Corso di Religione


CRISTIANESIMO
INTRODUZIONE

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Chi è Gesù? di A. Maggi -www.studibiblici.it

".. Le uniche sicure informazioni che si hanno su Gesù, sono quelle trasmesse dagli evangelisti e dagli altri scritti del Nuovo Testamento. Ebbene, anche da una lettura superficiale dei vangeli, risalta immediatamente la pericolosità di Gesù per i suoi contemporanei.

Leggendo i vangeli, non meraviglia che Gesù sia stato assassinato, ma sorprende come sia riuscito a sopravvivere così a lungo. Il dato che infatti, emerge sin dalle prime pagine dei vangeli è che Gesù è riuscito a scatenare contro di sé un odio mortale tale da riuscire a far coagulare forze tra loro rivali e ad alienarsi il sostegno e la simpatia della famiglia, dei discepoli, dell’intero popolo, oltre a suscitare l’ostilità del mondo religioso. Situazione che viene magistralmente delineata e riassunta da Giovanni con la sua affermazione: “Venne tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11).

jMatteo, nel suo vangelo, anticipa i tentativi di eliminare il Messia collocandoli già al suo primo apparire, con l’ordine del re Erode di sterminare “tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù” (Mt 2,16).

Già nel capitolo terzo del vangelo di Marco, compare la decisione di sbarazzarsi di Gesù. Gesù, per il quale il bene dell’uomo viene sempre prima dell’onore da rendere a Dio, ha guarito l’uomo con la mano inaridita pur essendo sabato, giorno del riposo assoluto. I presenti, anziché gioire, perché Gesù ha restituito salute e dignità all’invalido, reagiscono con rabbia omicida: “E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire” (Mc 3,6).

Nel vangelo di Luca il tentativo di uccidere il Cristo ( in ebraico messia significa unto, consacrato, ed era appellativo di re, sacerdoti e profeti . N.D.R.) appare già al capitolo quarto. Gesù per la prima volta predica nella sinagoga della sua città, Nazaret, ma quel che dice non suscita entusiasmo, bensì furore.

L’apertura universale dell’amore di Dio, manifestata da Gesù, non era stata infatti gradita dai nazionalisti nazaretani: “all’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno, si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Lc 4,28-29).

Giovanni In questo vangelo la decisione di eliminare Gesù viene presa dopo la guarigione dell’infermo nella piscina di Betzaetà: “I Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5,18).

Il progetto di Dio, che ogni uomo diventi figlio suo, è considerato dalle autorità religiose un crimine da estirpare con la morte. Le colpe del Cristo Secondo Giovanni, per catturare Gesù si scatena un'operazione di polizia senza pari. Vengono infatti impiegati “la coorte con il comandante e le guardie dei Giudei” (Gv 18,3.12).

Il termine coorte (gr. speira) indica un distaccamento tra 600 e 1000 soldati al comando del procuratore romano per il mantenimento dell’ordine nella città di Gerusalemme. Le guardie in servizio al tempio di Gerusalemme, erano circa duecento, alle dipendenze del sommo sacerdote per la sicurezza del Tempio. Tra i due corpi c’era profonda rivalità e inimicizia, ma ora le due forze di polizia sono unite, di fronte a un unico pericolo. Impiegare un migliaio di uomini armati per catturare un solo individuo, che tra l'altro non solo non oppone resistenza, ma si consegna da solo, vuol significare che questa persona è estremamente pericolosa.

Chi era e che cosa aveva fatto questo Galileo di tanto pericoloso?

Le sue credenziali sono pietose. Nel mondo giudaico il documento più antico che parla di Gesù lo definisce “un bastardo di un’adultera” (Yeb. M. 4,13), giustiziato “perché aveva praticato la stregoneria, sedotto e sviato Israele” (Sanh. B. 434a).

“A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).

La situazione non migliora nei vangeli, dai quali risulta che gli stessi familiari di Gesù non hanno nessuna considerazione di questo loro strano e ingombrante parente (“neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui” Gv 7,5). Per essi è solo un matto da togliere dalla circolazione in quanto è il disonore della famiglia: “I suoi, uscirono per andare a catturarlo, poiché dicevano: è fuori di testa” (Mc 3,21).

