Corso di Religione



Mondialità
Multiculturalismo e Interculturalismo.
         


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Multiculturalità e Multiculturalismo Sovente si sente parlare indifferentemente di interculturalismo e multiculturalismo, ma a questi termini corrispondono due filosofie di pensiero piuttosto diverse.

La multiculturalitàOgni cultura è “multiculturale” perchè in essa sono riscontrabili sedimenti provenienti da luoghi e da popoli diversi.

Ad esempio, il cristianesimo è un elemento significativo nella costruzione dell’identità italiana ed europea, però va ricordato che questo insegnamento religioso ha “radici” nel Vicino Oriente, un’area abitata da una popolazione prevalentemente semitica.

Ogni società è multiculturale anche perché coesistono diversi sistemi valoriali.

In Italia, ad esempio, c’è chi aderisce o meno a determinate visioni della famiglia (basta pensare al modello contrattuale o a quello sacramentale e alle controversie sulle famiglie di fatto o sulle unioni omosessuali) e troviamo posizioni contrapposte anche sui temi della pace e della guerra e perfino si può riscontrare la presenza di organizzazioni politiche che fanno riferimento a modelli ed esperienze non-democratiche.

Con il termine “multiculturalità” possiamo indicare la coabitazione tra diversi gruppi linguistici, culturali, religiosi che vivono nel medesimo spazio territoriale.

Pensiamo alla zona alpina dell’Italia: dall’est all’ovest troviamo gruppi etnici diversi come quello sloveno, il friuliano, il cimbro, il ladino, il tirolese, il provenzale, l’occitano…

Questa pluralità è più evidente nelle zone di confine, ma esiste anche altrove. Ricordiamo ad esempio la minoranza arberesch in La parola “multiculturalismo”, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni per renderle più visibili. Calabria, Sicilia e Basilicata.

Per quanto riguarda la dimensione religiosa, pensiamo alla presenza ebraica o cristiana ortodossa a Venezia e a Trieste, oppure ai protestanti luterani nelle zone dell’Alto Adige, o ancora ai valdesi in Piemonte o alla presenza diffusa dei testimoni di Geova.

La multiculturalità non è creata dalla globalizzazione in atto delle comunità locali, cioè dalla presenza degli immigrati: essi semplicemente aggiungono altre differenziazioni a quelle già esistenti in ogni società.

Immigrazionismo e multiculturalismo L' Immigrazionismo è la convinzione che l’immigrazione – più precisamente, l’afflusso di un numero d’immigrati extra-comunitari ( oggi in maggioranza musulmani) così alto da alterare in modo permanente la natura stessa della società e della cultura europea –, per quanto possa generare problemi contingenti, sia nel lungo periodo un fenomeno eticamente e culturalmente buono ed economicamente vantaggioso per l’Europa.
Il Multiculturalismo è una filosofia/ideologia che pretende di far coesistere più culture in una stessa comunità locale anche in spazi separati.

In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d'ordine della sinistra e dei cosiddetti «professionisti dell'anti-razzismo» dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani .

"Nel mondo contemporaneo la richiesta di multiculturalismo è forte. Il multiculturalismo è invocato a gran voce nella pratica sociale, culturale e politica, soprattutto nell’Europa Occidentale e in America. Questo non sorprende affatto, dato che gli accresciuti contatti e interazioni a livello mondiale, e soprattutto le diffuse migrazioni, hanno posto culture diverse l’una accanto all’altra."

[Amartya Sen 2006]

Esistono molti tipi di multiculturalismo, con gradazioni diverse:

1.- Il multiculturalismo soft & easy che riguarda l'attenzione e l'amore verso le cose esotiche, portate nelle grandi città dagli immigrati, siano essi abiti, profumi, musica, cibi e stili di vita.

" Nel campo del cibo più una città è ricca di ristoranti dove si servono specialità di altri paesi, più essa può dirsi multiculturale "
[Martiniello 2000: 63].


Si tratta di un multiculturalismo easy, in quanto sembra piuttosto facile accettare o comprendere la bontà di un piatto di sushi o un tamales, piuttosto che il chador o l'escissione o altre pratiche notoriamente oggetto di dibattiti serrati nel mondo occidentale e non solo occidentale.

2.- Il multiculturalismo hard che "rimette in questione la concezione classica dell'identità nazionale, mentre trascende il superficiale pluralismo insito nel multiculturalismo soft" [Martiniello 2000: 74].

Nei casi estremi del multiculturalismo hard si arriverebbe a prevedere diversi diritti e diversi doveri a seconda dell'etnia in questione, mettendo in forse la tradizionale uguaglianza di tutti davanti alla legge.

3.- Infine c'è il multiculturalismo di mercato, che si basa sul meccanismo domanda-offerta: "per esempio nelle zone degli Stati Uniti abitate da consistenti minoranze ispano-americane sono apparse delle emittenti televisive in lingua spagnola"
[Martiniello 2000: 75].

Queste ed altre pratiche scaturiscono da un semplice calcolo economico che mira ad ottimizzare i vantaggi della multiculturalità.

4.-Un multiculturalismo temperato si fonda sulla presunzione di dignità di tutte le culture , dignità che tuttavia deve essere empiricamente verificata .

Questa posizione ritiene che le culture abbiano tutte una dignità propria ma non tutte hanno la stessa dignità : sulla base di un principio universalista che consenta la comunicazione tra individui socialmente e culturalmente diversi come il rispetto dei diritti universali delle persone deve essere possibile una selezione delle culture stesse ;

5.-Un multiculturalismo radicale invece rivendica il diritto al riconoscimento di ogni cultura per quella che è, rifiuta la possibilità di effettuare qualsiasi selezione e valutazione aprioristica in termini valoriali.

" Ad essere contestato è lo stesso concetto di tolleranza, e con esso, l’idea di una cultura tendenzialmente comune, esaltando per converso proprio il valore e il diritto alla tolleranza"
[Cesareo 2001: p. 36-37].

L'Olanda multiculturalista : Nella casbah di Rotterdamdi Giulio Meotti -www.il foglio.it -2008

A Feyenoord si vedono ovunque donne velate che sfrecciano come lampi per le strade del quartiere. Evitano ogni contatto, soprattutto con gli uomini, perfino il contatto visivo. Feyenoord ha le dimensioni di una città e vi convivono settanta nazionalità. È una zona che vive di sussidi e di edilizia popolare, è qui che si capisce di più come l'Olanda – con tutte le sue norme antidiscriminazione e con tutta la sua indignazione morale – è una società completamente segregata. Rotterdam è nuova, venne bombardata due volte nella seconda guerra mondiale dalla Luftwaffe. Come Amsterdam è sotto il livello del mare, ma a differenza della capitale non ha fascino libertino.

