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La pratica religiosa e l'etica .

Ogni comunità attraverso un complesso interagire di vita-riflessione-vita produce più che un  sapere (qualcosa di separato dalla vita, oggettivo, scritto, codificato )  una sapienza ,cioè qualcosa che si sa e che è unitario rispetto alla vita. Qualcosa che da  sapore alla vita , che ha dei punti fermi però si sviluppa nella storia.

Nella ricerca di un sistema etico fondato sul " criterio supremo della moralità " la ragione non agisce fuori dalla storia e senza la storia , anzi la prassi etica delle varie culture e religioni costituisce un patrimonio cui può attingere la " ragione pubblica" . L'esperienza etica delle comunità religiose nel mondo costituisce un patrimonio etico importante per l'umanità.

Se prendiamo in considerazione l'esperienza etica dei cristiani, dice Papa B16°:

« .. la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa..essa... non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino. " (*)

I 10 comandamenti

I principi etici più famosi in Occidente sono certamente i 10 comandamenti di Dio dati a Mosè. Attraverso un lungo percorso storico lo Spirito che si è rivelato al popolo ebraico con una storia di miracoli e prodigi , il Dio della Bibbia, ha cercato di far crescere il suo popolo come una comunità etica .

I sapienti ebrei hanno cercato di estendere lo spirito dei 10 comandamenti a tutti gli aspetti, anche minimi, della esistenza umana , nella speranza di costruire una comunità etica e santa che ereditasse tutte le promessi di felicità fatte da Dio.

La carità cristiana

Secondo la rivelazione i cristiani sono persone nuove, trasformate da un intervento divino e capaci di una perfezione morale. Il cristiano è l'uomo potenzialmente capace di compiere la perfezione richiesta da Dio :

Ez 36, 16 Mi fu rivolta questa parola del Signore: 17 «Figlio dell'uomo, la casa d'Israele, quando abitava il suo paese, lo rese impuro con la sua condotta e le sue azioni. Come l'impurità di una donna nel suo tempo è stata la loro condotta davanti a me.
18 Perciò ho riversato su di loro la mia ira per il sangue che avevano sparso nel paese e per gli idoli con i quali l'avevano contaminato. 19 Li ho dispersi fra le genti e sono stati dispersi in altri territori: li ho giudicati secondo la loro condotta e le loro azioni. 20 Giunsero fra le nazioni dove erano spinti e disonorarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese.

21 Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che gli Israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. 22 Annunzia alla casa d'Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati.

23 Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. 24 Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo.

25 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; 26 vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. 28 Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio.

In virtù del compimento di questa promessa i cristiani sperimentano una vita nuova, vivono mossi dallo spirito divino di Gesù che hanno ricevuto nella loro iniziazione. Si tratta di una prassi nuova , l'esperienza di vivere nel mondo animati dallo Spirito stesso di Dio, la Carità.

La carità cristiana ha prodotto nelle culture che hanno accolto il cristianesimo nuove prassi personali, politiche , famigliari, sociali, ecologiche, etc..Le comunità cristiane hanno vissuto nella storia un ethos nuovo.

In particolare dice il Papa :

" Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza per la ragione pubblica . " (*)

Non tutti i cristiani hanno vissuto, vivono e vivranno la pienezza dello Spirito divino che hanno ricevuto e che li anima, la carità ma brillano tra essi ( come in tutte le religioni) i " santi" , esempio alto ma ancora imperfetto di un ethos che li fa crescere come singoli e come comunità nella vita eterna insieme a Dio.

Prosegue il Papa:

... questa comunità della quale il Vescovo si prende cura - grande o piccola che sia - vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull'insieme dell'umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa - le sue crisi e i suoi rinnovamenti - agiscano sull'insieme dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell'umanità. » (*)

L'etica elaborata dai cristiani, possiede una autorità propria cui la ragione pubblica dovrebbe sottomettersi?

Continua il Papa:

«Qui, però, emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale:  Che cosa è la ragione? Come può un'affermazione - soprattutto una norma morale - dimostrarsi "ragionevole"?

A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l'altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina.

In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l'esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell'umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell'umanità come tale - la sapienza delle grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee. » (*)

L'etica non si costruisce fuori dalla storia e senza la storia. Non è possibile esercitare solo una ragione a-storica : esiste un fondo storico dell'umana sapienza , che comprende... la sapienza delle grandi tradizioni religiose... che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee. Bisogna tenerne conto, dialogare con queste esperienze, sottoporle a critica, trarne delle verità.

La filosofia : la ragione etica

«Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l'intera umanità:  in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica. »

Come si è formata la ragione etica cristiana?

" C'è una .. brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità... Eutifrone, ... di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda:  "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ... Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b - c).

In questa domanda apparentemente poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino - i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d'uscita da desideri non appagati; l'hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.

Per questo, l'interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell'essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell'essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l'interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell'ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l'università. " (*)

I cristiani da sempre si sono interrogati sulla rivelazione divina che avevano ricevuto ,su Gesù, figlio di Dio come anche sulla vera natura e sul vero senso dell'essere umano ; ...la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera ... faceva parte dell'essenza del loro modo di essere religiosi,... della propria identità.

C'è una ragione etica cristiana che scaturisce dalla prassi storica di 2000 e più anni di cristianesimo . Questa ragione etica si propone a tutti come oggetto di studio e considerazione nella ricerca della verità, della essenza intima delle cose.

« È necessario fare un ulteriore passo. L'uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia":  il semplice sapere, dice, rende tristi.

E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere:  la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell'interrogarsi socratico:  Qual è quel bene che ci rende veri?

