Corso di Religione



Mondialità
Esiste ancora l'Occidente?
L'Eurabia

         


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Testimonianza per l'Occidente Esiste ancora l'Occidente? Ne facciamo parte? È giusto, è doveroso fare fronte comune per resistere, quando l'Occidente è aggredito? La difesa della nostra identità politico-culturale non può prescindere da un corretto riappropriarsi della storia, senza leggende né "rosa" né nere. di Massimo Introvigne (il Domenicale. Settimanale di cultura, anno V, n. 33, 19 agosto 2006)

" Dopo l'11 settembre 2001 è venuta in primo piano una questione cruciale per la vita politica e culturale dell'Occidente.Non è esagerato dire che si tratta oggi della questione, in assoluto, più importante per il futuro della civiltà che da secoli chiamiamo "occidentale".Contro questa civiltà si manifesta un'aggressione da parte dell'ultrafondamentalismo islamico.

Vale la pena di difenderla? La risposta rimanda a un quesito ancora più fondamentale: esiste ancora l'Occidente? Ne facciamo parte? È giusto, è doveroso fare fronte comune per resistere, quando l'Occidente è aggredito?

A questa domanda circolano risposte diverse, anzi opposte, che per di più non si distribuiscono sempre secondo la consueta griglia Destra-Sinistra. Vi è, certamente, una Sinistra d'ispirazione a vario titolo marxista e postmarxista che avversa sia l'Occidente storico - la civiltà cristiana romano-germanica che ha avuto il proprio apogeo nel Medioevo - sia l'Occidente contemporaneo.

Per questa Sinistra - che ha pure una sua versione catto-comunista -, se vi è uno scontro di civiltà, questo non si manifesta fra culture, fra l'Occidente e i suoi nemici, ma fra i "ricchi" e i "poveri" del mondo: un'idea difficile da sostenere se si considera, per esempio, che fra i dirigenti del terrorismo internazionale ci sono, a partire da Osama bin Laden, numerosi miliardari e che lo stesso attacco terroristico all'Occidente è sostenuto da potentati economici che controllano enormi risorse petrolifere, così che ascriverli al campo dei "poveri" appare, più che scorretto, ridicolo.

Un "Continente" sui generis

Più insidiosa è la tesi - diffusa anche "a destra", e che ha trovato in Italia il suo più eloquente portavoce nello storico professor Franco Cardini - secondo cui l'Occidente storico europeo è certo degno di apprezzamento, ma l'Occidente contemporaneo non ha più nulla a che fare con il suo predecessore medioevale e cristiano: non merita di essere difeso, e non ha maggiore dignità dell'islam e di altre culture, anzi ne ha di meno perché almeno l'islam ha conservato certi valori tradizionali. La questione è di natura eminentemente geopolitica.

L'Occidente del Medioevo coincideva con l'Europa, o meglio con una sua parte. L'Occidente di oggi è una "Magna Europa" che comprende i Paesi dove gli europei hanno costituito civiltà radicate nel cristianesimo ma che hanno incontrato una geografia e una storia locali pre-esistenti al loro arrivo: l'America Settentrionale e quella Meridionale, l'Australia, la Nuova Zelanda, il Sudafrica, le enclave europee in Asia come Goa o le Filippine.
Non sono invece "Magna Europa" i Paesi oggetto di semplice occupazione coloniale, come, per esempio, il Kenya o la Mauritania: il concetto ricomprende invece quelle terre dove si è sviluppata una civiltà culturalmente europea e appunto, secondo il senso comune "occidentale", per certo condizionata dalla nuova location geografica, ma altrettanto certamente identificata da un riferimento alla storia e alla religione degl'immigrati europei.

Il cristianesimo, per esempio, oggi è assai più diffuso nella "Magna Europa" che nell'Europa simpliciter: se anche ci si limita al cattolicesimo (per il protestantesimo, la tendenza è semmai più marcata), al 31 gennaio 2005 il 49,8% dei fedeli cattolici viveva nel continente americano e solo il 25,8% in Europa secondo dati dell'Annuario Pontificio 2005.

Per i sostenitori della tesi secondo cui l'«Occidente-modernità » (l'espressione è del citato professor Franco Cardini in un'intervista a cura del giornalista Umberto De Giovannangeli dal titolo Il Papa non è un teo-con, apparsa su l'Unità del 23 aprile 2005) non è affatto il legittimo erede dell'Occidente medioevale e cristiano, la stessa nozione di "Magna Europa" è fuorviante.

