Corso di Religione



Mondialità
Cina e occidente
         


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Il trapianto del totalitarismo cinese in Occidente di Carlo Manetti -http://www.cescor.org/ Carlo Manetti è nato a Torino il 9 febbraio 1966, laureato in Giurisprudenza, coniugato con due figli, socio fondatore del Cescor (Centro studi sulla controrivoluzione), editorialista di Politica internazionale, Medaglia d’oro dell’Accademia del Fiorino di Prato (Fi), Premio «Catania ed il suo vulcano» dell’Accademia Ferdinandea Scienze – Lettere – Arti di Catania, Membro d’onore della Società Storica Catanese, Membro dell’Accademia Costantiniana di Lettere, Arti e Scienze di Palermo; da anni tiene in tutta Italia conferenze di Geopolitica, Relazioni internazionali, Culture dei popoli, loro religioni ed interazioni delle medesime; è docente di «Relazioni internazionali» presso l’Università della Terza Età di Torino e di «Riverberi della Storia» presso quella di Collegno. Da anni conduce, anche nell’ambito di queste sue attività, una battaglia per la conoscenza del grado di penetrazione dei principi rivoluzionari all’interno della società e delle loro conseguenze sulla vita delle persone, evidenziando soprattutto i legami nascosti, ma non per questo meno forti, tra gli effetti dei medesimi a prima vista più distanti ed apparentemente in contrasto; si pensi, a titolo di esempio, ai rapporti tra relativismo etico e tirannide totalitaria.

" ...Nell’analisi delle forze ideali e di civiltà che hanno caratterizzato lo sviluppo umano a livello planetario prima del sorgere dell’Illuminismo, due sono stati, fatte salve le culture intermedie, i principali approcci, agli antipodi tra loro: l’occidentale ed il cinese.

La cultura cinese si presenta come lo specchio contrario rispetto a quella occidentale, alla quale fa da contraltare in tutta la nostra storia.

La civiltà cinese, ciò che i cinesi definiscono «la Civiltà» per antonomasia, in quanto ritengono di esserne i detentori e definiscono il resto dell’umanità «barbari», cioè persone fuori dalla Civiltà, che è solo quella dell’Impero di Mezzo, come si autodefiniscono, contrapponendosi da un lato all’Occidente e dall’altro al Giappone, nasce come sciamanico-divinatoria[1], destino comune a quasi tutte le civiltà umane.

Inizialmente, in Cina lo sciamano cumulava in sé sia l’autorità politica che quella religiosa.
Gradualmente, però, l’attività politica, con la sua mentalità operativa, gestionale dello Stato, inteso in senso lato, ha preso il sopravvento sull’azione religiosa: l’agire sciamanico in senso stretto è praticamente scomparso, la funzione divinatoria è stata ridotta ad una ritualità molto rigida e, quindi, non ha avuto altro effetto che quello cerimoniale di giustificazione e celebrazione del potere politico, con l’ovvia conseguenza che la struttura dello Stato è divenuta sempre più di cultura materiale in senso lato. Il materialismo cinese è un materialismo che comprende, nel suo ambito, l’etica, intesa, però, mai come etica individuale, ma sempre come etica politica, come attività collettiva.

Questo porta ad un progressivo ampliamento del controllo sulla società da parte dello Stato, con progressivo accentramento del potere e con il passaggio da quello che, con terminologia contemporanea, noi definiremmo un regime autoritario a quello che noi definiremmo un regime totalitario. Il concetto di regime totalitario in senso moderno appartiene alla Cina fin dall’antichità: non esistono limiti logici, di principio all’esercizio del potere da parte dell’autorità politica, che non deve incontrare alcun freno; e, in tutta la storia cinese, i periodi di accentramento maggiore e, se vogliamo, anche più violento, sono ricordati con maggiore gloria, maggior enfasi, maggiore soddisfazione, come i periodi di grandezza della civiltà cinese, mentre i periodi di maggiore allentamento sono ricordati con terrore e con paura, perché sono visti come quelli in cui la civiltà stessa si è attenuata e la sua potenza, in tutti i sensi, sia di immagine, sia spirituale, sia militare, sia economico, è scemata, con conseguenti influenze «barbare».

La civiltà cinese è, poi, stata attraversata da molte religioni «barbare»., cui si sono convertiti molti cinesi, la principale delle quali è il Buddhismo, ammesso che si possa definirlo una religione. Il Buddhismo è una dottrina certamente spiritualista. Esso viene, a fasi alterne, ostacolato, anche con persecuzioni molto sanguinose, o irreggimentato dal Governo. Nasce un vero e proprio Buddhismo cinese, decisamente differente rispetto alle origini nel subcontinente indiano, un Buddhismo, che dà spazio alla meditazione, ma privilegia il versante razionale rispetto a quello spirituale in senso stretto, sempre, però, al servizio del potere politico, come tutto nella civiltà cinese.

Si giunge a definire l’Imperatore come la perenne incarnazione del Buddha, cioè lo spirito dell’Illuminazione. Se l’Imperatore è l’Illuminato per eccellenza, ecco che il Buddhismo diviene funzionale alla legittimazione dello Stato e rientra nella cultura cinese e può, quindi, essere da essa accettato, anche se la classe dirigente del Celeste Impero prediligerà quasi sempre il confucianesimo[2], per il suo maggiore materialismo e per la sua conseguente concezione collettiva e politica dell’etica, oltre al fatto che esso è più anticamente cinese e dà una maggiore legittimazione al potere politico.

Tradizionale legittimazione del potere politico in Cina è il cosiddetto «Mandato celeste»: l’Imperatore o, meglio, il detentore del potere politico, perché, dopo il 1911, anche la Repubblica, prima nazionalista, poi comunista, eredita questo concetto, ha, dal Cielo, un mandato a mantenere l’ordine e l’armonia con la natura; anche qui si può notare una differenza con l’India e con l’Occidente: non si parla di universo, ma di natura; si parla, quindi, solo dell’aspetto materiale, l’aspetto spirituale non viene toccato.

Con questa idea si elimina il concetto di rivoluzione: in Cina non esistono rivoluzioni, ma soltanto cambi di dinastia: una dinastia ha tradito il Mandato celeste e, quindi, deve essere sostituita da un’altra; un potere ha tradito il Mandato celeste, non è più utile a mantenere l’armonia, a mantenere la Civiltà e, quindi, deve essere sostituito. Ci potranno, poi, essere divergenze su chi abbia il compito di sostituirlo, ma il concetto permane, concetto che nemmeno la rivoluzione comunista e la Repubblica Popolare hanno cancellato. Ricordiamo ciò che Mao disse a Stalin, durante la Guerra di Corea, quando non voleva pagare le forniture belliche sovietiche, «il nostro dissenso durerà mille anni, perché io sono cinese e tu sei… russo!».

C’è un concetto di continuità di civiltà cinese, che ha qualche venatura di tipo razziale, ma è soprattutto una questione di civiltà: le popolazioni che sono state integralmente assimilate al modello cinese diventano cinesi, quelle che non sono ancora completamente assimilate restano, almeno parzialmente, barbare. È un concetto che permane per tutta la cultura cinese.

Quello cinese è il primo Governo al mondo ad organizzare scuole di Stato, finalizzate espressamente all’indottrinamento della classe dirigente, con un utilizzo degli intellettuali a fini politici dichiarato e sistematico. Questo, ovviamente, comporta un grandissimo sviluppo della cultura, soprattutto scritta: il cinese si pronuncia in svariati modi, ma si scrive in tutto l’Impero di Mezzo nella medesima maniera. La cultura scritta si diffonde e diviene strumento di potere  e di divulgazione della Civiltà

.Questo accentramento comporta la progressiva emarginazione delle famiglie aristocratiche a favore dei ceti burocratici; la burocratizzazione della società cinese è rapida, soprattutto dopo il diffondersi della selezione dei funzionari pubblici per concorsi ed esami. La classe dirigente veniva scolarizzata secondo l’ideologia al potere, principalmente confuciana, i testi su cui era selezionata erano principalmente i classici di Confucio.