A Rotterdam sono i venditori arabi di cibo halal a dominare l'estetica urbana, non i neon delle prostitute. Ovunque si vedono casbah-caffè, agenzie di viaggio che offrono voli per Rabat e Casablanca, poster di solidarietà con Hamas e lezioni di olandese a buon prezzo. È la seconda città del paese, una città povera, ma è anche il motore dell'economia con il suo grande porto, il più importante d'Europa. È una città a maggioranza immigrata, con la più alta e imponente moschea di tutta Europa. Il sessanta per cento degli stranieri che arrivano in Olanda vengono ad abitare qui. La cosa che più colpisce giungendo in città con il treno sono queste enormi affascinanti moschee su un paesaggio verdissimo, lussurreggiante, boschivo, acquoso, come corpi alieni rispetto al resto.

La chiamano "Eurabia".

È imponente la moschea Mevlana dei turchi. Ha i minareti più alti d'Europa, più alti persino dello stadio della squadra di calcio Feyenoord. Rotterdam è una città che ha molti quartieri sequestrati dall'islamismo più cupo e violento. La casa di Pim Fortuyn spicca come una perla in un mare di chador e niqab. Si trova al numero 11 di Burgerplein, dietro la stazione. Di tanto in tanto qualcuno viene a portare fiori davanti alla casa del professore assassinato ad Amsterdam il 6 maggio del 2002. Altri lasciano un biglietto: "In Olanda si tollera tutto, tranne la verità". È stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta.

La sera prima dell'omicidio Pim era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così avvenne, con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana caprina, vegetariano assoluto, "un ragazzo impaziente di cambiare il mondo", dicono gli amici.

Nel centro di Rotterdam non molto tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. Oggi Wilders è il politico più popolare in città. È lui l'erede di Fortuyn, il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato un partito per salvare il paese dall'islamizzazione. Al suo funerale mancava soltanto la regina Beatrice, perché l'addio al "divino Pim" diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro olandese lo chiamò "untermensch", subuomo alla nazista), poi lo hanno idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori all'obelisco dei caduti in piazza Dam. "The Economist", settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa parlava di Rotterdam come di un "incubo eurabico".

Per gran parte degli olandesi che ci vivono l'islamismo è oggi un pericolo più grande del Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l'inondazione dal mare, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un gioiello nell'immaginazione olandese. Poi l'alone fiabesco è svanito, quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A., l'islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala Ayaan Hirsi Ali. Da sei anni Wilders vive 24 ore su 24 sotto la protezione della polizia.

A Rotterdam gli avvocati musulmani vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah. L'avvocato Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi quando in aula sono entrati i magistrati, ha detto che "l'islam insegna che tutti gli uomini sono uguali". La corte di Rotterdam ha riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto: "Non esiste alcun obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in piedi di fronte alla corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i dettami della fede islamica". Enait, a capo dello studio legale Jairam Advocaten, ha spiegato che "considera tutti gli uomini pari e non ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno". Tutti gli uomini ma non tutte le donne.

Enait è noto per il suo rifiuto di stringere la mano alle donne, che più volte ha dichiarato di preferire con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam. Che l'Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto in aprile allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un teatro modernista, fiero di "rappresentare la diversità culturale di Rotterdam". Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre settimane fa lo Zuidplein ha consentito di riservare un'intera balconata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata l'avventura americana.

Oggi c'è la sharia legalizzata. In occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi, lo Zuidplein Theatre ha accolto la sua richiesta di riservare alle sole donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all'integrazione dei musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato: "Secondo i nostri valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso". Anche un portavoce del teatro ha difeso il regista: "I musulmani sono un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci". Un altro che è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama "autoislamizzazione".

Il primo caso di autocensura avvenne proprio a Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di Maometto, Aisha. Ma l'opera venne boicottata dagli attori musulmani della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio degli islamisti. "Siamo entusiasti dell'opera, ma la paura regna", gli dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si sarebbe ritirato "per il bene di mia figlia". Il quotidiano "Handelsblad" titolò così: "Teheran sulla Mosa", il dolce fiume che bagna Rotterdam. "Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani", ci racconta Timmers. "Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte.

A Rabat uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Salman Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro". Incontriamo il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine Benchikhi. È giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto. "Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui vige libertà d'espressione e di organizzazione. Se le persone non possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto".

Un anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam: "Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all'islam e trovate la pace". Basta un giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non siamo più in Olanda. È un pezzo di Medio Oriente. In alcune scuole c'è una "stanza del silenzio" dove gli alunni musulmani, in maggioranza, possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il Corano e un bagno rituale prima della preghiera.

Un altro consigliere musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della Mecca. Sylvain Ephimenco è un giornalista franco-olandese che vive a Rotterdam da dodici anni. È stato per vent'anni corrispondente di "Libération" dall'Olanda ed è fiero delle sue credenziali di sinistra. "Anche se ormai non ci credo più", dice accogliendoci nella sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano da qui si trova la moschea al Nasr dell'imam Khalil al Moumni, che in occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli omosessuali "malati peggio dei maiali". Da fuori si vede che la moschea ha più di vent'anni, costruita dai primi immigrati marocchini.

Moumni ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, "Il cammino del musulmano", in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la testa e "farla penzolare dall'edificio più alto della città". Accanto alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a noi c'è un mattatoio halal, islamico. Ephimenco è autore di tre saggi sull'Olanda e l'islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano cristiano di sinistra "Trouw". Ha la miglior prospettiva per capire una città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese. "Non è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno tutti anche se non lo dicono", ci dice. "Oggi Wilders viene votato da gente colta, anche se all'inizio era l'Olanda bassa dei tatuaggi. Sono tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti questi veli islamici.

Dietro casa mia c'è un supermercato. Quando arrivai non c'era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in piscina per sole donne musulmane. È questa l'origine del voto per Wilders. Si deve fermare l'islamizzazione, la follia del teatro. A Utrecht c'è una moschea dove si danno servizi municipali separati per uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito traditi gli ideali dell'illuminismo con questo apartheid volontario, nel mio cuore sento morti gli ideali d'eguaglianza di uomo e donna e la libertà d'espressione. Qui c'è una sinistra conformista e la destra ha una migliore risposta al pazzo multiculturalismo".

