Corso di Religione



Le Nuove Ideologie.
Le ideologie del "genere".
         


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La Legge sull'omofobia a cura di Alessandra Chini 10 febbraio 2017 15:52 ansa.it

"... a che punto è la legge sull'omofobia in Parlamento? ... "Il DDL .. è fermo è in Senato dopo il primo ok di Montecitorio il 19 settembre 2013

...Il provvedimento introduce nel nostro ordinamento il reato di discriminazione e istigazione all'odio e alla violenza omofobica. E nella legge Mancino, l'aggravante di omofobia. Temperata, pero', dalla previsione esplicita che "non costituiscono discriminazione la libera espressione di convincimenti o opinioni riconducibili al pluralismo delle idee", anche nel caso siano "assunte" in "organizzazioni" politiche, sindacali, culturali, religiose.

Viene previsto, tra l'altro, il carcere fino a un anno e 6 mesi o la multa fino a 6.000 euro per chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull'omofobia o transfobia. Reclusione da 6 mesi a 4 anni per chi in qualsiasi modo "istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi» fondati sull'omofobia o transfobia".

Reclusione da 6 mesi a 4 anni chiunque partecipa - o presta assistenza - ad organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi fondati sull'omofobia o transfobia. Tali formazioni sono espressamente vietate dalla legge. La pena per coloro che le promuovono o dirigono è la reclusione da 1 a 6 anni.

Nel testo viene specificato che 'non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all'odio o alla violenza. 

Infine è previsto che l'Istat faccia rilevazioni con cadenza almeno quadriennale sulle discriminazioni e sulla violenza, misurandone le caratteristiche fondamentali e individuando i soggetti più esposti al rischio."


“La Manif Pour Tous”
Sito uffciale

" Se in Italia attualmente si parla di una legge per il contrasto all’omofobia, in Francia ..la legge che permette il matrimonio omosessuale e l’adozione a coppie dello stesso sesso fu approvata nonostante a Parigi fossero scese in piazza folle di persone contrarie: a maggio 2013 erano un milione e mezzo.

La polizia d’Oltralpe ha sedato queste manifestazioni con un’impensabile violenza, mentre i mass media dipingevano i manifestanti come “estremisti”. Tutt’ora indossare la felpa con il logo de “La Manif Pour Tous”, raffiguranti un padre e una madre con un bambino e una bambina, può comportare il rischio di fermo da parte della gendarmeria per “comportamento contrario ai buoni costumi”.

Ad un anno di distanza in Francia già esistono programmi di educazione obbligatori che mirano alla diffusione di queste teorie in maniera sistematica fin dalle prime fasce di età.

Allo stesso modo in Italia alcuni politici propongono di cancellare i termini padre e madre a favore di “genitore1” e “genitore2”, come già è accaduto in molte città italiane, oppure ad introdurre negli asili favole che presentano ai bambini una famiglia che può essere di molti tipi, tra cui appunto quella con due adulti dello stesso sesso.

Tutte queste nuove proposte stanno diventando prioritarie in moltissimi programmi politici, in nome della cosiddetta lotta alle “discriminazioni di genere”, con l’introduzione del reato d’opinione che va sotto l’indefinito nome di “omofobia”.

A questo punto è opportuno porsi alcune domande: perché un’imposizione così pervasiva di queste teorie, tale da negare la libertà di espressione? Come mai queste direttive provengono dall’Europa stessa e già molti paesi occidentali in così breve tempo hanno concesso leggi che permettono matrimonio e adozioni anche ad adulti dello stesso sesso? Quali interessi guidano tutto ciò?

I fondamenti antropologici e filosofici di queste disposizioni istituzionali sono quelli delle gender theories: l’ideologia del genere."


Le ideologie del Women's Empowermentrif. Le origini culturali delle cosiddette "Unioni Civili
di Mario Romanelli romanelli.ma@gmail.com
L’ideologia del genere, sviluppatasi nell’ambito di circoli femministi radicali e divulgata tramite una miriade di organizzazioni non governative (ONG) , è stata accolta con compiacimento nelle assemblee internazionali, in modo particolare al Cairo (1994) e a Pechino (1995).