Il giudizio negativo del clan familiare di Gesù è abbondantemente confermato
- dalle autorità religiose, che alla pazzia aggiungono una connotazione religiosa, l'indemoniamento: “Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo state ad ascoltare?” (Gv 10,20; cf 8,52; Mc 9,30);
- dagli scribi, teologi ufficiali dell’istituzione religiosa giudaica, per i quali Gesù è un “bestemmiatore” (Mt 9,3) e, come tale, meritevole della pena di morte. Per essi Gesù opera perché “è posseduto da Beelzebul e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni” (Mc 3,22);
- dai sommi sacerdoti e dai farisei, per i quali il Cristo “è un impostore” (Mt 27,63);
- dalla folla, per la quale Gesù è uno che “inganna la gente” (Gv 7,13).
- dai suoi stessi compatrioti, per i quali Gesù non era altro che “motivo di scandalo”, che guardano scettici e sospettosi questo nazaretano fuori da ogni norma. Compaesani che faranno pronunciare a Gesù, sconcertato per la loro incredulità, parole molto amare: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (Mc 6,4).

Nessuno era riuscito a capire chi fosse Gesù.

La novità da lui portata era al di fuori della comprensione dei suoi contemporanei, che non riuscivano a vedere in lui se non la riedizione di figure del passato, come Elia, Geremia, uno dei profeti, o Giovanni Battista redivivo (Mt 16,15; 14,2), proprio quel Battista che Gesù era riuscito a deludere.

Infatti, persino Giovanni Battista, che pur aveva riconosciuto Gesù come il Messia atteso, constatato che il Cristo si comporta diversamente dal giustiziere che egli aveva annunciato alle folle (Mt 3,12; Lc 3,9), dal carcere gli invia un ultimatum che suona come una sconfessione: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (Mt 11,3).

Un uomo "solo ".

Nei vangeli risalta la solitudine che ha accompagnato l’esistenza di Gesù, quel Cristo che “i suoi non hanno accolto (Gv 1,11). Persino gran parte dei suoi stessi discepoli, una volta conosciuto il programma di questo Messia, l’hanno abbandonato: “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66). Gli rimangono solo i Dodici. Tra questi uno è un diavolo (Gv 6,70), e fra gli altri “ci sono alcuni che non credono” (Gv 6,64).

Di questa sua solitudine approfitteranno i dirigenti del popolo, per i quali Gesù era un pericolo pubblico che occorreva eliminare al più presto, prima che il suo messaggio si divulgasse tra la gente. “Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui” (Gv 11,48), è infatti l’impaurito commento di sommi sacerdoti, dei farisei e di tutto il sinedrio, allarmati dal fatto che “il mondo gli è andato dietro! (Gv 12,19).

Ma i capi esitavano, avevano “paura della folla” che considerava Gesù un profeta (Mt 21,46; Mc 12,12). Quando finalmente le autorità riusciranno a catturarlo, Gesù sarà consegnato a Pilato, accusato dai capi religiosi di essere un malfattore e abbandonato dalla sua stessa gente (“La tua nazione e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me”, Gv 18,35).

È il fallimento totale per questo Galileo conosciuto dalla gente come “un ghiottone e un gran bevitore”, uno che non ha frequentato le persone che si addicevano al preteso ruolo di Figlio di Dio, ma che è conosciuto per essere amico della feccia della società, “pubblicani e peccatori” (Mt 11,19), “gente maledetta che non conosce la Legge” (Gv 7,49).

Perché tanto astio attorno alla figura di Gesù?

pCosa ha detto e fatto di tanto grave da attirarsi contemporaneamente diffidenza, ostilità, rabbia omicida, che lo condurranno a finire, nella più completa solitudine: - rifiutato dalla famiglia, - abbandonato dai suoi discepoli, - deriso dalle autorità religiose, - ridicolizzato dai romani, - inchiodato al patibolo riservato ai maledetti da Dio (Dt 21,23; Gal 3,13)? “Se non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato” (Gv 18,30).