Alla Erasmus University di Rotterdam insegna Tariq Ramadan, il celebre islamista svizzero che è anche consulente speciale del comune. A scovare dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più celebre rivista gay d'Olanda, "Gay Krant", diretta da un loquace giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce l'omosessualità "una malattia, un disordine, uno squilibrio". Nel nastro Ramadan ne ha anche per le donne, "devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada". Il partito di Wilders ha chiesto lo scioglimento della giunta municipale e la cacciata dell'islamista ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l'ingaggio per altri due anni. Questo accadeva mentre al di là dell'oceano l'amministrazione Obama confermava il divieto d'ingresso a Ramadan nel territorio degli Stati Uniti.

Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui Ramadan dice alle donne: "Allah ha una regola importante: se cerchi di attrarre l'attenzione attraverso l'uso del profumo, attraverso il tuo aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta". "Quando venne ucciso Pim Fortuyn fu uno shock per tutti, perché un uomo venne assassinato per quello che diceva", ci dice Krol. "Non era più il mio paese quello. Sto ancora pensando di lasciare l'Olanda, ma dove potrei andare? Qui siamo stati critici di tutto, della Chiesa cattolica come di quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all'islam ci hanno risposto: State creando nuovi nemici!".

Secondo Ephimenco, è la strada il segreto del successo di Wilders: "A Rotterdam ci sono tre moschee enormi, una è la più grande d'Europa. Ci sono sempre più veli islamici e un impulso islamista che viene dalle moschee. Conosco tanti che hanno lasciato il centro città e vanno nella periferia ricca e bianca. Il mio quartiere è povero e nero. È una questione di identità, nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco". Incontriamo l'uomo che ha ereditato la rubrica di Fortuyn sul quotidiano "Elsevier", si chiama Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma soprattutto autore della "Dichiarazione di indipendenza" di Wilders, di cui è stato collaboratore dall'inizio. "Qui un immigrato non ha bisogno di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello Stato", ci dice Spruyt. "Abbiamo finito per creare una società parallela. I musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Non è più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi contro di noi, è un processo di autoislamizzazione".

Spruyt era grande amico di Fortuyn. "Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni. Attaccò l'establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo popolare quando scese in politica, lo chiamavano il ‘cavaliere bianco'. L'ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il gesto di un folle solitario. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe voluto cambiare il primo articolo della costituzione olandese sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anna Frank come monito contro Fortuyn.

Pim era veramente cattolico, più di quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava contro l'attuale società senza padre, senza valori, vuota, nichilista". Chris Ripke è un'artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in Insuindestraat. Scioccato nel 2004 dall'omicidio del regista Theo Van Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico "Gij zult niet doden", non uccidere. I vicini nella moschea trovarono il testo "offensivo" e chiamarono l'allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto perché "razzista". Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò e il filmato venne distrutto.

Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra: "Ci misi un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi e la radio. Se non si può più scrivere ‘non uccidere' in questo paese, allora vuol dire che siamo tutti in prigione. È come l'apartheid, i bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C'è un grande freddo. L'islamismo vuole cambiare la struttura del paese". Per Ephimenco parte del problema è la decristianizzazione della società. "Quando arrivai qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall'élite anticristiana".

Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati. A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi, negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di musica araba. "Dieci anni fa non c'erano tutti questi veli", dice Ephimenco. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a due piani, c'è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane. "Guarda quante bandiere turche, lì c'è una chiesa importante, ma è vuota, non ci va più nessuno". Al centro di una piazza sorge una moschea con scritte in arabo. "Era una chiesa prima". Non lontano da qui c'è il più bel monumento di Rotterdam. È una piccola statua in granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che accenna l'ultimo discorso a favore della libertà di parola, c'è scritto in latino: "Loquendi libertatem custodiamus", custodiamo la libertà di parlare. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori.

Usi e abusi del multiculturalismo© Amartya Sen 2006

È utile, quando si discute della teoria e della pratica del multiculturalismo, soffermarsi particolarmente sull’esperienza inglese.

L’Inghilterra è stata all’avanguardia nel promuovere un multiculturalismo inclusivo, che è passato attraverso successi e difficoltà, e il cui esempio è importante per gli altri paesi europei e per gli Stati Uniti.Nel 1981 in Inghilterra, a Londra e a Liverpool, vi sono stati disordini per ragioni razziali, anche se non paragonabili a quelli che si sono verificati in Francia nell’autunno del 2005, e questo ha portato a un ulteriore sforzo verso l’integrazione. Negli ultimi venticinque anni, la situazione è rimasta stabile e piuttosto tranquilla.

In Inghilterra il processo di integrazione è stato favorito dal fatto che tutti i residenti provenienti da paesi del Commonwealth, che costituiscono la maggior parte degli immigranti non bianchi, hanno da subito pieno diritto di voto, anche quando non hanno la cittadinanza inglese. L’integrazione è stata anche favorita dal trattamento non discriminatorio nei confronti degli immigrati in materia di assistenza sanitaria, scuola e previdenza sociale.

Nonostante tutto questo, però, negli ultimi tempi l'Inghilterra ha constatato la emarginazione di un gruppo di immigrati e la presenza di un terrorismo allevato in casa propria. Giovani musulmani provenienti da famiglie di immigrati – nati, istruiti e cresciuti in Inghilterra – hanno ucciso molte persone nel luglio del 2005 a Londra in un attacco suicida.

Le discussioni sulla politica multiculturale inglese, perciò, hanno una portata assai più vasta e suscitano interesse e passioni assai maggiori di quel che i limiti della questione in sé farebbero pensare. Sei settimane dopo gli attacchi terroristi di luglio a Londra, quando Le Monde pubblicò un articolo intitolato “Il modello multiculturale inglese in crisi”, al dibattito si unì subito il leader di un’altra istituzione liberale, James A. Goldston, direttore dell’Open Society Justice Initiative in America, che definì l’articolo del Monde “esagerato” e replicò: “Non usiamo la minaccia del terrorismo per giustificare l'archiviazione di un quarto di secolo di successi raggiunti dagli inglesi nel campo delle relazioni razziali.”

Qui c’è un’importante questione di carattere generale che va presa in considerazione e discussa.Io sostengo che il vero problema non è se “il multiculturalismo sia andato troppo in là” (Goldston sintetizza così una delle posizioni dei critici), ma quale forma specifica debba assumere il multiculturalismo.

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Aver incoraggiato le diversità culturali ha certamente migliorato la qualità della vita delle persone. Ha permesso all’Inghilterra di diventare un posto eccezionalmente vivace in molti campi. Dalle gioie del cibo, della letteratura, della musica, della danza e delle arti multiculturali all’incantevole confusione del carnevale di Notting Hill, l’Inghilterra offre alla sua gente – di tutte le provenienze – molto di cui godere e compiacersi.

