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Peccato nella Bibbia
cf : NUOVO DIZIONARIO DI TEOLOGIA BIBLICA Ed. Paoline

Origine del peccato

L' AT non fornisce delle risposte uniformi alla misteriosa questione dell'origine del peccato.

La forza demoniaca
In Gen 2-3, che è un racconto sapienziale ed eziologico tendente a spiegare l'attuale condizione umana coll'indicarne le cause in un evento primitivo, si insegna che la miseria umana e il male non provengono da Dio, ma da una rivolta dell'uomo contro Dio avvenuta agli inizi dell'umanità Come causa estrinseca inducente al peccato viene presentato anche il serpente, più tardi identificato con la potenza demoniaca (Gen 3; Sap 2,24). In 1Sam la causa della follia omicida di Saul è un essere divino; in IRe 22,21 uno spirito divino spinge i re di Giuda e di Israele alla sconfitta. l mali di Giobbe sono attribuiti all'influsso di Satana (Gb 1,6).

Il cuore perverso
Iprofeti scoprono l'origine della malizia umana nella radicale perversione del cuore. La resistenza alla volontà di Dio è secondo il profeta Geremia una rivelazione delle profonde disposizioni antidivine radicate nell'intimo di tutti gli uomini, sia giudei (Ger 13,23) che pagani (Ger 3,17; 9,25). Ezechiele parla di un cuore di pietra, sordo ad ogni avvertimento e ribelle ad ogni insegnamento (Ez II,19; 36,26).

L'inclinazione al male
I sapienti d'Israele con i loro severi consigli (Pr 13,24; 15,10; 19,18; 23,13s; 29,17; Sir 7,23s; 30,1.7-13; 42,5.11) suppongono come origine del peccato un'inclinazione al male radicata nell'essere più profondo dell'uomo, alla quale però si può resistere. In due passi si parla di un disegno perverso, nel senso di una tendenza al male, che più tardi sarà chiamata concupiscenza (Sir 15;4; 37,3). I profeti e i sapienti sono espliciti nell'ammettere una congenita depravazione dell'intimo dell'uomo.

Il peccato di origine
In due testi si fa esplicita menzione del peccato dei progenitori per spiegare l'attuale miseria della condizione umana. Sap 2,24 afferma che l'uomo è stato privato dell ‘ incorruttibilità , alla quale era destinato da Dio, a causa dell'invidia del demonio. Sir 24,23 connette esplicitamente l'origine del peccato e della morte con il presuntuoso comportamento della prima donna.

VANGELI SINOTTICI
Nei primi tre vangeli si accenna solo vagamente all'origine del peccato nel mondo. Insistendo sulle disposizioni interne delle azioni umane, Gesù considera il cuore (=coscienza) come la causa ultima del bene e del male (Mt 7,6-13; 12,34s; 15,8-20; Mc 7,6-13; Lc 61,45). Chi ha il cuore perverso è un albero cattivo, che dà frutti difettosi (Mt 12,33ss; Lc 6,43ss). Per Gesù la radice profonda del peccato' è la facoltà spirituale dell'uomo (=il cuore, la coscienza) , nella quale si prendono le decisioni delle azioni esteriori (Mt 5,22.28). Inoltre Gesù non esclude l'influsso satanico, giacché i peccatori sono figli del maligno (Mt 5,37; 13,38sl; Mc4,15).

S. PAOLO
L'insegnamento di Paolo sull'origine del peccato è il più diffuso di tutta la Bibbia. L'apostolo rimanda al peccato dei progenitori che esercita un influsso deleterio su tutta la discendenza (Rm 5,12-21), considera la natura decaduta dell'uomo (sarx) con la sua tendenza al male, investiga il ruolo della legge che impartisce solamente la conoscenza della volontà di Dio senza fornire la forza di compierla, e non esclude l'influsso demoniaco nelle azioni malvagie compiute dall'uomo.

LA LETTERATURA GIOVANNEA
Secondo gli scritti giovannei la radice del peccato è di natura morale: una prassi perversa (Gv 3, 19ss), la ricerca della propria gloria (Gv 5,44), la pretesa di stabilire da se stesso le modalità della ricerca della salvezza, la presunzione di essere senza peccato e di godere già la libertà (Gv 7-8). Inoltre viene menzionata l'attrattiva del mondo con la concupiscenza della carne e degli occhi e la superbia della vita (lGv 2,15ss).

LA TENTAZIONE
Un elemento importante nell' origine del peccato è il ruolo giocato dalla tentazione. Non si tratta della prova alla quale Dio può sottomettere l'uomo per saggiare la sua fedeltà e perseveranza nel bene, i cui classici esempi sono la tentazione di Abramo (Gen 22,1-9) e quella di Giobbe (Gb 1-2). Nel nostro caso si parla del tentativo compiuto per far deviare l'uomo dalla retta via e indurlo a commettere peccati. L'AT conosce la tentazione che proviene dal demonio.

In Gen 3 la sfiducia verso Dio e la ribellione contro la sua volontà sono provocate anzitutto dal serpente, nel quale la tradizione posteriore ha visto il simbolo del demonio (Sap 2,24). Il modo col quale il tentatore ha cercato di travolgere la donna è descritto in modo psicologicamente molto fine e sagace. Il censimento della popolazione ordinato da Davide è presentato come una seduzione del demonio (lCr 21,1). . Con maggiore ampiezza è descritto l'influsso del tentatore satanico nel NT.

La potenza maligna può suscitare dei mali fisici per indurre al peccato; essa si serve delle persecuzioni e delle sofferenze morali per provocare l'apostasia (1Ts 3,4s; lPt 5,8s); questo sforzo sarà più appariscente nell'era escatologica' (Ap 20,7) S. Paolo sottolinea il ruolo della concupiscenza presente nell'intimo dell'uomo nel commettere il male (Gai 5,16; Rm 7,14-25; 6,12). Anche alcuni eventi o circostanze storiche possono essere non solo di ostacolo alla fede, ma anche di incitamento all'infedeltà verso Dio: l'umile atteggiamento di Cristo (Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,28), la malattia corporale (Gai 4,13s), l'opposizione al vangelo da parte' dei non credenti (ITs3,4s). Tuttavia Dio non permette che la tentazione superi le forze dell'uomo (ICor 10,13; 2Pt 2,9). Mediante la vigilanza e la preghiera si possono vincere gli stimoli interni ed esterni, che trascinano l'uomo al male (Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,40.46; Mt 6;13; Lc 11,4; Ap 3,10).

Cos'è il peccato

NELL'AT
Nei codici morali, rituali, civili, politici, religiosi e penali del Pentateuco il peccato, cioè
la trasgressione della legge inserita nel contesto dell'alleanza sinaitica, è espresso mediante formule negative imperative, che dovrebbero prevenire il credente dal compiere certe azioni.

Ciò appare chiaramente :
- nel' Decalogo (Es 20,2-17; Dt 5,11-21),
- nel codice dell'alleanza (Es 20,22s),
- nel decalogo rituale (Es 34,11-16),
- nel codice deuteronomistico (Dt 5,6-11)
- e nel codice di santità (Lv 17-26).

La stessa forma si può riscontrare fuori del Pentateuco, nella formulazione del codice morale (Sal 15; Ez 39,25s).
Nei libri storici si trovano alcune dettagliate descrizioni di singoli peccati, come l'adorazione del vitello d'oro da parte degli israeliti nel deserto (Es 32), l'adulterio e l'omicidio di Davide (2Sam 11,1-27) e il furto della vigna di Nabot da parte del re Acab (IRe 21).
Nei salmi di lamentazione l'esperienza del peccato emerge nella forma di desolata descrizione e confessione del malfatto e implorazione di perdono. Caratteristici a questo riguardo sono i Sal 51 (Miserere) e 130 (De profundis).