Chi era, o meglio chi non era, questo carpentiere proveniente dalla malfamata Nazaret di Galilea? (Gv 1,46). Due definizioni di Gesù, presenti costantemente nei vangeli, aiutano a comprendere chi fosse.

Il Cristo viene definito quale Figlio di Dio e Figlio dell’uomo.

Gesù è Figlio di Dio in quanto manifestazione di un Dio in forma umana (Ef 2,7).

Gesù è Figlio dell’Uomo, in quanto espressione dell’uomo nella pienezza della condizione divina.


Nei vangeli, il Figlio dell’uomo (Ho huios toû anthrôpou) indica colui agisce in terra come Dio stesso (Mt 9,6), colui che rende presente il divino nella storia umana, e per questo rappresenta il massimo dell’umanità, l’Uomo per eccellenza.

Entrambe le definizioni si completano e presentano Gesù quale l’Uomo-Dio, manifestazione visibile del Dio invisibile. Gesù è pertanto figlio di Dio e Dio lui stesso. Ma quale Dio? Per comprenderlo occorre esaminare quel che Giovanni, nel Prologo al suo vangelo, afferma: Dio nessuno lo ha mai visto: l'unigenito Dio, che è in seno al Padre, è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18).

L'evangelista contraddice quanto la stessa Scrittura, parola di Dio, affermava. Nessuno, scrive Giovanni, ha mai visto Dio. Eppure nella Bibbia si trova chiaramente asserito che molti personaggi hanno visto il Signore, come Mosè con Aronne, Nabad, Abiu, e settanta anziani al momento della conclusione dell'alleanza al Sinai “videro il Dio d'Israele... e tuttavia mangiarono e bevvero” (Es 24,10-11; 33,11; Nm 12,6-8; Dt 34,10).

Con la sua affermazione, l'evangelista relativizza l'importanza di queste esperienze: nessuno ha mai visto Dio. Per cui tutte le descrizioni di Dio che sono state fatte, sono tutte parziali, limitate e a volte false. Solo Gesù, l'unico figlio, per la sua piena esperienza personale ed intima, può rivelare e far conoscere chi è Dio. Per questo occorre dimenticare quel che si sapeva di Dio e imparare invece da Gesù, “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), che ne è l'unica spiegazione.

Non si deve partire da un’idea preconcetta di Dio per poi concludere che Gesù è esattamente uguale a lui. Il punto di partenza non è Dio, ma Gesù. Per questo l'evangelista invita il lettore a prestare attenzione alla persona di Gesù, poiché solo in lui si può conoscere il vero volto di Dio, come arriverà a riconoscere l’apostolo Tommaso con la più alta professione di fede contenuta nei vangeli: “Mio Signore, mio Dio” (Gv 20,28).

Questo processo di crescita nella comprensione della figura di Gesù, e della pienezza della sua divinità, è stato lento e non facile.

Nonostante che da tanto tempo Gesù stesse con i discepoli, questi non erano ancora arrivati a conoscerlo, e Filippo deve chiedere a Gesù “mostraci il Padre” (Gv 14,8). Gesù gli risponde: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Gesù invita il discepolo a partire dall’esperienza che ha di lui e da lì giungere alla conoscenza del Padre: non Gesù è uguale a Dio, ma Dio è uguale a Gesù.

Ogni idea di Dio che non possa verificarsi in Gesù va eliminata. Unico criterio di credibilità che Gesù offre per la sua categorica affermazione, sono le opere: “Io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse” (Gv 14,11).

Le opere di Gesù sono tutte azioni rivolte all’uomo per restituirgli la vita, per arricchirlo, per liberarlo, donandogli dignità e libertà.

