Corso di Religione

CRISTIANESIMO
LA CROCE

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La sepoltura



Matteo 

27,57 Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. 58 Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. 59
Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo 60 e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. 61 Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l'altra Maria.
Marco

15,42 Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, 43 Giuseppe d'Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. 44 Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. 45 Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46
Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro. 47 Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto.
Luca 

23,50 C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. 51 Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. 52 Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53 Lo calò dalla croce,
lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. 54 Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato. 55 Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, 56 poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. Eso 12,16 Nel primo giorno avrete una convocazione sacra; nel settimo giorno una convocazione sacra: durante questi giorni non si farà alcun lavoro; potrà esser preparato solo ciò che deve essere mangiato da ogni persona. Eso 20,9 sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; 10 ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. De 5,13 Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, 14 ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te.
Giovanni 

19,38 Dopo questi fatti, Giuseppe d'Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39 Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e
portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. 40 Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com'è usanza seppellire per i Giudei. 41 Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino. De 21,22 Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l'avrai messo a morte e appeso a un albero, 23 il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull'albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l'appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità. Eso 34,25 Non sacrificherai con pane lievitato il sangue della mia vittima sacrificale; la vittima sacrificale della festa di pasqua non dovrà rimanere fino alla mattina.
Sepolto

CUCC 624 “Per la grazia di Dio, egli” ha provato “la morte a vantaggio di tutti” ( Eb 2,9 ). Nel suo disegno di salvezza, Dio ha disposto che il Figlio suo non solamente morisse “per i nostri peccati” ( 1Cor 15,3 ) ma anche “provasse la morte”, ossia conoscesse lo stato di morte, lo stato di separazione tra la sua anima e il suo Corpo per il tempo compreso tra il momento in cui egli è spirato sulla croce e il momento in cui è risuscitato.

Questo stato di Cristo morto è il Mistero del sepolcro e della discesa agli inferi. E' il Mistero del Sabato Santo in cui Cristo deposto nel sepolcro [Cf Gv 19,42 ] manifesta il grande riposo sabbatico di Dio [Cf Eb 4,4-9 ] dopo il compimento [Cf Gv 19,30 ] della salvezza degli uomini che mette in pace l'universo intero [Cf Col 1,18-20 ].


Cristo nel sepolcro con il suo Corpo

Matteo
27,62 Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo: 63 «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. 64 Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». 65 Pilato disse loro: «Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete». 66 Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.

 625 La permanenza di Cristo nella tomba costituisce il legame reale tra lo stato di passibilità di Cristo prima della Pasqua e il suo stato attuale glorioso di risorto. E' la medesima Persona del “Vivente” che può dire: “ Io ero morto, ma ora vivo per sempre ” ( Ap 1,18 ).

 Dio [il Figlio] non ha impedito che la morte separasse l'anima dal corpo, come naturalmente avviene, ma egli li ha di nuovo ricongiunti l'uno all'altra con la Risurrezione, al fine di essere lui stesso, nella sua Persona, il punto d'incontro della morte e della vita arrestando in sé la decomposizione della natura causata dalla morte e divenendo lui stesso principio di riunione per le parti separate [San Gregorio di Nissa, Oratio catechetica, 16: PG 45, 52B].

 626 Poiché l'“Autore della vita” che è stato ucciso [Cf At 3,15 ] è anche il Vivente che “è risuscitato”, [Cf Lc 24,5-6 ] necessariamente la Persona divina del Figlio di Dio ha continuato ad assumere la sua anima e il suo corpo separati tra di loro dalla morte:

 La Persona unica non si è trovata divisa in due persone dal fatto che alla morte di Cristo l'anima è stata separata dalla carne; poiché il corpo e l'anima di Cristo sono esistiti al medesimo titolo fin da principio nella Persona del Verbo; e nella morte, sebbene separati l'uno dall'altra, sono restati ciascuno con la medesima ed unica Persona del Verbo [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 3, 27: PG 94, 1098A].“Non lascerai che il tuo Santo veda la corruzione” 

627 La morte di Cristo è stata una vera morte in quanto ha messo fine alla sua esistenza umana terrena. Ma
a causa dell'unione che la Persona del Figlio ha mantenuto con il suo Corpo, non si è trattato di uno spogliamento mortale come gli altri, perché “non era possibile che” la morte “lo tenesse in suo potere” [At 2,24] e perciò “la virtù divina ha preservato il Corpo di Cristo dalla corruzione” [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 51, 3].

