniziata con l’illuminismo e il romanticismo. Con intenti diversi, questi due movimenti si sono espressi contro il matrimonio tradizionale in quanto visto esclusivamente nei suoi “fini” oggettivi: la prole, la società, la Chiesa e troppo poco in se stesso, nel suo valore soggettivo e interpersonale.

Tutto si richiedeva ai futuri sposi eccetto che si amassero e si scegliessero liberamente tra di loro. A tale modello venne opposto il matrimonio come patto (Illuminismo) e come comunione d’amore (Romanticismo) tra gli sposi. Ma questa critica va nel senso originario della Bibbia, non contro di essa!

Il concilio Vaticano II ha recepito questa istanza quando ha riconosciuto come bene ugualmente primario del matrimonio il mutuo amore e aiuto tra i coniugi. Giovanni Paolo II, in una sua catechesi del Mercoledì, diceva:

“Il corpo umano , con il suo sesso, e la sua mascolinità e femminilità,…è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione, come in tutto l’ordine naturale, ma racchiude fin dal principio l’attributo sponsale, cioè di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e, mediante questo dono, attua il senso stesso del suo essere ed esistere” (8).

Nella sua enciclica Deus caritas est, il papa Benedetto XVI è andato anche oltre, scrivendo cose profonde e nuove a proposito dell’eros nel matrimonio e negli stessi rapporti tra Dio e l’uomo. “Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa” (9).

La reazione insolitamente positiva a questa enciclica del papa dimostra quanto una presentazione irenica della verità cristiana sia più produttiva della confutazione dell’errore contrario, anche se questa pure dovrà trovare posto, a suo tempo e a suo luogo.

Noi siamo lontani dall’accettare le conseguenze che alcuni traggono oggi da queste premesse: per esempio che basti qualsiasi tipo di eros a costituire un matrimonio, compreso quello tra persone dello stesso sesso, ma questo rifiuto acquista un’altra forza e credibilità se unito al riconoscimento della bontà di fondo dell’istanza e anche a una sana autocritica.

Non possiamo infatti tacere il contributo che i cristiani avevano dato al formarsi di quella visione puramente oggettivista del matrimonio.

L’autorità di Agostino, rinforzata su questo punto da Tommaso d’Aquino, aveva finito per gettare una luce negativa sull’unione carnale dei coniugi, considerata il tramite di trasmissione del peccato originale e non priva, essa stessa, di peccato “almeno veniale”.

Secondo il dottore di Ippona, i coniugi dovevano venire all’atto coniugale con dispiacere e solo perché non c’era altro modo di dare cittadini allo stato e membri alla Chiesa.

Un’altra istanza che possiamo fare nostra è quella della pari dignità della donna nel matrimonio. Essa, abbiamo visto, è nel cuore stesso del progetto originario di Dio e del pensiero di Cristo, ma è stata quasi sempre disattesa. La parola di Dio a Eva: “Verso l’uomo sarà la tua brama ed egli ti dominerà”, ha avuto un tragico avveramento nella storia.

Nei rappresentanti della cosiddetta “Gender revolution” questa istanza ha portato a proposte folli, come quella di abolire la distinzione dei sessi e sostituirla con la più elastica e soggettiva distinzione dei “generi” (maschile, femminile, variabile), o quella di liberare la donna dalla “schiavitù della maternità” provvedendo in altri modi, inventati dall’uomo, alla produzione dei figli. (Non si capisce chi avrebbe più interesse o desiderio, a questo punto, di avere figli!).

Proprio la scelta del dialogo e dell’autocritica ci da il diritto di denunciare questi progetti come “disumani”, contrari cioè non solo alla volontà di Dio, ma anche al bene dell’umanità.

Tradotti in pratica su larga scala, essi porterebbero a guasti imprevedibili. L’unica nostra speranza è che il buon senso della gente, unito al “desiderio” dell’altro sesso, al bisogno di maternità e di paternità che Dio ha inscritto nella natura umana resistano a questi tentativi di sostituirsi a Dio, dettati più da tardivi sensi di colpa dell’uomo, che da genuino rispetto e amore per la donna. (A proporre queste teorie sono quasi esclusivamente degli uomini!).