Accettando le diversità culturali (e dando il diritto di voto, i servizi pubblici e la previdenza sociale senza discriminazioni, come si è detto) ha permesso a persone di origini assai differenti di sentirsi a casa propria. Vale la pena di ricordare, però, che accettare stili di vita e priorità culturali differenti non è sempre stato facile neppure in Inghilterra. Vi era la richiesta, sporadica ma ricorrente, che gli immigrati abbandonassero il loro stile tradizionale di vita e adottassero quello della società in cui si erano stabiliti.

A volte questa richiesta giungeva a considerare aspetti culturali assai dettagliati, collegati a comportamenti di minima entità, ben illustrati dal famoso test del cricket proposto da Lord Tebbit, leader politico conservatore. Secondo quel test, un immigrato mostrava di essersi integrato quando parteggiava per l’Inghilterra piuttosto che per il suo paese d’origine (ad esempio il Pakistan), nelle partite in cui le due squadre giocavano l’una contro l’altra.
Bisogna ammettere che il test di Tebbit ha il merito della inequivocabilità e dà all’immigrato un criterio meravigliosamente chiaro con cui stabilire quanto sia integrato nella società britannica: “Fa’ il tifo per la squadra inglese di cricket e sei a posto!”Riuscire a capire se si è integrati nella società inglese, altrimenti, potrebbe essere assai arduo, se non altro perché non è più molto semplice individuare lo stile di vita dominante a cui ci si debba conformare.

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La questione importante sullo sfondo di questa divagazione frivola è che in tutto il mondo i contatti culturali stanno producendo comportamenti tanto ibridi da rendere difficile individuare una cultura locale genuinamente autoctona, dotata di un'essenza atemporale. 

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Una questione importante riguarda la distinzione tra multiculturalismo e ciò che si potrebbe chiamare “pluralità di monoculturalismi”. L’esistenza di una diversità di culture, che si passano accanto come navi nella notte, può considerarsi un caso di multiculturalismo riuscito?

Dato che, sul problema dell’identità, l’Inghilterra è attualmente divisa tra interazione e isolamento, la distinzione è di grande importanza (ed è anche collegata al problema del terrorismo e della violenza). Prendiamo ad esempio un contrasto culinario, facendo notare subito che la cucina indiana e quella inglese possono entrambe sostenere a buon diritto di essere multiculturali. L’India non aveva il chili finché non ve lo portarono i portoghesi dall’America, ma oggi questa spezie è usata in una grande varietà di piatti e sembra essere l’ingrediente principale in molti piatti di curry.

È presente in gran quantità in un tipo di vindaloo piccantissimo, e che, come indica il nome, porta in sé il ricordo degli immigrati di mescolare il vino con le patate. La cucina tandoori è stata forse perfezionata in India, ma proviene dall’Asia Occidentale. La polvere di curry, d’altro canto, è un’invenzione inglese, ed era sconosciuta in India prima di lord Clive e si è evoluta, immagino, nelle mense dell’esercito inglese. E stiamo ora cominciando a veder emergere una nuova cucina indiana, offertaci a Londra da sofisticati ristoranti del subcontinente. Al contrario, quando si hanno due stili o due tradizioni che coesistono fianco a fianco senza incontrarsi, si ha la pluralità di monoculturalismi.

La difesa del multiculturalismo che spesso si sente fare in questi giorni è solo una difesa del monoculturalismo plurale. 

Una ragazza di una famiglia di immigranti conservatori che esce con un ragazzo inglese è un caso di iniziativa multiculturale. Al contrario, il tentativo dei suoi genitori di impedirglielo (un fatto che accade piuttosto di frequente) non è affatto un gesto multiculturale, dato che cerca di tenere le culture separate. È però la proibizione dei genitori, che contribuisce alla pluralità dei muticulturalismi, a raccogliere le difese più accese dai presunti sostenitori del multiculturalismo, che la giustificano sostenendo l’importanza di onorare le culture tradizionali – come se la libertà di scelta della ragazza non avesse alcuna importanza, e le due culture dovessero rimanere in due scatole separate.

Essere nati in un particolare ambiente sociale non è in sé un esercizio di libertà culturale, dato che non è una scelta. Al contrario, la decisione di rimanere all’interno della tradizione sarebbe un esercizio di libertà, se la scelta fosse fatta prendendo in considerazione delle alternative. Nello stesso modo, la decisione ponderata di allontanarsi – poco o molto – dal modello standard di comportamento, sarebbe ancora un esercizio di libertà. La libertà culturale, in realtà, si scontra di frequente con il conservatorismo culturale, e la difesa del multiculturalismo in nome della libertà culturale non può essere vista come un sostegno forte e assoluto nei confronti della tradizione culturale di origine.

La seconda questione riguarda il fatto che, mentre la religione o l’etnia possono essere un importante fattore d’identità per le persone (soprattutto quando sono libere di scegliere se onorare o rifiutare le tradizioni ereditate), ci sono altre affiliazioni o associazioni che possono avere valore per le persone. 

A meno di non definirlo in modo bizzarro, il multiculturalismo non può ignorare il diritto di una persona a partecipare alla società civile o alla politica nazionale o a condurre una vita socialmente non conformista. Per quanto il multiculturalismo sia importante, non può portare automaticamente a dare la priorità ai dettami della cultura tradizionale a prescindere da tutto il resto.

Le popolazioni del mondo non possono essere viste meramente in termini di appartenenza a una religione – come una federazione mondiale di religioni. Per la stessa ragione, un’Inghilterra multi-etnica non può essere vista come una raccolta di comunità etniche.

La concezione “federazionale”, però, è assai diffusa nell’Inghilterra moderna. In realtà, nonostante l’implicita tirannia del mettere le persone nelle rigide scatole delle “comunità” precostituite, quella concezione è spesso tortuosamente interpretata come un’alleata della libertà individuale.

Il revival etnico, ossia il ritorno in auge dell’etnicità quale fonte di identificazione collettiva e spinta alle rivendicazioni, in seno alla modernità e alla globalizzazione, hanno aumentato essenzialmente il multiculturalismo radicale.

C’è perfino una “visione” molto diffusa del “futuro dell’Inghilterra multi-etnica” che la vede come “una federazione libera di culture” tenute insieme da comuni legami di interesse e affetto e da un senso di collettività. Ma la relazione di una persona con l’Inghilterra deve essere mediata dalla cultura della famiglia in cui è nata?