Gli Stati Uniti d'America sarebbero un Paese essenzialmente protestante e massonico, intrinsecamente nemico fin dalle origini dei valori della tradizione europea e cristiana.
L'America Latina conserverebbe certo una fede popolare, ma le strutture politiche dei suoi Stati nazionali si sarebbero costituite sulla base di un processo rivoluzionario guidato da élite massoniche e giacobine, intente a replicare nei paesi ibero-americani la Rivoluzione Francese. Dell'Australia o delle Filippine si parla meno, ma - quando se ne fa qualche cenno - i ragionamenti proposti sono spesso analoghi.

Per questo è oggi cruciale mostrare che la "Magna Europa" esiste e che, pur essendo ovvio che né gli Stati Uniti né l'Argentina di oggi sono brandelli di Sacro Romano Impero (ma non lo è, ovviamente, neppure l'attuale Unione Europea), gli elementi di continuità almeno coesistono con quelli di discontinuità, così che legittimamente si può parlare di un Occidente come realtà unitaria che si estende dal Grande Nord canadese fino alle Filippine e all'Australia e conserva vestigia, ricordi e anche elementi di cultura e di vita che risalgono alla civiltà europea medioevale intrisa di cristianesimo.

Da questo punto di vista, l'attacco all'Occidente da parte dell'ultrafondamentalismo islamico - un attacco che ha colpito negli Stati Uniti, in Europa, in Australia, nelle Filippine - dimostra, proprio da parte dell'avversario, una comprensione almeno intuitiva dell'esistenza di una "Magna Europa" ancora così pericolosa da meritare di essere aggredita con l'arma del terrorismo.

La pubblicazione del volume Magna Europa. L'Europa fuori dal'Europa, curato da Giovanni Cantoni e Francesco Pappalardo (D'Ettoris Editori, Crotone 2006) - che raccoglie testi di relazioni presentate a un seminario organizzato nel 2002 a Bobbio da Alleanza Cattolica e parzialmente replicato nel 2004 a Crotone dalla Fondazione D'Ettoris e dalla Biblioteca Pier Giorgio Frassati - costituisce da questo punto di vista un autentico avvenimento culturale, da inquadrare e apprezzare come tale, prima ancora di addentrarsi nell'esplorazione dei singoli argomenti trattati nella ricchissima collezione d'interventi.

Il volume è aperto da una presentazione di Cantoni, fondamentale per comprendere il senso del testo. Vi si trovano preziose indicazioni sull'origine dell'espressione "Magna Europa", e soprattutto una rivendicazione della legittimità del concetto, in un contesto in cui la stessa nozione di Europa non ha senso se la si intende in modo puramente geografico - si tratta di una "penisola del continente asiatico" che ospita popolazioni diversissime dal punto di vista etnico e linguistico - ma acquista un significato preciso solo se la si intende in senso culturale, con riferimento sia all'eredità storica greco-romana, sia (soprattutto) al cristianesimo, sia - ancora - alla traduzione di questa eredità e di questa religione in strutture politiche rappresentate da concetti come "feudalesimo" e "impero" che godono di cattiva stampa ma che possono e devono essere riletti al di là delle "leggende nere", ancorché "senza concessioni di sorta alle ‘leggende rosa'".

Asia, Australia, Sudafrica...

La prima sezione - L'Europa che parte - fotografa, per così dire, l'Europa nel momento in cui diventa "Magna" attraverso l'espansione geografica. L'Europa non lo sa, ma dal punto di vista della scienza, dell'economia e della tecnologia, delle strutture politicoamministrative del Sacro Romano Impero, delle istituzioni educative animate soprattutto dalla Compagnia di Gesù, della strategia e della tattica militare, ha acquisito una straordinaria superiorità sul resto del mondo, anche nei confronti di quella ‘umma (comunità) islamica che pure per lunghi secoli aveva rappresentato una seria sfida alla sua egemonia.

Una superiorità non casuale o dovuta a semplice perizia tecnica, ma logica conseguenza di un modo particolare di porsi di fronte al reale radicato nell'antropologia cristiana e nella traduzione sistematica di questa antropologia in una filosofia e in una scienza operata dalle università medioevali.

Non si può non notare come le relazioni a un seminario tenuto nel 2002 anticipino qui con puntualità le tesi centrali del volume del sociologo americano Rodney Stark in The Victory of Reason. How Christianity Led to Freedom, Capitalism, and Western Success (Random House, New York 2005), studio che ha suscitato un vasto dibattito internazionale sostenendo precisamente che la superiorità scientifica, politica e militare dell'Europa nasce dal cristianesimo.

La seconda sezione - L'Europa fuori dall'Europa - costituisce un monumentale corso di storia delle principali espressioni della "Magna Europa" che sarebbe presuntuoso e inadeguato anche solo tentare di riassumere nel normale spazio di una recensione. Dopo un inquadramento de L'espansione europea dal secolo XIV al secolo XIX di Francesco Pappalardo, la sezione comprende contributi di Cantoni sull'Iberoamerica; di Paolo Mazzeranghi sul Canada, gli Stati Uniti d'America, il Sudafrica e l'Australia; e di Sandro Petrucci sulla "talassocrazia" portoghese in Asia e sulle Filippine spagnole. Mi limito a segnalare alcuni temi che mi sembrano centrali per la controversia culturale cui ho accennato all'inizio.