Con la parola e le opere, Gesù propone un'immagine di Dio che è completamente sconosciuta nel panorama religioso contemporaneo, e segna il passaggio dalla religione (intesa come ciò che l’uomo deve fare per Dio), alla fede (quel che Dio fa per l’uomo). Gesù, quale figlio dell’uomo, pienezza dell’umanità, e quale figlio di Dio, manifestazione visibile di quel Dio che “nessuno ha mai visto” (Gv 1,18), nell'insegnamento e nella pratica si è mostrato come un Dio inedito e insolito, sconcertante e sorprendente.

Un Dio che non poteva essere né compreso, né inserito nei parametri religiosi tradizionali, un Dio che si poneva al di fuori di tutto quel che poteva essere racchiuso nel termine “religione”, un Dio completamente nuovo che, per essere compreso, esigeva un cambio di rotta nella vita del credente, una conversione che sarà la condizione previa per poterlo accogliere (Mc 1,15), come il vino nuovo esige otri nuovi (Mt 9,17).

Il Dio che Gesù ha fatto conoscere ai suoi discepoli non si comporta come un sovrano, ma come servo degli uomini.

Con Gesù non è più l'uomo al servizio di Dio, ma Dio al servizio degli uomini, un Dio che “non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10,45; Mt 20,28). Il termine obbedienza (gr. ypakouô) è presente nei vangeli solo 5 volte ma mai riferita alle persone: sempre ad elementi nocivi e contrari all'uomo: vento e mare (Mt 8,27; Mc 4,41; Lc 8,25), spiriti immondi (Mc 1,27), o cose: il gelso (Lc 17,6. 12)

L'immagine di un Dio a servizio degli uomini è per Gesù talmente importante che, nell'ultima cena, dopo aver fatto dono di sé come alimento vitale per i suoi (pane e vino), dichiara: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27).

Il servizio è l'attività che svela l'identità di Gesù.


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Ribaltando logica e consuetudine, Gesù paragonerà Dio a un padrone che, rientrato a notte fonda da un viaggio e, trovati i servi ancora svegli, anziché sedersi a mensa e farsi servire, “li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). Un Dio che mette tutta la sua forza d'amore a disposizione degli uomini per innalzarli al suo stesso livello.

Per questo nell'ultima cena Gesù, “il Signore”, compie un lavoro da servo, affinché i servi si sentano signori (Gv 13,1-17). Lavando i piedi ai discepoli, Gesù, l'Uomo- Dio, dimostra che la vera grandezza non consiste nel dominare, ma nel servire gli altri. Gesù, ponendosi all'ultimo posto, non solo non perde la dignità, ma manifesta quella vera, quella divina: “Io Yahvé, sono il primo e io stesso sono con gli ultimi” (Is 41,4).

La condizione dell'uomo nei riguardi di Dio, pertanto, non è più quella del servo verso il suo Signore, ma quella del figlio nei confronti di un Padre che lo invita a raggiungere la condizione divina.

E come Gesù non è servo di Dio, ma “figlio del Padre” (2 Gv 1,3), ugualmente coloro che gli danno adesione non saranno suoi servi (Gv 15,15) ma, in quanto figli dello stesso Padre, fratelli che con lui e come lui sono chiamati a collaborare al progetto di Dio sull'umanità (Mt 28,10).

In Gesù, l’Uomo-Dio, si manifesta la pienezza dell’amore del Padre, un Dio-Amore che non è un rivale dell’uomo, ma suo alleato, che non lo domina, ma lo potenzia, non lo assorbe, ma si offre all’uomo per comunicargli la pienezza della sua vita divina (“La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi uno”, Gv 17,22).

È Dio che prende l’iniziativa di amare gli uomini (“Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi”, 1 Gv 4,10), e con Gesù, “Dio con noi” (Mt 1,23), Dio non va più cercato, ma accolto, e con lui e come lui, di andare verso gli uomini.

È lo stesso concetto espresso da Paolo nella seconda Lettera ai Corinti, dove dichiara che “Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). 13 Con Gesù l'uomo non deve più innalzarsi per fondersi con il suo Dio, ma accogliere un Dio che discende per comunicare all'uomo il suo amore e fondersi con lui (“Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui” (Gv 14,23), un Dio che cerca l'uomo per trasmettergli la pienezza della sua divinità.

