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Il messia

Il Messia è il re che saprà fondare la società giusta, ordinata cioè secondo le leggi di D-o, in cui si realizzeranno le promesse divine di Pace e Benessere.

Il termine ebraico mashiach (da cui deriva la parola latina e poi italiana Messia- in greco Christos ) significa propriamente "unto" ,e l’unzione deve essere intesa in senso sacrale. Il rito dell’unzione è documentato anche presso gli egizi e gli ittiti. Il termine riicorre nella Torah come attributo della maggior parte dei re di Israele o di Giuda (ha-melekh ha-mashiach, "il re unto"), presso i quali l'unzione equivaleva aII'intronizzazione (cfr. ad esempio l'unzione di Davide, narrata in 1Sam 16, 3-12) come consacrazione. Successivamente mashiach viene riferito anche ai sacerdoti, ai patriarchi e ad alcuni profeti.

Il termine “messianismo” non esiste nell’ebraico biblico. E’ stato coniato dagli studiosi per indicare una funzione di salvezza che alle origini era legata alla funzione del re in quanto rappresentante di Dio sulla terra, cioè il suo Unto. Nella Bibbia il termine Messia viene usato 38 volte: 2 per patriarchi 6 per sacerdoti 1 per il re Ciro di Persia, 29 per re israeliti . In Isaia ci sono accenni ad un Messia, intimo con Dio , in grado di offrire una prospettiva di gloria alla nazione.

Is 2,2 Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. 3 Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. 4 Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra. 5 Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore.

Questo messia sarà un discendente di Davide.

Is 11,1 Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.
2 Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. 3 Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; 4 ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese. La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio. 5 Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà. 6 Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. 7 La vacca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. 8 Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. 9 Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare. 10 In quel giorno la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli, le genti la cercheranno con ansia, la sua dimora sarà gloriosa.

In Ezechiele (prima metà del VI sec. a.C.) cominciano le riletture delle profezie messianiche: il messianismo resta regale, ma non più davidico. Le vicende storiche portano alla caduta della dinastia davidica e il concetto di messia non è più legato alla figura di un re: anche il sacerdote è unto , consacrato, e può essere il messia glorioso. La funzione messianica, che è funzione di salvezza, facendosi autonoma rispetto alla regalità diventa più facilmente caricabile di valenze religiose. L'attesa del messia diventa possinbilità di attesa di più messia. 

A partire dall' epoca postesilica, e poi nel tardo giudaismo, il termine mashiach assume un significato escatologico e viene ad indicare una personalità investita di una missione divina, chiamata a realizzare una promessa di liberazione o di salvezza definitiva dai Nemici.

Prima dell'epoca cristiana si fa strada una concezione pessimistica sulla fine della storia : aalla fine Dio interverrà per punire gli empi, ebrei o non ebrei e per premiare i giusti. Dopo questo Giudizio Dio farà costruire un nuovo tempio e si stabilirà un regno di giustizia governato da un essere speciale, un messia nel senso di "re", ma senza essere legato alla casa di David. Il messia che verrà dopo il Giudizio avrà la funzione di stabilire sulla terra l'ordine e la giustizia voluti da Dio. ( cf. il Libro dei Sogni)

Fra il II e il I sec. a.C. nell’ambiente essenico di Qumràn si sviluppa un tipo nuovo di messianismo in cui si contemplano due funzioni messianiche , quella civile e quella religiosa . I due messia  quando verranno, si disporranno gerarchicamente in modo che la posizione più alta tocchi al messia sacerdotale ( cf.: Regola della Comunità 9, 11, Testamento di Ruben, 6, 8 e Test. di Giuda, 21, 4: "Come il cielo è più alto della terra, così il sacerdozio di Dio è più alto del regno terreno" ) Il messia sacerdotale avrà il compito di dare l'interpretazione definitiva della Torah e di legare Satana  [Test. di Levi, 18, 12]) liberando il mondo da  Beliar , Satana, cioè dal male.Test. di Levi, 18, 1-7:

"Quando il Signore avrà fatto vendetta di loro,
Allora il Signore farà sorgere un sacerdote nuovo,
al quale tutte le parole del Signore saranno rivelate.
Egli farà sulla terra un giudizio di verità, durante molti giorni.
Questi brillerà come il sole sulla terra
e farà scomparire ogni tenebra di sotto il cielo;
vi sarà pace su tutta la terra.
Ai suoi giorni i cieli esulteranno,
e le nubi si rallegreranno...
La gloria dell'Altissimo sarà pronunciata sopra di lui,
e lo spirito di intelligenza e di santità riposerà sopra di lui...
Egli darà la maestà del Signore ai suoi figli, in verità e per sempre.
Egli non avrà successori, di generazione in generazione e per sempre...
Sotto il suo sacerdozio scomparirà il peccato...
Darà da mangiare dell'albero della vita ai santi...
Beliar sarà legato da lui...".