Anzitutto, se è certamente vero che la Spagna e il Portogallo cattolici hanno inteso diversamente lo spirito e le modalità dell'espansione rispetto all'Inghilterra e ai Paesi Bassi protestanti, praticando su scala assai più ampia i matrimoni misti con le popolazioni locali, destinando risorse maggiori alle missioni, e quasi sempre offrendo (o almeno tentando di offrire) maggiore protezione e diritti ai nativi, non si deve però ritenere - quasi rovesciando le "leggende nere" ampiamente diffuse da una certa pubblicistica inglese in funzione antispagnola - che la conquista e la colonizzazione inglese e olandese si siano risolte in una semplice litania di massacri d'"indigeni" buoni e pacifici, sempre e comunque vittime della malvagità e del razzismo degli europei.

La storia dell'Australia - su cui Mazzeranghi non ha potuto tenere conto dei lavori controversi ma fondamentali di Keith Windschuttle, pubblicati solo a partire dal 2003, che avrebbero notevolmente rafforzato le sue tesi - e del Sudafrica, ma anche del Canada e degli stessi Stati Uniti, dimostra che le cose non sono andate sempre e soltanto così, e che la storiografia seria non conosce soltanto il bianco e il nero ma richiede sempre un ampio numero di sfumature.

Le due rivoluzioni

Un secondo tema - ormai ampiamente condiviso dalla storiografia accademica, ma non necessariamente dalle opere divulgative e dai manuali scolastici - riguarda il carattere gravemente fuorviante di ogni assimilazione della cosiddetta Rivoluzione Americana alla Rivoluzione Francese all'interno di concetti comodi ma errati come quello di "epoca delle grandi Rivoluzioni".

A prescindere dal ben diverso atteggiamento nei riguardi della religione - perseguitata in Francia, rispettata e messa al centro dell'ethos della nuova nazione negli Stati Uniti d'America - la Rivoluzione Americana non si batte per, ma contro il centralismo e la negazione delle autonomie locali e dei corpi intermedi che s'infiltrava anche nell'amministrazione britannica e di cui la Rivoluzione Francese costituisce al contrario la maggiore affermazione.

Semmai, elementi di centralismo penetrano successivamente negli Stati Uniti d'America e determinano l'insurrezione degli Stati del Sud, che di queste spinte centralistiche sono vittima: la Guerra Civile del 1861- 1865, che non va assolutamente ridotta alla sola questione della schiavitù. Se le conseguenze della Guerra Civile si fanno sentire ancora oggi, è d'altro canto anche vero che la resistenza del Sud al centralismo, sconfitta sul terreno militare, non fu vana e contribuì alla preservazione di un sistema di autonomie locali che fa degli Stati Uniti d'America la realtà della "Magna Europa" che ancora oggi meglio conserva le vestigia di un ordine costruito sulla gelosa difesa delle prerogative delle città, delle contee e degli Stati che costituiscono la Federazione.

Un terzo e decisivo tema riguarda l'indipendenza iberoamericana, analizzata con dovizia di particolari da Cantoni, il cui lungo capitolo sul tema, quasi un piccolo libro, va letto in continuità con quello dello stesso autore sulla conquista dell'Iberoamerica. Qui la vulgata comune ci parla di una dominazione spagnola rapace, oppressiva, "medioevale" e negatrice delle autonomie dei coloni, e di un processo che porta all'indipendenza avviato e condotto sulla base dell'Illuminismo, dell'anticlericalismo, dell'avversione alla monarchia, delle idee massoniche e di un presunto entusiasmo per tutto quanto va sotto il nome di modernità.

Sulla scia dell'intellettuale nicaraguese Julio César Ycaza Tigerino (1919-2001), più volte citato nel capitolo, Cantoni denuncia questa vulgata come una "falsificazione grottesca e stupefacente". Cantoni è consapevole del fatto che la materia è assai complessa, e che anche questo importantissimo momento della storia della Magna Europa non si presta a ricostruzioni mono- o bicromatiche, richiedendo invece l'uso accorto dell'arte della sfumatura.

Tuttavia nella sostanza l'America Latina ispanica è un mondo a suo modo "feudale", attaccatissimo alle libertà locali e ai diritti dei corpi intermedi; ed è quando questi diritti sono negati sia dal centralismo della dinastia dei Borboni sia dall'occupante francese che s'impadronisce della Spagna nel periodo napoleonico che gli ispanoamericani insorgono.