Normalmente si attribuisce il carattere totalitario del Celeste Impero al fatto che la civiltà cinese nasce dall’esigenza di grandissime opere pubbliche, soprattutto di carattere idraulico (parliamo di migliaia di chilometri di canali), per evitare le disastrose piene del Fiume Giallo, principalmente, e dei suoi affluenti e per irrigare i campi. Le «società idrauliche», espressione usata da Karl August Wittfogel in Oriental Despotism.

A comparative Study of Total Power (1957), sono votate al totalitarismo, perché l’assoluta necessità di grandi opere pubbliche rende indispensabile la statalizzazione dell’economia e questa produce automaticamente l’accentramento del potere e la burocratizzazione della società: è l’applicazione al caso di specie del principio marxiano della diretta derivazione del regime politico dalla struttura socio-economica. Date queste premesse, i contenuti ideali e di civiltà dei singoli popoli non vengono presi in considerazione, essendo delle mere «sovrastrutture».

Questa lettura materialistica, però, travalica i confini dell’analisi marxista, per divenire la vulgata anche dell’intellighenzialiberal occidentale e, persino, di vasti settori dell’anti-comunismo statunitense. Caso di scuola di questa “colonizzazione” del pensiero liberal-capitalistico da parte delle premesse del materialismo storico è quello del citato Wittfogel, filosofo marxista tedesco, convertitosi al liberalismo statunitense. Egli sostiene la medesima interpretazione sia in ottica marxista, prima, che in chiave rigidamente anticomunista, poi. 

Mi permetto di dissentire in maniera abbastanza netta da questa lettura. L’Egitto antico, ad esempio, si trovava in una situazione materiale simile: traeva il suo sostentamento da un fiume, il Nilo, e necessitava di enormi lavori pubblici di carattere idraulico; la concezione dell’antico Egitto, però, rimane una concezione rigidamente religiosa, in cui si parte, come in Cina, da una civiltà sciamanico-divinatoria, ma lo sciamanesimo rimane: il Faraone è, prima di tutto, sciamano e sacerdote, è il legame fra il divino e l’umano.

Ancora Alessandro Magno, prima di essere riconosciuto Faraone, dovette ottenere l’appro-va-zio-ne di Amon. Anche alla fine della civiltà egizia, quindi, si mantenne una fortissima connotazione divinatoria. Tutta la civiltà egizia è caratterizzata da un aspetto religioso di tipo a suo modo sciamanico: i Faraoni maggiormente ricordati non sono quelli che hanno condotto il Paese a grande prosperità economica o lo hanno guidato in splendide battaglie, ma sono quelli che hanno fatto grandi costruzioni e le costruzioni dei Faraoni sono sempre di carattere religioso.

Popoli diversi, che hanno culture diverse, quindi, anche se si trovano in condizioni materiali similari, sono portati a dare soluzioni diverse ai problemi.

Anche sul fronte della distribuzione interna del potere, le differenze tra Egitto e Celeste Impero rendono evidente la peculiarità cinese. Entrambe le strutture erano molto accentrate, ma, mentre in Cina, fin dal sorgere dello Stato, il totalitarismo fu parte integrante della teoria e della pratica politica, in Egitto, pur nell’enorme concentrazione di potere nelle mani del Faraone, gli aspetti religiosi, anche locali ed anche minori, godettero sempre di un non trascurabile rispetto, anche da parte del sovrano.

E ciò risulta evidente nell’unico serio tentativo di imposizione di un sistema totalitario nella Valle del Nilo, vale a dire quello operato da Akhenaton[3]: l’imposizione di un culto particolare, voluto dalla Corona, anche se non completamente nuovo per il Paese, quello di Aton, e, soprattutto, la proibizione del culto degli altri dèi, con cancellazione delle loro effigi dai monumenti e persecuzione dei loro cleri, con confische dei loro beni, creò una tale reazione da costringere suo figlio e suo vero successore ad assumere il nome Tutankhamon, vale a dire «Immagine vivente di Amon» ed a restaurare la situazione religiosa precedente, fino a colpire il padre con la maggiore pena concepibile: la damnatio memoriae.L’Egitto non fu mai, ad eccezione che durante il regno della meteora Akhenaton e, forse, non completamente nemmeno allora, uno Stato totalitario. Di fatto lo impedirono la radicata religiosità del suo popolo e l’orientamento religioso della sua società civile e della sua stessa struttura politica.

Il totalitarismo è la conseguenza ovvia del materialismo. Eliminando nell’uomo ogni suo anelito spirituale e riducendo l’esistenza a materia, si elimina ogni metafisica[4] e si riduce la filosofia ad etica[5]; all’interno dell’etica, poi, si privilegia l’aspetto collettivo e politico. Eliminando ogni riferimento ad elementi spirituali, di fatto, si eliminano, ovviamente, i doveri della persona verso Dio, ma anche quelli della persona verso se stessa, in quanto questi non avendo come riferimento, verrebbe da dire come interlocutore, il prossimo, possono essere imposti solo dal riconoscimento della natura spirituale della persona umana, riconoscimento che viene negato ab origine.

I doveri morali dell’individuo sono, quindi,  visti solo in rapporto agli altri; l’etica diviene molto simile al diritto, per non dire coincidente con esso: nell’etica non materialista, vale a dire quella che discende da una filosofia che riconosce la dimensione spirituale della persona, la morale[6] è prima di tutto adeguamento dell’azione dell’uomo alla sua realtà e, quindi, ha la singola persona che agisce ed il suo vero bene come fine[7], mentre nel diritto viene tutelato l’interesse collettivo alla stabilità dei rapporti sociali ed al loro corretto funzionamento; sia il diritto che la morale, ad esempio, condannano il furto, ma mentre l’etica vuole tutelare la persona onesta dal divenire un ladro, il diritto vuole difendere il possibile derubato dal subire un danno economico e la pacifica convivenza dall’essere turbata dalle possibili spoliazioni.

Nell’etica materialista, invece, non essendoci interesse spirituale del soggetto agente, tutta l’attenzione è posta all’interesse collettivo del rapporto tra l’individuo e gli altri e, soprattutto, al mantenimento dell’ordine all’interno dell’umano consorzio: ecco che la differente ottica tra diritto e morale viene, in pratica, a cadere, con una sovrapposizione delle due discipline o, almeno, dei due approcci, anche se, nella realtà dei fatti, il diritto tenderà ad escludere dal suo campo di azione tutti quei settori cui il potere politico non reputa conveniente dedicare il proprio intervento, settori che, invece, la morale normalmente tratta.

Ecco che tutto diviene politica, l’aspetto collettivo dei rapporti investe ogni ambito della vita delle persone; se tutto diviene politica, risulta ovvio che non esistono parti della vita umana che non riguardino chi gestisce il potere politico: ogni limite alla libertà d’azione del potere diviene, quindi, anche da un punto di vista morale, inaccettabile. Civiltà cinese e totalitarismo coincidono da sempre, perché quella cinese è l’unica civiltà che nasce materialista e non «subisce» il materialismo come un degenerazione dei propri valori.

L’Occidente, come dicevamo, si presenta come l’esatto contraltare della Cina; è, sia nell’accezione greca prima e romana poi, sia nella civiltà cristiana, la patria della libertà e dell’individuo, è la patria della limitazione del potere politico, è la patria del cittadino. I Greci, quando si scontrano con i Persiani, esprimono tutto il loro disprezzo nei confronti dei nemici con la battuta «il Grande Re (cioè il Re di Persia) ha occhi ed orecchie dappertutto», cioè, in Persia, non esiste la libertà. Noi, Ateniesi, Spartani, Tebani…, abbiamo la libertà, contiamo come singole persone, come Greci. Questo in Grecia ha un carattere molto ideologico, come si è dimostrato durante la guerra tra Atene e Sparta, dove il discrimine era tra chi era favorevole alla democrazia ateniese e chi era favorevole al sistema aristocratico spartano, come si vede nei casi di Senofonte e di Socrate. Ma, comunque, è presente.