Nei libri profetici il peccato viene rinfacciato sotto forma di denuncia e minaccia. La colpa riveste un carattere più o meno strutturale e collettivo, giacché viene smascherata l'incredulità pratica dei capi e del popolo, il formalismo del culto, la strumentalizzazione della fede a scopi politici, l'oppressione dei deboli da parte dei potenti (Am 2,6ss; 8,4-7; Os 2,4-7.10-15; 4,1-14; Is 1,15-20; 5,8; 10,1-3; 22,8-11; Ger 5,26-29; 22,3-18; ecc.).

Nella letteratura sapienziale gli imperativi dei codici, la preghiera dei salmi e la perentori età degli oracoli profetici sono trasformati in insegnamento gnomico.La riflessione sùl peccato è inserita in un orizzonte umanistico e pedagogico proprio anche del mondo non ebraico (Pr 3,11-14; 6,16-19; Gb 31). I cc. 2-11 di Gen presentano dei racconti eziologici che intendono spiegare la causa del male che regna nel mondo. Nella storia della caduta dei progenitori.(Gen 3,1-24) viene sintetizzata l'esperienza generale del peccato come atto individuale che produce delle nefaste conseguenze. Gen 3 è l'unico brano dell'AT in cui il problema del peccato è trattato come un tema particolare.

Tipi di peccato

Si nota nell' AT un'evoluzione nella concezione del peccato e nell'ammissione di varie categorie di mancanze. Dall'antico concetto di peccato rituale-cultuale involontario commesso per errore si è passati, al tempo dei profeti, al predominio della nozione di trasgressione volontaria e consapevole.

Peccati involontari
Nei tempi più ,antichi si ammette che si può peccare per errore (Lv 4,2.27; Nm 15,27), violare un interdetto, trasgredire una regola per inavvertenza o casualmente. Abimelech commette un peccato prendendosi una donna creduta libera, e quindi ha agito con cuore semplice (Gen 20,5.9). Uzza è percosso mortalmente per avere semplicemente toccato l'arca dell'alleanza (2Sam 6,6ss) e gli abitanti di BetSemes sono colpiti da piaghe mortali per il fatto di aver curiosato nell'arca del Signore. Gionata è dichiarato colpevole e giudicato degno di morte solamente per aver trasgredito, senza conoscerlo, un voto emesso dal padre suo, Saul (ISam 14,24-30.37-44).
La sola trasgressione materiale di una proibizione è ritenuta già come peccato.

Errori rituali
Vi sono poi delle mancanze che non hanno nessun rapporto con la moralità propriamente detta e sono quelle che riguardano le interdizioni concernenti le cose sante o impure. Il semplice toccare le estremità della montagna santa ha per conseguenza la morte (Es 19,12). I figli di Aronne muoiono per aver presentato al Signore un fuoco profano (Lv 1O,1ss). Mangiare il sangue è un peccato contro il Signore (Lv 17,lOss; Dt 12,23ss; lSam 14,33). Violare il riposo sabbatico è una mancanza grave, degna della pena di morte (Es 20,8-11; 23,12; 34,21).
Non è possibile accertarsi se questi interdetti e le loro sanzioni fossero ancora in uso al tempo dei profeti o dopo l'esilio babilonese, comunque nella letteratura profetica e postesilica non si fa menzione dell'applicazione di queste sanzioni. Se ne può dedurre che il concetto di peccato si sia affinato ed evoluto.

Colpe collettive
Da una considerazione comunitaria e collettivistica del peccato si è passati nei sec. VII e VI ad una concezione più personale ed individualmente responsabile. Il peccato di Cam, padre di Canaan, coinvolge tutta la sua discendenza (Gen 9,20-27). Dio afferma di punire le colpe dei padri nei figli fino alla terza e quarta generazione per quelli che lo odiano e fa grazia migliaia di volte per quelli che lo amano e osservano i suoi precetti (Es 20,5s;). L'errore di Acan attirò la maledizione non solo sopra di lui, ma su tutti gli israeliti (Gs 7).
In 2Re 9 si narrano i massacri coi quali vennero eliminati tutti i membri della casa di Acab. I profeti accomunano i capi ed il popolo nella defezione dalla legge del Signore ed annunciano la salvezza di un solo resto. Pertanto Geremia ed Ezechiele proclamano
il principio della responsabilità personale, che non sopprime del tutto l'aspetto sociale e comunitario del peccato (Ger 31,29s; Ez 18,2).

Peccati gravi
Nell'AT si nota già una distinzione tra i peccati gravi e quelli leggeri commessi per inesperienza o fragilità (Sal 25,7; Gb 13,26). Benché ogni peccato commesso contro il prossimo venga giudicato in rapporto con Dio, tuttavia vengono distinti i peccati commessi personalmente contro Dio da quelli riguardanti il prossimo (2Sam 12,13). Tra i peccati più gravi commessi contro Dio sono da annoverare l'idolatria, la magia, la bestemmia (Es 22,19; Lv 20,2; 24,11-16), mentre tra quelli commessi contro il prossimo si distinguono la rivolta contro i genitori (Lv 20,9), il sequestro di un uomo (Es 21,16), l'adulterio (Lv 18,6-23) e quattro peccati che gridano verso il cielo: l'assassinio (Gen 4,10), la sodomia (Gen 18,20), l'oppressione delle vedove e degli orfani (Es 22,21ss), eil rifiuto di concedere il giusto salario agli operai (Lv 19,13).

Caratteristiche del peccato

L'aspetto principale del peccato nell'AT è il nesso che l'azione peccaminosa ha con una norma, che spesso possiede un forte risvolto giuridico, attribuito a Dio a causa del regime dell'alleanza. Perciò il concetto di peccato è in stretta relazione con l'istituto dell'alleanza sinaitica considerato come elemento fondamentale della vita religiosa di Israele. Il rapporto con Dio è determinato sia da leggi etiche e sociali sia da leggi rituali e cultuali. Il nesso esistente tra i due aspetti non è da separarsi, anche se nei testi sacri essi sono accentuati in modo diverso. Secondo l'antica concezione orientale la relazione tra i due contraenti del patto non è considerata tanto dal punto di vista politico quanto da quello personale. Ogni infrazione alle clausole dell'alleanza significava non solo un'offesa giuridica, ma anche un affronto rivolto contro la persona, un insulto che eccita l'ira del partner. In questo contesto in Israele ogni trasgressione ella legge comporta un confronto negativo con Dio, che è fedele e santo ed ha mostrato la sua benevolenza popolo mediante l'iniziativa del!alleanza.

Rottura con Dio
Il peccato perciò è una rottura del rapporto che lega l'uomo al Signore buono e leale
Dt 4,29; 6,6ss; 1Sam 16,7; Os 2;1,2s; 29,13; Ger 3,10; 17,9; Pr !ss).
La trasgressione di una legge le esprime la volontà di Dio è una disobbedienza all'ordine del Signore
(Sam 15,22.26; Os 4,ls; 1119).
I profeti hanno acutamente analizzato la natura del peccato usando di volata in volta delle immagini molto espressive. Per Amos il peccato è un
attentato contro il Dio della giustizia; per Osea esso è una prevaricazione contro il Dio dell'amore. Infatti esso è paragonato alla prostituzione, all'adulterio e all'infedeltà coniugale
(Os 2,1-3; 3,1; Is 48,8; Ger 3,1-5.20; 9,1; 11,10; Ez 16,8-18).
Il profeta Isaia tratta il peccato come mancanza di fede e come accecamento volontario e infedeltà (Is 9,9s; 29,9s).
Geremia considera il peccato come una
dimenticanza del Dio dell'alleanza, un voltare le spalle al Signore, una incirconcisione del cuore, una situazione disperata dalla quale è quasi impossibile districarsi .
(Ger 2,23; 4,22; 5,21; 8,6; 10,23; 13,10; 18,12; 22,16; 23,17).