Quale liberalismo

Se anche si vuole parlare di "liberalismo" occorre distinguere fra un liberalismo appunto "feudale", simile a quello dei suoi teorici anglosassoni alla Edmund Burke (1729-1797) e fondato su un patto (del tutto diverso dal "contratto sociale" illuministico) con cui il sovrano ottiene obbedienza in cambio di un rigoroso rispetto dei diritti e delle autonomie locali, e un liberalismo "assolutistico" che attraverso il centralismo prepara l'Illuminismo.

In tema d'indipendenza dei paesi iberoamericani, con riferimento al suo momento iniziale e originario, lo stesso Ycaza Tigerino conclude che essa "significò il trionfo della mentalità feudal-liberale creola sulla mentalità assolutistico- liberale spagnola". La storia, però, non finisce qui, perché la situazione estremamente confusa nella madrepatria spagnola e nella stessa America Latina determina - ma dopoil momento originario dell'indipendenza - il fenomeno del caudillismo e delle dittature personali, dove non di rado liberali nel senso "europeo" del termine, ispirati dall'Illuminismo e massoni, si sostituiscono ai libertadores che rimanevano legati più spesso al modello "feudal-liberale" evocato da Ycaza Tigerino.

E tuttavia chi potrebbe negare che elementi di profonda fedeltà all'eredità cristiana, politica e religiosa, rimangono ancora oggi vivi e vitali in America Latina, pur contrastati da tanti elementi di segno del tutto diverso?

In finis il Pontefice

Il volume si conclude, a modo di appendice, con elementi informativi sul tema Magna Europa: strutture di collegamento o vincoli istituzionali formali e informali.
La storia delle "strutture di collegamento" militari ed economiche non è per la verità particolarmente entusiasmante per quanto riguarda la "vecchia" Europa, che, a causa delle sue divisioni interne e di una scarsa disponibilità a investire soprattutto nel settore degli armamenti, ha avuto quasi sempre bisogno dell'impulso e del contributo degli Stati Uniti d'America per organizzare una difesa dell'Occidente che oggi non può che coniugare il momento militare e quello finanziario.

Una ragione in più per ritenere che - di fronte alle nuove aggressioni promosse soprattutto dall'ultrafondamentalismo islamico e che risultano in un mondo dove, come ha affermato Papa Benedetto XVI nel suo Discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, del 9 gennaio 2006, così "riabilitando" un'espressione a torto demonizzata, «non a torto si è ravvisato il pericolo di uno scontro delle civiltà» -

la "Magna Europa" debba sempre più rafforzare la sua autopercezione come erede legittima dell'Occidente, radicata nella grande epopea della cristianità europea, certo indebolita dalla plurisecolare aggressione dell'Illuminismo e del relativismo ma ancora capace di trovare nella sua storia ragioni per reagire e per combattere.
"

Il Papa B XVI° : un «rischio» dimenticare le radici cristiane dell'EuropaAvvenire, 19 -10- 2009 -www.avvenire.it

" Dimenticare le radici cristiane dell’Europa è esporre il continente europeo al «rischio» di vedere il suo «slancio originale soffocato dall’individualismo e dall’utilitarismo».

E’ quanto ha sottolineato Papa Benedetto XVI ricevendo questa mattina in Vaticano le Lettere credenziali di Yves Gazzo, capo della delegazione della Commissione delle Comunità Europee presso al Santa Sede. Per essere «uno spazio di pace e stabilità», ha detto il Papa – l’Unione Europea non deve dimenticare i valori che «sono frutto una lunga e silenziosa storia nella quale, nessuno potrà negarlo, il cristianesimo ha giocato un ruolo di primo piano. L’uguale dignità di tutti gli esseri umani, la libertà dell’atto di fede come radice di tutte le altre libertà civili, la pace come elemento decisivo del bene comune».

«Quando la Chiesa – ha proseguito il Santo Padre – ricorda le radici cristiane dell’Europa, non lo fa per chiedere uno statuto privilegiato per se stessa. Vuole fare opera di memoria storica», ricordando «l’ispirazione decisamente cristiana dei Padri fondatori dell’Unione Europea». Verità – ha aggiunto il Papa - «sempre più taciuta». Ma «più profondamente», la Chiesa “desidera affermare anche che il solco dei valori risiede principalmente nella eredità cristiana che continua ancora oggi a nutrirlo».

Questi valori – ha proseguito Benedetto XVI non costituiscono un «aggregato aleatorio, ma formano un insieme coerente che si ordina e si articola, a partire da una visione antropologica precisa». Il Papa, a questo punto, pone alcuni interrogativi: «L’Europa – chiede - può omettere il principio organico originale di questi valori che ha rivelato all’uomo sia la sua eminente dignità sia il fatto che la sua vocazione personale lo apre a tutti gli altri uomini con i quali è chiamato a costituire una sola famiglia?