Un Dio che, come il vignaiolo con la vigna, coopera alla riuscita della vite, eliminando tutto quel che impedisce la produzione di un frutto sempre più abbondante (Gv 15,2). Con Gesù, l’uomo, tempio dello Spirito, è l’unico vero santuario di Dio “Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3,16; 2 Cor 6,19).

Il nuovo volto di Dio proposto da Gesù è quello di un Padre che, anziché togliere, dona, che non diminuisce l'uomo, ma lo potenzia.

Un Dio che “non abita in templi costruiti dalle mani dell'uomo né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa” (At 17,24-25).
Nell’incontro con la donna samaritana, Gesù manifesta la grande novità nel rapporto con Dio: l’uomo non deve offrire nulla a Dio, ma accogliere un Dio che si offre all’uomo. Per questo alla samaritana, che desiderava sapere dove recarsi per offrire culto a Dio (Gv 4,19-20), Gesù risponde che è Dio che si offre a lei, donandole la sua stessa capacità d'amare.

L'unico culto che Dio richiede non è rivolto a sé, ma è la pratica di un amore fedele agli uomini. Dare culto al Padre è collaborare alla sua azione creatrice comunicando vita agli uomini.

Per questo Dio non chiede sacrifici alle persone, ma è lui che s'è fatto sacrificio per donarsi alla gente: “Voglio l’amore non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6). Il Dio di Gesù non toglie il pane agli uomini, ma è colui che si fa pane per comunicare vita all’umanità (“Questo è il mio corpo”, Mt 26,26).

Il culto richiesto dalla Legge di Mosè esigeva dall’uomo la rinuncia di determinati beni per offrirli a Dio (primogeniti del bestiame, decime, ecc.). Era una diminuzione dell’uomo, un culto di servi davanti a un Dio sovrano. Il nuovo culto proposto da Gesù “A quanti l'hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10).

Gesù non umilia l’uomo, ma lo potenzia, rendendolo ogni volta più somigliante al Padre.

L’antico culto sottolineava la distanza tra Dio e gli uomini, il nuovo tende a sopprimerla. Il culto a Dio non è altro che la vita stessa vissuta a favore del bene degli altri (Rm 12,1). Essendo l’amore la linea di sviluppo dell’uomo, questa crescita nell’amore realizzerà in lui il progetto creatore, portandolo a un’assomiglianza ogni volta maggiore con il Padre.

Mentre la religione presenta un Dio che discrimina tra meritevoli e no del suo amore, e che rifiuta la pioggia ai peccatori (Am 4,7; Ger 14,1-10), Gesù mostra un Padre “che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45). La comunione con Dio non dipende dai meriti e dagli sforzi dell'uomo, ma dall'accoglienza di un amore che è dono gratuito, e come tale va trasmesso (Mt 10,8).

Nessuna persona, qualunque sia la sua condotta morale o religiosa può sentirsi esclusa dall’amore del Padre. Il Padre di Gesù non esclude nessuno dal suo amore, perché Dio non guarda i meriti, o le virtù delle persone, ma i loro bisogni e le loro necessità.

Meriti non tutti possono vantarli, bisogni tutti li hanno. Tra il fariseo che vantava le proprie virtù, e il pubblicano che non aveva altro da mostrare che la sua miseria, Dio sorvola sugli inutili meriti del pio fariseo, e si sente irresistibilmente attratto dalle necessità del pubblicano peccatore (Lc 18,9-14).

E Gesù, il “Dio con noi” (Mt 1,23), va in cerca degli esclusi della società, per avvolgere anche loro dell’amore del Padre.

Ecco perché invita a seguirlo gli esclusi d’Israele, quali erano i pubblicani e i peccatori, individui per i quali non c’era alcuna speranza di salvezza. Ma il Signore, che non ha il mandato di giudicare il mondo, bensì che questo si salvi per mezzo di lui(Gv 3,17), “è venuto a cercare e a salvare quel che si considerava perduto” (Lc 19,10), come un medico inviato a curare e guarire gli ammalati (Mc 2,17).