Una persona potrebbe decidere di avvicinarsi a più di una di queste culture predefinite o, altrettanto plausibilmente, a nessuna. Potrebbe anche decidere che la sua identità etnica o culturale è meno importante delle sue convinzioni politiche, per esempio, o degli impegni professionali, o delle opinioni letterarie. È una scelta che tocca a ciascuno fare, qualunque sia il suo posto in questa strana “federazione di culture”.

Il multiculturalismo vedrebbe le sue pretese morali e sociali entrare in crisi se in suo nome si dovesse sostenere l’idea che l’identità di una persona debba essere definita dalla sua comunità o dalla religione, senza tener conto di tutte le altre affiliazioni a cui potrebbe appartenere, e dando automaticamente la precedenza alla religione di origine o alla tradizione rispetto alla riflessione e alla scelta.

Negli ultimi anni, però, questo approccio al multiculturalismo ha assunto un ruolo predominante in alcuni atteggiamenti politici ufficiali inglesi. La politica statale di promuovere nuove “scuole religiose”, create appositamente per i bambini musulmani, induisti e sikh (in aggiunta alle scuole cristiane già esistenti), dimostra questo approccio, che non solo è problematico dal punto di vista educativo, ma incoraggia anche una percezione frammentaria della richiesta di vivere in un’Inghilterra non segregata.

Molte di queste nuove istituzioni educative stanno nascendo proprio nel momento in cui la priorità data alla religione è una delle maggiori cause di violenza nel mondo (e si aggiunge alla storia di violenze simili in Inghilterra, che comprendono le divisioni tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord – esse stesse collegate alla separazione scolastica). Il primo ministro Tony Blair ha ragione di notare che “c’è un forte senso dell'etica e dei valori in quelle scuole”.

Ma la formazione non consiste solo nell'immergere i bambini, anche quelli giovanissimi, in un vecchio ethos ereditato. Significa anche aiutarli a sviluppare la capacità di ragionare sulle nuove decisioni che tutti gli adulti dovranno prendere. L'obiettivo da raggiungere non è una qualche parità formale rispetto alle scuole religiose inglesi, ma trovare il modo di incrementare nei bambini la capacità di vivere una vita “ragionata”, crescendo in un paese integrato.L'argomento centrale fu espresso con grande chiarezza molto tempo fa, alla fine del 1500, da Akbar, l’imperatore indiano, nelle sue osservazioni su fede e ragione.

Akbar, il gran moghul, nacque musulmano e morì musulmano, ma sostenne sempre che la fede non può avere la precedenza sulla ragione, dato che la religione che si eredita va riconosciuta – e, se necessario, rifiutata – attraverso la ragione. Attaccato dai tradizionalisti che erano a favore della fede istintiva, Akbar disse agli amici e al fidato luogotenente Abul Fazl, un formidabile studioso con grande competenza su diverse religioni, “La ricerca della ragione e il rifiuto del tradizionalismo sono così evidenti da non dover richiedere di essere discusse. Se il tradizionalismo fosse giusto, i profeti avrebbero semplicemente seguito i loro padri (e non sarebbero stati portatori di nuovi messaggi)”.

Secondo Akbar la ragione doveva avere la supremazia, in quanto la si doveva usare anche confutarne l'uso. Deciso ad approfondire seriamente le diverse religioni dell’India, Akbar si trovò spesso a discutere non solo con studiosi dell’induismo e dell’islamismo tradizionali dell'epoca, ma anche con cristiani, ebrei, parsi, giainisti, e perfino con i seguaci di “Carvaka” – una scuola di pensatori atei che si sviluppò in India nell’arco di duemila anni, a partire dal sesto secolo a.C. Invece di assumere un atteggiamento assolutista nei confronti della fede, Akbar amava ragionare sugli aspetti specifici di ogni religione.

Discutendo con i giainisti, per esempio, espresse il suo scetticismo nei confronti dei loro rituali, ma fu persuaso dalle loro ragioni in favore del vegetarianismo e arrivò a deplorare l’assunzione di carne in generale. Nonostante l’irritazione che il suo atteggiamento causava in chi preferiva basare la propria religiosità sulla fede piuttosto che sulla ragione, rimase fedele a quello che chiamò “il cammino della ragione,” il rahi agl, e continuò a sostenere la necessita del dialogo e della libera scelta. Akbar sosteneva che il suo islamismo derivava dal ragionamento e dalla scelta, non dalla fede cieca o da ciò che chiamava “la terra paludosa della tradizione.”

C’è, poi, l’altro problema (particolarmente vivo in Inghilterra) di come le comunità di non-immigrati debbano considerare le richieste di un’istruzione multiculturale.

Si deve lasciare che ogni comunità celebri le sue feste storiche, senza rispondere alla necessità che i “vecchi inglesi” siano più consapevoli delle interrelazioni globali nelle origini e nello sviluppo della civiltà mondiale? Se la cosiddetta scienza o cultura occidentale trae ispirazione, mettiamo, dalle innovazioni cinesi, dalla matematica indiana e araba o dall’eredità greco-romana conservata in Medio Oriente (per esempio, nelle traduzioni in arabo di classici greci dimenticati, ritradotti in latino dopo molti secoli), non dovrebbe esserci una più ampia riflessione su quel vigoroso passato interattivo nel programma scolastico dell’Inghilterra multi-etnica?

Quando oggi un matematico inglese o americano usa un algoritmo per risolvere un problema di calcolo, implicitamente commemora il matematico musulmano del nono secolo al-Khwarizmi, dal cui nome deriva il termine “algoritmo”, e dal cui innovativo libro di matematica in arabo, Al-Jabr wa al-Mugabalah, è nato il termine “algebra”. Anche se le scuole religiose musulmane non parlano delle opere non religiose degli intellettuali musulmani, non dovrebbero gli studenti inglesi – anglosassoni e non – leggere qualcosa sui contributi di tutto il mondo alle radici della moderna civiltà mondiale?

L'allargamento di prospettiva dell'istruzione è importante non solo in Inghilterra, ma ovunque, compresi gli Stati Uniti e l'Europa. La storia del mondo non deve arrivare ai bambini (come spesso capita) solo in forma di ricordi parrocchiali, mescolati ad accenni a una storia della religione preconfezionata – per non parlare delle vignette satiriche che si trovano fuori della scuola.

Le priorità di una vera educazione multiculturale possono essere molto diverse dalla segmentazione intellettuale di una società costituita da una pluralità monoculturale.

Se uno dei problemi concernenti le scuole religiose è costituito dalla natura dubbia del dare priorità a una fede istintiva anziché ragionata, ve n’è però un altro di enorme importanza, che riguarda il ruolo della religione nel classificare le persone soppiantando altri metodi di classificazione. Le priorità e le azioni delle persone sono influenzate da tutte le loro affiliazioni e associazioni, non solo dalla religione.