A Roma, questo concetto acquisisce una valenza maggiormente impegnativa e, soprattutto, più empiricamente pratica: i Romani fanno del diritto la loro forza e la loro caratteristica identificativa. I Romani si vantano di essere il popolo più evoluto della terra, perché sono il popolo che evita i cicli della tradizione greca tra monarchia, aristocrazia e democrazia, perché nel sistema romano c’è la democrazia con i comizi, c’è la monarchia con i consoli e c’è l’aristocrazia con il Senato, le quali, convivendo insieme in un modello armonico, portano alla limitazione dei poteri, perché ciascuna è limitata dall’esistenza delle altre. E questo dà garanzie all’individuo. Un’applicazione molto rigida del diritto, inoltre, permette di dargli ulteriori garanzie nei confronti del potere politico. Un esempio è l’esilio di Cicerone.

Cicerone è l’eroe che salva Roma dalla congiura di Catilina. Catilina era un nobile decaduto, che, per la vita dissoluta che conduceva, era pieno di debiti; ha tentato, con la feccia della società romana ed altri nobili decaduti della sua risma, quello che potremmo definire, con linguaggio contemporaneo, un colpo di Stato. Cicerone lo smaschera, lo fa condannare a morte e lo fa giustiziare. Clodio, uomo di Cesare, chiama in giudizio Cicerone e Cicerone, l’eroe di Roma, viene condannato all’esilio, perché non ha concesso all’assassino, terrorista, Catilina, l’appello al popolo. La legge stabiliva che egli, come cittadino romano, avesse diritto all’appello al popolo, non gli è stato concesso: Cicerone è esiliato; può essere l’eroe che si vuole: dura lex, sed lex. Per Roma la legge dura, dunque anche con quel pizzico di iniquità ai nostri occhi, che veniamo da duemila anni di Cristianesimo, quindi di temperamento del rigore formale della norma, è legge e, di conseguenza, va applicata, perché nella legge c’è la salvaguardia della libertà dell’individuo e, quindi, la limitazione del potere.

Il Cristianesimo è una dottrina personalistica. Non ha una sua lettura politica univoca e propria ma ha una sua lettura teologica e da questa deriva una revisione che introduce elementi di attenuazione del rigore formale e sostanziale in quelli che sono gli istituti tecnico-giuridici e politici con cui si trova ad avere a che fare. La Lettera di San Paolo a Filemone è, a mio sommesso avviso, la base della dottrina politica cristiana.

Pur dicendo il Cristianesimo che tutti gli uomini sono figli di Dio, che non ci sono differenze tra schiavi e liberi, San Paolo prende lo schiavo fuggito e lo rimanda al padrone; poi dice al padrone «lo tratterai da fratello», ma non gli dice «aboliamo la schiavitù!»: la schiavitù non si abolisce subito, nessun sistema viene abolito immediatamente, nella concezione cristiana, ma i sistemi vengono umanizzati, cristianizzati: giuridicamente ci sarà scritto «schiavo», ma quello, in realtà, sarà un fratello. Questa è la concezione cristiana, che porta, quindi, ad un addolcimento degli istituti, ad una centralità della persona, ad un attenzione maggiore al caso particolare.

Dopo la caduta dell’Impero romano e tenendo conto della concezione teologica cristiana dell’uomo (la Genesi dice che Dio creò l’uomo a Sua immagine e somiglianza e la somiglianza dell’uomo con Dio sta nell’amore), non è, quindi, possibile concepire, come concepiva la Roma pagana e come concepirà, poi, la Rivoluzione francese, l’uomo come un’isola. L’uomo deve essere considerato, se vuole essere veramente se stesso e, quindi, veramente libero, nei suoi rapporti, che sono rapporti di amore: principalmente la famiglia e, successivamente, i rapporti che intende liberamente intrattenere, che, dunque, possono essere raggruppamenti liberi, possono essere attività lavorative comuni (tutto il discorso del corporativismo medioevale nasce da questo) e, di conseguenza, il Feudalesimo sorge come una – tendenzialmente infinita – gamma di situazioni giuridiche diverse, con, ovviamente, un’enorme salvaguardia dell’individuo nei confronti del potere politico, ma, parallelamente, una difficoltà del potere politico ad esercitare la sua attività, perché deve tenere conto di tutta una serie differenziata di diritti, che vanno dai diritti feudali del signore alle patenti di libertà delle città, ai privilegi di ciascuna corporazione, diversi da quelli di tutte le altre.

A queste difficoltà si danno, grosso modo, due risposte: quella francese e quella del resto dell’Occidente.La risposta francese è incarnata da Filippo il Bello. Egli ingaggia una lotta ideologica durissima con la Chiesa Cattolica, non come l’avevano ingaggiata gli Imperatori germanici nella Lotta per le Investiture, dove c’era una contesa di potere, ma le coordinate spirituali, mentali e politiche erano le medesime, ma dando vita ad una disputa ideologica a tutto campo: Filippo il Bello sostiene che la centralità spetta allo Stato e, quindi, al Re e che il Re non deve trovare alcun limite alla sua azione politica e, quindi, nel momento in cui una fede gli pone dei limiti, questa fede deve essere o irreggimentata o distrutta.

E Filippo il Bello ha fatto entrambe le cose: ha creato la Chiesa Gallicana, che nelle sue aspirazioni doveva essere, e di fatto per un certo tempo fu, una sorta di Chiesa patriottica, molto simile a quella che ha creato la Repubblica Popolare Cinese, ed ha proceduto all’utilizzo della violenza, si pensi allo sterminio dei Templari, che erano la cassa e la spada della Chiesa Cattolica, operazione che ha permesso al Re di Francia di risparmiare tutto il denaro che doveva all’Ordine, oltre, ovviante, a quello che ha “confiscato”.

 E ha fatto questo dopo essere riuscito a condizionare il Papato, il quale, addirittura, viene spostato, per essere meglio controllato, da Roma ad Avignone (cattività avignonese). È il punto più alto toccato da quella che potremmo definire una concezione pre-illuministica.Nel resto dell’Occidente, la reazione a questi problemi è totalmente diversa; è la collaborazione tra potere religioso e potere politico, in ossequio alla coesistenza dei due principi fondamentali della civiltà cristiana d’Ancien régime: l’autonomia del potere politico da quello religioso ed il suo dovere di collaborare con questo, rispettandone la superiore finalità.

Dio ha voluto due poteri distinti, per governare le cose umane: uno per dirigere gli aspetti spirituali (la Chiesa e, quindi, il Papa) ed uno per occuparsi degli affari politici e materiali (L’Imperatore, il sovrano o qualunque potere politico). E questo principio era chiaro a tutti, indipendentemente che si aderisse alla Teoria del Sole e della Luna[8] o alla teoria dei due Soli[9].

Risultava evidente che il Papa non poteva gestire direttamente le questioni politiche, che erano appannaggio del potere laico, cioè gestito da fedeli laici, e che il detentore del potere politico non poteva ingerirsi in questioni religiose, come aveva fatto Filippo il Bello con la creazione della Chiesa Gallicana e, soprattutto, con l’appoggio alle dottrine ereticali della stessa, elaborate dai teologi di corte.

Questa autonomia, però, non solo non escludeva, ma postulava una collaborazione tra i due poteri, proprio per le finalità di ciascuno di essi e per l’identità dei sudditi di entrambi. Il potere spirituale aveva come fine ultimo la salvezza delle anime; quello temporale la retta gestione delle questioni mondane. Il primo non poteva gestire direttamente le questioni terrene, se non a costo di sacrificare o, addirittura, contaminare la propria missione.

«Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest'incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola»[10].

Ma la stessa finalità di corretta gestione delle cose mondane, affidata al potere politico, postulava che questo fosse cristianamente ordinato e nel servire il disegno di Dio stava la sua stessa giustificazione.