-Dalla conferenza ONU di Pechino nel 1995 è nata una Nuova antropologia che dovrebbe costituire la base di un Nuovo ordine mondiale , palese soprattutto nell’immagine della donna, nell’ideologia del «Women’s empowerment »

Scopo di questa ideologia è l’autorealizzazione della donna secondo una nuova antropologia che deve incominciare con l'abbattimento dei principali ostacoli che si frappongono tra lei e la sua autorealizzazione : la maternità e la famiglia.

La Nuova Antropologia : per liberare la donna da famiglia e maternità la donna deve essere liberata, in modo particolare, da ciò che la caratterizza, vale a dire dalla sua specificità femminile .

La specificità della donna -il " genere femminile " della donna - viene chiamato ad annullarsi di fronte ad una " uguaglianza ed equità di genere per uomo e donna ".
gender equity and equality »,)

La Nuova Antropologia prevede un essere umano indistinto ed uniforme, nella vita del quale la sessualità non ha altro senso se non quello di una droga voluttuosa, di cui si può far uso senza alcun criterio .

Nella paura della maternità e della famiglia stabile che si è impadronita di una gran parte dei nostri contemporanei entra sicuramente in gioco anche qualcosa di ancor piú profondo: l’altro è sempre, in fin dei conti, un antagonista che ci priva di una parte di vita, una minaccia per il nostro io e per il nostro libero sviluppo.

Al giorno d’oggi, non esiste piú una «filosofia dell’amore» bensí solamente una filosofia dell’egoismo.

Quando all'uomo ed alla donna viene sconsigliato di amare , cioè arricchirsi semplicemente nel dono di se stesso, cioè ritrovarsi proprio a partire dall’altro e attraverso l’essere-per-l’altro, gli viene sconsigliato in ultima analisi, di essere "uomo" o "donna" poichè tutto ciò viene rifiutato come un’illusione idealista.

Gender theories , l'ideologia del genere L’ONU stessa, e molte delle sue agenzie, si è screditata accogliendo in maniera acritica l' ideologia gender e dandole il suo appoggio.

Dopo l’ONU, anche l’Unione europea l’ha fatta propria.

L’influenza che l’ideologia o teoria del genere esercita a livello di queste istituzioni risulta chiara se si pensa al concetto di famiglia.

Questo è stato svuotato del suo significato tradizionale, tanto da venire utilizzato indifferentemente per indicare unioni eterosessuali, omosessuali, situazioni monoparentali, ecc.

Forti sono le pressioni esercitate affinché le nuove accezioni del termine vengano incluse nel diritto. A piú di cinquant’anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948-1998) si cerca ancora, con vari mezzi, di adulterarne il contenuto, se non addirittura di proporne una nuova redazione.

Nell’ambito della discussione su ciò che è innato e ciò che è acquisito, su ciò che viene dalla natura e ciò che viene dalla cultura, l’ideologia del genere nega qualsiasi possibilità di esistenza all’innato e al naturale.

Tra il maschile e il femminile non c’è soluzione di continuità e, tra i due, il punto mediano o equidistante è rappresentato dall’ ermafroditismo .

L’idea stessa di differenze naturali fa orrore, per cui queste differenze devono essere abolite. Ne risulta che non c’è nulla di piú antifemminista delle femministe radicali che vogliono eliminare la specificità femminile e ridurre ogni comportamento a dei ruoli i cui attori sarebbero intercambiabili allo stesso modo degli ingranaggi che - seguendo la metafora leninista - permettono il funzionamento di una macchina.

Gli ideologi del genere negano le evidenze piú lampanti, quali l’ attrazione reciproca tra l’uomo e la donna o il fatto che la maternità umana, lungi dall’essere riducibile a una funzione biologica, rientra nella vocazione della femmina a diventare donna e contribuisce a costruire la sua identità.

La stragrande maggioranza degli uomini e delle donne non si sentono complessati per il fatto di essere diversi, senza ignorare il peso della storia delle discrimanzioni .