La separazione del Bangladesh dal Pakistan era basata sulla lingua e la letteratura, oltre che su ragioni di priorità politiche, e non sulla religione, che era la stessa. Ignorare tutto quel che va oltre la fede significa ignorare la realtà degli interessi che hanno mosso le persone ad asserire identità che vanno ben oltre la religione. La comunità del Bangladesh, per quanto sia numerosa in Inghilterra, nella contabilità religiosa è assommata a quanti condividono la stessa fede, senza che le vengano riconosciute altre priorità o caratteristiche culturali .

Mentre questo probabilmente piace ai sacerdoti islamici e ai leader religiosi, certamente svilisce la ricca cultura di quel paese e le sue diverse identità. In questo modo viene anche ignorata la storia della formazione del Bangladesh. Si dà il caso che attualmente sia in corso in Bangladesh una battaglia politica tra i laici e i loro detrattori (tra cui i fondamentalisti religiosi) e non si capisce perché la linea politica ufficiale inglese debba essere più in sintonia con questi ultimi che con i primi.

Bisogna ammettere che il problema non ha avuto origine con i più recenti governi inglesi. In realtà l’atteggiamento ufficiale britannico ha dato per molti anni l’impressione di essere incline a vedere i cittadini inglesi e i residenti originari del subcontinente principalmente in relazione alle loro rispettive comunità, e ora – dopo la importanza recentemente accordata alla religiosità (compreso il fondamentalismo) nel mondo – la comunità è definita soprattutto in termini di fede, piuttosto che tenendo conto di aspetti culturali in senso più ampio. Il problema non si limita alla scuola, o ai musulmani.

La tendenza a chiedere ai leader induisti o sikh di essere i portavoce della popolazione indù o sikh è un aspetto della stessa tendenza. Invece di incoraggiare i cittadini britannici di diverso background a interagire tra di loro in un consesso civile, e a partecipare alla politica da cittadini, li si invita ad agire “attraverso” la “loro comunità”. Gli orizzonti limitati di questo modo di pensare riduzionista influiscono direttamente sul modo di vivere delle diverse comunità, con effetti particolarmente gravi sulla vita degli immigranti e delle loro famiglie.

Ma oltre a ciò, il modo in cui i cittadini e i residenti considerano se stessi influisce anche sulla vita di altri, come hanno mostrato gli eventi cruenti della scorsa estate in Inghilterra. In primo luogo, la vulnerabilità all’influenza dell’estremismo settario è assai maggiore quando si cresce e si va a scuola in un ambiente settario (anche se non necessariamente violento).

Il governo inglese sta cercando di fermare la predicazione all’odio da parte di alcuni leader religiosi, e fa bene, ma il problema è di portata molto più vasta. Il punto è se i cittadini con un background di immigrazione debbano vedersi in primo luogo come membri di una comunità e di una religione specifica, e considerarsi inglesi solo attraverso questa appartenenza, in una ipotetica federazione di comunità. Non è difficile capire che questa concezione frazionata rende una nazione più vulnerabile alla predicazione e alla coltivazione della violenza settaria.

Tony Blair ha delle buone ragioni per voler “uscire” a discutere del terrore e della pace “dentro la comunità musulmana,” e (come dice) per voler “entrare nelle viscere di [quella] comunità”. L'attenzione di Blair per la correttezza e la giustizia è difficile da negare. Il futuro di un’Inghilterra multi-etnica, però, deve consistere nel riconoscere, sostenere ed aiutare ad avanzare i molti modi differenti in cui i cittadini con diverse idee politiche, eredità linguistiche, priorità sociali (insieme a etnie e religioni diverse) possono interagire gli uni con gli altri nelle loro diverse vesti, tra cui quella di cittadini.

La società civile ha un ruolo particolarmente importante nella vita di tutti gli abitanti. La partecipazione degli immigrati in Inghilterra – tra cui i musulmani – non dovrebbe essere collocata, come accade sempre più spesso, sotto la voce delle “relazioni con le comunità”, ed essere mediata da leader religiosi (tra cui i sacerdoti “moderati”, gli imam “miti”, e altri esponenti ragionevoli delle comunità religiose).

C’è urgente bisogno di ripensare a come viene inteso il multiculturalismo, in modo da evitare confusioni concettuali sull’identità sociale e in modo anche di resistere allo sfruttamento intenzionale del principio della divisione che questa confusione concettuale consente e, in un certo senso, incoraggia. Quel che va soprattutto evitato (se quest’analisi è corretta) è la confusione tra un multiculturalismo associato alla libertà culturale da una parte, e un pluralismo monoculturale associato al separatismo basato sulla fede dall’altra. Una nazione non può essere vista come un raggruppamento di segmenti isolati, dove ai cittadini viene assegnato un posto in segmenti predeterminati.

C’è un’incredibile analogia tra i problemi che l’Inghilterra affronta oggi e quelli che aveva l’India Britannica, e che il Mahatma Gandhi pensava fossero alimentati direttamente dal Raj. Gandhi criticava in particolare la posizione ufficiale che considerava l’India un assieme di comunità religiose. Quando si recò a Londra per la Conferenza della “tavola rotonda” indetta dal governo inglese nel 1931, scoprì di essere stato assegnato a un settore dal nome rivelatore di “Comitato della struttura federale”.

Gandhi si risentì per essere considerato il portavoce degli indù, in particolare della “casta indù”, mentre il resto della popolazione veniva rappresentato da delegati, scelti dal primo ministro inglese, per ciascuna delle “altre comunità”. Gandhi sostenne che pur essendo egli stesso indù, il movimento politico che guidava era assolutamente laico, non era basato su una comunità e aveva sostenitori in tutti i diversi gruppi religiosi dell’India. Consapevole che si potevano fare delle distinzioni legate alla religione, fece notare che c’erano altri modi non meno significativi di dividere la popolazione indiana. Gandhi richiese con forza che i governanti inglesi vedessero la pluralità delle diverse identità dell'India.

Disse, infatti, che voleva parlare non per gli induisti in particolare, ma per “i milioni di persone mute, sofferenti, semi affamate” che costituivano oltre l’85 percento della popolazione indiana”, e aggiunse che, con un po’ più di sforzo, avrebbe potuto parlare anche per gli altri, “i principi... la nobiltà terriera, la classe istruita”. Il sesso, come fece notare Gandhi, era un’altra importante distinzione ignorata dalle categorie britanniche, che non dedicavano quindi uno spazio adeguato ai problemi delle donne indiane.