La verità ci rende buoni, e la bontà è vera:  è questo l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa. (*)

Qual è quel bene che ci rende veri? Questo è l'interrogativo etico cui anche i cristiani cercano risposta a partire dalla prassi della loro storia. Come s'individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all'essere buono dell'uomo?

« A questo punto s'impone un salto nel presente:  è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che Insieme a quella latina, cristiana e moderna, il Papa  in Perché siamo ancora nella Chiesa (Rizzoli) indica l' «eredità» greca dell' Europa: la fondazione della democrazia su ciò che Platone chiama eunomia, «buona legge», («buon diritto»), che è buona perché, dice il Pontefice, è la «supremazia, valida per tutti, del nomos» («legge»), «di ciò che è giusto per intima essenza».L' eunomia è il «diritto naturale»
[ Emanuele Severino Corriere della Sera 19-1-2008 ]
costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell'opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell'umanità.

Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti:  dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren).

È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono - lo sappiamo - prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all'insieme.

Una giustizia, una virtù, un Dio che non siano veri - dice Platone - li si può e li si deve abbandonare. Solo la verità può mostrare in modo incontrovertibile l' «intima essenza» delle cose.
La filosofia respinge tutto ciò che assicura di essere verità senza esserlo, innanzitutto il mito, la religione, il potere e la negazione di esso che siano privi di verità. [ Emanuele Severino Corriere della Sera 19-1-2008 ]

La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità ,della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d'interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Filosofia e Teologia custodi della sensibilità degli uomini per la ricerca della verità.

Accanto a quella di giurisprudenza nella università medioevale c'erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà:  essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca della verità.

La ragione vera, incontrovertibile

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos'è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda:  Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera?

Grandezza e limiti della filosofia e della teologia

Il relativismo e lo scetticismo, contro cui la Chiesa e il Pontefice continuano a combattere, consistono proprio nella tesi sostenuta dal Pontefice, cioè che la ragione, in quanto incontrovertibilità, non esiste appunto perché essa ha bisogno della religione, cioè del controvertibile - e se fossero certi scienziati a prender la parola arriverebbero alla stessa conclusione, perché direbbero, in modo analogo, che la filosofia ha bisogno della scienza - un sapere, la scienza, che per la sua struttura concettuale ha sì la massima potenza, ma ormai esclude esso stesso di essere incontrovertibile.

La tesi del Pontefice che la ragione abbia bisogno della religione cattolica, non è la tesi di Tommaso d' Aquino, «dottore della Chiesa» e santo che, almeno nelle intenzioni, sostiene una filosofia basata sulla «ragione naturale», «alla quale tutti sono costretti a dare il proprio assenso» e che ha appunto i tratti dell' incontrovertibilità - mentre per lui la fede cattolica non è un sapere a cui tutti siano costretti a dare il loro assenso («i maomettani e i pagani non la accettano») e appunto per questo non è da lui assunta (o almeno egli si propone di non assumerla) come fondamento del suo filosofare. Dove, si noti, quell' esser qualcosa «su cui tutti siano d' accordo» a cui si riferisce il Pontefice - e che per lui né fede cattolica né ragione laica riescono ad essere -, non va confuso con quell' «esser costretti a dare il proprio assenso» che Tommaso riferisce alla «ragione naturale».

Per Tommaso, infatti, anche se «di fatto» nessuno fosse d' accordo con la «ragione naturale», essa sarebbe egualmente ciò a cui tutti - qualora non fossero obnubilati - sarebbero costretti a dare il proprio assenso; mentre nella strategia di queste pagine del Pontefice la «patologia» dell' obnubilazione compete alla ragione in quanto tale, e anche alla fede; le quali, per il fatto di non esser condivise da tutti, sono come due zoppi che per camminare hanno bisogno di appoggiarsi l' uno all' altro, dando luogo comunque a una complessiva claudicazione.
[ Emanuele Severino Corriere della Sera 19-1-2008 ]
Io direi che l'idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia:  filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione".

"Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità.

La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero.

Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione":  la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino.

Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciòanche un'istanza per la ragione pubblica.

Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere  sempre  un  incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Il cammino della verità

Ma come possono esse -filosofia e teologia- corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda - in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell'università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti:  innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l'uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all'umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell'uomo, e di questo possiamo solo essere grati.

Nella sua forma fondamentale, infatti, la ragione è il sapere incontrovertibile  ,  quindi ogni altra forma di sapere diversa dalla filosofia sia chiamata sapere controvertibile.  Giacché la fede cristiana intende, sì, essere rationabile obsequium, cioè fede «ragionevole», ma questa «ragionevolezza» (la stessa fede lo riconosce) non può essere la verità incontrovertibile che può apparire nell' uomo in quanto tale. La fede non può essere l' incontrovertibile perché altrimenti essa non sarebbe dono soprannaturale, «grazia», rivelazione di Cristo a cui l' uomo non può giungere (daccapo secondo la fede) con le sole sue forze. Ne viene che la «ragione» autentica, l' «incontrovertibile», non può aver bisogno di alcuna religione, appunto perché l' incontrovertibile, per esser tale, non può aver bisogno del controvertibile.
[ Emanuele Severino Corriere della Sera 19-1-2008 ]

Ma il cammino dell'uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato:  come lo vediamo nel panorama della storia attuale!

Il pericolo del mondo occidentale - per parlare solo di questo - è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità.

E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. ... esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.

Se ... la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa:  se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma. »

(*) [ le citazioni sono tratte dal discorso preparato dal Papa per l'inaugurazione dell'anno accademico 2007-2008 della Università La Sapienza di Roma-
www.vatican.va ]
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