2. Un ideale da riscoprire

Non meno importante del compito di difendere l’ideale biblico del matrimonio e della famiglia è il compito di riscoprirlo e viverlo in pienezza da parte dei cristiani, in modo da riproporlo al mondo con i fatti, più che con le parole.

Noi leggiamo oggi il racconto della creazione dell’uomo e della donna alla luce della rivelazione della Trinità. In questa luce, la frase: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” rivela finalmente il suo significato rimasto fino enigmatico e incerto prima di Cristo.

Che rapporto ci può essere tra l’essere “a immagine di Dio” e l’essere “maschio e femmina”? Il Dio biblico non ha connotati sessuali, non è né maschio né femmina.

La somiglianza consiste in questo:

Dio è amore e l’amore esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci siano un “io” e un “tu”. Non c’è amore che non sia amore di qualcuno; dove non c’è che un solo soggetto, non ci può essere amore, ma solo egoismo o narcisismo.

Là dove Dio è concepito come Legge o come Potenza assoluta non c’è bisogno di una pluralità di persone (il potere si può esercitare anche da soli!).

Il Dio rivelato da Gesú Cristo, essendo amore, è unico e solo, ma non è solitario; è uno e trino. In lui coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone.

Due persone che si amano – e quello dell’uomo e la donna nel matrimonio ne è il caso più forte – riproducono qualcosa di ciò che avviene nella Trinità.

Lì due persone –il Padre e il Figlio – amandosi, producono (“spirano”) lo Spirito che è l’amore che li fonde.

Qualcuno ha definito lo Spirito Santo il “Noi” divino, cioè non la “terza persona della Trinità”, ma la prima persona plurale (10).

Proprio in questo la coppia umana è immagine di Dio. Marito e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Nella coppia si riconciliano tra loro unità e diversità.

Gli sposi stanno di fronte, l’uno all’altro, come un “io” e un “tu” e stanno di fronte a tutto il resto del mondo, cominciando dai propri figli, come un “noi”, quasi si trattasse di una sola persona, non più però singolare ma plurale. “Noi”, cioè “tua madre ed io”, “tuo padre ed io”.

In questa luce si scopre il senso profondo del messaggio dei profeti circa il matrimonio umano, che cioè esso è simbolo e riflesso di un altro amore, quello di Dio per il suo popolo.

Questo non significava sovraccaricare di un significato mistico una realtà puramente mondana.

Nel matrimonio cristiano la comunione di vita che è scambio di amore diventa comunione di Vita, scambio di Spirito-Carità. La famiglia cristiana è la cellula della Chiesa, Regno di Dio-nella storia che Vive di Spirito.Non era fare solo del simbolismo; era piuttosto rivelare il vero volto e lo scopo ultimo della creazione dell’uomo maschio e femmina: quello di uscire dal proprio isolamento ed “egoismo”, di aprirsi all’altro e, attraverso la temporanea estasi dell’unione carnale, elevarsi al desiderio dell’amore e della gioia senza fine.

Qual è la causa della incompiutezza e dell’inappagamento che lascia l’unione sessuale, dentro e fuori del matrimonio? Perché questo slancio ricade sempre su se stesso e perché questa promessa di infinito e di eterno rimane sempre delusa?

Gli antichi hanno coniato un detto che fotografa questa realtà: “Post coitum animal triste”: come ogni altro animale, l’uomo dopo l’unione carnale è triste.

Il poeta pagano Lucrezio ha lasciato, della frustrazione che accompagna ogni accoppiamento, una descrizione spietata che in un congresso per sposi e per famiglie non dovrebbe suonare scandaloso riascoltare:
“S’avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive
bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra;
ma invano; perché non possono strapparne nulla,
né penetrare e perdersi nell’altro corpo con tutto il corpo”
(11).

A questa frustrazione si cerca un rimedio che però non fa che accrescerla. Anziché cambiare la qualità dell’atto, se ne aumenta la quantità, passando da un partner all’altro. Si arriva così allo scempio del dono di Dio della sessualità, in atto nella cultura e nella società di oggi.

Vogliamo una buona volta, come cristiani, cercare una spiegazione a questa devastante disfunzione?