Ingratitudine
Il peccato assume l'aspetto di ingratitudine verso il dono di Dio, che voleva crearsi un popolo che desse testimonianza alla santità del suo Signore (Is 5,1-7; Mi 6,13; Ger 2,21). Inoltre i profeti leggono nel peccato di Israele una malizia più profonda, quella di strumentalizzare il dono di Dio, pensando di poter fare a meno di lui. Ritenendo che Dio era troppo attaccato al suo popolo per poterlo sconfessare, pensano di poter impunemente infrangere la sua legge, nella convinzione che Dio non può giudicare, condannare e punire il popolo che ha eletto (Os 11,ls; 13,5s; Ger 7,8ss; Mi 3,11). Questa arroganza di Israele è l'espressione di un rifiuto pratico della trascendenza divina.

Gen 3 si presenta come una sintesi di tutto ciò che l'A T insegna circa la natura del peccato.
Il peccato consiste nello staccarsi personalmente da Dio, che si rivela attraverso un ordine e una sanzione divini. All'origine del peccato si trova la perdita di ogni fiducia in Dio, in seguito si commette la disobbedienza nel tentativo di impossessarsi con le proprie forze di ciò che è riservato esclusivamente a Dio, e di diventare simile a lui. L'essere umano rompe le relazioni personali con il suo più grande benefattore. Dio diventa per lui uno straniero ed un essere temibile. È questo l'aspetto più drammatico di ogni peccato, espresso in modo popolare.

Nell' AT è messo in risalto l'aspetto sia oggettivo che soggettivo del peccato.
L'aspetto oggettivo risulta dalla trasgressione di una legge considerata come espressione della volontà divina e della conseguente interruzione del rapporto con il Dio dell'alleanza.
L'aspetto soggettivo e personale del peccato emerge dal fatto che esso è considerato come un atto volontario di ribellione contro Dio, come un rifiuto di ascoltare la voce del Signore, come una deliberata disobbedienza agli ordini di Dio, che ha la sua causa profonda nell'orgoglio umano. Negli inviti alla conversione impartiti dai profeti è supposta la responsabilità personale nel commettere i peccati e la possibilità di evitarli.

"Hjbris" (=orgoglio)
In alcuni passi dell'A T il peccato è presentato come un tentativo smisurato da parte dell'uomo di uguagliarsi a Dio. È il peccato dell'orgoglio più sfrenato, che non solo rifiuta di sottostare a Dio, ma pretende di appropriarsi degli attributi divini. Tale appare il peccato dei progenitori, ai quali il serpente suggerisce che diventeranno come Dio, «conoscitori del bene e del male», precisamente disobbedendo all'ordine divino (Gen 3,5). Dello stesso peccato si macchiarono i costruttori della torre di Babele, che vollero erigere un impero mondiale senza l'intervento di Dio (Gen 11,1-9).

Lo stesso orgoglio viene attribuito dai profeti al re di Babilonia, «che si proponeva di salire sulle nubi più alte ed essere simile all'Altissimo» (Is 14,12-15), e al re di Tiro, che «si è esaltato fino a dire: sono un dio, su un seggio divino io regno nel cuore del mare»(Ez 28,1-19). La sorte di questi superbi è l'umiliazione più vergognosa, dato che Dio non permette che un mortale pretenda di equipararsi a lui. Nei testi apocalittici si mette in rilievo la hjbris dei re pagani. Nabucodonosor riconosce che Dio umilia coloro che camminano nell'orgoglio (Dn 4,34). Il tipo dell'uomo presuntuoso che si erge contro Dio è Antioco IV Epifane, «il piccolo corno che pronuncia parole contro l'Altissimo» (Dn 7,25).

Sintetizzando le caratteristiche del peccato nell' A T, si può affermare che il peccato ha sempre una dimensione religiosa, comportando una rottura del rapporto personale con Dio ed un gesto di ingratitudine. Distaccandosi da Dio, l'uomo tende ad affermare se stesso contro Dio e ad organizzare la propria esistenza nell'autosufficienza. La massima espressione di questo atteggiamento è la hybris.

Oltre alla dimensione verticale, il peccato ha anche un aspetto orizzontale, in quanto la rottura deI'rapporto con Dio si esprime in modo conseguente nello scardinamento dei rapporti con il prossimo.
Infatti ogni mancanza contro il prossimo è ritenuta come una disobbedienza al Signore (2Sam 12,13; Sal 51; Pr 30,9). Infine il peccato assume sempre un profilo comunitario, in quanto è giudicato in rispondenza all'influsso negativo che esso esercita sulla vita del popolo e sul piano salvi fico di Dio relativo alla nazione eletta.

Conseguenze del peccato

La collera di Dio
Il primo effetto del peccato è quello di «contristare Dio, di irritarlo e indurlo alla collera»
(Nm 11,1; 12,9; 18,5; Dt 1,34; 9,8.19; Gs 9,20; 22,18; Os 5,10; 13,11; Is 47,6; 54,9; 57,17; Ger4,4.8.26;7,20; 17,4; 36,7; Ez 6,12; 14,19; 16,38; Sal 38,2; 102,11; 106,32). Il Signore nasconde la faccia dal peccatore per non ascoltarlo (Is 59,2) o rifiuta di rispondere, quando gli si chiede un oracolo (ISam 14,37ss). Queste espressioni sono delle metafore antropomorfiche che mettono in rilievo il riferimento del peccato al Dio personale, giacché in un certo senso Dio non può essere raggiunto o "offeso" dal peccato.

La colpa
Nel peccatore l'azione peccaminosa produce il senso della colpa.
I termini ebraici 'Jet', 'awon' e 'pesa' indicano non solamente il peccato, ma anche l'effetto del peccato che è la colpa. Essa è come
un peso che grava sulla coscienza (Gen 4,13; Is 1,4; Sal 38) e «fa battere il cuore» (lSam 24,6; 2Sam 24,10), è un tormento di cui l'uomo non riesce a liberarsi (Sal 51,5).

Il peccato di Giuda è scolpito nel suo cuore, come un'iscrizione fatta sulla pietra (Ger 17,1); è come la ruggine che corrode un vaso metallico (Ez 24,6). Queste metafore indicano il danno recato dal peccato aìla persona che lo commette.
La colpa non è solamente un debito da pagare al Signore, ma corrompe anche la coscienza del peccatore.
Il sentimento della colpa genera vergogna, esso spinge i progenitori a nascondersi, quando Dio appare nel giardino dell'Eden (Gen 3,18) e fa dire a Davide, quando si rende conto dell'enormità dei suoi crimini: «Ho peccato contro il Signore» (2Sam 12,13).

I peccati macchiano l'uòmo, lo rendono impuro per l'esercizio del culto ed inatto ad accostarsi al Dio santo (Sal 51 ,4ss).
Il peccato porta in sé la propria sanzione. Rifiutando il Signore, il peccatore fa propria l'inconsistenza delle cose preferite a Dio, «diventando egli stesso vanità» (cf. Ger 2,5).