Per di piú, è inaccettabile che l’ONU e le sue agenzie, divenute complici attive di una dittatura ideologica, si siano arrogate la competenza filosofica e morale, nonché l’autorità politica, di parteggiare per una minoranza di femministe radicali di dubbia rappresentatività contro la maggioranza delle persone di buon senso.

Secondo questa ideologia non ci sono due generi dell'essere umano, quello maschile e quello femminile : solo esiste l'uomo, il genere è qualcosa che egli può scegliere tra una pluralità di generi possibili .

Ci sarebbero oggi ( in futuro potrebbero aumentare) almeno 5 generi che dovrebbero essere riconosciuti : eterosessuale, omosessuale, transessuale , bisessuale e intersessuale.


Un maschio potrebbe decidere , per varie ragioni, di appartenere al genere maschile piuttosto che a quello femminile, o ad altri, di passare dall'uno all'altro o di scegliere un genere nuovo quando lo ritiene opportuno.

Così la famiglia tradizionale può essere sostituita da " unioni di fatto"  che sono le possibili combinazioni dei " generi " liberamente scelti dagli esseri umani.

Un maschio che sceglie i ruoli del genere femminile e che si unisce di fatto ad un maschio che sceglie il ruolo del genere maschile e così tutte le altre possibili combinazioni. A piacimento.

Gli Stati dovrebbe garantire e tutelare come diritti queste possibilità, senza priviligiarne nessuna e lasciando agli individui la possibilità di scelta secondo il loro desideri. !  

Questo è stato chiesto e ottenuto dai governi nazionali da questi movimenti .


“La Manif Pour Tous”
" La parola “genere” è utilizzata principalmente nei seguenti modi:

1. per teorizzare la differenza tra il sesso biologico (genetico, anatomico, gonadico, ormonale...) da un lato, e il sesso psicologico e sociale (ruolo di genere) dall’altro.

Tale distinzione, tra sesso e “genere”, cioè tra il sesso e il modo in cui viene vissuto e percepito il proprio sesso, giustificherebbe quelle che tuttora si configurano come disforie di genere, ovvero i vari fenomeni di transessualismo e i disturbi dell’identità di genere, definiti ancora oggi come tali dalla psichiatria moderna.

La possibilità che vi sia un “genere” psicologico in contraddizione, o leggermente differente, dal sesso biologico ha monopolizzato la ricerca scientifica della psicologia sociale americana durante gli anni ‘70-’80.

Questo filone riconduceva le differenze tra maschi e femmine a “costruzioni sociali”: gli stereotipi di genere potrebbero allora essere contrastati e rimossi attraverso un’apposita rieducazione.




2. come un eufemismo, dall’inglese gender, usato al posto della parola sesso come termine che la sostituisce completamente. Negli anni Novanta il vocabolo è entrato nei documenti ufficiali di importanti istituzioni internazionali con una voluta ambiguità circa la sua declinazione e traduzione.

La “decostruzione” del genere vuole arrivare a negare la differenza radicale dell’umano: la condizione di maschio o femmina in un corpo sessuato. Per questo motivo questo nuovo paradigma filosofico e sociologico si pone come ideologia.

È un ideologia, propriamente parlando, perché non esprime un’opinione su un aspetto dell’uomo, della famiglia, ma si impone come idea che viola la realtà, che la nega e la sovverte, intendendo riscrivere sulla base del desiderio i fondamenti stessi dell’identità personale, familiare e sociale."


***
La costruzione del genere

Al principio degli anni settanta, la distinzione sesso-genere è passata dalla medicina (sessuologia moderna) alle scienze sociali e storiche.

Il riferimento a Robert Stoller è esplicito nel lavoro di Ann Oakley, Sex, Gender and Society (1972), che segna la ripresa del genere da parte del femminismo accademico. Questo femminismo accademico è il momento in cui il femminismo (la “seconda ondata”) ricerca una legittimazione accademica e scientifica: appaiano nelle università americane i dipartimenti dedicati ai Women studies o Feminist studies – diventati oggi Gender Studies, un cambiamento giustificato dalla necessità di studiare non solo le donne stesse, ma uomini e donne, nelle loro relazioni e rispettive differenze.