Bisogna, inoltre, considerare che entrambi questi poteri si rivolgevano alle medesime persone, che erano, al tempo stesso, soggetti al potere della gerarchia cattolica, in quanto battezzati, ed a quello dell’Imperato re, in quanto sudditi. I due poteri dovevano, quindi, collaborare, ciascuno nel suo ambito, al fine di assicurare ai comuni destinatari tutti i mezzi spirituali e materiali, per consentire loro una vita degna, vale a dire, in ultima analisi, la loro salvezza eterna.Ecco che si poneva il problema delle materie miste, quelle cioè che avevano rilievo sia politico che spirituale. Era dovere (e, quindi, diritto) dell’autorità ecclesiastica intervenirein temporalibus[11] ratione peccati[12]. È di ogni evidenza che, nelle fattispecie concrete, il punto dove porre i rispettivi limiti era controverso, ma la cornice di riferimento era condivisa.

Con la rottura dell’unità religiosa della Res publica Christiana, causata dalla Riforma protestante, questo rapporto viene messo in crisi definitivamente, perché al potere politico vengono attribuiti, soprattutto da Lutero e dai suoi seguaci, oltre che dagli Anglicani, poteri fino ad allora riservati al Papa. I signori feudali tedeschi, che, non per nulla, hanno appoggiato la Riforma, si trovano investiti anche del ruolo di capo religioso, anche se questo fatto non ha mai dato luogo, prima del nazismo, a regimi totalitari.

Sul versante calvinista, la riforma ha esaltato la libertà individuale, a detrimento delle relazioni e dei corpi intermedi, soprattutto per ciò che concerne il lavoro e l’attività economica; si insiste sul ruolo cocreatore dell’uomo, esercitato in modo particolare con il lavoro. La famosa battuta attribuita ai Calvinisti, secondo la quale chi è ricco è benedetto da Dio, ha un fondo teologico un poco più profondo: se io ho costruito molto, ho costruito un’impresa, un’attività lavorativa, ho lavorato parecchio, io ho partecipato alla creazione divina, non posso che essere benedetto da Dio, per la mia attività, per la mia partecipazione al piano divino sulla terra.

«Siate fecondi e moltiplicatevi, / riempite la terra; / soggiogatela e dominate / sui pesci del mare / e sugli uccelli del cielo / e su ogni essere vivente, / che striscia sulla terra»[13].

Da questa concezione, così come si svilupperà con le generazioni calviniste successive, nasceranno il moderno liberalismo ed il liberismo economico, con effetti dirompenti, soprattutto nel mondo anglosassone, con la conseguente creazione del sistema capitalistico, così come lo conosciamo oggi.
Ma la vera rottura della continuità della cultura occidentale si avrà solo con l’Illuminismo e con le sue conseguenze.

Mentre in Cina l’idea di Stato totalitario è presente fin dagli albori di questa civiltà, in Occidente, prima dell’Illuminismo, non lo si rinviene, neppure sotto forma di politicizzazione della vita: la politica viene vista come uno degli strumenti che aiutano la vita associata e non come la finalità ultima dell’esistenza.

Vi sono, però, degli antecedenti. Nel mondo greco l’aspetto politico-ideologico assume un rilievo maggiore rispetto a quello assunto nelle altre manifestazioni della civiltà occidentale e paragonabile, anche se di gran lunga inferiore, a quello che assumerà, poi, con l’Illuminismo. In questo contesto, l’apice è toccato dal pensiero di Platone.

Egli – almeno se interpretiamo letteralmente alcuni suoi dialoghi – è l’unico pensatore occidentale, prima degli Illuministi, ad affermare che la vita delle persone debba essere regolata dallo Stato in ogni sua manifestazione, nessuna esclusa; pretende di eliminare la famiglia, pretende di eliminare ogni credenza religiosa, di eliminare ogni tipo di libertà per la persona di compiere qualunque scelta, se non dettata da quella che egli chiama la «verità» e la verità viene gestita da quelli che egli chiama i «filosofi», cioè da un’élite intellettuale, selezionata per cooptazione. Egli è l’unico pensatore occidentale a proporre un sistema totalitario.

Tanto è totalitario il sistema di Platone che Aristotele lo liquida con una battuta: «piuttosto di essere fratello nel modo di Platone, preferisco essere cugino nel modo tradizionale».

L’Occidente, come dicevamo, si riconosce in Aristotele e nelle libertà dell’individuo, all’interno di regole, all’interno di leggi, all’interno di limitazioni varie necessarie per il normale vivere associato. Certamente non si riconosce in quei testi di Platone. La fortuna politica di Platone arriverà con alcune isolate voci del Rinascimento italiano, ma, soprattutto, con l’Illuminismo francese.

L’Illuminismo non a caso nasce in Francia, in quanto la struttura politica del Paese transalpino, prima del Settecento, è quella più accentrata e meglio organizzata d’Europa. Già i sovrani franchi dimostrarono una capacità di comando decisamente superiore, rispetto a quelli longobardi, ma anche rispetto a quella di tutti gli altri popoli barbarici, con un’organizzazione statuale più burocratizzata, dove le autonomie vengono considerate come un limite al potere regio e, quindi, come un limite alla libertà di azione dello Stato, come un qualcosa di assolutamente negativo e da combattere.

Questo processo di accentramento, che, con fasi alterne, anche di arretramento, pervade tutta la storia di Francia, subisce, come abbiamo già accennato, una fortissima accelerazione con Filippo il Bello. Questi è un sovrano che passa da un accentramento politico ad un accentramento filosofico ed ideale, potremmo quasi dire religioso: è il tentativo di passaggio dallo Stato autoritario a quello totalitario. Crea una Chiesa, la cosiddetta Chiesa Gallicana, parallela alla Chiesa Cattolica, di cui mutua i dogmi, ma non l’organizzazione.

Pone al vertice di questa sua struttura ecclesiale il Re e lo Stato: i sacerdoti ed i Vescovi della Chiesa Gallicana sono pubblici dipendenti e rispondono ai vertici politici dello Stato, esattamente come sarà, poi, con la Chiesa Patriottica durante la Rivoluzione francese. Inizia una persecuzione fortissima nei confronti della Chiesa Cattolica, fino a giungere al suo stesso asservimento: cattività avignonese, sterminio dei Templari, l’organizzazione economica e militare più importante della Chiesa cattolica, quindi, maggiore baluardo contro il potere regio.

Prima di questo vero e proprio salto di qualità o, meglio, tentativo di salto di qualità nell’ac centramento del potere regio e, in qualche modo, trampolino di lancio per esso, grande operazione di rafforzamento della monarchia francese fu la Crociata anti-albigese.

Nella Linguadoca, vale a dire nel sud-ovest della Francia, si era stanziata una comunità eretica di Catari[14], che veniva protetta dai signori locali, in contrapposizione, anche religiosa, al Regno di Francia, in modo analogo a ciò che faranno, poi, i signori feudali tedeschi con Lutero, nei confronti di Carlo V. La risposta della monarchia francese ed il conseguente sterminio dei Catari si inquadrano in questo fenomeno di progressivo accentramento, che tende a fare della Francia una potenza a livello europeo contrapposta alle altre forze sul medesimo scacchiere. La storica contrapposizione alle genti britanniche non riveste, in questa chiave, grande rilevanza, per la cultura insulare di quelle genti e per il loro scarso interesse per gli avvenimenti del Continente. Di maggior momento sarà la contrapposizione all’Impero: la Francia avrà sempre una posizione filo-turca e filo-islamica, contro la Christianitas, proprio per rivendicare e rimarcare questa sua specificità.

L’apice di questo processo si ha con Luigi XIV, che, di fatto, priva la grande nobiltà francese del suo tradizionale ruolo politico, a vantaggio della nascente borghesia (molto favorita dalla monarchia, al contrario di ciò che afferma la vulgata filo-rivoluzionaria) e della piccola nobiltà agraria, che si riconoscerà sempre nella Corona. Geniale è l’idea di Versaille: un luogo sontuoso, in cui riunire tutta la più alta aristocrazia, tenendola oziosa, nello sperpero. Questo sistema rafforzò la Corona enormemente.