L'indurimento del cuore (= la coscienza , la mente )
La moltiplicazione dei peccati può condurre l'uomo a una tale situazione, sprofondando in un tale atteggiamento di rifiuto di Dio, da renderlo incapace di risollevarsi dall'abisso in cui è caduto, a meno che non si compia un miracolo. Questa situazione, chiamata "indurimento nel peccato", viene espressa nella Bibbia mediante diverse immagini: si parla di
accecamento (ls 6,10; 29,9), di cuore ingrassato (Is 6,10), incirconciso (Dt 10,16; Ger 4,4; 9,25; Ez 44,9) o di cuore di pietra (Ez 11,19; 36,26), di orecchie tappate (Is 6,10; Ger 6,10; Zc 7,11), di dura cervice (Es 32,9; Dt 9,6; Ger 7,26).

Questo stato può colpire sia ebrei che pagani. Classico è l'esempio del faraone che non vuole lasciar partire Israele dall'Egitto, si indurisce lui stesso (Es 7,13s.27; 8,15; 9,7.34s) o Dio gli indurisce il cuore (Es 4,21; 7,3; 9,12; 10,1.20.27). I profeti denunciano l'indurimento di Israele che rifiuta di convertirsi (Is 6,9s; 1,23; 29,9s; Os 4,7; Ger 5,2Iss; 6,10). Nei libri sapienziali gli iniqui sono presentati come induriti nel male (Pr 28,14; 29,1).

In alcuni testi l'indurimento del cuore è attribuito alla diretta iniziativa di Dio (Is 6,9ss). L'uomo semitico difficilmente distingue tra la volontà positiva di Dio e quella permissiva. Indurire, poi, non significa riprovare, ma esprimere un giudizio su uno stato di peccato, perché esso porti visibilmente i suoi frutti. L'ostinazione è la caratteristica del peccatore che vuole rimanere separato da Dio e rifiuta di convertirsi.

L'indurimento non sopprime la responsabilità umana.
In altri testi la caparbietà di Israele nel non convertirsi non è attribuita a Dio, ma alla cattiva volontà del popolo (Sal 95,8).
Nel NT si parla dell'indurimento dei discepoli di Gesù (Mc 6,52), degli ebrei (At 28,27; 2Cor 3,14; Rm Il,7) e dei pagani (Ef 4,18). Esso concerne il rifiuto di credere in Gesù, che insegna e opera miracoli. L'apostolo Paolo cerca di trovare un significato teologico a questa situazione. L'indurimento del faraone serve a far risplendere la gloria di Dio (Rm 9,14-18); l'ostinazione di Israele nel rifiutare Cristo rende possibile l'entrata delle nazioni pagane nella chiesa (Rm Il,12-24).

L'indurimento del cuore esprime un " punto di non ritorno " , una situazione in cui Dio non può più indurre al pentimento il peccatore . Il peccato contro lo Spirito Santo, cioè l'ostinato rifiuto di credere in Gesù, non sarà perdonato né in questa vita né nell'altra, a causa della difficoltà che Dio riscontra nel cambiare il basilare atteggiamento negativo di fronte al Cristo.

Le sventure
- Il primo peccato produce la rottura dell'amicizia con Dio e i mali di cui soffre l'umanità (Gen 3,16-24). L'omicidio di Abele è causa della maledizione e della messa al bando di Caino (Gen 4,8-16); il diluvio presentato come universale èstato provocato dalla corruzione di tutti gli uomini (Gen 6,5ss); l'orgoglio di Babilonia è la causa della dispersione e della confusione delle lingue (Gen 11,1-9). Sodoma e Gomorra sono distrutte in ragione della loro empietà (Gen 18,20ss; 19,12ss).

I profeti annunciano come conseguenza dei peccati del popolo le sventure naturali e i rovesci militari, la distruzione di Gerusalemme e del tempio, nonché l'esilio babilonese. Ezechiele insiste sulla morte, come effetto del peccato (Ez 18), giacché allontanandosi da Dio ci si aliena dalla salvezza e si corre verso la rovina e la perdizione. La storia deuteronomistica presenta tutte le disfatte subite da Israele come una punizione dovuta alle infedeltà all'alleanza, secondo lo schema delle maledizioni proposto in Dt 27,15-26. I libri sapienziali mettono in rilievo il principio che l'empietà è la radice di tutti i mali, mentre il timore di Dio e la pratica della giustizia procurano i beni di questa vita (Pr 1,32; 2,10-19; 2,20ss; 3,16ss; 18,31; Qo 7,16ss).

Il nesso tra il peccato e le sue conseguenze è stato percepito in modo così radicale da esigere per ogni colpa una punizione. Da qui è sorta l'opinione che ogni malanno era la conseguenza di una mancanza.
I libri storici e profetici attribuiscono direttamente a Dio il castigo per un'azione peccaminosa. Egli può far scattare immediatamente la punizione dell'empio e del popolo colpevole (Nm 16,32s; Am 8,1-2), ritardarla o addirittura rinunciarvi (Am 7,lss.4ss).

Quando il peccatore si pente, Dio può cambiare il suo proposito (Am 5,15), mostrarsi misericordioso e perdonare le colpe (Os 11,8; Ger 3,12; 18,8ss; Ez 18,23-32). Dio paziente e misericordioso (Es 34,6; GI 2;13; Sal 86,15; 103,8; 145,8) offre al peccatore il tempo di convertirsi; talvolta invia la sventura per emendare l'empio o mettere alla prova coloro che ama. (Am 4,5-11; Is 1,5ss; Gb 5,17-26; Pr 3,12).

La remissione dei peccati

Nell' A T è prevista anche la remissione del peccato , mediante :
- la detestazione della colpa,
- la conversione
- e la sottomissione a Dio,
- l'offerta dei sacrifici,
- la riparazione dei torti causati
- e l'intercessione degli uomini che sono cari a Dio.

Il peccato nel NT

FILOLOGIA

Il termine più frequente nel NT per indicare il peccato è hamartia, usato specialmente al plurale, per indicare diverse azioni colpevoli. Tipiche sono le frasi: "confessione dei peccati" (Mt 3,6; Mc 1,5; IGv 1,9), "remissione dei peccati" (Mt 26,28; Mc 1,4; Lc 1,77; 3,3; 24,47; At 5,31; Col 1,14) "salvare dai peccati" (Mt 1,21). S. Paolo usa questo termine al plurale nelle citazioni esplicite (Rm 4,7-8; 11,27) e implicite dell'AT (!Ts 2,16: cf. Gen 15,'16; 1Cor 15,17) e nelle formule liturgiche (ICor 15,31; Gal 1,4; Col 1,14).
Spesso s. Paolo usa il termine hamartia al singolare per indicare una potenza maligna personificata che regna nel mondo (Rm 5,12ss). Nel quarto Vangelo (=Gv) il termine al singolare designa una disposizione interiore permanente dell'uomo e dell'umanità (Gv 8,21; 9,41).

Hamartema indica l'effetto di un atto peccaminoso libero e cosciente. Generalmente è usato al plurale (Mc 3,28; ICor 6,18; Rm 3,25); al singolare è adoperato per il peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo (Mc 3,29).

Paraptoma significa caduta, passo falso, ed è usato spesso al plurale (Mt 6,14; Mc 1,25; 2Cor 5,19; Gal 6,1; Rm 4,25; 5,15.16.18.20; Ef 1,7; 2,1; Col 2,13).