La spiegazione è che l’unione sessuale non è vissuta nel modo e con l’intenzione intesa da Dio. Questo scopo era che, attraverso questa estasi e fusione d’amore, l’uomo e la donna si elevassero al desiderio e avessero una certa pregustazione dell’amore infinito; si ricordassero da dove venivano e dove erano diretti.

Il peccato, a cominciare da quello dell’Adamo ed Eva biblici, ha attraversato questo progetto; ha “profanato” quel gesto, cioè lo ha spogliato della sua valenza religiosa. Ne ha fatto un gesto fine a se stesso, concluso in se stesso, e perciò “insoddisfacente”.

Il simbolo è stato staccato dalla realtà simboleggiata, privato del suo dinamismo intrinseco e quindi mutilato. Mai come in questo caso si sperimenta la verità del detto di Agostino: “Tu ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore è insoddisfatto finché non riposa in te”.

Anche le coppie credenti –talvolta esse più delle altre – non riescono a ritrovare quella ricchezza di significato iniziale dell’unione sessuale a causa dell’idea di concupiscenza e di peccato originale per secoli associata a quell’atto.

Solo nella testimonianza di alcune coppie che hanno fatto l’esperienza rinnovatrice dello Spirito Santo e vivono la vita cristiana carismaticamente si ritrova qualcosa di quel significato originale dell’atto coniugale. Esse hanno confidato con stupore a coppie di amici o al sacerdote di unirsi lodando Dio ad alta voce, o addirittura cantando in lingue. Era una reale esperienza di presenza di Dio.

Si comprende perché solo nello Spirito Santo è possibile ritrovare questa pienezza della vocazione matrimoniale.

L’atto costitutivo del matrimonio è il donarsi reciproco, il fare dono del proprio corpo (cioè, nel linguaggio biblico, di tutto se stessi) al coniuge. Essendo il sacramento del dono, il matrimonio è, per sua natura, un sacramento aperto all’azione dello Spirito Santo che è per eccellenza il Dono, o meglio il Donarsi reciproco del Padre e del Figlio. È la presenza santificante dello Spirito che fa, del matrimonio, un sacramento non solo celebrato, ma vissuto.

Fare spazio a Cristo nella vita di coppia è il segreto per accedere a questi splendori del matrimonio cristiano. È da lui infatti che viene lo Spirito Santo che fa nuove tutte le cose.

Un libro del vescovo Fulton Sheen, popolare negli anni Cinquanta, inculcava tutto ciò nel titolo stesso che recava: “Tre per sposarsi” (12).

Non bisogna aver paura di proporre ad alcune coppie di futuri sposi cristiani, particolarmente preparate, un traguardo altissimo: quello di pregare un po’ insieme la sera delle nozze, come Tobia e Sara, e poi dare a Dio Padre la gioia di vedere di nuovo realizzato, grazie a Cristo, il suo progetto iniziale, quando Adamo ed Eva stavano nudi uno di fronte all’altra e tutti e due davanti a Dio, e non ne provavano vergogna.

Termino con alcune parole tratte, ancora una volta, da La scarpetta di raso di Claudel. Si tratta di un dialogo tra la protagonista femminile del dramma, combattuta tra la paura e il desiderio di arrendersi all’amore, e il suo angelo custode:
-È dunque permesso questo amore delle creature l’una per l’altra? Davvero, Dio non è geloso?
- Come potrebbe essere geloso di ciò che ha fatto lui stesso?
-Ma l’uomo nelle braccia della donna dimentica Dio…
-È forse dimenticarlo essere con lui ed essere associati al mistero della sua creazione?