Disse al primo ministro inglese: “Riguardo alle donne, lei ha totalmente rifiutato che fossero rappresentate in quanto tali”, e continuò facendogli notare che “esse costituiscono la metà della popolazione indiana”. Sarojini Naidu, che andò con Gandhi alla Conferenza della tavola rotonda, era il solo delegato donna presente. Gandhi menzionò il fatto che era stata eletta presidente del partito del congresso, di gran lunga il principale partito politico dell’India (questo accadeva nel 1925, esattamente cinquant’anni prima che in Inghilterra una donna fosse eletta a presiedere uno dei maggiori partiti politici).

***

Tutto ciò creerebbe confusione se le persone dovessero essere viste con l'idea che ognuno abbia una sola identità, mentre la molteplicità delle identità e dei ruoli rappresenta bene il fondamentale concetto esposto da Gandhi alla conferenza di Londra. È stato scritto molto sul fatto che l’India, che ha il più alto numero di musulmani di quasi tutti i paesi a predominanza musulmana del mondo (e con più di 145 milioni di musulmani, quasi quanto il Pakistan), abbia prodotto pochissimi terroristi che agiscono in nome dell’Islam, e quasi nessuno legato ad Al-Qaeda.

Questo è dovuto a varie ragioni, tra cui l’influenza di un’economia integrata e in crescita. Ma una parte del merito va anche alla natura della politica democratica indiana e al fatto che l’India ha accettato l’idea, sostenuta da Gandhi, che molte sono le identità, oltre a quella religiosa, significative per capire se stessi e per le relazioni tra cittadini di background diversi all’interno del paese.

Riconosco che sia un po’ imbarazzante per me, che sono indiano, sostenere che, grazie alla guida del Mahatma Gandhi e di altri (tra cui la lucida analisi dell’”idea di India” di Rabindranath Tagore, il più grande poeta indiano, che descrisse il background della sua famiglia come “una confluenza di tre culture, induista, maomettana e britannica”), l’India è riuscita in buona misura a evitare il terrorismo indigeno legato all’Islam, che minaccia molti paesi occidentali, tra cui l’Inghilterra.

Ma quando Gandhi domandò: “Immaginate l’intera nazione vivisezionata e ridotta in pezzi; come si può farla diventare una nazione?” esprimeva un problema generale, non solo indiano. Nelle ideologie che vorrebbero favorire un pluralismo culturale si postula una rigida separazione tra la sfera pubblica e privata della vita, la prima regolata da leggi comuni, la seconda luogo di espressione delle differenze. Esagerando un pò queste ideologie vorebbero tante chinatown, islamtown, indiatown, etc. in tutte le comunità locali del mondo. Alcuni multiculturalisti vorrebbero addirittura che ogni comunità culturale viva secondo leggi e tribunali propri : leggi e tribunali democratici per gli occidentali, sharia e tribunali isalmici per i musulmani, e così via. Il multiculturalismo è soggetto a pericoli e rischi di degenerazione e che perciò non si può dirne né bene né male in linea di principio ma è necessario valutare le diverse proposte ed applicazioni concrete.

***

Le disastrose conseguenze che derivano dal definire le persone secondo l’appartenenza a una religione e che danno la precedenza a un’identità basata sulla comunità rispetto a tutte le altre, visione che Gandhi pensava fosse sostenuta dai governanti inglesi dell’India, forse ora ricadono sul paese cui appartenevano quei governanti.

Nella Conferenza della tavola rotonda del 1931, Gandhi non riuscì a imporre la sua idea, e le sue opinioni contrarie furono registrate solo brevemente, senza che ne venissero specificate le motivazioni. In una cortese nota critica al primo ministro inglese, Gandhi osservò, “Nella maggior parte di questi resoconti scoprirà che c'è un'opinione contraria, e quasi sempre, sfortunatamente, essa appartiene a me.” Il lungimirante rifiuto di Gandhi di vedere la nazione come una federazione di religioni e di comunità, però, non “apparteneva” solo a lui o all’India laica che guidava. Appartiene anche a tutti i paesi del mondo disposti a prendere in considerazione i gravi problemi che Gandhi ha sollevato.

[ Sen 2006]

Intercultura , prassi interculturale e interculturalismo.
Il multiculturalismo descrive fenomeni legati alla giustapposizione di culture diverse, come ad esempio nei diversi quartieri di una metropoli europea o statunitense i cui abitanti, a seconda dell’etnia, occupano uno spazio diverso e che quindi difficilmente “si incontrano” e dialogano.

Col termine interculturalismo invece si intende , riprendendo l’esempio precedente, una metropoli in cui tutte le etnie, con le loro culture, condividono gli stessi spazi, comunicando, discutendo, dialogando.

L' interculturalismo è una ideologia che vorrebbe una società locale multietnica e multiculturale in cui vengono premiati atteggiamenti e comportamenti di conoscenza e scambio reciproco, di ibridazione e mescolamento etnico e culturale tra i membri di quella società.

La posizione interculturale si è diffusa soprattutto in ambito educativo, dove è particolarmente sentita l’esigenza di una diffusione di conoscenze su culture diverse e del riconoscimento del valore dei contributi culturali provenienti da contesti sociali extraoccidentali .

Infatti è facile imbattersi in termini quali “educazione interculturale”, “pedagogia interculturale”, “comunicazione interculturale”, “relazioni interculturali”, concetti che definiscono pratiche educative e pedagogiche volte a cercare l’incontro e il dialogo con l’ ”altro”.

La prassi interculturale implica considerare gli immigrati non tanto rappresentanti di una cultura quanto di un progetto sociale di emancipazione.

Gli immigrati vivono un complicato processo di aggiustamento identitario finalizzato a trovare un’ “unità combinatoria” tra elementi appartenenti sia al nuovo contesto sia al contesto di origine.

In questo processo non incide solo la cultura ma anche il genere, la provenienza sociale, il livello istruzione, il tipo di occupazione, la politica di accoglienza sul territorio, il tipo di progetto migratorio ecc.

L’intercultura innesca un processo di estensione dei confini della democrazia attraverso una cultura della partecipazione basata sul riconoscimento delle differenze.

L’obiettivo è quello di stabilire un nuovo patto di cittadinanza in grado di ristabilire la simmetria necessaria per creare spazi di negoziazione e gestire le trasformazioni sociali in atto garantendo la coesione sociale.
[Dicembre 2007] Ján Figel', Commissario europeo responsabile dell'istruzione, della formazione, della cultura e della gioventù, ha dichiarato: "Nel XXI secolo, l'Europa deve far fronte ad una nuova sfida, e segnatamente come diventare una società interculturale fondata sullo scambio, nel pieno rispetto delle idee di ognuno, tra individui e gruppi di provenienza culturale diversa. 