Di Cristo si può dire contemporaneamente: “Fu eliminato dalla terra dei viventi” ( Is 53,8 ) e: “Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” ( Sal 16,9-10 ) [Cf At 2,26-27 ]. La Risurrezione di Gesù “il terzo giorno” ( 1Cor 15,4; 627 Lc 24,46 ) [Cf Mt 12,40; Gn 2,1; Os 6,2 ] ne era il segno, anche perché si credeva che la corruzione si manifestasse a partire dal quarto giorno [Cf Gv 11,39 ].


Sepolti con Cristo...”

 628 Il Battesimo, il cui segno originale e plenario è l'immersione, significa efficacemente la discesa nella tomba del cristiano che muore al peccato con Cristo in vista di una vita nuova: “Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” ( Rm 6,4 ) [Cf Col 2,12; 628 Ef 5,26 ]

cf. : la prima resurrezione dei santi

Capire la Sindone dagli usi funerari giudaici di Ada Grossi 26-03-2016 lanuovabq.it

" La Sindone di Torino è una sindone funeraria ebraica di particolare pregio. Per comprendere meglio questo straordinario reperto essa deve dunque essere analizzata in relazione agli usi funerari giudaici, che qui ripercorriamo brevemente.

La prima operazione da compiere era chiudere occhi e mascella del defunto (quella dell'Uomo della Sindone era probabilmente già serrata, avendo il rigor mortis fissato il capo in posizione reclinata sul petto); a meno che il defunto non fosse morto di morte violenta (come l'Uomo della Sindone), nel qual caso il sangue non veniva rimosso ma anzi conservato e sepolto con il corpo (infatti la Sindone ne è intrisa), il corpo veniva di norma lavato con acqua; successivamente esso veniva unto con olii e profumi (sulla Sindone sono presenti tracce di aloe e mirra.
Nicodemo portò alla tomba una grande quantità di una simile mistura, cfr. Gv 19,39, presumibilmente destinata in parte all'unzione della pietra ove fu composto Gesù, in parte all'unzione di corpo e Sindone e in parte infine a purificare l'aria); seguiva la deposizione nella tomba.

Le antiche tombe ebraiche, nella variante delle classi sociali più elevate, erano ambienti a più vani scavati nella roccia e chiusi all'esterno da un grosso masso fatto rotolare davanti all'entrata: al centro si trovava la pietra per la preparazione del cadavere, che veniva poi collocato in uno dei loculi ricavati nelle pareti e destinati ai diversi membri della famiglia (dopo un anno i resti venivano trasferiti in appositi ossari presso la medesima tomba).

Funerale e sepoltura avvenivano lo stesso giorno del decesso, prima del tramonto, perché non è mai lecito che un corpo trascorra una notte insepolto. Il terzo giorno, i congiunti tornavano a controllare il cadavere, per scongiurare rischi di morte apparente e completare la sepoltura (così intendevano fare le pie donne, le cosiddette mirofore, che trovarono invece il sepolcro vuoto).

La sindone funeraria avvolgeva il corpo senza legature, nodi o cuciture (a simboleggiare la caducità): al di sotto di essa, invece, potevano essere utilizzate corde o strisce di tessuto per tenere fermi gli arti durante il trasporto alla tomba (come le keriai di cui si liberò Lazzaro, il quale, sotto la sindone che certamente lo avvolgeva, aveva «i piedi e le mani legati con bende», cfr. Gv 11,44); non sappiamo se ne furono usate per Gesù: probabilmente no, dato il rapido e intenso rigor mortis seguìto alla morte violenta (né sulla Sindone di Torino ci sono segni di alcunché interposto tra corpo e tessuto).

Le sindoni potevano essere di vario tipo (pure o impure, di una o più pezze di tessuto, di materiali diversi, anche di risulta), ma quella più tipica era proprio un ampio telo di lino bianco.

La Sindone di Torino fu ricavata da un rotolo di lino dalla trama ricercata (a spina di pesce: rara ma bene attestata in Medioriente nell'antichità) e fu quasi certamente tessuta in ambiente giudaico, poiché rispetta la proibizione biblica della commistione di lino e lana (sha'anetz, cfr. Dt 22,11): la tessitura avvenne cioè con un telaio ritualmente puro, mai entrato in contatto con fibre di lana (il che rende più chiara la definizione di «sindone pura o monda» di Mt 27,59).