L’aristocrazia si trovò pressoché costretta ad abbandonare i propri feudi per recarsi a risiedere stabilmente presso la Corte, poiché chi non lo avesse fatto sarebbe stato, de facto, ancor prima chede jure,  emarginato da ogni rilievo politico e di prestigio. La vita a Corte era, ovviamente, dispendiosissima e questo costrinse la quasi totalità degli aristocratici ad indebitarsi, fino a cedere progressivamente i propri beni e, in molti casi, anche i loro stessi titoli, ad esponenti della borghesia o della piccola nobiltà vicini al Re.

Agli inizi del Settecento la Francia è lo Stato europeo in cui l’assolutismo tocca i suoi vertici ed è quello maggiormente accentrato. Anche in rapporto alla Prussia, il grado di potere del sovrano francese risulta maggiore, come dimostrato da fatto che lo stesso Federico II il Grande deve scendere a patti con la sua nobiltà, concedendole privilegi, e, quindi, spartendo, con essa, maggiormente il potere di quanto siano costretti a fare i sovrani francesi. Altra caratteristica francese è la sempre più netta contrapposizione tra l’accentramento parigino e la resistenza ad esso di quella che viene definita, a seconda dei casi, la Francia profonda o la Provincia. Questa, rurale o maggiormente rurale, avrà normalmente valori ed ideali contrapposti a quelli cittadini incarnati da Parigi e dal suo centralismo.

In questo periodo si diffonde, in Europa, il fascino della cultura cinese,

soprattutto trasmesso dall’immagine che ne danno i missionari gesuiti di ritorno da quelle terre: la plastica descrizione di un Paese estremamente razionale, armonico, delicato e pacifico, in cui il potere assoluto, totale, dell’Imperatore, quindi, dello Stato ha come riflesso operativo una enorme razionalità nella gestione della vita pubblica, la razionalità nella vita pubblica fa conseguire ai sudditi felicità ed armonia e questo incomincia a far passare nei ceti colti, soprattutto francesi, l’idea che l’Occidente sia tutto da ristrutturare, che la civiltà occidentale, che ha lasciato sopravvivere i privilegi delle città libere, che ha lasciato i privilegi alla nobiltà, che ha lasciato i privilegi al clero, che ha permesso l’influenza della Chiesa, cattolica o protestante a seconda delle zone, nell’educazione… che, quindi, ha sottratto allo Stato parte del potere, sia da riformulare su base razionale.

Come sempre, quando si parla di ragione nell’Illuminismo, si intende la ragione di chi parla, perché, partendo dal presupposto che la ragione sia universale, unica ed uguale per tutti gli uomini, ciò che afferma chi parla o scrive viene presunto anche nella mente di chi ascolta o legge ed in più si presume che, essendo la ragione universale, chi la pensa in maniera differente sia una persona ignorante o con dei problemi mentali; pensiamo a tutto l’uso politico della psichiatria nei Paesi dell’Europa centro-orientale sotto i regimi comunisti, che discende da questa concezione: io ti offro il paradiso, tu lo rifiuti, non puoi che essere uno psicopatico, ti debbo curare! È la logica conseguenza di questo approccio.

La ragione è stata sperimentata, vediamo come funziona bene la Cina: possiamo sperimentarla anche da noi; oltre tutto abbiamo dimostrato, in Francia, con i vari momenti di accentramento, che questo è fattibile, che il potere della Chiesa non è invincibile, che il potere della nobiltà non è invincibile, che non esistono ostacoli insormontabili all’accentramento del potere e, di conseguenza, alla possibilità di instaurare un Governo e/o un Regime razionale, quindi ragionevole, perciò veramente umano.

Questa visione ha, come conseguenza, la negazione della Storia. Anche i cinesi, abbiamo visto, hanno una negazione del progresso storico, tanto caro alla cultura occidentale, ma, mentre per la cultura cinese questa negazione della Storia è uno studio della Storia, teso a dimostrare che, de facto, nulla è cambiato e si è sempre nella civiltà, come si era all’inizio, nell’Illuminismo francese questa antistoricità è rivoluzionaria, per la prima volta in senso proprio e pieno, cioè l’Illuminismo afferma, in pratica, che prima del suo arrivo, c’era la barbarie (la Storia non è altro che un insieme di barbarie e di inciviltà); una volta giunto l’Illuminismo, arriva la Luce; i Lumi portano la luce della Ragione: una cosa talmente ovvia… peccato che per almeno tremila anni di civiltà occidentale non ci abbia pensato nessuno!

Essi portano la luce della Ragione e, di conseguenza, chiunque si opponga alla luce della Ragione si oppone alla ragionevolezza e, pertanto, è disumano. Anche qui, dunque, la Storia non va studiata, se non come errori da non ripetere, perché la verità è qui davanti agli occhi di tutti ed è la Ragione, portata dall’Illuminismo.

Questa concezione antistorica ha una conseguenza fondamentale: non permette evoluzione, non permette progresso, perché, dal momento che è stata trovata la verità, la perfezione del sistema, ogni cambiamento non è altro che un ritorno al passato, non è altro che un ritorno alla barbarie. Abbiamo, finalmente, trovato la Civiltà. Per impiantarsi, però, la Civiltà deve eliminare gli ostacoli che le si palesano dinanzi; per eliminarli, ha bisogno di una struttura statuale. Devono, perciò, comandare le persone educate secondo ragione (i filosofi di Platone) ed esse non devono trovare ostacoli nell’esercizio del potere.

Ecco che nasce lo Stato totalitario, cosa che, in Occidente, non avevamo mai conosciuto.

Ora allo Stato non possono essere opposti vincoli o limiti, al potere statuale non può essere opposto null’altro che l’obbedienza, perché chiunque si opponga al potere statuale, che non è altro che strumento della ragione, si oppone alla ragione, quindi è un oscurantista, di conseguenza vuole impedire alle persone di vivere nella pienezza della libertà.

Il concetto di Stato totalitario porta al primo genocidio in senso moderno, al primo genocidio ideologico.

Stermini ce ne sono sempre stati, popolazioni civili inermi soggette ad ogni tipo di violenza hanno caratterizzato la Storia, fin dai suoi albori, la differenza, in Occidente, perché in Cina questo concetto è già presente, è che queste cose, ora, non sono più il crimine o l’eccesso compiuto dalla soldataglia o da persone, che, in quel momento, detenevano un determinato potere, ma sono pianificate, codificate e ci si vanta di averle operate, perché, sterminando delle popolazioni civili, si è adempiuto ad un dovere di libertà, si è liberata la Nazione da ostacoli nel cammino verso la Ragione, verso la libertà e, di conseguenza, verso il progresso.

A questo proposito, sono esemplificative dell’idea di genocidio portata dall’Illuminismo, le parole del generale François Joseph Westermann, comandante delle truppe repubblicane a Savenay, dove la vittoria giacobina pone termine alle speranze vandeane, parole scritte in una lettera ufficiale inviata al Comitato di salute Pubblica:

 «La Vandea non esiste più, cittadini repubblicani. È morta sotto le nostre libere sciabole con le sue donne e con i suoi bambini. L’ho appena sotterrata nelle paludi e nei boschi di Savenay. Eseguendo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli e massacrato le donne che così non daranno più alla luce dei briganti. Non ho nemmeno un prigioniero da farmi perdonare, ho sterminato tutti [...]. Le strade sono disseminate di cadaveri. Ve ne sono così tanti che, in diversi punti, sono state erette delle piramidi. A Savenay le fucilazioni si sono susseguite senza sosta, giacché a ogni istante arrivavano dei briganti che fingevano di arrendersi [...]. Non facciamo prigionieri perché altrimenti dovremmo concedere loro il pane della libertà e la pietà non è cosa rivoluzionaria».