La distinzione tra sesso e genere sembra così perfettamente adatta ad esprimere l’idea famosa di Simone De Beauvoir, “Donna non si nasce: si diventa” finita in Le deuxième sexe (1949). Il sesso è determinato dalla natura, mentre il genere viene costruito socialmente dalla cultura, a prescindere dal dato sessuale da cui la persona è invece globalmente caratterizzata.

Negli anni ’70-’80 molte ricercatrici di ispirazione femminista si sono così dedicate a studiare sistematicamente come le varie società, attraverso stereotipi e ruoli sociali, costruiscono la differenza tra i sessi: cosa una società particolare si aspetta nei confronti dei suoi membri femminili? Quali compiti sono assegnati alle donne? Quali tratti del temperamento (per adottare un concetto proposto dal lavoro dell’antropologa Margaret Mead sulla differenziazione sessuale in Oceania) sono considerati specifici delle donne? ecc.

Tutti questi lavori – storici, sociologici, antropologici – miravano a sottolineare la distanza, il divario, tra il dato biologico (sesso) e il ruolo sociale (il genere). Ciò produce un effetto potente di relativizzazione: conducono a considerare artificiale, innaturale, non spontaneo, il modo in cui i ruoli e i caratteri rispettivi degli uomini e delle donne sono stati concepiti.

Questa relativizzazione a sua volta porta ad un effetto militante: giacché il genere è contingente, è possibile e generalmente auspicabile promuovere il suo sviluppo nella direzione di una maggiore uguaglianza tra uomo e donna.

Il lavoro della storica femminista americana Joan W. Scott ripresenta una pietra miliare nella storia di questo concetto. In Le genre: une catégorie utile d’analyse historique (Il genere: una categoria utile di analisi storica; 1986), afferma che il genere è “un elemento costitutivo delle relazioni sociali basate sulle differenze percepite tra i sessi”.

Joan Scott aggiunge che il genere è sempre un modo di “significare relazioni di potere”. Cioè, secondo una buona logica femminista, si sostiene che qualsiasi organizzazione sociale “di genere” è basata sulla sottomissione delle donne agli uomini: questo è un luogo comune del discorso femminista per screditare qualsiasi discorso di complementarietà, interpretata unicamente come un modo per addolcire e nascondere la dominazione maschile.

Il femminismo, volendo eliminare gli stereotipi, si ritrova invece a crearne di nuovi: il maschio sempre “violento” e “dominatore”. Questa idea del genere come strumento di potere, e dunque come fattore da liberalizzare, è ormai imperante nelle scienze sociali e nella cultura comune.

Ed è in base a questo concetto che si è introdotta la “sensibilizzazione al genere” nel campo dell’educazione, come un mezzo per lottare contro le disuguaglianze uomo-donna, optando per l’eliminazione del “sex” a favore dell’“unisex”.

La decostruzione del genere.
L'ideologia " queer"



L e istanze del post-strutturalismo provengano proprio dall’America, in particolare da Judith Butler che nel 1990 scrisse Gender Trouble. Butler ha dedicato tutta la sua energia intellettuale a sovvertire il genere e tutti i riferimenti apparentemente stabili, quali il sesso o l’identità stessa. Butler inaugura un nuovo pensiero: il queer, un “paradigma” in cui l’individuo può autorappresentarsi attraverso una serie di maschere e artifici, a volte lesbica, altre volte drag, altre ancora transgender, ecc.

Nella fase precedente (strutturalista) delle gender theories, il riferimento rimaneva il dimorfismo sessuale: si trattava essenzialmente di mettere in discussione l’organizzazione sociale dei rapporti tra i due sessi. Nella fase “post-strutturalista”, la sfida si sposta in modo significativo. Non si tratta più di utilizzare il genere per cambiare il rapporto tra i sessi, ma piuttosto come uno strumento di critica radicale del dimorfismo sessuale in sé e delle sue conseguenze ritenute disastrose: “eteronormatività”, cioè il “privilegio” socialmente concesso all’eterosessualità.

Da lì provengono le due direzioni principali del pensiero queer : la valutazione di tutte le infinite combinazioni di orientamenti “alternativi” come varianti legittime quanto l’eterosessualità. Anzi, in un certo modo, il lesbismo o la posizione drag diventano le uniche modalità di espressione del femminismo post-strutturalista che si ribella all’eteronormatività uscendo dagli schemi di dominio imposti dal desiderio fallico.

