Corso di Religione

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CRISTIANESIMO. L'inferno.
         


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NOTALa nuova versione Cei ( Conferenza Episcopale Italiana) della Bibbia ha abolito il termine inferno.

La Bibbia contiene il termine " Regno dei morti" , in ebraico Sheol, in greco Ade, in latino Inferi. Il termine indicava nelle diverse lingue-culture lo stato della persona che ha subito la morte.

Le traduzioni cattoliche della bibbia in italiano fino al 2008 traducevano " Regno dei morti" con Inferno .

Nell'insegnamento della Chiesa Cattolica c'ĆØ il dogma del Purgatorio ma non quello specifico dell'Inferno. Questo rimane perĆ² un insegnamento costante.

TeologiaLuca Signorelli, Orvieto" ... Il tema dell'Inferno , benché sia stato trattato molte volte, ritorna continuamente di attualità. Le critiche che si muovono all'insegnamento della Chiesa su questo punto sono quasi sempre le stesse, ma con accentuazioni nuove e asprezze espressive che lasciano sconcertati i credenti e, dunque, richiedono risposte adeguate.

Due recenti interventi hanno riacceso il dibattito sull'Inferno. Il 19 novembre 1998 è apparsa sull’Espresso un'intervista del prof. Luigi Lombardi Vallauri, ordinario di Filosofia del Diritto all'Università di Firenze (al quale l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano non ha rinnovato l'incarico annuale d'insegnamento), in cui ci sono gravi affermazioni sull'Inferno.

Secondo i termini dell'intervista, esso è una "colossale ingiustizia, contraria a tutti i princìpi del diritto moderno, compresa la Costituzione italiana. Invece che rieducare il reo, come sarebbe giusto, l'Inferno lo condanna a una pena eterna, senza scampo. Nemmeno Dio ne esce bene da questo suo parto. Fa la figura di un padre che chiude i suoi figli reprobi in una stamberga orrenda e poi butta via la chiave, per sempre! L'Inferno decreta il fallimento totale della pedagogia di Dio!".

Il prof. Lombardi Vallauri aggiunge che "l'Inferno cattolico è una pena troppo smisurata in rapporto alle colpe commesse", perché si può andare all'Inferno per "peccati-bagattella", come un bacio tranquillo sine periculo pollutionis. Egli è particolarmente scandalizzato per il fatto che l'Inferno è comminato "per una colpa neppure commessa" come il peccato originale, un'invenzione di sant’Agostino per giustificare il battesimo, per cui vanno all'Inferno tutti i morti senza battesimo, anche i bambini. Ma le affermazioni più aspre il prof. Lombardi Vallauri le riserva per Gesù. "Gesù - egli afferma - era completamente dominato dall'idea dell'Inferno. Altro che buona novella! La sua novella è la più spaventosa che mai sia stata annunciata all'uomo. Ma tutti se lo sono scordati. Si dice che Gesù era buono e caso mai è la Chiesa a essere cattiva. Sbagliato. Gesù era cattivissimo".

Quanto a coloro che dicono che "l'Inferno c'è, ma è vuoto", il prof. Lombardi Vallauri osserva che "questa è la tesi di chi vuoi salvare capra e cavoli. Dicono che l'Inferno c'è per tener fermi Gesù e i loro dogmi. Dicono che è vuoto per salvare il loro buonismo, o meglio, l'attuale senso di giustizia e di misericordia di Dio. In ogni caso, il solo fatto di ammettere che Dio possa comminare l'Inferno è altrettanto grave del comminarlo per davvero". Spiega poi che la Chiesa non predica l'Inferno "perché se ne vergogna. E se magari volesse parlarne in luce nuova dovrebbe ritrattare secoli di suoi pronunciamenti. Autodistruggersi. E poi, tanto, a quell'Inferno quasi più nessuno crede. L'immensa maggioranza dei cattolici d'oggi la pensa come me"."Tanto, a quell'Inferno nessuno più crede" afferma, a conclusione della sua intervista all'Espresso, il prof. Lombardi Vallauri.