Nelle teologie successive come  quelle esprese nei libri II Baruc e IV Ezra  assistiamo alla diminuzione dell'importanza del messia: il suo ruolo è limitato , ha tratti più umani, sia pure di un'umanità superiore a quella dei comuni mortali, la sua vita infatti durerà ben quattrocento anni. Alla fine di questi quattrocento anni morirà e con la sua morte finirà il mondo  e lla storia. Il mondo ritornerà al silenzio primordiale per sette giorni, tanti quanti quelli della prima creazione .

Poi avverrà la nuova creazione, il nuovo mondo, quello finalmente e definitivamente libero dal  male. Rabbi Hillel, un tannaita , in tutto il Talmud interviene solo per sentenziare che in futuro non ci sarà più alcun Messia per Israele, perché l' epoca messianica si sarebbe già realizzata al tempo di Ezechia re di Giuda. Secondo il legislatore Maimonide invece il Messia è uno dei 13 articoli di fede dell'ebraismo. (Telushkin)

Oggi ci sono molte concezioni di messianismo nel mondo ebraico, ma gli ebrei , in tutte le loro accezioni e correnti, continuano a credere che il messia, questa importante figura debba ancora rivelarsi.
Dovrà essere un discendente di Davide anche nella linea genealogica della bisnonna Ruth.

Il Messianismo etico

Il filosofo ebreo E. Levinas ha cercato di costruire un concetto moderno di messianismo rileggendo la tradizione rabbinica. Alla concezione obsoleta del messianismo politico Levinas contrappone la sua concezione del messianismo etico: la venuta del Messia è possibile in ogni momento, se ogni uomo (sia egli Hilik o Bilik, Tizio o Caio) risponde all' appello del comandamento che lo destina ad essere responsabile nei confronti del prossimo.

Egli opera sostanzialmente una distinzione tra "epoca messianica" e "mondo a venire". La prima sarebbe limitata nella durata e precederebbe l'epoca definitiva, che consisterebbe nel compimento di tutte le profezie, nella pienezza della salvezza e nella conseguente fine della storia. Questa tesi, presente nella letteratura talmudica fin dai primi Targumim e poi discussa dai maestri amorei, viene riportata in b.Sanhedrin, 99a, da Rabbi Chijja, che parla a nome del suo maestro Rabbi Jochanan.

In un primo momento essa non sembra essere in contrasto con l' opinione esposta da un altro maestro amoreo: Shemuel. In realtà, dietro questa distinzione, la pagina talmudica commentata allude ad una discussione di più ampia portata, che riguarda la natura della redenzione messianica, a proposito della quale le posizioni dei due maestri divergono sensibilmente.

Per Rabbi Jochanan l'era messianica è intesa come una «cerniera tra due epoche», come una sorta di periodo intermedio che mette fine a tutte le contraddizioni politiche e sociali e apre la strada ad una dimensione spirituale e metastorica, spostata in un futuro indefinito e chiamata "mondo avvenire". Di quest'ultimo tuttavia si sa ben poco ( «nessun occhio lo ha visto»: Is 64,3); sembra però che non abbia nulla a che vedere con la storia dei popoli e col loro destino, ma riguardi piuttosto la salvezza dell' individuo nella sua dimensione personale ed interiore, ossia il rapporto diretto dell'uomo con Dio.

Per Shemuel invece l' epoca messianica mette fine solo alle violenze politiche e proprio per questo non sopprime la socialità e la solidarietà nei confronti del prossimo, ma anzi le valorizza sensibilmente. Per Shemuel quindi i tempi messianici fanno parte integrante della storia e coincidono col tempo in cui ciascuno mantiene una relazione con l'altro uomo (con autrui), definito (con riferimento a Es 22, 20-23 e Dt 15, Il) come il povero bisognoso di aiuto, di offerta e di dono.