Per quanto sia difficile identificare una tesi nei libri di J. Butler (che costantemente corregge e contraddice, in un relativismo assoluto contraddistinto da un’evoluzione perpetua del pensiero), si potrebbe riassumere una sorta di postulato: “il genere è performativo e precede il sesso”.

Lo precede, lo “costruisce” attraverso il linguaggio che gli dona un’apparente esistenza, e come tale allora può essere “de-costruito”. Si intravede un nominalismo radicale: è importante rilevare che la “decostruzione” del genere per Butler è essenzialmente retorica, cioè, verbale. Attraverso complessi virtuosismi retorici Butler estremizza i contributi di Lacan facendo compiere al femminismo un giro di 360 gradi che arriva a negare la stessa categoria di “donna”.


...Nel 1998 Alice Domurat Dreger pubblicava Hermaphrodithes and the medical invention of Sex: secondo il nuovo paradigma decostruzionista il transessuale che richiede l’operazione di “riattribuzione del sesso” sarebbe in realtà vittima di un sistema di pensiero omofobo, basato su una società caratterizzata dalla differenza binaria dei sessi.

Il vero atteggiamento rivoluzionario è il queer, il transgender, la maschera drag, il gender fluid.

.. Il pensiero queer, teorizzato da Judith Butler, non è certamente un pensiero sul “genere”, ma punta al suo superamento: il genere una volta decostruito non serve più, l’obiettivo è andare oltre!

La sfida sta nel superare ogni confine/limite imposto dall’esterno, dal corpo o dalla natura. è qui estremamente evidente ed esplicito il carattere ideologico di tali posizioni, che influenza in modo significativo ogni uso del termine “genere”.

Supporters

Danno il loro contributo i dipartimenti di gender studies , dove esistono, all’interno delle aree di ricerca delle scienze sociali, o alcuni specifici gruppi di ricerca che hanno una grande visibilità mass-mediatica.

I gender studies sono un campo a sé nel mondo accademico americano e più generalmente nelle università più vicine a questo modello (paesi anglofoni, Europa settentrionale, ecc.). Questi dipartimenti di gender studies hanno generalmente sostituito i women’s studies o feminist studies, rami importanti dei cosiddetti cultural studies, inaugurati negli anni settanta.

La tradizione accademica francese e italiana non prevede sezioni specializzate di questo tipo, ma oggi stanno nascendo anche nelle nostre università gruppi di ricerca formati spesso da militanti e attivisti.

Le prospettive femministe, per esempio, sono di solito integrate nei Dipartimenti di Storia, di Filosofia, di Lettere o delle Scienze sociali e della formazione. Si tratta di settori della ricerca che nascono anche in funzione del grande finanziamento concesso dagli organismi europei a tutti gli studi accademici attinenti alla tematica del gender.

Il ricorso alla parola “genere” sta diventando sempre più di moda nell’ambito istituzionale.

Per approfondire si suggerisce il testo di O’ Leary, in cui l’autrice, che partecipò attivamente ai lavori si preparazione della Conferenza di Pechino sulle Donne (1995), sottolinea che nei 300 paragrafi di testi prodotti non vi era alcun riferimento positivo alla maternità o al matrimonio, mentre il vocabolo gender compariva citato più di trecento volte.

I programmi orientati verso la gender equality contengono sia riferimenti all’emancipazione femminile, con l’aggiunta di nuove espressioni come “salute riproduttiva” (contraccezione e aborto), sia contributi circa la discriminazione delle persone con tendenze omosessuali e transessuali. A titolo di esempio si vedano Principi di Yogyakarta e la recente campagna dell’ONU “Born free and equal”, che nega la differenza sessuale (maschile/femminile) geneticamente presente sin dalla nascita.



Se in Francia le gender theories stanno diventando gli argomenti principali delle riforme scolastiche de L’Education National, qualcosa di molto simile accade anche nel nostro Paese.