Lasciarsi andare a questo oblio, non significa esporsi al rischio di vedere questi grandi e bei valori entrare in concorrenza o in conflitto gli uni contro gli altri? O ancora che questi valori rischiano di essere strumentalizzati da individui e gruppi di pressione desiderosi di far valore interessi particolari a scapito di un progetto collettivo ambizioso, che gli europei perseguono, avendo come scopo il bene comune degli abitanti del Continente e dell’intero mondo? Questo pericolo è stato più volte percepito e denunciato da numerosi osservatori appartenenti ad orizzonti diversi. E’ importante che l’Europa non lasci che il suo modello di civiltà si disfi a poco a poco. Il suo slancio originario non deve essere soffocato dall’individualismo dall’utilitarismo». "


Che cosa è l'EurabiaIl termine “Eurabia” venne introdotto a metà degli anni 70 come titolo di un giornale redatto dal Presidente della Associazione per la solidarietà franco-araba , Lucien Bitterlein, e pubblicato in collaborazione tra : Groupe d’Etudes sur le Moyen-Orient (Geneva), France-Pays Arabes (Paris), e Middle East International (London).

L''espressione era stata coniata dallo storico britannico Niall Ferguson. Secondo Oriana Fallaci, la pubblicazione di Eurabia era sponsorizzata dal Comitato Europeo di Coordinamento delle Assiciazioni per l'amicizia con il Mondo Arabo ( European Coordinating Committee of the Associations for Friendship with the Arab World), una organizzazione della Comunità Economica Europea ( European Economic Community) , poi diventata Unione Europea ( European Union ).

Bat Ye'or (alias Giselle Littman ,scrittrice ebrea inglese nata in Egitto e specialista sul Medio Oriente) interpreta la creazione di questa sponsorizzazione europea dell'Eurabia come un tentativo Franco-europeo di aumentare il potere dell'Europa verso gli Stati Uniti allineando gli interessi Europei con quelli del mondo Arabo, con la conseguenza di mantenere un atteggiamento più distaccato verso Israele.

L'Eurabia, scrive la Littman, è "un meccanismo che ha fatto dell'Europa un nuovo continete della dimmitudine [ neologismo derivato dal francese e nativamente dall'arabo dhimmi che indica lo stato dei non musulmani nei paesi musulmani, uno stato di protezione-sottomissione n. d.r.) messo in movimento 30 anni fa da una iniziativa politica francese. Questa politica è stata portata avanti fuori dalle relazioni ufficiali con il nome di Dialogo inter-Arabo-europeo ( Euro-Arab Dialogue)...

L'obiettivo era quello di creare una identità mediterranea pan arabo-europea che permettesse la libera circolazione di persone e merci e determinasse in modo pesante la politica verso l'immigrazione della Comunità Europea . Negli ultimi 30 anni questa politica è stata incrementata soprattutto negli ordinamenti delle scuole e delle Università di tutta Europa. Ciò che va sottolineato è che sono gli Arabi a stabilire le condizioni per le quali partecipano a questa associazione e cioè in particolare : una politica europea indipendente ed opposta a quella degli Stati Uniti , il riconoscimento del popolo Palestinese e la creazione del relativo Stato Palestinese , il sostegno europeo (soprattutto economico) alla Organizzaione per la liberazione della Palestina ( OLP), l'arabizzazione di Gerusalemme. » Secondo questa analisi ( cf . National Review) l'Europa verrebbe strumentalizzata dalla Lega Araba per una politica a lungo termine di diffusione in Europa dell'antiamericanismo da un lato e dell' arabismo dall'altro dentro un orizzonte più ampio di una identità europea pan arabo-eurepea, quella Eurabica appunto.

L'Italia partecipa a questa politica a vari livelli.

Benvenuti nella civiltà di Eurabiadi Massimo Introvigne (il Giornale, 5 agosto 2006)

" Nel momento in cui risuonano all’orizzonte sordi rumori di guerra mondiale e il primo ministro iraniano Ahmadinejad inneggia ancora una volta allo sterminio di Israele e insulta l’Occidente, il governo italiano vota un provvedimento che ci trasformerà in pochi anni in un Paese molto simile alla Francia, con almeno un milione di cittadini, forse molti di più, provenienti da famiglie immigrate e di religione musulmana.

Non si tratta di una misura isolata: s’inserisce in un disegno coerente che prevede una grande sanatoria per i clandestini, un corposo aumento delle quote di coloro che potranno entrare legalmente in Italia, e perfino aiuti economici e buoni bebé per gli immigrati.