Poiché la purità rituale era richiesta per le vesti dei vivi ma non per una sindone funeraria, l'utilizzo di una sindone pura, oltre che nuova e pregiata (come quella acquistata da Giuseppe d'Arimatea, cfr. Mc 15,46), rivela la volontà di riservare al defunto un onore straordinario.

Quanto al filato di lino della Sindone, esso è a un capo solo con torcitura a Z, mentre in Palestina era comune quello con torcitura a S. È verosimile che tale filato fosse d'importazione e corrisponda a quello che le fonti rabbiniche chiamano hinduyin, di provenienza indiana; l'ipotesi pare rafforzata dai risultati di recenti analisi condotte da genetisti dell'Università di Padova su alcuni campioni sindonici: oltre a DNA di individui mediorientali ed europei (riconducibile all'Uomo della Sindone e a chi ebbe stretti contatti con il Lino), ne è stato individuato anche di appartenente a soggetti indiani (i filatori?).

Nei Vangeli la sindone di Gesù è descritta con due diverse parole greche di significato assai generico: il singolare sindòn nei Sinottici (Mt 26,59, Mc 15,46 e Lc 23,53) e il plurale othònia in Giovanni (Gv 19,40); va però ricordato che il greco non era la lingua madre di alcuno degli evangelisti e molti studi dimostrano che i Vangeli non furono originariamente scritti in greco (in particolare Matteo), bensì in aramaico o in ebraico.

Sindòn è un calco linguistico dall'ebraico sadin, ma è improbabile che il termine dell'originale semitico fosse proprio quello: è più probabile che sindòn traduca in modo generico, per i non ebrei, un termine semitico più specifico adatto a una sindone funeraria (nel Talmud, per es., si usa takrik / takrikim).

Parimenti generico è il giovanneo othònia, al plurale: alcuni studiosi sostengono che sia una figura retorica (plurale enfatico), altri lo considerano un artificio linguistico per descrivere un lungo lenzuolo piegato in due, sotto e sopra il cadavere (proprio come la Sindone di Torino); mi pare del resto significativo che anche nelle fonti rabbiniche la sindone funeraria venga indicata spesso con un plurale, takrikim.

Un ultimo appunto.

Le braccia dell'Uomo della Sindone furono composte sul pube
con la mano sinistra sopra la destra. Alcune tradizioni rabbiniche, anche se molto più tarde, prescrivevano il contrario: la mano destra era simbolicamente posta sopra la sinistra, per chiedere a Dio di usare sul defunto prima la Misericordia, rappresentata nella tradizione giudaica dalla destra, e poi la Giustizia, rappresentata dalla sinistra.

Disporre le mani dell'Uomo della Sindone nell'ordine inverso potrebbe forse derivare dalla convinzione di chi lo seppellì che quel particolare defunto, perfetto giusto, non avesse bisogno di misericordia: Gesù è e sarà sempre la misericordia stessa. "


Sindone, testimone della Resurrezione di Vincenzo Serra 25-03-2016

Le lesioni visibili sull’impronta dell’Uomo sindonico costituiscono una testimonianza molto preziosa dell’antichissima pratica della crocifissione, le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Nonostante le fonti scritte sulla crocifissione pervenute fino a noi siano innumerevoli, ancora oggi non conosciamo tutti gli aspetti e le implicazioni di questa antichissima pratica, le cui origini e la stessa provenienza geografica non possono essere stabilite con certezza.

Viceversa, sono molto rare le testimonianze archeologiche che possono far luce su questo terribile supplizio. Tra queste possiamo annoverare la Tabula Puteolana, ritrovata a Pozzuoli nel 1940, che riportava alcune norme per la crocifissione degli schiavi, i resti dell’uomo crocifisso di Giv’at ha-Mivtar, scoperti nei pressi di Gerusalemme nel 1968, e la Sindone di Torino.

Tuttavia, questo terribile supplizio era molto diffuso presso molti popoli dell’antichità come Assiri, Babilonesi, Egiziani, Persiani, Greci e Romani. Fu inoltre molto comune presso i Cartaginesi e i Romani probabilmente lo appresero da questi durante le guerre puniche.