————
1) P. Claudel, Le soulier de satin, a.III. sc.8 (éd. La Pléiade, II, Parigi 1956, p. 804) : « Cet orgueilleux, il n’y avait pas d’autre moyen de lui faire comprendre le prochain, de le lui entres dans la chair. Il n’y avait pas d’autre moyen de lui faire comprendre la dépendance, la nécessité et le besoin, un autre sur lui, La loi sur lui de cet être différent pour aucune autre raison si ce n’est qu’il existe »
2) B. Wannenwetsch, Mariage, in Dictionnaire Critique de Théologie, a cura di J.-Y. Lacoste, Parigi 1998, p. 700.
3) Cf. G. Campanini, Matrimonio, in Dizionario di Teologia, Ed. San Paolo 2002, pp. 964 s.
4) Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano, Roma 1985, p. 365.
5) Cf. B. Griffin, Was Jesus a Philosophical Cynic? [http://www-oxford.op.org/allen/html/acts.htm]; C. Augias e M. Pesce, Inchiesta su Gesú, Mondadori, 2006, pp. 121 ss.
6) E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, Marietti, 1992, pp.324 ss.; J. Neusner, A Rabbi Talks with Jesus, McGill-Queen’s University Press, 2000, pp. 53-72.
7) T. Anatrella, Définitions des termes du Néo-langage de la philosophie du Constructivisme et du genre, a cura del Pontificium Consilium pro Familia, Città del Vaticano Novembre 2008.
8) Giovanni Paolo II, Discorso all’udienza del 16 gennaio 1980 (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Libreria Editrice Vaticana 1980, p. 148).
9) Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, 11.
10) Cf. Cf. H. Mühlen, Der Heilige Geist als Person. Ich –Du –Wir, Muenster, in W. 1966.
11) Lucrezio, De rerum natura, IV,2 vv. 1104-1107.
12) F. Sheen, Three to Get Married, Appleton-Century-Crofts 1951.
13) P. Claudel, Le soulier de satin, a.III. sc.8 (éd. La Pléiade, II, Parigi 1956, pp. 804):
- Dona Prouhèze. – -Eh quoi! Ainsi c’était permis? cet amour des créatures l’une pour l’autre, il est donc vrai que Dieu n’est pas jaloux ?
- L’Ange Gardien.- Comment serait-il jaloux de ce qu’il a fait ?…
- Dona Prouhèze. – L’homme entre les bras de la femme oublie Dieu.
- L’Ange Gardien.- Est-ce l’oublier que d’être avec lui ? est-ce ailleurs qu’avec lui d’être associé au mystère da sa création?
..."


Il matrimonio cristianoColoro che rispondono alla chiamata cristiana , formando una famiglia naturale, generano, biologicamente parlando, figli per la continuazione storica della Chiesa .

Questi vivono la propria sessualità in modo naturale ma nella prospettiva cristiana l'esercizio della sessualità coniugale contribuisce al loro compimento come Uomo/Donna compiuti e definitivi.

Il matrimonio cristiano è un sacramento cioè i coniugi che si sposano ricevono il Suo Spirito nel segno di una rito di benedizione .

Lo Spirito interviene nell'esercizio della loro sponsalità e genitorialità per formare la loro umanità ( = la santificazione ) fino alla perfezione di Gesù

Questa azione dello Spirito è chiamata nella chiesa cattolica la " grazia divina propria del sacramento " .

Il sacramento
Il  matrimonio cristiano non è semplicemente il matrimonio tra due cristiani: il matrimonio cristiano è un sacramento che gli stessi sposi amministrano ; è una salvezza che viene donata gratuitamente da Gesù agli sposi e che essi amministrano reciprocamente attraverso i segni di comunicazione coniugale .

I coniugi cristiani, attraverso la vita coniugale del matrimonio ( naturale cioè vissuta secondo la legge morale naturale ) , si amministrano la l'azione santificatrice donata loro da Gesù.

La comunicazione che la natura esprime nel matrimonio diventano, per l'azione di Gesù, efficaci quanto alla salvezza cioè al compimento dei coniugi come Uomini definitivi.

Ogni segno matrimoniale con cui gli sposi si comunicano il loro amore diventa portatore di salvezza. Questa è il di più del matrimonio cristiano.

Per i cristiani si tratta di vivere il matrimonio in tutti i suoi aspetti naturali avendo presente che esso contribuisce al loro compimento come Uomini definitivi in virtù dello Spirito/Vita che è in loro.

Gesù ha fatto della vita coniugale dei cristiani -anche sessuale- qualcosa che favorisce la loro santificazione pur esercitata nella sua naturalità umana.

La "sottomissione" nel matrimonio cristianoIl sacramento cristiano del matrimonio rende sacra la relazione coniugale tra i coniugi rendendoli capaci di amarsi "come Gesù ama la Chiesa" .

