Corso di Religione

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Etica.
La Legge Morale Naturale nel pensiero cattolico.
         


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Il relativismo moralelorenzetti
Il relativismo morale è una teoria.( L.Lorenzetti. Famiglia Cristiana n° 37 -2010)

Si sostiene che non c'è una verità oggettiva: quello che è bene per l'uno, o per una determinata cultura, può essere considerato male per l'altro, o per un'altra cultura.

Tutto è relativo: la non violenza come la violenza; l'uguaglianza come la disuguaglianza tra uomo e donna; un regime assolutista e totalitario come un regime democratico eccetera.

Al relativismo morale, il magistero della Chiesa risponde con il richiamare la capacità naturale che hanno gli uomini e le donne di conoscere, in modo evolutivo, il bene/male morale oggettivo, il conforme/difforme dalla loro natura umana.

È a la legge detta naturale ( da nasci, in latino "essere generato, nascere"), innata perché inscritta nella natura dell'essere umano.

Il pluralismo delle culture non impedisce di osservare una convergenza nel riconoscere che certe esigenze (valori, diritti) appartengono alla persona in quanto tale.

Sono valori e diritti detti umani, perché si fondano sulla natura dell'essere umano di ogni tempo e luogo. E sono alla base di una reale (e non formale) democrazia.

Le leggi civili sono giuste o ingiuste a seconda che li riconoscano o li neghino.

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO INTERNAZIONALE
SULLA LEGGE MORALE NATURALE PROMOSSO
DALLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ LATERANENSE


Sala Clementina
Lunedì, 12 febbraio 2007


Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Stimati Professori,
Gentili Signore e Signori!



...

E' fuori dubbio che viviamo un momento di straordinario sviluppo nella capacità umana di decifrare le regole e le strutture della materia e nel conseguente dominio dell’uomo sulla natura.

Tutti vediamo i grandi vantaggi di questo progresso e vediamo sempre più anche le minacce di una distruzione della natura per la forza del nostro fare.

C’è un altro pericolo meno visibile, ma non meno inquietante: il metodo che ci permette di conoscere sempre più a fondo le strutture razionali della materia ci rende sempre meno capaci di vedere la fonte di questa razionalità, la Ragione creatrice.

La capacità di vedere le leggi dell’essere materiale ci rende incapaci di vedere il messaggio etico contenuto nell’essere, messaggio chiamato dalla tradizione lex naturalis, legge morale naturale.

Una parola, questa, per molti oggi quasi incomprensibile a causa di un concetto di natura non più metafisico, ma solamente empirico.

Il fatto che la natura,  l’essere stesso non sia più trasparente per un messaggio morale, crea un senso di disorientamento che rende precarie ed incerte le scelte della vita di ogni giorno.

Lo smarrimento, naturalmente, aggredisce in modo particolare le generazioni più giovani, che devono in questo contesto trovare le scelte fondamentali per la loro vita.


E’ proprio alla luce di queste constatazioni che appare in tutta la sua urgenza la necessità di riflettere sul tema della l
egge naturale e di ritrovare la sua verità comune a tutti gli uomini. Tale legge, a cui accenna anche l’apostolo Paolo (cfr Rm 2,14-15), è scritta nel cuore dell’uomo ed è, di conseguenza, anche oggi non semplicemente inaccessibile.

Questa legge ha come suo primo e generalissimo principio quello di “fare il bene ed evitare il male”.E’, questa, una verità la cui evidenza si impone immediatamente a ciascuno.

Da essa scaturiscono gli altri principi più particolari, che regolano il giudizio etico sui diritti e sui doveri di ciascuno.

Tale è
il principio del rispetto per la vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale, non essendo questo bene della vita proprietà dell’uomo ma dono gratuito di Dio.

Tale è pure
il dovere di cercare la verità, presupposto necessario di ogni autentica maturazione della persona.

Altra
fondamentale istanza del soggetto è la libertà.

Tenendo conto, tuttavia, del fatto che la libertà umana è sempre una libertà condivisa con gli altri, è chiaro che l’armonia delle libertà può essere trovata solo in ciò che è comune a tutti:
la verità dell’essere umano, il messaggio fondamentale dell’essere stesso, la lex naturalis appunto.

E come non menzionare, da una parte, l’esigenza di giustizia che si manifesta nel dare unicuique suum e, dall’altra, l’attesa di solidarietà che alimenta in ciascuno, specialmente se disagiato, la speranza di un aiuto da parte di chi ha avuto una sorte migliore?

Si esprimono, in questi valori, norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore e neppure dal consenso che gli Stati possono ad esse prestare.
Sono infatti norme che precedono qualsiasi legge umana: come tali, non ammettono interventi in deroga da parte di nessuno.