Non è affatto una strategia «europea» ma «francese»: in Germania, per esempio, è ben più difficile per i «lavoratori ospiti» diventare cittadini, e il «buono bebé» era stato inventato – tra l’altro, da socialisti – per indurre le mamme tedesche a fare più figli in modo che ci fosse bisogno di meno immigrati, cui nessuno pensava di estendere gli aiuti per i nascituri.

Certo, alcune norme sulla cittadinanza avevano bisogno di aggiustamenti. Si poteva pensare a corsie privilegiate per categorie di immigrati che rispondessero a determinati requisiti quanto all’inserimento del mondo del lavoro, alla fedina penale immacolata e alla conoscenza della lingua e dei rudimenti del diritto italiano.

Queste facilitazioni avrebbero dovuto essere compensate da una politica dell’immigrazione rigorosa con i clandestini e attenta a che il numero di immigrati non superasse le soglie che altrove, in Inghilterra e in Francia, hanno facilitato infiltrazioni criminali e terroriste fino a episodi di vera e propria guerriglia urbana. Ma quello che ci propone il governo Prodi è tutt’altro: non è esagerato dire che è un modo organizzato di far finire una civiltà sostituendola con qualche cosa di diverso.

Non c’è nessuna garanzia che le civiltà durino per sempre. La civiltà dell’antica Roma non fu sconfitta militarmente, ma dal declino demografico e dalla concessione indiscriminata della cittadinanza a «barbari» che tutto ignoravano delle tradizioni romane.

Non c’è bisogno di citare quei fondamentalisti islamici per cui «ride bene chi ride ultimo», e l’invasione musulmana fermata per via militare a Poitiers, a Lepanto e a Vienna riuscirà nel XXI secolo per via di immigrazione, per rendersi conto che la civiltà europea rischia di fare la fine di quella romana.

Nel giro di un paio di decenni, per esempio, la maggioranza degli studenti medi in Olanda sarà costituita da musulmani. Vent’anni dopo, si tratterà della maggioranza degli adulti in età lavorativa. Con leggi sulla cittadinanza all’italiana, sarebbero anche la maggioranza degli elettori.

Naturalmente, c’è chi sostiene che questa «Eurabia» (l’espressione è stata resa popolare da Oriana Fallaci, ma l’ha coniata lo storico britannico Niall Ferguson) sarà bellissima, e che comunque esiste già in Francia, dove la spina dorsale della nazionale di calcio che abbiamo battuto a Berlino aveva nomi come Zidane e Malouda anziché Cannavaro o Grosso.

Ma nel 2005 la rivolta delle periferie parigine ha mandato in frantumi ogni bel sogno di utopia multireligiosa concorde e felice. Il parto dell’Eurabia non sarà indolore. Un’Italia con un numero di cittadini e di elettori a forte componente musulmana costituirebbe, molto semplicemente, una civiltà diversa rispetto a quella che oggi conosciamo. Occorre che gli italiani, fin da ora, se ne rendano conto.

Sicilia: Eurabia un'arma per la pace Convegno della Prima Circoscrizione del The International Association of Lions Clubs Distretto 108 YB - Sicilia Palermo 30 Aprile 2004 - Sala Gialla di Palazzo dei Normanni di Salvatore Grasso*

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1. Eurabia

Di recente si assiste ad una diffusione massiccia di idee che sembrano volerci inculcare l'ipotesi di un'invasione islamica, idee che vengono diffuse attraverso libri, articoli di stampa, trasmissioni televisive, convegni e manifestazioni varie. Occorre fare molta attenzione agli effetti di questa campagna mediatica attraverso la quale, su tale argomento, spesso vengono diffuse ed amplificate idee che certamente non sembrano partecipare al processo di pace per l'area mediterranea.

Ancor più grave mi sembra mostrare la diffusione della religione islamica come il male del secolo, associando poi tale diffusione alla visione di un mondo arabo che ha come prevalente obiettivo quello di eliminare tutto ciò che nel mondo intero non rappresenta un legame con l'Islam. Una tale visione catastrofica diventa ancora più incisiva sull'opinione pubblica se è presentata da una buona penna giornalistica quale quella della Fallaci. Una grande giornalista con la quale non condivido l'impostazione generale e il modo con cui, nel suo ultimo libro "La forza della ragione", cerca di indottrinare il lettore verso la visione di un mondo arabo diversa da quella che realmente è, o che comunque a me appare.

Tali critiche, che si associano ad altre voci nel coro dell'antiislamismo, vengono in genere mosse narrando, attraverso una sorta di "censura soft" che viene diffusa con il tacito assenso di alcune forze politiche, fatti non sempre a tutti noti. Nel caso del recente libro della Fallaci mi sembra di notare un vero e proprio messaggio subliminale che viene diffuso attraverso analisi del passato e critiche alle antiche atrocità perpetrate sotto insegne religiose ora del cristianesimo, ora dell'Islam. Analisi e critiche che portano il lettore, quasi inconsciamente, ad uno stato di tensione e di avversione contro tutte le religioni, facendogli scaturire con gradualità un senso di odio verso l'islam, verso gli islamici e verso il mondo arabo in genere.