Parabasis, trasgressione, si trova nelle lettere paoline e nell' epistola agli Ebrei (GaI 3,19; Rm 2,23; 4,15; 5,14; lTm 2,14; Eb 2,2; 9,15).
OjeItema,- debito, un termine raro nell'AT, è derivato dal linguaggio giuridico del tardo giudaismo.
Il primo evangelista lo adopera nella preghiera del Padre nostro (Mt 6,12) per indicare qualche cosa che noi dobbiamo a Dio. Il peccato è assimilato a un debito, che si deve pagare al Padre, come dobbiamo rimettere i nostri debiti al prossimo. In s. Paolo il concetto affiora nella metafora del "chirografo", cioè del biglietto di debito soppresso dalla croce di Cristo (Col 2,14).

Anomia, ingiustizia, serve a designare uno stato generale di ostilità contro Dio in un contesto escatologico ed equivale ad una condizione generale di perversione religiosa (Mt 7,23; 13,41; 23,28; 24,41). Paolo usa il termine nelle formule derivate dalla catechesi primitiva (2Ts 2,7; 2Cor 6,14).

Adikia, termine affine al precedente, indica uno stato di ingiustizia (Lc 13,27; 16,8s; 18,6; At 1,18). È frequente nella lettera ai Romani (Rm 1,18.29; 2,8; 3,5; 6,13; 9,14).

Nel NT manca una presentazione completa e sistematica della dolorosa realtà che è il peccato. Il tema è trattato quasi di passaggio cercando di dare corpo a delle intuizioni profonde. A questo scopo vengono utilizzate le esperienze personali, alcune concezioni tipiche degli ambienti rabbinici e apocalittici del tempo. Vengono ripresi diversi elementi dall'A T, quali la natura del peccato, alcune sue conseguenze, la sua malefica potenza.

Tuttavia il NT rappresenta un essenziale progresso nella comprensione del peccato.
Si insiste sul fatto che :
- il luogo e la sorgente del peccato è l'intimo dell'uomo;
- la natura specifica del peccato è di essere una mancanza contro la bontà del Padre celeste.
Si scruta l'abisso nel quale precipita il peccatore destinato alla perdizione eterna; si offre una spiegazione più approfondita della condizione peccaminosa che unisce solidalmente tutti gli uomini e si annuncia la definitiva liberazione dal peccato dovuta alla morte réde'ntrice di Cristo.

GESÙ E IL PECCATO UMANO

Da quanto appare dai vangeli sinottici, Gesù non si è soffermato nel descrivere la natura del peccato, ma considera tutti gli uomini lontani da Dio, consegnati alla potenza demoniaca e perciò bisognosi di conversione e di salvezza (Mt 13,38; Lc 13,16; 22,31). La predicazione del regno di Dio accompagnata dall'invito alla conversione e dall'offerta del perdono è rivolta a tutto.il popolo (Mc 1,14). Il nesso tra avvento del regno e remissione dei peccati è messo in rilievo nel racconto della guarigione del paralitico (Mt 9,1-8; Mc 2,1-12; Lc 5,17-26) e nella pericope dell'unzione di Gesù da parte della peccatrice (Lc 7,36-50).

I peccati singoli e il cuore (= la coscienza)
Ge sù conosce e denuncia i singoli peccati, quali la vanità, l'orgoglio, la menzogna, l'attaccamento alla ricchezza, lo sfruttamento degli altri,il furto, l'adulterio, l'omicidio (Mt 23,1-36; Mc 7,20ss; 12,38ss; Lc Il, 37-52; 16,14s; 18,9-14; 20,45ss). Tuttavia per Gesù l'elemento costitutivo del peccato è un disordine interiore, una perversa disposizione del cuore. Il cuore infatti, quale sede dei pensieri e dei desideri, rappresenta la facoltà spirituale dell'uomo nella quale si prendono le decisioni riguardanti l'attività esteriore (Mt 15,10-20; Mc 7,14-23). In questa linea Gesù denuncia come peccati anche gli atti interni, che sono all'origine delle azioni pubbliche (Mt 5,22.28).

Il peccato contro lo Spirito Santo, cioè l'ostinato rifiuto di credere in Gesù, non sarà perdonato né in questa vita né nell'altra, a causa della difficoltà che si riscontra nel cambiare il basilare atteggiamento negativo di fronte a Cristo. Le polemiche con i farisei e gli scribi circa il sabato e le altre osservanze rabbiniche mostrano che Gesù annetteva maggiore importanza alle esigenze della persona che a quelle delle istituzioni (Mt 12,1-8; Mc 2,23-3,25; Lc 6,1-11; Il ,14-32).

Bontà verso i peccatori
Cristo ha assunto un atteggiameno benevolo verso gli ebrei non praticanti le prescrizioni rabbiniche e che dai farisei erano disprezzati e considerati peccatori. Egli proclama di essere venuto a chiamare alla conversione non i giusti, ma i peccatori (Mt 9,13; Mc 2,17; Lc 5,32). Discernendo nella miseria religiosa e morale di questi uomini un valore nascosto e misconosciuto, cioè un fondamentale riconoscimento della propria impotenza ed il bisogno della grazia divina, Gesù riconosce in essi un'attitudine ad accogliere l'appello alla conversione e perciò a ricevere la grazia della giustificazione (Lc 15,7.10; 18,9-14). In questo senso i peccatori sono i veri clienti del regno di Dio .
Per cui non è tanto il peccato in sé che costituisce un ostacolo alla salvezza, ma l'ostinazione nel rifiutare l'invito divino alla conversione e la fiducia riposta in se stesso e nelle proprie possibilità.

La condizione di peccatore che si accompagna al sentimento della propria miseria spirituale rappresenta un terreno propizio all'ottenimento del perdono e della salvezza. Lo dimostrano le parabole della dramma smarrita, della pecora perduta e del padre misericordioso o del figlio prodigo (Lc 15). Quest'ultima parabola insegna che l'abbandono della casa pàterna da parte del figlio più giovane indica il rifiuto del rapporto filiale col padre, cioè la negazione di ricevere tutti i beni dall'amore paterno, pretendendo di non avere più bisogno del genitore. Quando il figlio ritorna, il padre, superando tutte le imposizioni della giustizia umana, perdona generosamente al figlio e lo tratta con particolare riguardo, tanto da suscitare la gelosia del fratello maggiore.

Gesù previde la propria morte e le attribuì un valore espiatorio (Mt 26,28; Mc 14,24; Lc 22,20; Mc lO, 45). Perciò la morte di Cristo sulla croce è una specie di condanna divina del peccato. La sua risurrezione come vittoria sulla morte appare altresì come una vittoria sul peccato e sulle potenze demoniache.

L'insegnamento e il comportamento di Gesù con i peccatori contengono una nuova rivelazione circa la natura del peccato. Questo nasce nell'intimo dell'uomo, dal suo cuore perverso; è un misconoscimento dell'amore di Dio ed un rifiuto di accogliere l'invito alla conversione, cioè di credere in Cristo; il peccato assoggetta l'uomo alla schiavitù del demonio. Accogliendo l'annuncio del regno di Dio, si ottiene il perdono dei peccati e si entra in un rapporto amoroso con il Padre celeste. Il peccato dell'uomo è debellato dal sacrificio redentivo di Cristo sulla croce.

INSEGNAMENTO DI S. PAOLO

Più di qualunque altro autore del NT s. Paolo sviluppa il tema del peccato. Esso infatti è il presupposto della soteriologia, che costituisce il cuore della teologia dell'apostolo. In diverse forme e sotto vari punti di vista si fa menzione del peccato in tutte le lettere paoline. Infatti l'apostolo considera il peccato dal punto di vista psicologico, individuale, sociale e storico.
Nelle lettere ai Galati e ai Romani la trattazione è dottrinale e polemica. Tuttavia da s. Paolo non ci viene offerto un quadro completo e ordinato della realtà che è il peccato.