Queste due concezioni divergenti della natura della redenzione messianica - la prima metastorica, la seconda intrastorica - si ritrovano anche nella discussione successiva, che si chiede a chi i profeti hanno promesso l'epoca messianica e a chi invece il mondo avvenire. Rispondendo a questo interrogativo Rabbi Jochanan lega l'avvicinarsi dei tempi messianici al merito, mentre Shemuel non crede che tutto dipenda dalla perfezione morale degli uomini. Per lui «esiste qualcosa di estraneo all'individuo morale che deve essere innanzitutto eliminato affinché avvengano i tempi messianici»(15).

Per Rabbi Jochanan tutto dipende dal comportamento morale dell'uomo, per Shemuel invece vi è qualcosa d'altro, un ostacolo che l'uomo con le sue sole forze non può eliminare e che è rappresentato dalla violenza politica. Occorre quindi un intervento dall'esterno che aiuti l'uomo a superare i propri limiti.

Da questo articolato sviluppo della discussione si cominciano ad intravedere due diverse nozioni di messianismo: -la prima, che considera l'epoca messianica un evento che l' agire umano può avvicinare o allontanare;
la seconda, che considera la venuta del Messia come un evento incondizionato, improvviso e gratuito, che irrompe nella storia dal di fuori, trasformandola totalmente.

Shemuel e di Rav, due maestri amorei del III secolo d. C. che riprendono una precedente discussione tra due tannaiti del I secolo: Rabbi Eliezer e Rabbi Jehoshua. Il primo sostiene che Israele sarà liberato solo se farà penitenza , il secondo, citando alcuni versetti biblici appropriati, sostiene invece che Israele sarà redento solo per una libera iniziativa di Dio anche senza fare penitenza e compiere buone azioni. Da un lato quindi la salvezza è condizionata, dall'altro è interamente gratuita. Anche qui dunque incontriamo l'alternativa tra una posizione quietista ed una attivista.

Levinas rimanda alla celebre haggadah del Messia nascosto e sofferente che si trova alle porte di Roma, riportata in b.Sanhedrin, 98a. Si tratta di un apologo che riassume la concezione dell'attesa messianica secondo il pensiero del giudaismo rabbinico . Secondo la narrazione talmudica, da un lato l'attesa rimane legata ad un termine incondizionato e quindi imprevedibile, dall' altro, l'evento salvifico si compie già ora, nella misura in cui la Torah è ascoltata, obbedita e praticata da ogni uomo. Il celebre apologo sottolinea quindi, accanto all'imprevedibilità, la responsabilità etica del singolo: insegna che la venuta del Messia coincide con l'osservanza delle mitzwoth ed è parte integrante della storia e della quotidianità di ogni uomo che ascolta la voce dei comandamenti.

Secondo questa prospettiva l'idea messianica non viene più rappresentata miticamente in riferimento ad una determinata persona dotata di poteri (o qualità) eccezionali, ma subisce una spiccata "razionalizzazione": diventa un insieme di caratteri etici che rientrano nella più generale idea filosofica di uomo.
In questo contesto si discute del ruolo che avrebbe la sofferenza nell' approssimarsi della redenzione : Shemuel aveva fatto valere l'importanza del lutto e della sofferenza quali condizioni già di per se necessarie e sufficienti per la venuta dei tempi messianici.

Quanti sostengono che la redenzione dipende dall'impegno personale devono ammettere che ogni uomo sia libero di impegnarsi con consapevolezza; di conseguenza l'accentuazione della responsabilità morale e dello sforzo individuale non può dimenticare la libertà. Ma proprio qui sta il punto: se infatti «la moralità esige la libertà assoluta [ ...] la possibilità di un mondo immorale si trova dunque inclusa tra le condizioni della moralità»  sostiene Levinas . Di fronte a questa possibilità prende forza la tesi di Rabbi Jehoshua che «consiste nell'affermare brutalmente che la liberazione del mondo avverrà a una data fissa, sia che gli uomini meritino o non meritino questa liberazione»

Tuttavia, per Levinas, non si tratta di scegliere tra diverse opzioni o di operare una sintesi conciliante. Piuttosto le due posizioni dei maestri devono essere mantenute in tensione dialettica. Infatti, l'impegno morale non è altro che la risposta dell'uomo all'iniziativa salvifica di Dio, che irrompe nella storia "dal di fuori": «l 'uomo riceve la salvezza e nello stesso tempo ne è l'artefice»