Vogliamo superare le società multiculturali, nelle quali le culture e le comunità si limitano a coesistere: la semplice tolleranza dell'altro non basta più. Dobbiamo iniziare una vera metamorfosi delle nostre società per creare un'Europa interculturale nell'ambito della quale gli scambi e le interazioni tra le culture si svolgano in modo costruttivo e la dignità umana sia universalmente rispettata."


L'interculturalismo conduce a cercare regole, diritti e doveri validi per tutte le culture, a cui ogni individuo possa appellarsi e che ognuno debba rispettare.

L'interculturalista non va confuso con chi pratica la politica assimilazionista, semmai cerca un terreno comune di incontro e di dialogo, e una cultura che sia il prodotto delle culture di partenza.

Con un tale orientamento," il multiculturalismo suggerisce una situazione statica e priva di incontri reciprocamente fertili, di semplice convivenza tra gruppi di diversa origine; mentre l'interculturalità indicherebbe conoscenza e scambi reciproci, con conseguente arricchimento culturale sia dei singoli gruppi sia della società in generale" 
[Marazzi 1998: 180-181]
.

Sicuramente la pratica interculturale, da quanto si è detto, risulta più difficile, complessa, perché esige che noi, ''Il Consiglio d’Europa si impegna a favore del multiculturalismo'' -In occasione della partecipazione alla conferenza ''La Carta europea delle lingue regionali o minoritarie: risultati e sfide'', tenutasi a Bilbao (Spagna), nelle giornate del 20 e 21 aprile, il presidente dell’Assemblea, Lluís Maria de Puig, ha ribadito l’impegno a favore della promozione del multiculturalismo in Europa. [http://www.coe.int 22/04/2009]abitanti della metropoli, incontriamo l’”altro”, ragioniamo con lui, mediamo tra la nostra cultura e la sua, costruendo alla fin fine una sintesi di culture, diversa dalle due culture di origine.

 Nella pratica interculturale occorre essere capaci di relativizzare la propria cultura superando perciò l’etnocentrismo, ossia il sentimento di chi considera la propria cultura, con le sue proprie caratteristiche e soprattutto valori, preferibile a quella di altre culture. 

Il politologo Giovanni Sartori afferma che il pluralismo non si riconosce in una discendenza multiculturale ma nell'interculturalismo. Per lui l'Europa attuale, in quanto tale, è una realtà creata dallo scambio interculturale, dall'interculturalismo e non dal multiculturalismo. Infatti afferma che : "Il multiculturalismo porta alla Bosnia e alla balcanizzazione; è l'interculturalismo che porta all'Europa" 
[Sartori 2000: 112].

Reports sull' interculturalismo in Europa .

Dialogo interculturale in Europa

Paternalismo, indifferentismo, arroganza, razzismo, etc.Geertz definisce il mondo odierno un enorme collage, un bazar, un assemblaggio di diversità, in cui vivere la differenza è complicato.

Occorre imparare a comprendere, cioè a percepire e intuire le diversità, abbandonando un vuoto cosmopolitismo ma anche un campanilismo senza pietà, così come una tolleranza indiscriminata in quanto "Se vogliamo essere in grado di emettere un giudizio di larghe vedute, e senza dubbio dobbiamo farlo, dovremmo essere noi stessi in grado di vedere in modo ampio”
[Geertz 2000: 559]. 

Nei fatti paternalismo, indifferenza e arroganza sono tra le pratiche più comuni nell'affrontare le differenze.

Al giorno d'oggi l'alterità, in virtù di mass media, nuove tecnologie, globalizzazione e new economy, è sempre più vicina e sempre meno gestibile, perché è venuta a mancare quella "distanza" (spaziale, temporale, socioculturale) che rendeva lo studio dell'alterità, in un certo qual senso, più semplice. Per Geertz lo studio della diversità oggi deve essere impostato in modo diverso:

 "Gli usi della diversità culturale, del suo studio, della sua descrizione analisi e comprensione, non si situano in un percorso che ricolloca noi stessi in rapporto agli altri al fine di difendere l'integrità del gruppo e sostenerne la fedeltà; piuttosto essi si pongono lungo un percorso atto a definire il terreno che la ragione deve oltrepassare se intende acquistare i suoi pur modesti traguardi e renderli effettivi. Questo terreno è scabroso, pieno di buche inaspettate […] attraversarlo o tentare di farlo, non vuol dire affatto livellarlo, trasformandolo in una liscia, sicura e ininterrotta pianura; al contrario se ne portano semplicemente alla luce le discontinuità e i contorni" [Geertz, 2000: 556]. 

" In conclusione sembra di poter auspicare pratiche ibridanti che conducano alla commistione di elementi locali e globali, in opposizione alle forme estreme di multiculturalismo, le quali proclamando l’uguale dignità dei valori di tutte le culture, con una forma di relativismo acritico e amorale, ne decretano altresì la reciproca incompatibilità, conducendo ai ghetti culturali, luoghi di sicuro mantenimento delle differenze, ma anche delle divergenze e delle incomprensioni, destinati a fomentare vecchi e nuovi odi etnici e culturali.  Gandhi ha detto che “Nessuna cultura può sopravvivere, se pretende di escludere le altre”, e non possiamo che non essere d’accordo, con quello che ci sembra un manifesto di interculturalismo."
[ Adel Jabbar 2002 ]

Il meticciato di civiltà
"Meticciato: convivenza o confusione?".

Nel linguaggio corrente, la parola "meticciato" non gode di buona reputazione. Nata con la mescolanza tra spagnoli e indios dopo la scoperta delle Americhe, fa pensare a conquista e soggiogamento. Oppure, associata al moderno multiculturalismo, evoca confusione, guazzabuglio tra persone e civiltà, giustapposte senza capirsi.

Eppure, proprio sul "meticciato di civiltà" ha scommesso uno degli uomini di Chiesa più impegnati nell'interpretare e orientare i rapporti tra popoli, religioni e culture: il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia.

Il libro è una tappa importante di questo programma. È stampato dalla Marcianum Press, l'editrice del patriarcato di Venezia. L'autore è Paolo Gomarasca, professore di filosofia e antropologia all'Università Cattolica di Milano .

"Pensare agli immigrati .. come individui e non come soggetti collettivi, non quindi come masse religiose capaci di giustificare sacrifici rituali, ma come individui che decidono liberamente del loro destino e delle loro azioni."



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