A questa affermazione si ricollega il prof. Pietro Prini nel suo recente volume, Lo scisma sommerso. Il messaggio cristiano, la società moderna e la Chiesa cattolica (Milano, Garzanti, 1999, 119), scrivendo: "Non siamo molto lontani dal vero, se dalle statistiche di sociologia religiosa che ho ricordato poco sopra [si tratta dell'inchiesta sulla "religiosità in Italia", compiuta dall'Università Cattolica di Milano e pubblicata nel 1995] risulta che non più di una modesta cifra che oscilla tra il 10 e il 20% di cattolici italiani tra i 18 e i 74 anni, di ambo i sessi, crede ancora che l'Inferno sia "un luogo di dannazione per punire i malvagi nelle fiamme eterne".

L'altro 60% - che dichiara di non credervi più, pur non rinunciando alla fede nella divinità di Gesù Cristo e, almeno per una fascia dal 20 al 40%, nell'origine divina della Chiesa - non costituisce forse per la Chiesa gerarchica una specie di scisma sommerso, che nessun affollamento di grandi piazze o di pellegrinaggi devoti o di giubilei millenari basta a isolare nel nascondimento della coscienza dove si parla davvero con Dio?" (p. 55).

Il prof. Prini - a quanto ci sembra di capire - vede in questa negazione dell'Inferno "un segno che la coscienza cristiana ha fatto un grande progresso nei venti secoli della sua storia" (ivi) rispetto alla "teologia fabulatoria della dannazione" (p. 47) di derivazione agostiniana (il prof. Prini riconosce "in Agostino un pesante residuo del suo giovanile pessimismo manicheo").

Rilevando poi che "il mondo com'è costruito dalla scienza e dalla tecnica moderne è un mondo esorcizzato dagli antichi segni dell'infernale", perché "la scienza e la tecnica hanno messo in fuga i diavoli con cui la fantasia teologica di Bosch popolava la natura" (p. 47); notando nello stesso tempo che l'autorità ecclesiastica, servendosi dell'idea dell'Inferno e del peccato originale, ha saputo ben gestire "la risorsa del metter paura", specialmente "quando all'eternità dell'Inferno si è aggiunta - ben presto nella devozione dei fedeli - la credenza di quell'Inferno temporaneo che è il "purgatorio" delle colpe meno gravi, della quale la Chiesa pastorale ha assunto in qualche modo l'amministrazione attraverso le preghiere dei vivi, le elemosine, le messe, le indulgenze" (p. 53), il prof. Prini denuncia "la minaccia che incombe sopra il cattolicesimo contemporaneo" (p. 8).

Essa consisterebbe nel fatto che la Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, non ha saputo attuare l'"aggiornamento" auspicato da Giovanni XXIII, adeguando il suo messaggio alla cultura scientifica contemporanea e, in tal modo, mettendo fine allo "scisma sommerso" di quei cattolici che, proprio per la mentalità generata dalla civiltà della scienza, non possono accettare né i primi racconti della Genesi (Adamo ed Eva, l'ubicazione dell'Eden), né il peccato originale, né satana, né l'Inferno eterno, né la confessione auricolare, né l'identificazione della pena con la "vendetta di Dio", né le vecchie forme dell'etica sessuale, che colpevolizzano il piacere, rifiutando la liceità di ogni atto o sentimento sessuale fuori del matrimonio.

La credenza cattolica nell'Inferno dunque sarebbe in contrasto con la giustizia e sarebbe una vergogna per la Chiesa (prof. Lombardi Vallauri); sarebbe inaccettabile per la mentalità moderna e la Chiesa col ribadirla provocherebbe uno "scisma" al suo interno (prof. Prini).

Che dire di queste due tesi che avrebbero molti punti in comune e che rappresentano il pensiero di parecchi cattolici di oggi?

Ci sembra che alla loro base ci sia un'erronea concezione dell'Inferno, più popolare che teologicamente corretta, tanto da falsificare gravemente quanto la dottrina cattolica afferma in merito, sia sulla base di quanto afferma la rivelazione divina contenuta nella Sacra Scrittura, sia sulla base dell'insegnamento dogmatico della Chiesa.

La discussione sull'Inferno deve fondarsi non su quello che la fantasia popolare o le esagerazioni e le amplificazioni dei predicatori - il prof. Prini cita cose orripilanti di un predicatore popolare quale fu il p. Segneri nel XVII secolo! - dicono dell'Inferno, ma su quello che la Chiesa dice su questa verità di fede, fondandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione.