È l’inizio del vanto dello sterminio, gli stermini si sono sempre fatti, ma, almeno in Occidente, ci si è sempre vergognati di farli; adesso, con l’Illuminismo, inizia la giustificazione politica e questo ha un fondo ideologico, perché, se si elimina ogni limite all’azione politica, ogni limite di carattere filosofico, religioso, morale, e si mette la politica come unico discrimine fra il bene ed il male, la morale discende dallo Stato e dai suoi interessi, non discende da Dio, non discende dalla filosofia, discende, quindi dall’azione politica, concetto che Hegel codificherà come lo «Stato etico», ma che è già presente nell’illuminismo; e, discendendo la morale dall’azione politica, se, nella mia lotta per la salvezza della Repubblica, mi sono imbattuto in una popolazione che si è ribellata, lo sterminarla è solo compiere il mio dovere e, dunque, posso andare orgoglioso perché la mia libera spada ha ammazzato donne e bambini ed io non ho fatto altro che assolvere ad un dovere repubblicano.

Il genocidio vandeano non è importante per il numero dei morti causato, relativamente ridotto, se paragonato ai genocidi che seguiranno, soprattutto nel XX secolo, poiché è costato circa centoventimila vittime. La sua importanza risiede nel fatto che, per la prima volta in Occidente, lo sterminio, non l’esecuzione capitale di ribelli («chiunque sia trovato con le armi in pugno verrà giustiziato»), ma la distruzione di beni privati e lo sterminio dei civili inermi diverrà qualcosa di cui lo Stato si debba gloriare.

Per meglio chiarire il concetto, desidererei fare il confronto con alcuni altri episodi di massacri. Il genocidio vandeano viene, normalmente, paragonato ed assimilato alla Crociata anti-albigese in Linguadoca. La grossa differenza è che nella Crociata anti-albigese si bruciavano gli eretici, cioè chi era colpevole di eresia veniva giustiziato sul rogo. C’era, quindi, un reato personale, la pubblica confessione di eresia, che aveva una pena. In questa crociata, ci sono stati eccidi, il saccheggio di Montségur, l’ultima roccaforte catara in Linguadoca, è stato certamente un massacro terribile, ma i crimini di Montségur sono stati, prima misconosciuti, poi, passati sotto silenzio da coloro che li hanno compiuti; nessuno si è mai vantato di uccidere donne e bambini in un documento ufficiale! È qui il salto di qualità, non è nella pratica, ma è nel concetto ed è un concetto che influenzerà moltissimo la storia dell’Occidente a seguire.

Il generale William Tecumseh Sherman, comandante delle truppe unioniste nel settore occidentale del fronte durante la Guerra di Secessione è passato alla storia per essere l’inventore della «guerra totale»; affermava che non doveva esserci differenza tra obiettivo militare ed obiettivo civile; rimase tristemente famoso il suo comportamento nell’assedio di Atlanta, quando faceva cannoneggiare le chiese la domenica durante le funzioni religiose e bruciare granai e raccolti.

Questa condotta di guerra veniva considerata, in quell’epoca, negli Stati Uniti, che, comunque, non avevano conosciuto l’Illuminismo nella sua versione europea continentale, un qualche cosa di aberrante. E parliamo sempre di un’empietà bellica, mantenuta, però, nei limiti della guerra, perché effettivamente in quelle chiese di Atlanta si pregava per la vittoria della Confederazione, effettivamente quel grano serviva a sfamare i soldati sudisti che combattevano contro il Nord. Parliamo, quindi, di quelli che noi chiameremmo «crimini di guerra», ma condotti in un contesto bellico.

In Vandea non c’è un contesto bellico, c’è, dopo che la rivolta è stata domata, lo sterminio fine a se stesso; è qualcosa di paragonabile a quello che avverrà in Cambogia con Pol Pot, dove alcune parti della popolazione, selezionate con discutibili criteri razziali o di carattere pratico (chiunque, ad esempio, portasse gli occhiali era reo di morte, in quanto la miopia segue allo studio e leggere libri è borghese). Chiaramente la Shoà è un genocidio in termini ideologici e moderni.

Per l’Illuminismo, inoltre, coloro che combattono contro di esso perdono la qualifica di uomini, anche e soprattutto quando dimostrano grandi doti umane. Ecco che il genocidio diviene eliminazione di non persone. Impressionanti sono le parole del generale Tureau, l’uomo che con le sue «colonne infernali» ha distrutto più del 40% del raccolto vandeano. «Parliamo ora dei vandeani, parliamo di questi uomini veramente straordinari, la cui esistenza politica, i rapidi e prodigiosi progressi e soprattutto l’inaudita ferocia faranno epoca nei fasti della Rivoluzione; di questi vandeani cui manca solo l’umanità ed una diversa causa da difendere per unire tutti i caratteri dell’eroismo».

È evidente che, pur avendo tutti i caratteri dell’eroe, non possono essere eroi, perché non sono uomini e mancano dell’umanità, proprio perché combattono per una causa che, essendo fuori della razionalità li rende irrazionali e, quindi, non umani. Ecco che bruciare i loro raccolti, ridurli alla fame, sterminarli, per annegamento, tramite fucilazione o a fil di spada, è doveroso, essendo essi una minaccia non umana alla Rivoluzione. Le loro doti saranno solo in grado di aumentare i fasti della Rivoluzione che li ha eliminati.

L’antisemitismo, vale a dire l’ostilità anti-ebraica basata su motivazioni razziali o, comunque, di stirpe, non l’ostilità basata su motivi religiosi, nota, invece, come antigiudaismo, rinasce, nella Christianitas, dopo essere stata molto presente nell’antichità classica, con Voltaire e l’Illuminismo.

È lo stesso filosofo parigino a riprendere i temi cari all’antisemitismo di epoca romana, temi che diverranno il filo conduttore di tutto l’odio anti-ebraico posteriore, nel Saggio sui costumi e sullo spirito delle nazioni (1756), dove afferma che «la nazione giudaica osa mostrare un inconciliabile odio verso tutte le nazioni, e si rivolta contro tutti i padroni; sempre superstiziosa, sempre avida dei beni goduti da altri, sempre barbara - servile nella sventura e insolente nel successo», e nel Dizionario filosofico (1764), dove sostiene che «la patria degli ebrei sono gli altri ebrei, per cui essi combattono per loro come per l’altare e la casa e nessun’altra comunità sulla terra è così attaccata a sé stessa. Nell’ebreo troverete solo un popolo ignorante e barbaro, che per lungo tempo ha goduto della più sordida avarizia per la più detestabile superstizione e per il più invincibile odio di tutte le genti che li tollerano e li arricchiscono».

Nel Rinascimento era nata l’autonomia delle scienze: Machiavelli parlava di necessità di autonomia della politica dalla morale, per affermare che la politica ha delle sue regole che necessitano di comportamenti, da parte dell’uomo di Stato, differenti da quelli postulati dalla morale per l’uomo comune; ma parlava sempre di autonomia, mai di indipendenza, della politica dalla morale.

Con l’Illuminismo, invece, questa autonomia viene nuovamente annullata, ma, a differenza di ciò che era nella filosofia classica, non è più la morale che domina sull’aspetto politico, non è più la politica ad essere parte della morale, ma la politica stessa diviene il tutto, poiché riducendo l’uomo a materia si elimina la sua individualità e, quindi, lo si riduce a cellula del corpo sociale e politico, senza spazi di autonomia. La ragione di tipo paramatematico diviene uguale per tutti e, di conseguenza, diviene collettiva e, dunque, politica. Ecco che ogni ostacolo “individualistico” all’azione politica diviene un ostacolo posto alla felicità ed alla civiltà, che si identificano ancora una volta con il potere politico.

L’Illuminismo europeo continentale (più complesso sarebbe il discorso per quello britannico e americano) ha vari esponenti, ma non può essere ridotto al pensiero di nessuno di loro, poiché, più che una vera propria filosofia compiuta, è un approccio riduttivo alla gnoseologia, che contiene al suo interno varie dottrine, anche tra loro contrastanti, ma tutte accomunate dalla mutilazione della ragione e dalla riduzione della stessa a ragionieristica presa d’atto della materia, indagata sempre in un’ottica di etica politica.