Un odio che si sviluppa, in noi europei, in parte attraverso un senso di difesa del cristianesimo e in parte attraverso una forma di orgoglio e di inconscia presunzione che potrebbe farci assurgere a detentori e custodi di "norme etiche e sociali di livello superiore". In tal senso, il termine "Eurabia" assumerebbe un aspetto sinistro, come di una catastrofe imminente incombente sull'intera Europa, una spada di Damocle pronta a far saltare le nostre teste. Cosa ancor più grave è che tali analisi e le personali valutazioni di alcuni studiosi, scrittori e giornalisti vengono fatte in un periodo così difficile per la sicurezza mondiale.

Una sicurezza costantemente minata da terroristi islamici che, di certo, nulla hanno in comune con i principi dell'Islam, né con la pace, né con la civiltà del mondo arabo, le cui tracce sono ancora oggi presenti in molte regioni europee. Terroristi che trovano la copertura in madri che, accondiscendenti al "suicidio-assassinio", definito "martirio", perpetrato dai loro figli, fanno sorgere qualche legittimo dubbio sulla passiva accettazione di tale insano gesto ed in particolare se ciò possa essere giustificato da convinzioni religiose o da utilità economiche. Infatti a volte è stato scoperto come il "martirio" sia stato poi utile alla risoluzione di problemi familiari di ben altro tipo. In ogni caso si tratta di madri che non hanno certamente rispetto per la vita terrena dei loro figli, andando contro quanto di più naturale esista nella razza umana: l'amore materno.

Sono le madri che dovrebbero dare la vita per i loro figli e non stimolarne la morte, nè mi sembra di avere avuta notizia di madri che si sono rese martiri al posto dei loro figli. E se è vero che dietro il suicidio c'è un compenso economico per la famiglia, tale azione non ci fa tornare alla mente quelli che vendevano e che ancora vendono vite umane pur sapendo che dietro tale vendita si cela una vita di sofferenza, se non di morte atroce, per gli uomini, per le donne e per i bambini oggetto della vendita? Quante volte abbiamo assistito in televisione a ferventi congratulazioni e a veri e propri onori che venivano tributati alle "povere madri" che si erano private dei loro figli, quasi a farle assurgere ad un grado sociale più elevato, con un consequenziale maggiore rispetto da parte dei parenti e dei vicini di casa.

Ritornando al termine "Eurabia", quindi, si corre il rischio che lo stesso venga visto sotto una luce sinistra, invece di interpretarlo come una evoluzione sociale di popoli di buona volontà che, interscambiandosi conoscenze e aiutandosi reciprocamente nei processi di sviluppo, tendono a ridurre la differenza sociale ed economica che ancora li divide. Popoli così vicini geograficamente, ma ancora così lontani per tradizioni, usi costumi, lingua e religione. Popoli che comunque sono destinati ad organizzare e ad armonizzare assieme lo sviluppo dei propri territori.

Se il nostro Papa Giovanni Paolo II si è spesso prodigato perché si desse decorosa accoglienza agli immigrati certamente lo ha fatto e lo continua a fare nella consapevolezza che siamo tutti figli dello stesso Dio. Ed è questo il principio che deve ispirare le nostre azioni. Infatti, le differenze di credo religioso tra i vari popoli sono sostanzialmente determinate dal luogo di nascita, da problemi culturali, da tradizioni familiari, dall'indottrinamento che sin da bambini viene fatto loro, ecc. Una religione fondata su principi di pace non potrà mai inculcare negli uomini l'odio verso i suoi simili, mentre ha il diritto-dovere di difendersi da eventuali attacchi che mirano alla cancellazione della propria identità.

La forza della ragione, così abilmente espressa dalla Fallaci nel suo recente libro, non mi sembra una reazione emotiva e trovo ancora difficile dare giustificazione a tanto rancore e tanto odio viscerale verso tutte le religioni ed in particolare verso l'islam e verso tutto il mondo arabo. Non credo che l'istigazione all'odio possa partorire la pace, né contribuire a risolvere i problemi legati al terrorismo islamico che appaiono di ben altra natura.

2. Immigrazione

L'istigazione ad agire contro il mondo musulmano spinge poi facilmente ad assumere posizioni negative verso l'immigrazione. Ma più che schierarci contro l'immigrazione dovremmo stimolare un maggiore controllo della stessa. Condannare l'immigrazione significa condannare anche i nostri avi che attraverso l'immigrazione hanno partecipato a fare sviluppare economie e civiltà di interi paesi, alla organizzazione sociale degli Stati Uniti di America, alla crescita industriale del nord Italia.