La legge naturale è la sorgente da cui scaturiscono, insieme a diritti fondamentali, anche imperativi etici che è doveroso onorare.

Nell’attuale etica e filosofia del Diritto, sono largamente diffusi i postulati del positivismo giuridico. La conseguenza è che la legislazione diventa spesso solo un compromesso tra diversi interessi:
si cerca di trasformare in diritti interessi privati o desideri che stridono con i doveri derivanti dalla responsabilità sociale.

In questa situazione è opportuno ricordare che ogni ordinamento giuridico, a livello sia interno che internazionale, trae ultimamente la sua legittimità dal radicamento nella legge naturale, nel messaggio etico iscritto nello stesso essere umano.

La legge naturale è, in definitiva, il solo valido baluardo contro l’arbitrio del potere o gli inganni della manipolazione ideologica.

La conoscenza di questa legge iscritta nel cuore dell’uomo aumenta con il progredire della coscienza morale.

La prima preoccupazione per tutti, e particolarmente per chi ha responsabilità pubbliche, dovrebbe quindi essere quella di promuovere la maturazione della coscienza morale.

E’ questo il progresso fondamentale senza il quale tutti gli altri progressi finiscono per risultare non autentici. La legge iscritta nella nostra natura è la vera garanzia offerta ad ognuno per poter vivere libero e rispettato nella propria dignità.

Quanto fin qui detto ha applicazioni molto concrete se si fa riferimento alla famiglia, cioè a quell’“intima comunità di vita e d’amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie” (Cost. past. Gaudium et spes, 48).

Il Concilio Vaticano II ha, al riguardo, opportunamente ribadito che
l’istituto del matrimonio “ha stabilità per ordinamento divino”, e perciò “questo vincolo sacro, in vista del bene sia dei coniugi e della prole che della società, non dipende dall’arbitrio dell’uomo” (ibid.).

Nessuna legge fatta dagli uomini può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore, senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò che costituisce il suo stesso fondamento basilare. Dimenticarlo significherebbe indebolire la famiglia, penalizzare i figli e rendere precario il futuro della società.

Sento infine il dovere di affermare ancora una volta che
non tutto ciò che è scientificamente fattibile è anche eticamente lecito. La tecnica, quando riduce l’essere umano ad oggetto di sperimentazione, finisce per abbandonare il soggetto debole all’arbitrio del più forte.

Affidarsi ciecamente alla tecnica come all’unica garante di progresso, senza offrire nello stesso tempo un codice etico che affondi le sue radici in quella stessa realtà che viene studiata e sviluppata, equivarrebbe a fare violenza alla natura umana con conseguenze devastanti per tutti.

L'apporto degli uomini di scienza è d’importanza primaria. Insieme col progredire delle nostre capacità di dominio sulla natura, gli scienziati devono anche contribuire ad aiutarci a capire in profondità la nostra responsabilità per l’uomo e per la natura a lui affidata.

Su questa base è possibile sviluppare un fecondo dialogo tra credenti e non credenti; tra teologi, filosofi, giuristi e uomini di scienza, che possono offrire anche al legislatore un materiale prezioso per il vivere personale e sociale.

Auspico pertanto che queste giornate di studio possano portare non solo a una maggior sensibilità degli studiosi nei confronti della legge morale  naturale, ma spingano anche a creare le condizioni perché su questa tematica si arrivi a una sempre più piena consapevolezza del valore inalienabile che la lex naturalis possiede per un reale e coerente progresso della vita personale e dell'ordine sociale..."
© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana

Nel discorso pronunciato il 5 ottobre del 1995, Giovanni Paolo II all'Onu aveva ricordato che

« è possibile intendersi su una base comune condivisa, perché la legge morale universale scritta nel cuore dell'uomo è quella sorta di "grammatica" che serve al mondo per affrontare la discussione circa il suo stesso futuro».

PIOXII - Discorso al «CENTRO ITALIANO DI STUDI PER LA RICONCILIAZIONE INTERNAZIONALE»* Giovedì, 13 ottobre 1955
.. Il primo postulato di ogni azione pacificatrice è di riconoscere l'esistenza di
una legge di natura, comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli, dalla quale promanano le norme dell'essere, dell'operare e del dovere, e la cui osservanza agevola ed assicura la pacifica convivenza e la mutua collaborazione.

Per coloro che rigettassero questa verità, i rapporti tra i popoli resterebbero un enigma sia teorico che pratico; e
se il rifiuto ( della legge naturale ) divenisse dottrina comune, anche il corso della storia umana sarebbe un eterno errare in un mare procelloso e senza approdo.