Dopo un’iniziale resistenza da parte dei discepoli di Gesù, di comprendere che l’amore del Padre non è limitato a un popolo, a una religione, ma è universale e si rivolge a tutti, la chiesa delle origini, per bocca di Pietro, formulerà quella verità che è la pietra fondante della comunità cristiana: “Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo” (At 10,28).

Dio non tollera che in suo nome si possano discriminare persone, a tutte è rivolto il suo amore. È questo il motivo per il quale 15 Gesù accoglie l’impuro lebbroso (Mt 8,1-4) e l’immonda emorroissa (Mt 5,25-29), la peccatrice perdonata (Lc 7,36-50) e il pubblicano (Mt 9,9), personaggi rappresentativi degli esclusi di Israele, quelli che non potevano neanche pensare di avvicinarsi al Signore, perché sapevano che sarebbe stato un sacrilegio.

Quando hanno il coraggio di farlo, non ricevono un rimprovero né un rifiuto, ma un incoraggiamento, e si accorgono che il vero sacrilegio era la loro separazione da Dio: “La tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34; Lc 7,50).

Quel che agli occhi della religione era considerato sacrilegio, per Gesù è espressione di fede.
Sacrileghi non sono i peccatori, ma i capi religiosi che li separano da Dio.

Scribi e farisei credevano che il Regno di Dio tardasse a realizzarsi per colpa dei pubblicani e peccatori. In realtà questi, con Gesù, sono già alla mensa del Regno, come avvertirà Matteo nel suo vangelo: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli” (Mt 21,31-32).

L’accoglienza dell’amore del Padre è preceduta dal suo perdono incondizionato.

Nel salmo 139, il pio salmista esclama: “Ah, se Dio sopprimesse tutti i peccatori!” (v. 19), e il Siracide rincara la dose: “L’Altissimo odia i peccatori” (Sir 12,6). L’atteggiamento di Gesù nei confronti di quelli che erano considerati peccatori è differente, non li allontana, ma li avvicina, non li minaccia, ma comunica loro amore.

Secondo il Concilio Vaticano II, “il peccato è una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di conseguire la propria pienezza” (Gaudium et spes, 13). Gesù non nega il peccato, che definisce come una malattia che impedisce all'uomo di essere pienamente integro, ma rifiuta l'idea che vede nel peccatore un contaminato che occorre evitare: per il Signore è un ammalato che occorre guarire. Per questo il Dio che si manifesta in Gesù non solo non toglie la vita ai peccatori, ma gli comunica la sua.

Secondo la religione, l’uomo peccatore doveva pentirsi delle sue colpe, chiedere perdono, offrire un sacrificio riparatore e poi ricevere il perdono per essere degno di avvicinarsi al Signore. Ma con Gesù, il perdono di Dio viene concesso prima del pentimento del peccatore, come ben compreso e formulato da Paolo nella Lettera ai Romani: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi [ a nostro favore ] ” (Rm 5,8).

Per Gesù non è necessario che l’impuro peccatore si purifichi per esser degno di accogliere il Signore, ma è l’accoglienza del Signore che lo rende puro.

Gesù, manifestazione visibile dell'amore di Dio, non si concede come un premio per la buona condotta dei “sani”, ma si offre come forza vitale per i “malati” (Mc 2,17). Il suo pane non è un premio, ma un dono.

Il premio è una ricompensa che dipende dalle capacità (meriti) del ricevente, il dono dipende dalla generosità del donatore. Il Signore non compensa, regala (Mt 20,15). Questo fu, questo è, e questo sarà per sempre “Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10,38).

E questa è la buona notizia, annunciata e vissuta dal Cristo, che può ancora essere riproposta a uomini e donne che anelano alla pienezza della loro esistenza, e trovano in Gesù, solo in Gesù, la risposta alle loro aspettative: “Venite a me, voi tuttiche siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).
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Perché scegliere Gesù?di A. Maggi -www.studibiblici.it

" .. L’offerta religiosa è oggi vasta più che mai: si va dalle religioni tradizionali alle nuove mode orientaleggianti, dalla proposta di sistemi filosofici alle sètte più stravaganti, tutte pronte a rassicurare, gratificare ed esorcizzare le paure di sempre.