Certamente ciò non significa approvare che gli immigrati possano entrare e convivere nel nostro Paese in modo incontrollato. Un Paese civile deve avere la conoscenza generale del proprio territorio e, prioritariamente, la conoscenza delle persone che vi risiedono, vi abitano temporaneamente o semplicemente vi transitano. Tale conoscenza è essenziale soprattutto per i problemi di sicurezza generale. Pertanto, è impensabile che si possano ospitare persone di cui non si conosce l'identità e spesso l'esistenza stessa.

Non è pertanto ammissibile che una donna in Europa possa avere un carta di identità con una foto che la rappresenta avvolta nel proprio velo. Non si capisce, infatti, come possa essere riconosciuta tale persona e quindi quale validità possa avere tale documento. Come si può garantire la sicurezza pubblica in un Paese dove possono entrare ufficialmente persone irriconoscibili? Pertanto, un forte controllo deve essere esteso anche a coloro che accolgono stranieri senza alcun permesso di soggiorno.

Spesso tale accoglienza è legata al maggior profitto che si può trarre dal lavoro fornito da povera gente disperata che, pur di garantirsi la sopravvivenza, accetta di svolgere qualsiasi attività, anche rischiosa per la propria incolumità, senza alcuna copertura assicurativa e assistenziale. Tanta di questa gente, ufficialmente non denunciata, appare e scompare, a volte definitivamente, senza lasciare alcuna traccia e se qualche traccia viene ritrovata non di rado conduce alla scoperta di un corpo abbandonato e senza vita. Molte donne e bambini sono ancor oggi oggetto di lucrosi e turpi commerci e di violenze fisiche e psichiche, senza alcuna possibilità di scelta alternativa per la loro vita ingrata.

Certo non è questa l'immigrazione che dobbiamo augurarci di accogliere. Vorremmo un ingresso di gente che, con il consenso del Governo del Paese di appartenenza, possa espletare la propria attività lavorativa in modo decoroso e in armonia con noi. D'altra parte non è pensabile che il Paese ospitante debba adattare i propri usi e costumi a quelli dell'ospite. È l'ospite che avendo chiesto di partecipare alla vita di quel Paese deve sapersi adattare, quindi, la richiesta di accoglienza dovrebbe presupporre anche la conoscenza del modo di vivere del popolo ospitante.

Non è pensabile che un lavoratore venga escluso dal lavorare il sabato, se il lavoro deve essere espletato di sabato, sol perchè tale giorno rientra nel giorno sacro e non lavorativo per la sua religione. Così come ci sono posti che non consentono una assenza programmata per la preghiera durante le ore della giornata, ma la continua presenza del lavoratore sul posto di lavoro.

Sono altri gli adattamenti che potranno essere legittimamente richiesti e che è giusto che vengano concessi, ma senza che ciò debba causare disagi o danni al popolo ospitante. Tali richieste, se perpetrate da parte di immigrati, potrebbero sembrare azioni provocatorie e istigatrici di tensioni sociali, legate a falsi aspetti religiosi, utili soprattutto per una maggiore visibilità di chi le provoca o forse anche per motivi ancora più gravi.

Un immigrato deve essere ospitato solo dopo l'assenso da parte del Paese di provenienza e di quello ospitante, quindi dopo che sia stata riconosciuta l'utilità e la compatibilità sociale della sua presenza che spesso diventa permanente. In tal caso l'immigrato deve potere assumere gli stessi diritti-doveri degli abitanti del Paese ospitante. Il mancato riconoscimento ufficiale di tale immigrazione agevola la nascita del commercio di essere umani per l'espletamento di attività lavorative o per fatti ancora più gravi, riportando così i nostri Paesi indietro di tanti secoli, ai periodi in cui la vita umana era semplice merce di scambio o di vendita.

3. I ricordi delle antiche lotte religiose.

Mi sembra veramente riduttivo e certamente anacronistico ricordare sempre ed in ogni occasione le atrocità che, sotto le insegne delle diverse religioni, sono state perpetrate nei secoli scorsi. Sono racconti storici triti e ritriti di azioni lontane nel tempo. Credo che non dia più alcun apporto pratico ricordare ancora, quale monito, le invasioni e gli eccidi perpetrati da islamici o da cristiani, dalle invasioni arabe o dalle crociate o i periodi scuri delle streghe sui roghi.

Dobbiamo avere la forza di pensare ad un futuro migliore. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, disse Gesù di Nazaret in occasione della lapidazione di una prostituta (una adultera n.d.r.). Certamente il riferimento non era alla sola lapidazione, che rappresenta una morte violenta così come la rappresentano altre pene capitali che venivano e che vengono ancora praticate in varie parti del mondo, ma alle azioni in genere. .."



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