L'interesse principale dell'apostolo è quello di far risplendere sullo sfondo tenebroso della malizia umana l'opera redentrice di Cristo, «morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione» (Rm 4,25). Usando una decina di termini per indicare le azioni peccaminose, Paolo considera il peccato come una disobbedienza alla volontà di Dio, una ribellione alla sua legge, un errore colpevole, un'azione ingiusta opposta alla verità, una negazione della sovranità divina. La natura specifica del peccato è l'opposizione a Dio, che si può manifestare in vari modi, portarsi su diversi oggetti, però considerati sempre in rapporto con Dio e in contrasto con la legge da lui rivelata (Rm 7,12.22), nonché in antitesi con la ragione e la coscienza, in cui è iscritta la legge di Dio (Rm 2,15; 14,23), e con il vangelo (ICor 8,12; 6,1-18).

Liste di peccati
Nell'epistolario paolino, comprese le lettere pastorali, vengono elencate dodici liste di peccati (lCor 5,lOs; 6,9s; 2Cor 12,20s; GaI 5,19ss; Rm 1,29ss; 13,13; Col 3,5-8; Ef 4,31; lTm 1,9s; 6,4s; Tt 3,3; 2Tm 3,2-5). Queste liste non sono ordinate secondo una disposizione logica; alcuni termini indicano degli atti concreti, altri invece un atteggiamento peccaminoso generale. In complesso vengono menzionati 92 vizi, che corrispondono alle mancanze più comunemente commesse nelle comunità ecclesiali fondate dall'apostolo. Sono elencati i peccati dei pagani (Rm 1,29ss), quelli dei cristiani prima della loro conversione (lCor 6,1I; Col 3,5-8; Ef 5,3ss; Tt 3,3) e quelli dei cristiani già battezzati (lCor 5,lOs; 2Cor 12,20s; Gal5,19ss).

Nelle varie liste al primo posto sono i peccati contro la carità, al secondo quelli contro il sesso, al terzo i peccati commessi direttamente contro Dio e al quarto la ricerca di se stessi. Particolare gravità viene attribuita al desiderio di possedere l’ esistenza terrena. Infatti sin da ora i peccatori si trovano sulla via della perdizione, dominati dalla potenza del peccato e del maligno.I peccatori schiavi di Satana (1 Cor 1,18; 2Cor 2,15; Rm 7,14s).

La morte è presentata anche come riçompensa e completamento del peccato (Rm 6,21), nel senso che porta a consumazione la separazione da Dio. Questa morte è anzitutto la perdizione eterna, il distacco definitivo da Dio, poi designa anche la misera condizione nella quale si trova il peccatore sin da questa vita ed infine la morte biologica straziata dall'angoscia e dalle tenebre prodotte dall'assenza di una radiosa prospettiva futura.

S. Paolo concepisce la morte come un complesso unitario comprendente la morte corporale, quella spirituale e quella eterna. L'amartologia (=teologia del peccato) dell'apostolo Paolo è penetrante e profonda. Egli scandaglia i meandri del cuore umano nel quale si annida una potenza malvagia che induce l'uomo infallibilmente al male, complici la carne, la legge e Satana. Egli ha davanti agli occhi il quadro desolante della corruzione del mondo pagano e l'infedeltà del popolo d'Israele, e ne registra spesso i singoli atti peccaminosi. Insiste sulle rovinose conseguenze del peccato, che allontana da Dio e produce la morte. Tutto questo, però, serve ad esaltare l'amore di Dio che ha mandato il Figlio suo per liberare gli uomini dal peccato e dalla schiavitù demoniaca.

LA LETTERATURA GlOVANNEA

Vocabolario
Il termine hamartia (peccato) si trova 18 volte nel quarto Vangelo (14 al singolare e 4alplurale) e 17 volte in 1Gv(11 volte al singolare e 6 al plurale). Nell' Apocalisse si riscontra tre volte al plurale.
Il verbo hamarteno (peccare) è usato 3 volte in Gv e 4 volte in 1Gv. La parola "peccato" può significare sia singole azioni peccaminose (Gv 8,3.34), come la menzogna, l'odio, l'ingiustizia, la non accoglienza dei fratelli, sia la colpa che permane nella coscienza anche dopo che è stato commesso l'atto malvagio.

In questo senso vanno intese le espressioni: avere il peccato (Gv 15,22.24), morire nel peccato (Gv 8,24), convincere di peccato (Gv 26,8s). Spesso nel Vangelo e nella 1Gv il termine usato al singolare indica una condizione o disposizione individuale e sociale, che si imprime in ogni azione o parola peccaminosa e che equivale ad una potenza ostile a Dio ed alla sua rivelazione. Nel Vangelo e in 1Gv si fa una distinzione, per ciò che riguarda il verbo 'peccare', tra la forma dell'aoristo, che significa commettere un peccato I (Gv 9,2s), e quella del presente o del perfetto, che significa perseverare nello stato di peccato (lGv 1,10; 2,1; 3,6.8s; 5,16.18).

L'incredulità
Il quarto evangelista non parla del peccato in modo astratto, bensì presentando l'atteggiamento dei diversi personaggi di fronte a Cristo. Questi personaggi assumono un carattere tipico. L'evangelista valuta il peccato all'interno delle antitesi che costituiscono una delle caratteristiche dei suoi 'scritti: luce/tenebre, verità/menzogna,amore/odio, schiavitù/libertà,vita/morte. In questo contesto il discorso giovanneo sul peccato presenta una drammaticità e una radicalità impressionanti.

Per Gv il peccato per eccellenza consiste nel rifiutarsi di accogliere Cristo che è la luce del mondo, cioè l'incredulità di fronte all'inviato del Padre, il Figlio unigenito di Dio. Questo rifiuto appare non solo come un atto singolo, ma come un'opzione fondamentale ed un atteggiamento permanente negativo che decide di tutta l'esistenza dell'uomo.

L'apparizione nel mondo della luce reclama una prèsa di posizione ed opera una crisi: nel caso del ripudio ci si stabilisce nelle tenebre, cioè nella condizione di non salvezza. Questa situazione non rimane neutrale, ma comporta una lotta contro la luce, perciò è caratterizzata dall'avversione contro la luce, dall'odio e dalla condanna (Gv 3,19s). Per questo l'incredulità è empietà e anarchia (lGv 3,4). Tale è il peccato dei giudei, che sono il tipo anche dei pagani non credenti e del mondo (Gv 5,10.16.18; 6,41.52; lO, 31.33; Il,8; 16,6). Non accogliendo Cristo, si rinnega il Padre e ci si schiera dalla parte del demonio che è il principe di questo mondo (Gv 12,31).

Il peccatore è uno schiavo di Satana (Gv 8,34), perché partecipa alle opere di colui che è omicida e menzognero sin dall'inizio (Gv 8,44). Il demonio è il capo dell'umanità peccatrice. Nel rifiuto di Cristo l'evangelista scorge un'azione satanica, in quanto esso è una scelta, della menzogna, della schiavitù e della morte spirituale ed eterna. Tra le altre cause comportanti il ripudio di Cristo, Giovanni sottolinea anche l'aspetto soggettivo personale: non si crede in Cristo, perché si presume di se stessi, si vuole rimanere nella situazione precedente, pensando di essere senza peccato e di poter raggiungere la salvezza al di fuori di Cristo (Gv 3,19ss; 5,36-46).