Il 4 gennaio 2013 il ministro francese dell’Educazione Vincent Peillon inviò una lettera a tutti i presidi, che cominciava così: “Il governo si è impegnato a lavorare sui giovani per cambiare la loro mentalità”.

Non diversamente si è pronunciato il Dipartimento per le Pari Opportunità del nostro Paese, nel documento del 2013 intitolato “Strategia Nazionale per la Prevenzione e il Contrasto delle Discriminazioni”, in cui si afferma di voler “dare un forte impulso a quel processo di cambiamento culturale così fortemente auspicato” sfruttando “il ruolo della scuola e degli insegnanti nel cambiare e modificare attitudini e comportamenti specifici”.

Per cambiare la società occorre agire sulla cultura e quindi sulle strutture educative: la scuola è il nuovo campo di battaglia.

In Italia l’UNAR ( Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni razziali ) ha pubblicato gli opuscoli “Educare alla diversità nella scuola” per la scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado, ed in collaborazione con il MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca) ha promosso un nuovo libretto contenente le strategie LGBT per la lotta all’omofobia.

Molti militanti hanno raggiunto ruoli chiave all’interno di ambienti accademici, in particolar modo nelle scienze sociali, pedagogiche e psicologiche. Alcuni ricercatori legati al mondo LGBT organizzano seminari, promuovano campagne, intervengono in TV, sui mass media, nelle scuole o nelle aziende con conferenze o mostre.

A livello politico-giuridico si è costituita la Rete Lenford , i cui avvocati hanno predisposto per l’Italia tre disegni di legge per l’affermazione delle istanze LGBT: il primo, sul contrasto all’omofobia e transfobia, a firma dell’On. Scalfarotto, è già stato approvato alla Camera.

Sul modello delle associazioni omosessuali e lesbiche, comparse soprattutto durante l’epidemia di AIDS, si sono costituite anche associazioni transessuali, come ad esempio Crisalide Pangender . Essa in realtà persegue obiettivi leggermente diversi dalla più popolare Arcigay, che spesso monopolizza l’attenzione dei mass media sulle proprie battaglie, a detta degli attivisti trans* (con l’asterisco per non discriminare nessuna autodeterminazione che emerga dalle infinite combinazioni tra identità ed orientamento di genere, come ad esempio le translesbiche).

La più importante a livello mondiale è l’ILGA ( International Lesbian and Gay Association) , che dal 1993 riceve i finanziamenti ONU, dopo aver espulso dal proprio collettivo la più grande rete pedofila americana, la NAMBLA ( North American Man Boy Love Association ).

...Senza dubbio la vaghezza del concetto di genere lo rende capace di servire una molteplicità di rivendicazioni. Le “lotte di genere” possono federare attivisti, accademici, politici e masse di persone con obiettivi non sempre compatibili. In questo modo femministe preoccupate dell’uguaglianza tra uomini e donne, che confermano implicitamente una differenza binaria, si trovano oggi accanto a militanti di minoranze sessuali che cercano il riconoscimento dei diritti di tutte le presunte identità e orientamenti di genere, attivisti trans* e queer in lotta contro una società eterosessista ed eteronormativa che afferma il dimorfismo sessuale.

Lo Stato Terapeutico

L’ideologia del genere è uno strumento efficace al servizio di ciò che lo storico e critico sociale americano Christopher Lasch (1932- 1994) ha chiamato lo Stato terapeutico. Cioè la tendenza, specificamente contemporanea, di concepire lo Stato come un agente per eliminare la “sofferenza”.

Questa alta missione, il cui volto visibile è “la lotta contro tutte le forme di discriminazione”, richiede la mobilitazione di esperti: i ricercatori degli “studi di genere”, ritenuti essenziali per la comprensione e soprattutto per il miglioramento delle istituzioni sociali.



Secondo lo Stato i cittadini comuni, immersi nei loro pregiudizi, non sono affidabili: sarebbero incompetenti, ignoranti e interiormente “omofobi”. Pertanto lo Stato deve sostituirli o rieducarli con l’aiuto degli esperti del gender e delle scienze sociali (ideologicamente schierati).