Sappiamo di certo che nell’antica Roma il castigo della crocifissione era riservato agli schiavi, agli stranieri e ai membri delle classi sociali più deboli. A Roma esisteva un luogo specifico predestinato alla crocifissione degli schiavi, che Tacito identifica con il Campo Esquilino (Annales II, 32, 2), dove venivano erette numerose croci che potevano essere di diversa natura e forma, come si evince per esempio dalla testimonianza di Seneca (De Consolatione ad Marciam XX, 3).

Stando alle fonti antiche, la croce era costituita solitamente dallo stipes (palo verticale) e dal patibulum (palo orizzontale) e poteva presentare diverse forme tali da consentire di porre gli arti del crocifisso in diverse posizioni.

Le tipologie di croci più diffuse erano la crux immissa (†) che veniva assemblata attraverso l’inserimento del patibulum nello stipes, la crux commissa che presentava la forma di una T (il patibulum veniva innestato alla sommità dello stipes, in modo che nessun elemento della croce si innalzasse sopra il capo del crocifisso), la crux decussata, chiamata anche croce di sant’Andrea, che veniva realizzata incrociando due assi in diagonale (a forma di X), e la croce greca (+), in cui i quattro bracci di uguale misura si intersecavano ad angolo retto.

Nel suo resoconto della Passione, Giovanni lascia intendere chiaramente che alla fine del processo Gesù fu caricato del patibulum: «Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota» (Gv 19,17).

Le origini del patibulum come strumento di condanna dovrebbero essere ricercate nelle antiche domus romane, dove le porte venivano aperte e chiuse attraverso l’ausilio di travi orizzontali di legno, che all’occorrenza venivano utilizzate per punire gli schiavi ribelli.

Pare che proprio queste travi siano state poi utilizzate come parti di croci, quando le crocifissioni divennero più frequenti in tutto l’Impero.

La notizia giovannea sembra trovare conferma in alcuni segni che sono chiaramente visibili all’altezza delle spalle dell’Uomo sindonico. Si tratta di forti escoriazioni, causate probabilmente dal trasporto di una trave di legno molto ruvida e di notevole peso. Sebbene i resoconti evangelici della Passione siano concordi nell’affermare che una volta giunti sul luogo del Cranio i soldati crocifissero Gesù, non ci dicono quasi nulla sulle modalità di crocifissione.

Tuttavia, la Sindone sembra raccontare in immagine ciò che viene descritto nei resoconti evangelici della Passione. L’impronta visibile sul tessuto sindonico, infatti, è sicuramente quella di un uomo crocifisso, come si deduce dalla ferita presente sul carpo della mano sinistra, causata probabilmente da un chiodo, e dalla lesione del piede destro, provocata da un altro oggetto appuntito, riconducibile appunto ad un altro chiodo.

Non è certo se i piedi siano stati trafitti da uno o due chiodi: uno studio attento della posizione e dell’orientamento delle impronte dei piedi sembra avvalorare l’ipotesi del chiodo unico, con il piede sinistro sovrapposto al destro.

Tracce di un’altra crocifissione sono ben visibili nei resti di un uomo di cui conosciamo il nome, Jehohanan, rinvenuti nel 1968 nei pressi di Gerusalemme, in una località chiamata Giv’at ha-Mivtar. Le sue ossa erano contenute all’interno di un ossario, insieme a quelle di un bambino e all’osso cuboide (osso breve del tarso) di un terzo scheletro.

La scoperta più importante consiste nel fatto che il tallone di Jehohanan risulta perforato da un chiodo di 11,5 cm (la cui posizione lascia intuire le modalità di crocifissione di quest’uomo, con i piedi affissi ai lati del palo verticale).

Lo studio dei reperti ceramici e della tipologia delle sepolture all’interno della tomba dove era custodito l’ossario suggerisce di datare questa crocifissione all’epoca del Secondo Tempio o comunque in un periodo antecedente allo scoppio della prima grande rivolta ebraica, in quanto durante l’assedio di Gerusalemme (70 d.C.) non sarebbe stato possibile provvedere al riseppellimento in ossari custoditi nelle tombe che si trovavano fuori dalle mura della città.

In ogni caso, la Sindone rimane il testimone più eloquente della crocifissione, poichè il suo legame con i racconti della Passione è strettissimo. Essa infatti è icona dell’amore di Dio per gli uomini e ci richiama continuamente alla meditazione del mistero storico-salvifico della Passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, fondamento della fede cristiana. 




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