Il peccato del mondo
L'evangelista parla anche del peccato del mondo (Gv 1,29). Nella letteratura giovannea il termine 'mondo' ha, tra l'altro, anche un significato negativo, designando tutti gli uomini, giudei e pagani, che rigettano la rivelazione definitiva portata nel mondo dal Figlio di Dio. Il peccato del mondo non significa il peccato degli uomini in generale né la somma dei peccati individuali, ma il male in se stesso, in tutta la sua estensione e nelle conseguenze. Esso è una forza che acceca l'umanità e si trova alla base di tutte le prese di posizione contrarie a Dio.

L'eresia
Il peccato per eccellenza nella 1Gv è il rifiuto della tradizione apostolica che confessa Cristo come Figlio dì Dio venuto nella carne (lGv 2,22s). Questa negazione comporta la rottura della comunione ecclesiale e genera l'odio contro coloro che aderiscono alla primitiva predicazione apostolica (1Gv 2,19; 4,1; 2,9.11; 3,15; 4,20). Questo peccato conduce alla morte spirituale ed eterna. Esso è chiamato iniquità ed ingiustizia (1Gv 3,4; 5,17); infatti esso è accompagnato da una protervia che non lascia adito a resipiscenze; è qualcosa che fa propria la rivolta e l'ostilità delle forze del male negli ultimi tempi. Perciò questo peccato è chiamato anomia, termine tecnico che designa l'iniquità dei tempi che precedono la fine. La negazione di Gesù come Cristo e Figlio di Dio implica il ripudio della realtà ultima e definitiva, giacché si chiudono gli occhi davanti ad una luce che è giunta al suo pieno meriggio. A questo peccato è attribuita un'eccezionale gravità ed una valenza escatologica.

Si riscontrano tra i credenti anche peccati che non conducono alla morte, cioè peccati di fragilità umana, che non comportano una vera e propria opzione fondamentale negativa di fronte a Cristo (1Gv 5,16s). Questi peccati vengono facilmente perdonati. I fedeli devono avere la coscienza di essere peccatori in questo senso; il negarlo costituirebbe una menzogna da paragonarsi a quella degli eretici (lGv 1,8).

Coloro invece che sono nati da Dio, sono nella condizione di non peccare, cioè di non separarsi da Cristo (lGv 3,9; 5,18). Avendo Gesù vinto il principe di questo mondo (Gv 12,31; 16,33), ha debellato anche il peccato. Finché uno rimane unito a Cristo, interiorizza la sua parola e resta fedele alla comunione ecclesiale, non può peccare (lGv 3,9; 5,18) cioè separarsi da lui.

ALTRI SCRITTI DEL NT

Negli Atti degli Apostoli vengono segnalate alcune azioni peccaminose, come il tradimento di Giuda (At 1,15-20), il rifiuto degli abitanti di Gerusalemme di ascoltare la parola di Dio (At 3,14.17), la menzogna di Anania e Saffira, presentata come un oltraggio fatto allo Spirito Santo ed un'alleanza conclusa con Satana (At !;, l-Il). Il peccato di Simon mago è consistito nel voler ridurre il dono di Dio a realtà controllabile dagli uomini e da tenere sotto il loro dominio (At 8,18-24). La persecuzione della chiesa da parte di Saulo prima della conversione è dovuta alla persuasione di dover rimanere chiuso nell'angusto sistema della legge mosaica e di non dover accettare la croce di Cristo come causa della vera giustizia e indicazione di una nuova norma di vita. Gli Atti menzionano spesso la remissione dei peccati dovuta alla fede in Cristo e al battesimo (At 2,38; ,31; 10,43; 13,38; 26,18).

Nella lettera agli Ebrei il peccato è considerato nei suoi aspetti concreti di ribellione a Dio (Eb 10,27), apostasia, incredulità e disobbedienza (Eb 3,12; 6,6; 10,26). Esso insidia il popolo di Dio in tutte le fasi del suo pellegrinaggio verso la celeste Gerusalemme, come deviazione dalla meta assegnata e arresto nella marcia per effetto dell'infiacchimento spirituale. I peccati sono chiamati "opere morte" (Eb 6,1; 9,14), in quanto macchiano la coscienza e impediscono un culto gradito a Dio.

Si parla dell'apostasia come di un peccato irremissibile (Eb 6,4ss; 1O,26s), nel senso che il sacrificio espiatorio di Cristo non può essere ripetuto e il peccatore non può essere reintegrato nella sua innocenza; non si esclude però la possibilità di un rimedio in maniera assoluta. La condotta e l'azione peccaminosa del singolo è in grado di contagiare la comunità (Eb 12,15). Colpevoli davanti a Dio e ai fratelli sono coloro che trascurano le assemblee liturgiche e le abbandonano (Eb 10,25), inducendo altri a seguire il loro cattivo esempio.

Nella lettera di Giacomo vengono messi in luce alcuni aspetti sociali del peccato; la ricchezza può condurre a un brutale sfruttamento del prossimo (Gc 4,5s); il parlare irresponsabile influisce negativamente sul mutuo rapporto tra gli uomini (Gc 3,4-8). L'ira, l'invidia, i giudizi negativi sugli altri derivano dall'egoismo e da una falsa ricerca di se stessi (Gc 3,14; 4,lss).

Nella 1Pt veniamo a conoscere i peccati tipici di coloro che non sono ancora battezzati (IPt 1,14). Ma anche i cristiani fanno l'esperienza di «impulsi passionali della carne che combattono contro l'anima» (IPt 2,11; 4,2). Il peccato sembra connaturale all'uomo, essendo accordato al suo essere corporale; però mediante il battesimo e l'unione con Cristo esso può essere combattuto e vinto.

Nelle lettere di Gd e 2Pt si parla dei peccati dei maestri di errore: essi concernono i disordini morali nel matrimonio (2Pt 2,14), l'adulazione e le lusinghe usate per imporsi agli altri uomini (Gd 16; 2Pt 2,15-19).

Universalità del peccato

ANTICO TESTAMENTO
Nella Bibbia si riscontra la convinzione che tutti gli uomini appartengono ad una razza peccatrice.

Genesi 1-11
In Gen 1-11 viene descritta l'universale situazione di peccato. Fatte alcune eccezioni (Abele: Gen 4,41; Enoch: Gen 5,22ss; Noè: Gen 6,9; 7,1), sin dalle origini l'umanità si è ribellata contro Dio. Il diluvio presentato come universale è provocato, secondo la tradizione J (=Jahvista), dalla cattiveria dell'uomo (Gen 6,5), mentre secondo la tradizione P (=sacerdotale) il motivo del flagello è la corruzione generale di ogni mortale (Gen 6,12s).

Esiste una certa solidarietà nel male. Tutta la stirpe dei cainiti è una razza di peccatori (Gen 4, 17-23). La generalizzazione del peccato è spiegata come un processo di imitazione: una generazione eredita il male dalla precedente. L'influsso del peccato dei progenitori sui loro discendenti è considerato nell'ambito delle conseguenze del peccato, che comportano la morte, il lavoro faticoso e l'espulsione dal giardino, simbolo dell'interruzione della familiarità con Dio.