Divideremo il nostro scritto in due parti: nella prima esamineremo la dottrina ufficiale della Chiesa sull'Inferno; nella seconda cercheremo di tracciare una visione "teologica" dell'Inferno, cercando di illuminare con la luce della fede e della ragione questo tragico e oscuro mistero. Lo faremo ricollegandoci all'editoriale "La predicazione dell'Inferno oggi" (cfr. Civ. Catt. 1992 II 111-120).

Che cosa dunque afferma la Chiesa sull'Inferno? Già nei primi Simboli della fede, che risalgono al III secolo, si parla di Gesù Cristo "che verrà di nuovo nella gloria per giudicare i vivi e i morti" (Denz.-Schönm. 40): un testo ripreso dai Simboli dei Concili di Nicea e di Costantinopoli. Di un castigo etemo parlano dapprima il Simbolo Fides Damasi (fine del V secolo), il Simbolo atanasiano e poi la professione di fede del Concilio Lateranense IV (1215), in cui si afferma che Cristo "verrà alla fine del mondo per giudicare i vivi e i morti e a rendere a ciascuno secondo le sue opere, sia ai reprobi, sia agli eletti: i quali tutti risorgeranno con i loro corpi, che ora hanno, affinché ricevano secondo le loro opere, buone o cattive: quelli [i reprobi] la pena eterna col diavolo, questi [gli eletti] la gloria eterna con Cristo" (ivi, 801).

Questo insegnamento di fede cattolica viene ribadito nella costituzione dogmatica Benedictus Deus di Benedetto XII (29 gennaio 1336): "Definiamo inoltre che secondo l'ordinazione comune di Dio le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale attuale immediatamente dopo la loro morte discendono nell'Inferno dove sono tormentati con pene infernali" (ivi, 1002). Questa verità di fede è ribadita nei Concili di Firenze e di Trento.

Nel III secolo Origene propose l'ipotesi dell’apocatastasi, secondo la quale i condannati all'Inferno - persone umane o demoni - dopo un determinato periodo di sofferenze, si riconcilieranno con Cristo. Questa ipotesi, pur appoggiata da altri Padri della Chiesa - Clemente Alessandrino, Gregorio di Nissa, Didimo il Cieco e, in maniera più discreta, Gregorio di Nazianzo e Massimo il Confessore - fu condannata dal Concilio di Costantinopoli del 543, approvato, a quanto pare, dal Papa Vigilio: "Se qualcuno dice o ritiene che il supplizio dei demoni e degli empi è temporaneo e che un tempo finirà e che ci sarà l’apocatastasi o reintegrazione dei demoni e degli empi, sia anatema" (ivi, 411).

"Questa decisione non rappresenta un fatto isolato tra i documenti del Magistero, il quale ha insegnato in ripetute occasioni che la sorte di ogni persona resta fissata immediatamente dopo la morte. Come la Scrittura, neppure i testi del Magistero danno motivo per interpretare in senso ampio l'eternità delle pene dell'Inferno, come se si trattasse di una durata lunga, ma non necessariamente senza fine. Sostituire l'eternità con la temporalità non rappresenterebbe un approfondimento, ma un mutamento radicale di senso, che toccherebbe la sostanza stessa del messaggio. Quindi in questa vita, e solo in essa, realizziamo il carattere definitivo della decisione ultima della libertà". (L. R. Garcìa Murga Vásquez, "Dios de Amor e Infierno eterno?", in Estudios Ecclesiásticos 70 [1995] n. 272, 13).

Luca Signorelli, OrvietoLa dottrina della Chiesa riguardante l'Inferno, quindi, consiste in due proposizioni che si devono credere come verità di fede:

1) esiste l'Inferno, che non è un "luogo", ma uno "stato", un "modo di essere" della persona, in cui questa soffre la pena della privazione di Dio, che si chiama la "pena del danno" e nella quale consiste l'essenza propria dell'Inferno.

Alla "pena del danno" si accompagna la "pena del senso", che è espressa con l'immagine del "fuoco", ma che non ha nulla a che vedere col fuoco di cui noi abbiamo esperienza: essa significa lo stato di sofferenza di "tutto" l'essere umano per il fatto di essere privato di Dio, che è la fonte della felicità di "tutto" l'essere umano, spirito incarnato. Perciò è fuorviante - anche se l'immagine popolare così si figura l'Inferno - pensare che Dio, per mezzo dei demoni, infligga ai dannati tormenti spaventosi, come quello del fuoco;

2) l'Inferno è eterno, non per il fatto che così voglia Dio, ma per il fatto che la decisione che l'uomo prende coscientemente nella sua vita e conferma in punto di morte - per Dio o contro Dio - è per sua natura definitiva e irrevocabile: dopo la morte l'essere umano non può pentirsi o tornare indietro.