Invece, al lume di questa massima
( la legge naturale ) è facile a ciascuno, almeno nei tratti generali, di discernere il giusto dall'ingiusto, il diritto dal torto; d'indicare i principi di soluzione dei contrasti; di comprendere il genuino magistero della storia nei rapporti tra i popoli; di rendersi conto della formazione e del carattere obbligatorio del diritto internazionale.

In una parola, la legge naturale è la salda base comune di ogni diritto e dovere, il linguaggio universale necessario ad ogni intesa; è quel supremo tribunale di appello che l'umanità ha sempre desiderato affine di porre termine ai ricorrenti contrasti.

Ma donde e perchè questi contrasti? come mai essi possono accadere, pur esistendo una legge di natura comune a tutti e riconoscibile da ciascuno?

Affacciandosi all'esistenza, gli uomini e i popoli attingono dalla natura una grande copia di qualità e di energie, per dar forma alla vita sia individuale che sociale.

Tali doni ed impulsi della natura mostrano gli scopi, le direzioni, le vie, quasi linee maestre del disegno di ordine stabilito dal Creatore ;

ma il come, il quando, il dove della loro attuazione, il fissare uno scopo a preferenza di un altro, l'usare questo mezzo anzichè quello; tutto ciò è lasciato dalla natura alla libera e ragionevole determinazione dei singoli o dei gruppi.

La convivenza, non meno che la condotta privata dell'individuo, non si stabilisce dunque automaticamente da sè stessa, come la vita associata delle api determinata dalla forza dell'istinto; ma è in ultimo fissata dal cosciente volere dei popoli stessi, o meglio degli uomini che li compongono.

Ora tale volere può subire l'influsso di due forze differenti e contrarie, quella della ragione e del sereno giudizio, e quella dei ciechi istinti e delle sfrenate passioni.

Piegandosi alla forza della ragione, l'azione dei popoli saprà trarre dalla legge della natura i mezzi per appianare i contrasti e trasformare le diversità delle disposizioni naturali, delle condizioni esterne, degli stessi interessi — che per sè non sono cause inevitabili di violenti conflitti — in altrettante sorgenti di collaborazione, e di armonia;

se invece il volere è travolto dalle passioni, quelle medesime diversità produrranno intollerabili tensioni, la cui soluzione sarà affidata alla preponderanza delle armi.

Ma come potranno i popoli e i singoli ravvisare con certezza quale sia la direzione da imprimere alla loro azione in conformità del disegno stabilito dalla natura?

Occorre guardarsi in tale ufficio da semplici supposizioni e congetture.
Le grandi linee direttrici sono date dalla chiara conoscenza e considerazione della natura dell'uomo, della natura delle cose, come dei rapporti e delle esigenze che ne derivano.

Al quale proposito è assai utile di imparare a conoscere dai documenti e dai testi legislativi il pensiero dei secoli, dovremmo anzi dire dei millenni trascorsi.

Essi mostrano come
le esigenze della convivenza dei popoli nelle linee fondamentali sono state sempre le stesse, perchè la natura umana permane sostanzialmente sempre la medesima;

manifestano inoltre che sempre si ripetono gli stessi atti di giustizia e d'ingiustizia nella vita privata e pubblica, nella vita interna delle nazioni, come nelle relazioni fra gli Stati. —

Nè meno istruttivo è il vedere come sempre si è riconosciuto il bisogno di fissare mediante trattati e convenzioni internazionali ciò che secondo i principi della natura non constava con certezza e di completare quello intorno a cui la natura taceva.

Ancora. Lo studio della storia e dello sviluppo del diritto fin dai tempi remoti insegna che, da un lato, una trasformazione delle condizioni economiche e sociali (talora anche politiche) richiede anche nuove forme dei postulati di diritto naturale, ai quali i sistemi finora dominanti più non aderiscono;

dall'altro, però, che
in questi mutamenti le esigenze fondamentali della natura sempre ritornano e si trasmettono con maggiore o minore urgenza dall'una all'altra generazione.

Qui un attento osservatore trova il riconoscimento, che sempre in qualche modo riappare, della personalità dell'uomo coi suoi diritti fondamentali su oggetti materiali e immateriali, e quindi l'indistruttibile rifiuto dell'assorbimento della persona da parte della comunità e della conseguente estinzione dell'attività personale.

Al contrario, tuttavia, si trova egualmente il rigetto della eccessiva "affermazione" dell'uomo singolo e del singolo popolo, che non solo non debbono sottrarsi al necessario servizio della comunità, ma sono tenuti a positivamente prestarlo. .."