Tutte assicurano che l'accettazione dei loro insegnamenti, e la pratica dei relativi precetti, conducono alla salvezza (in un paradiso o in un nirvana), mentre la disobbedienza e la trasgressione sono severamente punite in questa vita o in quella futura.

Qualunque religione ha come aspetto basilare i tre grandi cardini della spiritualità: la preghiera, l'elemosina e il digiuno (Mt 6,1-18), e la certezza (o la pretesa) di essere l'unica via di salvezza.

Ogni religione si presenta infatti come quella vera, escludendo tutte le altre, denunciate come false o opera del demonio. Quando le circostanze storiche lo permettono, gli infedeli vengono obbligati ad abbracciare la vera fede. Se resistono vengono eliminati in nome di Dio, e la storia insegna che mai si ammazza con tanto gusto come quando si uccide in nome di Dio, che si chiami Yahvé, o Allah, o Signore, non fa alcuna differenza.

C'è da chiedersi: nel panorama religioso dell'epoca (e anche in quello attuale) che cosa ha portato Gesù di nuovo, che non sia già stato detto dai grandi saggi e santi dell'antichità? Gesù che cosa ha insegnato di nuovo che non sia già contenuto nella Legge data da Dio a Mosè, o formulato nei Libri Sacri delle religioni?


Non il concetto di Dio-Padre: la concezione di Dio quale padre è una caratteristica primordiale della storia dell'umanità e patrimonio comune delle religioni, da Zeus, definito da Omero “padre degli uomini e degli dèi” (Odissea 1,28), a Yahvé “il Signore, il nostro Dio, il nostro Padre” (Tb 13,4). Neanche per la salvezza Gesù sembra proporre un cammino originale.

Quando gli chiedono cosa si deve fare per ottenere la vita eterna, Gesù risponde che non è a lui che si devono rivolgere, perché già Mosè ha indicato nei comandamenti la via per la salvezza (“Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”, Mt 19,17).


La novità del messaggio di Gesù non consiste neanche nell'invito all'amore, presente in tutte le religioni, da quelle pagane a quella giudaica (Lv 19,18). È vero che Gesù ha sganciato la pratica dell'amore dal ristretto ambito del clan familiare, estendendola pure ai nemici (Mt 5,43-48), ma non è questa l'originalità della “buona notizia”. E comunque nessun profeta è mai morto per aver invitato la gente ad amarsi.


L'invito a non opporsi al malvagio e a porgere “l'altra guancia” (Mt 5,39) non solo non allarma i potenti, ma li rassicura. Anzi i detentori del potere si rallegrano quando sentono un messaggio che invita la gente a “non giudicare” (Mt 7,1), a “non condannare” (Lc 6,37) e a non resistere ai prepotenti (Mt 5,40-42).

Allora, perché scegliere Gesù?

 
 

Questa domanda, perché scegliere Gesù e non altro, in passato non si poneva. Cristo non si sceglieva, ma veniva imposto, senza altra alternativa che non fosse la dannazione eterna. Per ben quindici secoli, infatti, l’indiscusso imperativo della Chiesa cattolica era formulato con l’efficace e sintetico slogan “Extra Ecclesiam nulla salus”, stabilendo autorevolmente che “fuori della chiesa non esiste salvezza”. Non si sceglieva pertanto di essere cristiani, ma si era obbligati. L’alternativa era l’inferno.

Questa teologia si basava su uno degli errori di traduzione del Vangelo che più influì negativamente nella concezione della Chiesa, e riguarda il versetto 16 del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, conosciuto come il brano del “Buon Pastore” (Gv 10,11-16).