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Invece la Chiesa non ha definito nulla circa il numero di coloro che volontariamente scelgono l'Inferno. Sant’Agostino parla di massa dannata di fronte al piccolo numero degli "eletti"; san Gregorio Magno e altri Padri e Dottori della Chiesa affermano che sono innumerevoli coloro che si dannano. La Chiesa nella sua dottrina ufficiale mantiene su questo punto un assoluto riserbo. Mentre, dichiarando autorevolmente la santità eroica di alcune persone - i martiri e i santi - afferma che tali persone sono salvate e godono eternamente la visione e l'amore di Dio, non ha mai dichiarato che una persona in concreto - neppure Giuda - si sia dannata.

"Ma - osserva opportunamente la Commissione Teologica Internazionale nel suo documento Alcune questioni attuali riguardanti l'escatologia (1992) :

poiché l'Inferno è una vera possibilità reale per ogni uomo, non è lecito, sebbene lo si dimentichi talora nella predicazione durante le esequie, presupporre una specie di automatismo della salvezza"

(n. 10, 3) (cfr. Civ. Catt. 1992 I 492).

Sarebbe arrogarsi un giudizio che spetta solamente a Dio. La Chiesa prega Dio per la salvezza di tutti e affida alla misericordia infinita di Dio i suoi figli peccatori: può dunque sperare nella loro salvezza, ma non ha alcuna certezza che tutti si salvino. Non ha senso, perciò, affermare che esiste la possibilità reale della dannazione, ma che in concreto nessuno si danna.

Con quale diritto si fa una simile affermazione, se la Chiesa - che pure crede nell'infinita misericordia di Dio e non si stanca di pregare anche per i peggiori peccatori - su questo punto conserva un assoluto riserbo, rispettando in tal modo il mistero di Dio, i cui giudizi sono "imperscrutabili" (Rm 11,33)?

La Chiesa fonda la sua dottrina dogmatica dell'esistenza dell'Inferno eterno sull'insegnamento del Nuovo Testamento. In molti luoghi si parla della "condanna" di coloro che non accettano Gesù e i suoi inviati (Mt 10,15) o non credono in Gesù: "Chi non crede nel Figlio è già stato condannato" (Gv 3,17). Nessuno sfuggirà al "giudizio di Dio", il quale "giudicherà i segreti degli uomini" (Rm 2,3.16), poiché "tutti ci presenteremo al tribunale di Dio" e "ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso" (Rm 14,10.12).

Gesù parla di un luogo di perdizione, la Geenna (Mt 10,28). San Paolo e san Giovanni parlano della "collera" di Dio che l'uomo attira su di sé: "Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui" (Gv 3,36). "Tu però con la tua durezza e il tuo cuore impenitente accumuli collera su di te per il giorno dell'ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità; sdegno e ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e obbediscono all'ingiustizia" (Rm 2,5-8).

Gesù parla di un cammino "che conduce alla perdizione" e di una via che "conduce alla vita" (Mt 7,13-14); san Paolo parla dei nemici della croce di Cristo, la cui "fine sarà la perdizione" (Fil 3,19). La seconda lettera ai Tessalonicesi afferma che coloro che non obbediscono al Vangelo "saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza" (2 Ts 1,9).

Nelle parabole del regno di Dio, Gesù usa l'immagine del banchetto, dal quale alcuni sono esclusi, "gettati fuori nelle tenebre", dove "sarà pianto e stridore di denti" (Mt 22,13). Infine Gesù, a quelli che non hanno fatto opere di carità, dirà: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. [...] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna" (Mt 25,41.46).

Così la rivelazione neotestamentaria afferma con chiarezza che per coloro che si induriscono nel male e non si convertono a Dio, pentendosi dei loro peccati e obbedendo al Vangelo con la fede e la carità, c'è la perdizione eterna, la condanna da parte di Cristo, giudice dei vivi e dei morti, all'esclusione dal regno di Dio e dalla vita eterna.