L'efficacia del sacramento dipende , secondo la dottrina tradizionale della Chiesa dalla disposizione con cui si riceve. Siccome sono gli stessi sposi ad amministrarsi il sacramento nella loro relazione coniugale , gli sposi sono chiamati a vivere in modo tale da disporsi continuamente a ricevere in modo efficace, l'uno dall'altra, la salvezza cristiana .

Questa disposizione a ricevere è espressa da S.Paolo attraverso l'analogia della sottomissione.

Ef5,22 Le mogli siano sottomesse ai mariti
come ( sottomesse ) al Signore;
▒▒▒ 23 il marito infatti è capo della moglie
▒▒▒  come anche Cristo è capo della Chiesa lui che è il salvatore del suo corpo.
24 E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo,
così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.


Si tratta di una analogia:

Ef5,22 Le mogli siano sottomesse ( disposte a ricevere ) ai mariti
come ( sottomesse ,
disposte a ricevere ) al Signore;  
23 il marito infatti è capo
( dà sostentamento, vita ) della moglie
come anche Cristo è capo della Chiesa
lui che è il salvatore
( dà sostentamento, Vita eterna) del suo corpo.
24 E come la Chiesa sta sottomessa
( disposta a ricevere Vita ) a Cristo,
così anche le mogli siano soggette
( disposte a ricevere vita) ai loro mariti in tutto.

La parola chiave , sottomissione, nel matrimonio di tutti i tempi, è sinonimo di disponibilità continua ad accogliere l'amore, a ricevere. Questa attitudine è tipica del femminile.

I mariti infatti nell'antichità non sono mai sottomessi alle mogli perchè le mogli sono ricettive, disponibili a ricevere per loro natura; sono in questo senso sottomesse, mentre i mariti sono capi, sono disponibili a dare.

Rispettando la mentalità dell'epoca, il linguaggio è quello della comunicazione matrimoniale : dare e ricevere .

Il sacramento per essere efficace richiede perciò la disposizione a dare e ricevere.

Col 1,18 Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose .
Ef1,22 Tutto infatti ( Dio) ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, 23 la quale è il suo corpo // la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.


Cristo è capo della Chiesa , il salvatore del suo corpo , il corpo della Chiesa al quale dà la Vita dell'eterno che supera la morte .

La Chiesa ha in sè la Vita e sta sottomessa a Cristo cioè accoglie la Sua Vita con piena fiducia e collaborazione.

Il marito è capo della moglie e alla moglie -come fosse il suo stesso corpo- dona la vita, il sostentamento e l'amore.

La moglie, sta soggetta a suo marito in tutto cioè accoglie con piena fiducia e collaborazione l' amore che riceve.

La chiesa deve essere sottomessa, soggetta a Gesù , ben disposta a ricevere perchè lui possa trasmetterle la salvezza. Analogamente le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore.

Quanto ai mariti :


Ef 5,25 E voi, mariti, amate le vostre mogli,
▒▒▒  come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei,
▒▒▒  26 per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, 27 al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.


L'amore cui sono chiamati i coniugi è quello che mira alla santificazione delle mogli

28 Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo,
▒▒▒  perché chi ama la propria moglie ama se stesso.
29 Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura,
▒▒▒  come fa Cristo con la Chiesa,
30 poiché siamo membra del suo corpo.


Il corpo di Gesù è il luogo della relazione di amore di Lui con la sua Chiesa ; è luogo della comunicazione della salvezza e della santificazione fino alla perfezione . ( prendetene e mangiatene tutti, questo è il mio corpo... )

Il corpo dei coniugi è il luogo della relazione di amore ; è luogo della comunicazione della salvezza come santificazione reciproca , fino alla perfezione.

Gli sposi cristiani vivono continuamente disposti a dare e ricevere il loro amore perchè in esso si comunicano una salvezza efficace una potenza santificatrice ad immagine della relazione di Vita/carità tra Gesù e la sua Chiesa. Mistero della fede in Gesù , nelle sue promesse.

Amare-dare-carità e sottomettersi-ricevere-carità sono la disposizione e il segno degli sposi cristiani .

Cristianesimo e corpo

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