A questi si aggiungono i vari medici e ingegneri della biotecnologia che lavorano per rendere tecnicamente possibile la produzione “artificiale” dei bambini, trasformati da soggetti a oggetti di desiderio, beni di diritto. L’emancipazione delle donne ha aperto il campo ad una nuova battaglia per l’emancipazione di quegli omosessuali attivisti (che non rappresentano tutte le persone con tendenze omosessuali) che rivendicano il diritto di ottenere bambini a tutti i costi attraverso la fecondazione artificiale o la maternità surrogata.

Ovunque vengono portate avanti nuove normative, nuovi programmi scolastici, nuove leggi per concedere questi diritti. Da anni i cittadini sono stati educati attraverso i mass media ad un nuovo pensiero. Chiunque osi mettere in discussione il politicamente corretto, anche in maniera pacata, viene additato come omofobo, “eretico”, razzista (come se si trattasse di una questione di razza) ecc. Per contrastare ogni forma di pensiero critico si sono create nuove parole, che sostituiscono altri termini sconvenienti che andrebbero banditi (padre e madre per esempio). Questi indicatori rimandano inequivocabilmente alla neolingua di cui parlava Orwell.

Questo nuovo pensiero mira ad indebolire l’istituto familiare e lo sviluppo sano di ogni bambino. Contrariamente a quanto sostiene l’American Psychology Association, diversi studi americani stanno dimostrando che non è prudente ritenere che non vi siano differenze tra una educazione ricevuta da un padre e una madre rispetto a quelle che oggi vengono definite “famiglie arcobaleno”.

Al contrario i presunti studi scientifici citati dall’APA (per sostenere che non vi sarebbero differenze tra famiglie tradizionali e quelle “arcobaleno”) non possono affatto essere considerati tali, poiché utilizzano metodologie di ricerca inadeguate e scorrette, riferendosi a campionamenti statisticamente non significativi e mancando di gruppi di controllo adeguati.

D’altra parte alcuni esperimenti avviati in Norvegia confermano che i bambini, nonostante l’educazione neutra o indifferenziata, continuano a riportare differenze tipicamente maschili/femminili legate al comportamento. Va sottolineato che il dibattito a livello della comunità scientifica viene spesso politicizzato e che negli stessi ambienti accademici non è presente la dovuta trasparenza e una vera libertà di ricerca.

***

Coloro che rivendicano il termine “genere” dicono spesso: «Non esiste una teoria del genere, ciò che esiste, sono gli “studi di genere» (in inglese: Gender Studies).

Questa affermazione è inattaccabile, in quanto, negli ultimi anni, gli studi di genere hanno effettivamente acquisito la cittadinanza nella maggior parte delle università, prima nel mondo di lingua inglese, poi nel Nord Europa e, a poco a poco, in Francia e in Italia.

Tuttavia, il vero problema è la mancanza di una definizione consensuale di “genere”. Il concetto di “genere” è adesso utilizzato e definito in molti modi; pertanto, nessuno sa veramente che cosa sia “il genere”, e soprattutto quali implicazioni antropologiche siano ad esso collegate di volta in volta.

Apparso nel 1960, nel discorso accademico, il significato della parola “genere” è cambiato senza che nuovi contenuti venissero a sostituire completamente i vecchi. Ad esempio, un uso comune del termine “genere” in contrapposizione a “sesso” serve per designare la differenza culturale o sociale tra i sessi: ci sono due sessi (biologici), e anche due generi (sociali).

Tuttavia, oggi alcuni parlano anche di una pluralità (e non solo di una dualità) di generi per designare le diverse “identità” possibili, che sarebbero formate dalla combinazione di caratteri legati all’identità (maschio, femmina, intersessuale, transgender, ecc.) e le caratteristiche legate all’orientamento (eterosessuale, omosessuale, bisessuale, ecc.).

Si ottengono così tutti i tipi di “generi”, e alcuni paesi hanno già adottato misure per proteggere e riconoscere la più ampia gamma possibile di generi.

Allo stato attuale della discussione, il termine genere è contaminato da un equivoco insormontabile, particolarmente pernicioso perché portatore di forti istanze ideologiche spesso non riconosciute come tali da coloro che usano tale termine. "



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