Ma qui sorge il problema che angustia molti cristiani: come conciliare l'infinita bontà e misericordia di Dio con l'esistenza dell'Inferno eterno?

Se Dio è infinito Amore - essi dicono - come può condannare a una sofferenza eterna esseri umani che egli ha creato per amore e per la cui salvezza Cristo è morto sulla croce? Se Dio è infinitamente giusto - essi aggiungono - come può punire con un castigo eterno esseri umani peccatori, ma nello stesso tempo creature fragili e misere?

Non c'è proporzione tra i peccati degli uomini, anche assai gravi, e la loro punizione eterna. Per tali motivi - cioè per salvare la bontà e la giustizia di Dio - molti cristiani negano l'esistenza dell'Inferno eterno.

Per risolvere questo grave problema è necessario mettere in chiaro che

non è Dio che condanna l'uomo all'Inferno, ma è l'uomo che liberamente si autocondanna alla perdizione eterna; non è Dio che infligge all'uomo una sofferenza eterna, ma è l'uomo che se la infligge, rifiutando la salvezza che Dio gli offre.

Dio è sempre e soltanto Amore e la sua attività è sempre e soltanto attività salvatrice. Dio cioè non condanna né castiga, ma vuole solamente la salvezza di tutti, e a questo fine è indirizzata la sua attività. Per lui non è indifferente che l'uomo si salvi o si danni. Egli vuole solo la salvezza dell'uomo. Perciò impegna tutta la sua infinita sapienza e potenza per salvare gli uomini, dando a tutti la grazia necessaria per salvarsi; grazia che l'uomo nella sua libertà può rifiutare, rendendo vana in tal modo la volontà salvifica di Dio.

In realtà la salvezza non è un fatto automatico: la grazia della salvezza cioè dev'essere accettata e accolta liberamente.

Dio non vuole imporre la salvezza, costringendo l'uomo a salvarsi e quindi ad amarlo, perché la salvezza comporta, da parte dell'uomo, un atto di amore di Dio, e Dio non vuole costringere nessuno ad amarlo, perché l'amore non può essere imposto.

Luca Signorelli, OrvietoMa respingendo la grazia e l'amore di Dio, l'uomo si condanna da se stesso alla privazione di Dio, in cui precisamente consiste l'Inferno.

La dannazione perciò non è voluta da Dio, ma dall'uomo che rifiuta Dio, la sua grazia e il suo amore.

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Questa privazione di Dio, liberamente voluta dal peccatore, ha come conseguenza immanente, intrinseca al peccato, quella che abbiamo chiamato sopra la "pena del senso".

Questa pena, infatti, non è Dio a infliggerla dall'esterno per mezzo degli angeli o dei demoni, come si vede in molte raffigurazioni pittoriche o si legge nella Divina Commedia, ma è il peccatore che se la infligge, per il fatto che il suo rifiuto di Dio mette contro di lui l'intera creazione di Dio: questa infatti, in quanto è creatura di Dio, si rivolta contro di lui a motivo della sua rivolta contro Dio.

Ma - si dirà - Dio, conoscendo la terribile sorte a cui l'uomo va incontro, nel suo infinito amore che ha per lui, non potrebbe costringerlo a evitare l'Inferno? un padre che vede il figlio che sta per buttarsi in un burrone per uccidersi, non lo afferra forse e non lo costringe contro la sua volontà a non compiere un gesto così folle? Per rispondere a questa obiezione, bisogna ricordare due cose che spesso si dimenticano.

La prima :

Dio non vuole assolutamente che l'essere umano si danni e impegna tutta la sua onnipotenza per impedire che una persona si perda eternamente; ma, avendo creato l'uomo libero e volendo che sia lui a scegliere liberamente il suo destino, perché soltanto le scelte libere sono degne dell'uomo, rispetta la libertà umana, che è l'espressione più alta della dignità umana.

In altre parole
, Dio non può trattare l'uomo come un bambino incosciente o come un folle che deve essere salvato da un pericolo di cui il poveretto non si rende conto.

Dio tratta l'uomo da persona adulta e consapevole delle sue scelte. È l'unica maniera di trattare la persona umana che sia degna di Dio e degna dell'uomo.


La seconda :

è infantile pensare che l'uomo si danni per "peccati-bagattelle", come il bacio sine periculo pollutionis, di cui parla il prof. Lombardi Vallauri. Dio non sta col fucile spianato per colpire e mandare all'Inferno chi commette un solo peccato.