Nella polemica con i farisei e i capi religiosi, Gesù annuncia loro: Ed ho altre pecore che non sono di questo ovile. Anch' esse io devo guidare, ascolteranno la mia voce e saranno un gregge, un pastore (Gv 10,16). Il traduttore, forse lo stesso Girolamo, confuse il termine ovile (gr. aulês) della prima parte del versetto, con il termine gregge ( gr. poimnê ) della seconda parte, e anziché tradurre il greco poimnê (gregge) con il latino grex, lo rese con ovile, sicché si ebbe: “Fiet unum ovile unus pastor” E saranno un solo ovile, un solo pastore”.

Mentre il testo di Giovanni indicava che per Gesù era finita l’epoca dei recinti, per quanto sacri potessero essere, e per questo il Cristo liberava le pecore dall’ovile per formare un unico gregge, secondo la traduzione latina, Gesù liberava sì le pecore dall’ovile del giudaismo, ma per rinchiuderle poi nell’unico e definitivo ovile: quello della chiesa cattolica.

Forte di questo insegnamento del suo Signore, per quindici secoli la chiesa cattolica credette e pretese, pertanto, di essere l’unico ovile voluto dal Cristo, e nel 1442, al Concilio di Firenze, decretò: “La sacrosanta chiesa romana… fermamente crede… che nessuno al di fuori della chiesa cattolica, né pagani, né ebrei né eretici o scismatici, parteciperà alla vita eterna, ma andrà al fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli”. (Bulla unionis Coptorum Aethiopumque “Cantate Domino”, Decretum pro Iacobitis)

E la chiesa cattolica, nei successivi cinque secoli, considerò dannati per sempre tutti i cristiani delle chiese ortodosse e protestanti, insieme agli ebrei, ai musulmani e ai credenti delle altre religioni: in pratica tre quarti dell’umanità. Solo nel secolo scorso, con il ritorno al testo originale greco del Nuovo Testamento, si arrivò a una maggiore comprensione dell’insegnamento del Cristo, e il Concilio Vaticano II, nel 1964, cinquecentoventidue anni dopo quello di Firenze, dichiarò che Dio “come salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvi (cf. 1 Tm 2,4).Infatti, quelli che senza colpa ignorano il vangelo di Cristo e la sua chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna” (Lumen Gentium, 16). .

Con questa solenne dichiarazione, il Concilio ammise che la salvezza esisteva non solo anche nelle altre confessioni cristiane e nelle altre religioni, ma persino tra i non credenti che ascoltano la loro coscienza.

Non potendo più rivendicare l’esclusivo primato della salvezza, la chiesa si trova ora a dover rispondere all’interrogativo: Perché Cristo?

Se fino al secolo scorso si era di fatto obbligati a essere battezzati cristiani e cattolici, al fine di salvarsi, senza alcuna alternativa che non fossero le fiamme dell’inferno per tutta l’eternità, ora le nuove generazioni sanno che anche nell’ebraismo e nell’islamismo, solo per citare le due religioni che sembrano essere le più affini al cristianesimo, è possibile salvarsi.

Se è dunque vero che tutte le religioni conducono a Dio e quindi alla salvezza, perché mai si dovrebbe scegliere proprio Gesù e il suo impegnativo messaggio? E se si può scegliere, quali sono i criteri che spingono a preferire una religione piuttosto che un'altra, se in fondo sono tutte uguali?

Il problema oggi si pone in quanto, se fin della prima metà del secolo scorso era ancora raro imbattersi in appartenenti ad altre religioni, oggi, i mutamenti culturali e sociali fan sì che i bambini, già dall’asilo e dalle scuole elementari, si trovino a fianco a fianco con bambini musulmani, buddisti, confuciani, oppure bambini che non sono stati battezzati.

Pertanto la domanda “perché Cristo”, e non Mosè o Maometto, o Budda, o nulla, attende una risposta urgente.



Per questo è necessario conoscere chi è Gesù, che cosa ha rappresentato per i suoi contemporanei, e chiedersi se può essere ancora significativo, lui e il suo messaggio, oggi, dopo piĆ¹ di duemila anni, per gli uomini di questo secolo.


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