I profeti
Il re Salomone confessa che non esiste uomo che non cada in qualche colpa (IRe 8,46). I profeti di Israele denunciano i peccati di tutto il popolo (Os 4,2; Is 1,4; 5,7; 30,9). Il profeta Isaia si sente solidale con l'impurità del popolo (Is 6,5). Per Michea non ci sono uomini pii nel paese, tutti sono corrotti (Mi 7,1-7). Geremia descrive con tinte fosche la generale perversità del paese (Ger 5,1); 6,28ss; 9,1-8), annidata nel cuore malvagio e indurito dei singoli individui (Ger 13,23; 17,9). Ezechiele considera tutta la storia d'Israele come una serie continua di infedeltà. Egli si rivolge a Gerusalemme sotto la figura di una bambina trovatella, che malgrado le prevenienze del Signore nella sua gioventùè stata sempre infedele a Dio, che aveva fatto alleanza con essa (Ez 16). Nel c. 23 lo stesso profeta interpella le due sorelle, Gerusalemme e Samaria, cioè i regni di Giuda e di Israele, divisi ma fratelli, che sin dall'esodo dall'Egitto _'inno commesso ogni specie di abominazione.

La stessa concezione della storia d'Israele si trova in Is 54. In certe preghiere penitenziali postesiliche i portavoce della comunità esprimono il loro pentimento per le mancanze dei loro antenati (Esd 9,6-15; Ne 1,6s; Is 63,7-64,11; Sal 78). Questa concezione è avvalorata dalla convinzione che l'azione di un individuo si ripercuote sulla vita del gruppo, essendo l'esistenza del gruppo profondamente marcata dalle azioni dei singoli membri. Ciò avviene non solamente in un dato momento della storia, ma attraverso tutto il corso dell' esistenza di un popolo. Un gruppo sociale, come la famiglia, la tribù e la nazione, è considerato alla stregua di una persona concreta, che sopravvive nel tempo e nello spazio a causa di una specie di unità biologica (personalità incorporante).

I libri sapienziali
I sapienti d'Israele che volgono la loro attenzione al di là dei confini del popolo eletto, interessati come sono alla condizione umana in generale, affermano la fragilità e impurità di ogni essere umano di fronte a Pio (Gb 4,17s; 15,14ss; 14,4; Pr 20,9; Qo 7,20; cf. Sal 143,2; 2Cr 6,36). Tutti gli uomini hanno commesso delle mancanze, se non altro pronunciando delle parole sconsiderate (Sir 19,16). Anzi il peccato raggiunge l'uomo prima della gioventù, sin dal primo momento della sua esistenza (Sal 51,7). La corruzione è un fenomeno umano generale, al quale gli stessi uomini pii non sono capaci di sottrarsi completamente (Sal 12,1-5; 14,1-4; 140,2-6).

GESÙ

Nella sua predicazione Gesù suppone che tutti gli uomini sono peccatori, giacché a tutti rivolge l'invito alla conversione (Mc 1,14s; Lc 13,3.5); nessuno infatti è senza colpa (Lc 13,2-5; Gv 8,7). Gesù si scaglia contro ogni forma di orgoglio e autogiustificazione (Lc 15, 25-32; 18,10-14). Pur insistendo sull'aspetto interiore e personale del peccato, Gesù ammette anche un legame collettivo nel male attraverso le generazioni, adeguandosi alla mentalità dell'AT e del giudaismo. Le precedenti generazioni hanno ucciso i profeti considerandoli come seduttori e traditori della causa nazionale e perciò come dei criminali. La generazione contemporanea di Gesù porta a compimento ciò che i padri hanno intrapreso uccidendo i profeti (Mt 23,29-36.37ss; Lc 11,47-51; 13,34s).

Nella parabolà dei vignaiuoli omicidi l'assassinio dei profeti e del figlio del proprietario della vigna, compiuto in varie epoche della storia, viene attribuito agli stessi ascoltatori di Gesù (Mt 21,33-45). Le colpe delle generazioni anteriori, che hanno messo a morte gli inviati di Dio, pesano sul gruppo lontano nel tempo e la cui perversità si accresce in modo continuo. Non si tratta semplicemente di un puro legame genealogico, ma di una certa assimilazione morale tra i discendenti da uno stesso ceppo. La medesima concezione affiora in At 7,51 e lTs 2,15.

S. PAOLO

L'autore sacro del NT che ha maggiormente insistito sulla universalità del peccato, per sottolineare l'assoluto bisogno della grazia di Cristo, è s. Paolo. Il suo pensiero è espresso soprattutto nelle lettere ai Romani e agli Efesini.

L'umanità peccatrice
Prescindendo dalla grazia di Cristo, attiva nel mondo sin dagli inizi dell'umanità, l'apostolo presenta i pagani e i giudei del suo tempo - le due categorie in cui era diviso il mondo antico dal punto di vista religioso - come profondamente invischiati nel peccato. È una constatazione che si basa sull'esperienza e sulla testimonianza della Scrittura. Per nascita i pagani si trovano in una situazione di ignoranza di Dio e della sua legge, perciò vengono chiamati "atei e senza legge" (Gai 2,15; Ef 2,1-4.12); sono morti a causa dei loro delitti e non cercano la giustizia (Rm 4,30). I giudei non hanno osservato la lègge (Rm 9,30) e sono figli della collera come i pagani (Ef 2,3).

In Rm 1,18-3,9 l'apostolo offre un quadro impressionante dell'abiezione morale nella quale era caduta 'Ia società pagana e con le debite riserve anche quella giudaica senza il benefico influsso di Cristo. Tutti sono soggetti al peccato; non sono solamente capaci di peccato o ad esso inclinati, ma sono degli autentici peccatori, non esclusi i giudei, che si ritenevano giusti (Rm 3,23). Adducendo l'esempio dei due gruppi, pagani e giudei, Paolo pensa a tutta l'umanità che si trova fuori dell'influsso di Cristo.

Il peccato di Adamo -
Con una geniale intuizione l'apostolo connette il peccato personificato - cioè l'inclinazione inerente alla natura umana, opposta a Dio e inducente ai peccati personali in modo infallibile l'uomo capace di atti umani - con la trasgressione commessa dal primo uomo (Rm 5,12-21). Usando un linguaggio complesso, dalle allusioni a Gen 2-3 ai riferimenti ai libri apocrifi e alle argomentazioni di tipo rabbinico, Paolo ammette una misteriosa causalità e un reale influsso del peccato di Adamo su tutti gli uomini che da lui derivano (Rm 5,12; 1Cor 15,22).

Le malvagie inclinazioni, delle quali è infetta la natura umana, sono da ricondurre, come alla loro comune sorgente, al peccato del primo uomo; per cui tutti gli uomini si trovano nella condizione descritta per i pagani in Rm 1,18-25 e per i giudei in Rm 2,1-24. Infatti, prescindendo dall'influsso della redenzione di Cristo, attivo nella storia anche prima della morte e risurrezione di Gesù, tutti gli uomini hanno peccato e peccano personalmente, per cui sono privi della salvezza e sono condannati alla perdizione (Rm 5,12).

La ribellione a Dio del primo uomo ha posto tutti gli uomini in uno stato tale per cui non solo la salvezza è diventata irraggiungibile, ma senza Cristo non si può evitare la dannazione eterna. Ma come è universale la causalità peccaminosa di Adamo, così - e a maggior ragione - è universale ed efficace l'opera redentrice di Cristo (Rm 5,15-21).

Peccati personali -
In Rm 7, 7-25 le affermazioni dell'apostolo si applicano ad ogni uomo in particolare, giacché viene descritta la condizione del peccatore che libero e responsabile dei suoi atti non è capace di compiere il bene ed è condannato a peccare. Tale è la situazione di tutti gli uomini che si trovano fuori del benefico influsso di Cristo. In Ef 2,3 l'agiografo afferma che tanto i giudei quanto i pagani sono, per il fatto stesso della loro origine umana, oggetto della collera divina. È una conclusione che l'autore sacro deduce dall'universalità del peccato, che viene sufficientemente designato come fonte delle inclinazioni peccaminose, da cui la natura umana è ora inquinata.

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