La scelta contro Dio che conduce alla perdizione eterna è una scelta pienamente lucida e consapevole, a cui non si giunge all'improvviso: essa matura durante tutta la vita, passata nel peccato, nel rifiuto e, forse, nell'odio di Dio, nella scelta consapevole del male.

Essa cioè è la conseguenza dell'indurimento dell'uomo nel peccato, del rifiuto consapevole di compiere il bene, indicato dalla propria coscienza, del disprezzo di Dio e degli uomini.

Perciò non ci si danna per piccole cose, per "bagattelle", ma per il peccato più grave che l'uomo possa commettere: quello di respingere consapevolmente e liberamente l'amore di Dio salvatore; quello di voler essere senza Dio, di voler vivere eternamente lontano da lui.

Ma come ciò può avvenire? Come cioè può accadere che l'uomo scelga consapevolmente di essere eternamente lontano da Dio e dal suo Regno?

Tocchiamo qui l'aspetto più misterioso della dannazione eterna. Forse su questo tremendo mistero può gettare un po' di luce il comprendere, da una parte, la vera natura del peccato e, dall'altra, la vera natura della libertà.

Che cos'è, infatti, il peccato? Nel peccato bisogna distinguere due cose:

1) l'azione peccaminosa,
come la bestemmia, l'uccisione di un'altra persona, il furto, l'odio mortale per un altro uomo;

2) il significato dell'azione peccaminosa:
questa infatti, in quanto è una trasgressione volontaria della legge morale, voluta da Dio per il bene dell'uomo, è un atto di ribellione contro Dio, è un rifiuto di Dio, della sua provvidenza e del suo amore per l'uomo. Nello stesso tempo, trasgredendo la legge di Dio, l'uomo pone se stesso al posto di Dio, si fa legge a se stesso.

Ciò significa che col peccato grave, cosciente e volontario, l'uomo compie un atto di superbia e di orgoglio, in quanto pone se stesso al posto di Dio, preferisce se stesso a Dio: in sostanza nega Dio per affermare se stesso.

In realtà, qualunque sia il campo in cui il peccato si realizzi, esso è nella sua essenza profonda un atto di orgoglio, di amore di se stesso e di disprezzo e di rifiuto di Dio.

Questa natura del peccato fa sì che l'uomo che non solo commetta il peccato ma "resti" in esso - per cui il peccato diviene in lui non solo un "atto", ma uno "stato" -,
e l'uomo si stabilisca in esso, vi si "indurisca", fino a diventare, da "peccatore", il "peccato" ( vivente ).

Questo indurimento nel peccato fa sì che l'uomo si chiuda a Dio e non permetta alla sua grazia, che Dio non fa mai mancare al peccatore, di agire in lui e di condurlo alla "conversione".

[ n.d.r.Testo CEI2008)
Gv 12,40
Ha reso ciechi i loro occhi e duro il loro cuore, perchƩ non vedano con gli occhi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca!
Mt 13,15 PerchƩ
il cuore di questo popolo ĆØ diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perchĆ© non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca! // At 28,27
Lc 8,10 // Mc 4,11 Ed egli diceva loro: Ā«A voi ĆØ stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, 12 affinchĆ© guardino, sƬ, ma non vedano, ascoltino, sƬ, ma non comprendano, perchĆ© non si convertano e venga loro perdonatoĀ». ]

Si ha cioè nell'uomo una specie di fissazione nel male che, al momento della morte, quando si decide il destino eterno dell'uomo, diventa quasi naturalmente rifiuto di Dio.

È questo rifiuto finale, al quale conduce l'indurimento nel peccato e la non accettazione della grazia della salvezza, il peccato che decide definitivamente la dannazione.

Perciò non ci si danna per un solo peccato o per "peccati-bagattelle". Il dramma della dannazione è ben più serio. Come esso possa compiersi, come cioè l'uomo possa giungere a questo rifiuto radicale di Dio e della sua grazia, è per noi un mistero.