Ciò che contraddistingue l’Illuminismo è, appunto, l’orizzonte puramente materiale e politico. Questo approccio, inoltre, ha sempre avuto un carattere elitario ed esclusivo, tendente a cooptare le personalità di potere nei vari campi, soprattutto quelli di maggiore impatto sulla formazione del pensiero, fino a farne quasi una proprietà esclusiva, con la progressiva marginalizzazione di tutti coloro che a tale approccio filosofico non aderivano. L’Illuminismo nasce nobiliare e mantiene, lungo tutti i tre secoli nei quali perdura, vale a dire dai primi del Settecento ai giorni nostri, una caratteristica di chiusura e di autoreferenzialità: la parte buona ed intelligente del mondo è qui, chi non vi aderisce vuol dire che non ne fa parte.

Impressionante è l’affinità della struttura di pensiero illuminista rispetto alla tradizione cinese, di cui molti illuministi subivano dichiaratamente il fascino: derivazione che ne comporta, però, una certa volgarizzazione, soprattutto per aver tralasciato tutte le parti di tradizione e di rispetto per gli antenati, per l’eternità della civiltà e per il passato in genere.

Un esempio eclatante di questo debito dei Lumi nostrani nei confronti della cultura dell’Impero di Mezzo lo si ha confrontando gli attacchi dei Confuciani ai monaci Buddhisti ed al Buddhismo in genere con gli attacchi degli Illuministi alla Chiesa Cattolica in genere ed ai suoi ordini contemplativi in particolare.

Le accuse sono esattamente le medesime: non si sposano e, quindi, non fanno figli; hanno molte terre improduttive, perché, essendo impegnati nella preghiera non sfruttano a dovere le proprietà, con grave danno sociale; avendo, poi, una forte spiritualità ed un senso etico, che trae la sua origine non dal potere politico centrale, ma da altre fonti, non sono nemmeno totalmente affidabili come cittadini, perché non venerano l’autorità statuale quanto dovrebbero.

L’Illuminismo è da un certo punto di vista un trapianto di principi cinesi, il totalitarismo, senza averne la cultura, in un corpo sociale e culturale, l’Occidente, che, tradizionalmente è sempre stato agli antipodi rispetto a quei valori. Tutta la tradizione politica occidentale, a partire dalle Guerre Persiane ed anche prima, è caratterizzata dalla limitazione del potere politico e dall’attenzione a che non debordi in campi che non sono i suoi; tutta la tradizione cinese è, invece, tesa ad eliminare gli ostacoli all’espansione indefinita del potere politico stesso. "

NOTE

[1] Lo sciamano è la persona che è in grado di mettersi direttamente in contatto con Dio, ovviamente tramite pratiche rituali; il Profeta non è sciamano, in quanto è Dio che interpella il Profeta, lo sciamano, invece, è colui che interpella direttamente Dio, la divinità, le anime dei defunti, tutto ciò che è ultraterreno e da questo trae forza sia spirituale che, in alcuni casi, materiale. L’attività divinatoria, cioè il trarre presagi da vari strumenti, fa parte dell’attività sciamanica, anche se ne è l’aspetto più banale.

[2] Confucio, Kǒngzǐ o Kǒng Fūzǐ - Maestro Kong, (551 - 479 a.C.) visse in Cina nel Periodo delle primavere e degli autunni (770 - 454 a.C.), un'epoca di instabilità politica e di diffusa corruzione, dominato dalle guerre tra stati feudali. In quest'epoca si situa anche l'inizio del movimento filosofico delle Cento scuole di pensiero (770 - 221 a.C.), periodo di grande fermento culturale. La filosofia confuciana si basava sull'etica politica, sulla correttezza delle relazioni sociali, sulla giustizia, sul rispetto dell'autorità familiare e gerarchica, sull'onestà e la sincerità. I suoi insegnamenti sono raccolti nei Dialoghi, un’insieme di aforismi e frammenti di discorsi compilato molti anni dopo la sua morte dai suoi discepoli. Nei Dialoghi, Confucio si presenta come un «messaggero che nulla ha inventato», il cui compito è quello di trasmettere la sapienza degli antichi. Questa è una delle caratteristiche più importanti del pensiero cinese: la civiltà non è altro che la ciclica ripetizione di ciò che è già avvenuto ed ogni deviazione dalla saggezza degli antichi è regresso mentale e culturale. Grande importanza è data, quindi, allo studio. Lungi dal tentare la costruzione di un sistema filosofico, Confucio invitava i suoi discepoli a riflettere profondamente su se stessi e sul mondo, approfondendo la conoscenza del passato da cui trarre insegnamento attraverso lo studio degli antichi testi. Politicamente, ripropose il concetto di Mandato del Cielo. Sebbene in Cina i precetti di Confucio siano stati seguiti per secoli come una religione, il Confucianesimo non può essere considerato a rigore tale, poiché non esprime una concezione chiara della divinità, e trascura la spiritualità e la stessa natura dell'anima non vi viene presa in considerazione. Confucio esaltò la lealtà familiare, il culto degli antenati, il rispetto degli anziani da parte dei giovani e la sottomissione della moglie al marito, proponendo la famiglia come base di un governo ideale. I principi del Confucianesimo sono stati elaborati nei secoli, in un corpus di scritti che si è andato accrescendo soprattutto nel periodo fra la sua morte e la fondazione dell'impero cinese nel 221 a.C.

[3] Akhenaton, vissuto nel XIV secolo a.C., è stato il decimo sovrano della XVIII dinastia, figlio di Amenhotep III e di Tyi. Il fratello maggiore di Akhenaton morì improvvisamente e prematuramente e, così, alla morte del padre, egli, seppur debole e deforme, salì al trono con il nome di Amenhotep IV. Scelse come consiglieri sua madre Tiye, sua moglie Nefertiti ed il sacerdote Ay, marito della sua governante. Nel secondo e nel terzo anno di regno, decise di celebrare un grande giubileo e iniziò la costruzione di almeno otto strutture in muratura a Karnak, dove, inizialmente, regnò. Tra il quarto ed il sesto anno di regno, dopo aver mutato parte della titolatura reale ed anche il suo nome da Amenhotep («Amon è contento») in Akhenaton («Aton è soddisfatto» o «L'effettivo spirito di Aton») e quello della moglie in Nefer-neferu-Aton («Bella è la perfezione di Aton»), trasferì la capitale in una città appositamente costruita 240 chilometri più a nord: Akhet-Aton, «Orizzonte di Aton» (oggi Tell el-Amarna).

Amon, divinità solare tebana, giunse ad avere grande importanza nazionale con la stessa XVIII dinastia. Il suo ruolo di protettore della regalità comportava un enorme potere per il suo tempio principale sito a Karnak, che, nel corso dei secoli, aveva ricevuto in dono terre ed altre proprietà, accrescendo enormemente il suo potere, fino ad influenzare anche le scelte sulla successione al trono. Lo scontro con il clero di Amon si fece più aspro nel quattordicesimo anno di regno, quando, oltre alla chiusura del complesso templare di Karnak, privato di tutte le sue proprietà, si aggiunge l'opera iconoclasta verso il nome stesso del dio, che venne scalpellato da tutti i monumenti. Inoltre anche il popolo covava risentimenti nei confronti del sovrano per la soppressione delle antiche divinità ed anche l'esercito mostrava segni di disappunto per l'immobilismo e la perdita dei territori asiatici. L'eresia di Akhenaton non fu solo un tentativo di recuperare il potere sacrale originariamente detenuto dal sovrano, ma quello di instaurare un regime religioso interamente dipendente dalle scelte del Faraone, incurante delle realtà di fede preesistenti. Fu, in pratica, l’unico serio passo, quantunque poi fallito, di instaurare un regime totalitario. Il culto di Aton, divinità solare di probabile origine semita, era tradizionale ad Eliopoli, l’antica capitale, ed era, di fatto, il suo culto locale. Più che un monoteismo era una forma di enoteismo: Aton non era l'unico dio ma il dio supremo la cui venerazione avrebbe potuto sostituire quella delle altre divinità, che, comunque, racchiudeva in sé, anche se Akhenaton diede ordine di eliminare le immagini e i culti degli altri dei in tutto l'Egitto. Alla rivoluzione religiosa si affiancò anche un profondo rinnovamento artistico, il cosiddetto stile di Amarna, in cui la rappresentazione della figura umana, compresa quella del sovrano e della sua famiglia, perdeva la rituale staticità precedente per acquisire una rappresentazione naturalistica, e talvolta impietosa, della realtà. Anche l'atteggiamento dei cortigiani cambiò considerevolmente visto che ora si inchinavano o si prostravano davanti alla coppia reale. Tra gli insegnamenti di Akhenaton, infatti, vi è quello della «verità» e del principio «Vivente della Verità», che spesso è accostato al nome del sovrano. Come ogni regime totalitario, anche quello del “Faraone eretico” doveva avere un suo stile artistico ed un suo indirizzo culturale, in modo da segnare una rottura con il passato (o con ciò che al regime si oppone), sempre descritto come rozzo, incapace di vedere la profondità della cultura di Stato.