Relativismo culturale e unità del genere umano.
"... La presenza, sempre più massiccia di nuove soggettività etniche e religiose pone, anche in Italia, seri problemi allo sviluppo della convivenza civile.

La società pluriculturale e favorisce un interscambio allargato di esperienze arricchenti, ma è anche occasione di conflitti laceranti e a volte persino insanabili.


L'impatto con tradizioni diverse, talora difficilmente componibili con i valori della nostra cultura (si pensi, ad esempio alla pratica della infibulazione),rende necessario un serio ripensamento dei presupposti in base ai quali può essere costruita la cittadinanza italiana o europea.

E' evidente da un lato, l'esigenza di garantire le minoranze con uno statuto che salvaguardi i loro diritti; ma non è meno evidente, dall'altro, l'importanza di stabilire con accuratezza i limiti di tali diritti.

E' come dire che occorre evitare sia un atteggiamento imperialistico, fondato su una visione rigidamente etnocentrica, che un atteggiamento radicalmente irenico, teso a mettere sullo stesso piano tutte le pratiche sociali.


L'assoluto relativismo culturale tenuto da una certa antropologia appare oggi tanto rischioso quanto l'assunzione di un unico modello culturale come paradigma di valutazione di ogni cultura.

La tendenza a tutelare indiscriminatamente ogni differenza conduce di fatto all'affermarsi di un una forma di razzismo, il cui esito è la poIverizzazione dell'unicità del genere umano.


Al fanatismo della superiorità dell'Occidente, per molto tempo egemone e tuttora persistente, si sostituisce il fanatismo dell'identità culturale come realtà che non può essere messa in discussione.

La questione che affiora con urgenza è allora:

Si potrà trovare una base comune per tutti i responsabili delle nazioni, in modo da potersi intendere? Si potrà trovare un denominatore comune per tutti?

Come favorire il pluralismo delle diverse culture senza rinunciare al rispetto della dignità e dell 'uguaglianza di ogni uomo ?

Per rispondere in modo adeguato a questo interrogativo
è indispensabile partire dal riconoscimento di una comune umanità, cioè di una comune «natura razionale», dalla quale derivano «strutture di pensiero omogenee».

Senza tale riconoscimento diventerebbe infatti impossibile la comunicazione tra gli individui e tra le culture, e si cadrebbe inevitabilmente nell'intolleranza reciproca.


Anche l'antropologia culturale fa implicitamente proprio questo assunto. Ognuno di noi per il atto di essere nato appartiene a un complesso pluralistico: è una piccola parte di quest'  immenso collettivo che si chiama umanità e natura.

E la sua crescita fisica, psichica, affettiva, spirituale, è strettamente dipendente dal progressivo rivelarsi della consapevolezza di non essere una monade ma una relazione che è di responsabilità .


Ogni comportamento umano , ogni  ethos è posto di fronte a questa responsabilità. Come ha scritto M. Mauss, dire "antropologia» significa porre in primo piano l'unità del genere umano, lasciando alla ricerca scientifica il compito di determinare le differenze culturali.

Ma la preziosità del riferimento a un modello unitario di umanità è soprattutto costituita dal fatto che da esso è possibile derivare un'universalità etica, che determina l'articolarsi di una dialettica positiva tra il singolare e l'universale.

Il criterio di valutazione delle diverse tradizioni non è allora più legato all'idea (sempre equivoca) di progresso, ma alla
capacità di criticare ogni tradizione in nome di un giudizio formulato in termini di valori.

Il confronto costruttivo tra culture diverse implica infatti l'accettazione di significati e di valori che trascendono le singole culture, perché rivestono una portata transculturale.

Il relativismo culturale verrebbe in tal modo temperato dalla convergenza in
una comune istanza etica, che fa discernimento delle varie espressioni delle culture. I contenuti questa istanza devono essere rintracciati mediante la ricerca del consenso attorno ad alcune esigenze minimali, che divengono come tali imprescindibili.

Proprio a questo livello appare essenziale il contributo della cultura occidentale che, assumendo l'individuo come valore supremo, fa della critica alla tradizione uno dei suoi principi culturali e spirituali.


Soltanto un'antropologia dei diritti dell'uomo può infatti segnare il limite delle differenze accettabili, in ragione di quella  universalità che ha il suo fondamento nella convinzione che la prossimità tra gli uomini di culture diverse è più decisiva delle loro stesse diversità.

Dire "diritti dell'uomo" significa postulare l'esistenza di un paradigma che relativizza i diritti delle culture, ponendo un freno alla loro pretesa egemonizzante. .."


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