Ma è il mistero della libertà umana, che può scegliere Dio e può rifiutarlo, può accettare che sia Dio la fonte della sua felicità - ciò che comporta un gesto di umiltà, in quanto in tal modo l'uomo riconosce la sua povertà e la sua incapacità ad essere felice con le sole sue forze - e può invece orgogliosamente far dipendere la propria felicità da se stesso. In realtà accettare la grazia della salvezza significa per l'uomo dipendere da Dio nel conseguimento della propria felicità. E l'uomo, nel suo orgoglio, può non voler dipendere da Dio, ma essere "solo" se stesso e trovare in se stesso - e non nel dono di Dio - la causa della propria felicità.

È qui che appare in tutta la sua forza la grandezza della libertà umana: che sia essa a decidere il destino eterno dell'uomo. In realtà l'uomo è grande perché può liberamente scegliere Dio o rifiutarlo. Non che il rifiuto di Dio sia un gesto di grandezza, perché con esso l'uomo si condanna all'infelicità eterna. Ma la sua possibilità mostra la grandezza della scelta di Dio, compiuta liberamente: l'uomo cioè, che sotto l'impulso della grazia di Dio sceglie Dio liberamente accettando il suo dono di salvezza, mostra che solamente Dio è grande e che soltanto Dio merita di essere scelto dalle sue creature, di essere riconosciuto da esse come il solo che possa renderle eternamente felici.

L'accettazione di Dio, che è la salvezza dell'uomo, diventa in tal modo il riconoscimento della grandezza unica di Dio, e quindi un atto di lode all'infinita misericordia e all'infinito amore di Dio.

Così l'esistenza dell'Inferno eterno mostra la serietà della vita umana: è in essa infatti che l'uomo costruisce il suo destino eterno di salvezza o di perdizione.

Mostra anche la tragica serietà del peccato: quanto, cioè, sia pericoloso per l'uomo non solo il commettere peccati, ma il restare ostinatamente in "stato di peccato", rifiutando la grazia di Dio che lo invita alla conversione.

Tale stato di peccato conduce all'indurimento del cuore e rende, se non impossibile, estremamente difficile la scelta di Dio in punto di morte.


Chi per tutta la vita ha coscientemente rifiutato Dio, restando nel peccato, difficilmente accoglierà Dio nella decisione finale, anche se bisogna sempre sperare che la grazia salvatrice di Dio, che ama infinitamente le sue creature, prevalga sulla resistenza anche più ostinata dell'uomo.

Ecco perché, da un lato, non bisogna mai disperare della salvezza di nessuna persona umana e, dall'altro, bisogna coltivare, per sé e per gli altri, il "timore" di Dio, di cui parlano san Paolo: "Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore" (Fil 2,12) e san Pietro: "Comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio" (1 Pt 1,17). Timore che non è paura di Dio e dei suoi castighi, ma è timore di essere deboli e di rifiutare la grazia di Dio.

La perdizione è un rischio reale per tutti e non bisogna pensare che essa sia una minaccia o una possibilità che non si verifica per nessuno. In tal caso la minaccia della perdizione sarebbe qualcosa di simile alla minaccia del lupo mannaro che un tempo i genitori facevano ai figli piccoli per farli stare buoni. Ciò non sarebbe degno di Dio, che tratta l'uomo da persona adulta e responsabile.

Ma al "timore" di Dio va sempre congiunta una più grande e più forte speranza della salvezza, perché - afferma ancora san Paolo - dove "ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). La grazia, cioè, è infinitamente più forte del peccato e l'amore e la misericordia di Dio sono senza limiti.

Il cristiano deve dunque nutrire la speranza sia della propria salvezza sia della salvezza di tutti, ma non ha nessuna certezza in questo campo, in cui la libertà umana può dare scacco alla grazia di Dio. Perciò l'Inferno resta sempre una "possibilità reale".

Non è perciò né teologicamente accettabile né pastoralmente utile affermare che, sì, c'è la possibilità di perdersi, ma che l'Inferno è "vuoto", perché nessuno si è mai perduto né mai nessuno si perderà, perché l'infinita misericordia di Dio riesce a salvare tutti.

Una simile affermazione - che è in contrasto con la Sacra Scrittura - toglie ogni serietà alla vita umana, allo sforzo, talvolta eroico, di essere fedeli a Dio per non perderlo eternamente col peccato, e addormenta l'uomo nella faciloneria e nella pigrizia: che vale impegnarsi in grandi sacrifici se poi la salvezza è sicura per tutti, buoni e malvagi?