Mentre tutte le energie del Faraone erano concentrate nel tentativo di instaurazione del nuovo regime religioso e politico in Egitto, la situazione internazionale del Paese peggiorava in maniera drammaticamente crescente. Durante il regno di Akhenaton, come già durante quello del padre, l'Egitto non seppe contrapporsi all'ascesa degli Ittiti perdendo, quindi, il controllo di una serie di stati vassalli dell'Asia Minore, che rappresentavano, oltre che importantissimi Stati-cuscinetto,  una grande fonte di ricchezza. Malgrado le richieste di aiuto provenienti dagli alleati, non si hanno notizie di campagne militari nell'area siro-palestinese. Di questo atteggiamento seppe approfittare il re ittita Suppiluliuma I, che, dopo aver portato sotto il suo controllo il regno di Mitanni, iniziò l'espansione nella zona d'influenza egiziana.

La damnatio memoriae, con la conseguente distruzione di documenti e di monumenti, a cui Akhenaton venne condannato, rende difficoltoso definire esattamente la linea di successione. Fonti amarniane sembrano citare come immediato successore un Neferneferuaton (la Regina Nefertiti?) seguito da Smenkhkhara. Entrambi questi sovrani avrebbero governato da Akhet-Aton. L'abbandono della nuova religione e della capitale Akhet-Aton, avvenne durante il regno di Tutankhamon, figlio di Kiya, moglie secondaria di Akhenaton. Secondo i fautori della teoria della coreggenza, Smenkhkhara non avrebbe mai governato in modo autonomo ed il successore di Akhenaton sarebbe quindi Tutankhamon.

[4]  Dal greco μετά φυσικά (metà füsicà) = al di là delle cose fisiche, è quella parte della filosofia che, per andare oltre gli elementi instabili, mutevoli e accidentali dei fenomeni, concentra la propria attenzione su ciò che è eterno, stabile, necessario, per cogliere le strutture fondamentali dell'essere.

[5] Dal greco εθος (èthos) = comportamento, costume, consuetudine, è quella parte della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani buoni da quelli ingiusti; essa ricerca i criteri che consentano all'individuo di gestire adeguatamente la propria libertà.

[6] Da mos, traduzione latina di εθος. Preferisco utilizzare questo termine come sinonimo di etica, poiché distinguere tra l'insieme di valori, norme e costumi di un individuo o di un determinato gruppo umano e la disciplina filosofica che li deduce razionalmente dalla realtà dell’uomo sia del tutto artificioso, salvo ammettere la kantiana impossibilità per l’uomo di un’analisi razionale oltre il fenomeno concreto, con l’inevitabile tragica conseguenza dell’«imperativo categorico», vale a dire un comando (o, meglio, una serie di comandi), senza alcuna vera giustificazione razionale, a presiedere al suo agire.

[7] Nell’etica religiosa, il fine ultimo di tutto (e, quindi, anche dell’etica stessa) non può che essere la gloria di Dio e, in riferimento all’azione dell’uomo, il fine della norma morale è il rendere gloria a Dio da parte della singola persona agente, ma questo coincide con il suo vero bene, in quanto non può esistere altra realizzazione più profonda per la creatura che l’adorazione del proprio Creatore.

[8] La Teoria del Sole e della Luna affermava che il potere politico (imperiale) dipendeva da quello spirituale (papale) ed il suo detentore era investito ad usarlo dal Papa. Il maggiore sostenitore di questa dottrina fu Innocenzo III.

[9] La Teoria dei due Soli afferma che Dio ha investito direttamente il Papa della giurisdizione sulle questioni spirituali e l’Imperatore (o il detentore del potere politico in genere) di quella sulle cose materiali (temporali).

[10] At. 6,2-4.

[11] Nelle questioni materiali, di spettanza dell’autorità politica.

[12] Per evitare peccati, vale a dire affinché l’azione del potere politico non fosse causa di peccato e, quindi, di possibile perdizione per delle anime.

[13] Gen. 1,28.

[14] Il catarismo costituì un movimento ereticale diffuso in Europa tra il XII e il XIV secolo. Il termine deriva dal greco καθαρός (katharós) = puro, con il quale si autodefinirono per primi i seguaci del vescovo Novaziano elettosi antipapa nel 251. Se Novaziano aveva rifiutato l'assoluzione agli idolatri, i suoi seguaci estesero questa dottrina a tutti i peccati mortali. In Frigia si fusero coi montanisti, altra setta ereticale molto rigida in fatto di costumi e seguace di sedicenti profeti con fortissime venature estatiche e millenariste.Con la definizione di càtari, detti anche albigesi (dal nome della cittadina francese di Albi), furono successivamente designate le persone coinvolte nel sostegno culturale o religioso del movimento ereticale sorto intorno al XII secolo in Occitania. I Càtari diffusero nel basso medioevo, e in particolare tra il 1150 e il 1250, un'eresia dualista, di chiara derivazione manichea e gnostica. Rifiutavano in toto la materia, come gli gnostici. Professavano, come i manichei, un dualismo in base al quale il Re d'amore (Dio) e il Re del male (Rex mundi) rivaleggiavano a pari dignità per il dominio delle anime umane; secondo i Càtari, Gesù avrebbe avuto solo in apparenza un corpo mortale (docetismo), essendo in realtà un angelo (un "eone" emanato dal Dio e dalla Luce) di sembianze umane, secondo una dottrina di derivazione gnostica. La convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del Male comportava il rifiuto del battesimo d'acqua, dell'Eucarestia, ma anche del matrimonio, suggello dell'unione carnale, genitrice dei corpi materiali - prigione dell'anima. L'atto sessuale era infatti visto come un errore, soprattutto in quanto responsabile della procreazione, cioè della creazione di una nuova prigionia per un altro spirito. Allo stesso modo era rifiutato ogni alimento originato da un atto sessuale (carni di animali a sangue caldo, latte, uova), ad eccezione del pesce, di cui in epoca medievale non era ancora conosciuta la riproduzione sessuale. La vittoria massima del Bene contro il Male era la morte, che liberava lo spirito dalla materia, e la perfezione per il càtaro era raggiunta quando egli si lasciava morire di fame (endura). I Càtari crearono una propria istituzione ecclesiastica. Le comunità di fedeli erano divise in «credenti», simpatizzanti, non tenuti ad applicare tutte le norme della disciplina catara, e «perfetti», coloro cioè che praticavano la rinuncia totale alla materia. Gli unici che potevano rivolgersi a Dio con la preghiera erano i perfetti, mentre i semplici credenti potevano sperare di divenire perfetti con un lungo cammino di iniziazione, seguito dalla comunicazione dello Spirito Santo, il consolamentum, mediante l'imposizione delle mani. Tra i perfetti esisteva comunque una gerarchia facente capo ai vari vescovi di ogni provincia e ai vari diaconi delle comunità catare. Il catarismo si diffuse in tutto l'Occidente, con punte di densità maggiori in Linguadoca, Provenza e Lombardia, ed anche nei Balcani specialmente in Bosnia e Dalmazia, ma, di fatto, non sopravvisse alla pressione, anche militare, cattolica.


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