Luca Signorelli, OrvietoNella questione dell'Inferno c'è un ultimo problema di difficile soluzione: perché mai l'uomo, che nel momento della morte ha liberamente deciso contro Dio e si è perduto, non può tornare sulla sua decisione e pentirsi e in tal modo essere salvato?

La risposta a questo interrogativo dev'essere cercata non nel fatto che Dio lo condanna all'Inferno eterno negandogli la grazia del pentimento e della conversione, ma nella natura stessa della libertà.

Finché l'uomo è in vita, la libertà umana è condizionata e limitata e dunque è soggetta a cambiamenti, sia in bene, sotto l'azione della grazia di Dio, sia in male, sotto la forza delle passioni e del peccato.

Al momento della morte, quando cioè avviene il distacco del principio spirituale (l'anima) dal principio materiale (il corpo), la libertà è sottratta a ogni influsso limitante, e quindi acquista la sua pienezza di essere e la sua capacità di decisione pienamente libera.

Ora è proprio dell'essere spirituale prendere decisioni definitive, appunto perché prese in piena luce e in piena libertà.

L'anima, per sua natura, è la "facoltà del definitivo". Quindi con la morte cessa per la persona umana la possibilità di cambiare la decisione presa in pienezza di luce e di libertà. Essa resta fissata per sempre in quello che ha deciso. La scelta di Dio o la scelta di se stesso contro Dio è irrevocabile, e Dio non può far nulla per cambiarla; altrimenti distruggerebbe la libertà umana, che è il dono più grande che egli abbia fatto all'uomo nel crearlo, e che egli mantiene anche quando l'uomo sceglie contro di lui.

Ci sembra così di aver gettato una piccola luce sul mistero dell'Inferno eterno, mostrando che la sua esistenza non contrasta con l'amore e la misericordia di Dio, poiché non è Dio che vuole o condanna all'Inferno o, peggio, che si "vendica" su colui che lo rifiuta infliggendogli orribili tormenti, ma è l'uomo che - contro la volontà di Dio - sceglie liberamente l'Inferno, rifiutando fino all'ultimo la grazia di Dio che lo chiama alla conversione.

È dunque non nella "cattiveria" di un Dio ingiusto e vendicativo che bisogna cercare la causa dell'Inferno, ma nella malvagità ostinata e nell'indurimento del cuore dell'uomo.

La tragica verità è che è l'uomo che crea l'Inferno: lo "crea" già su questa terra con le guerre, le distruzioni di vite umane e di beni della natura, con l'oppressione dei poveri, con lo spaccio della droga, con lo sfruttamento degli altri; lo "crea" nell'altra vita col rifiuto definitivo di Dio nell'ora della morte.

Come Dio - che ha mandato nel mondo il suo Figlio Gesù perché tutti gli uomini credendo in lui siano salvi - non vuole l'Inferno, così non lo vuole la Chiesa.

Perciò in tutta la sua storia essa ha predicato l'Inferno proprio per stornare gli uomini dalla perdizione eterna. Talvolta l'ha fatto insistendo eccessivamente sul timore dell'Inferno con danno dell'equilibrio dell'annuncio evangelico, che è essenzialmente annuncio dell'amore di Dio per gli uomini e della sua volontà che tutti siano salvi, aderendo con la fede e la carità al Signore Gesù e partecipando così alla vita eterna, ma che contiene anche la minaccia della perdizione eterna.

Oggi si è andati all'eccesso opposto, perché nella predicazione e nella catechesi non si parla quasi più dell'Inferno con danno del popolo cristiano, che in tal modo non è più posto dinanzi alla tremenda possibilità reale di perdersi e quindi non è messo dinanzi all'urgenza di decidersi per Gesù Cristo e di vivere in conformità col Vangelo, resistendo al peccato e al male, che ne minaccia il destino eterno. Il messaggio cristiano è un messaggio di speranza, di gioia e di fiducia nell'amore infinito di Dio Padre e di Cristo Salvatore; ma non si deve dimenticare che l'uomo è debole e peccatore, e ha sempre bisogno di essere chiamato alla conversione: "Convenitevi e credete al Vangelo" (Mt 1,15).

Fu, questa, la prima parola di Gesù, ma fu anche la più decisiva, e la Chiesa non deve stancarsi di ripeterla per stornare gli uomini dal pericolo della perdizione eterna.
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Editoriale Civiltà Cattolica, n. 3578, 17/07/1999

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