Discutendo le tesi di Rabbi Eliezer e di Rabbi Jehoshua, Levinas prende le distanze dall'interpretazione strettamente teologica della gheulla (=Redenzione ndr) e concentra la sua attenzione sugli aspetti etici. Egli sottolinea l'importanza dell'azione morale, ma non la considera semplicisticamente come un atto che richiede una ricompensa. Si tratta piuttosto di vedere se l' azione da sola sia in grado di tradurre in pratica l'intenzione che la ispira, o se invece non sia destinata ad esiti immorali senza un aiuto esterno che compensa le debolezze umane. In altre parole, seguendo la discussione tra i due maestri tannaiti, Levinas intende proporre una riflessione di portata più generale sul ruolo dell'individuo nella storia, sull'efficacia del suo sforzo personale, senza però dimenticare l’irruzione dell' alterità e della trascendenza.

Alcuni maestri, preferirebbero non partecipare ai tempi messianici, oppure non vedere affatto la venuta del Messia. Infatti tale venuta sarebbe accompagnata da catastrofi dolorose, da sconvolgimenti violenti, da guerre e da sofferenze, che molti vorrebbero evitare . Di fronte a queste preoccupazioni, dibattute in più punti del trattato talmudico commentato, Levinas si sofferma in particolare sull'immagine del Dio di giustizia, facendo notare come anche «nell' atto giusto vi è ancora una violenza che fa soffrire. Anche quando l' atto è ragionevole, quando l' atto è giusto, comporta una violenza» .

La giustizia divina, collegata alla manifestazione messianica, può apparire all'uomo violenta, ed è questa alla fine la contraddizione paradossale dell' evento messianico a parte hominis, ovvero il vero "prezzo del messianismo", che tuttavia occorre pagare .

L'idea apocalittica del giudizio finale, che nell'instaurare la giustizia non può evitare la violenza, potrebbe portarci a concludere che il messianismo sia ormai una credenza mitica che deve essere abbandonata. Occorre allora andare «al di là del messianismo»? Si tratta di una domanda radicale, che mette in discussione anche tutte quelle concezioni dell'attesa messianica basate su una escatologia secolarizzata, secondo le quali il progresso storico condurrebbe senza rotture ad incontrare "i giorni del Messia".

Per Levinas invece l'avvento dei tempi messianici non può derivare esclusivamente dallo sforzo individuale, ma necessita di un elemento imprevedibile (e di conseguenza traumatico o "violento") che va al di là dell'impegno umano. Nel contesto della lettura talmudica rimane sottinteso che questo evento esteriore (su cui insiste Rabbi Jehoshua nel suo linguaggio teologico appoggiandosi a Ger 30, 67) deve essere ricondotto alla relazione intersoggettiva. Questo evento epifanico, che irrompe da un "altrove" separato e invisibile, non è altro che la traduzione filosofica del decalogo ebraico: l'ingiunzione del comandamento etico a non uccidere l' altro uomo, ma a servirlo secondo giustizia.

La personalità del Messia

La personalità del Messia è stato ed è oggetto di indagine. Secondo alcuni maestri egli possiede "nomi propri"( b.Sanhedrin, 98b) le cui iniziali formerebbero il termine ebraico mashiach:

Menahem, "consolatore".
Shilo, "pacifico", ovvero «colui a cui appartiene lo scettro del comando»;
Yinon, "germoglio", «colui che fa fiorire la giustizia»;
Chanina, "pietà", "misericordia", "amore";

Questi nomi, che si appoggiano ad altrettanti versetti scritturali, definiscono la figura personale del Messia nel senso che specificano le sue qualità e le sue funzioni sia collettive che individuali. Essi quindi possono aiutare a delineare la concezione autentica del messianismo e i suoi contenuti.

I Lubavitcher

I Lubavitcher prendono nome dalla città bielorussa di Lubavitch, loro centro d’origine. Nacquero nella seconda metà del XVIII secolo da una costola dell’ebraismo hassidico. Rispetto a questa vasta corrente di rinascita religiosa si distinguono per l’attenzione più marcata allo studio dei testi talmudici e cabalistici, sia pubblici che segreti, e per la fortissima spinta missionaria tra i fratelli di fede.

Nel 1944 il loro rabbino supremo Joseph Isaac si trasferì negli Stati Uniti, a Brooklyn, dove tutt’ora i Lubavitcher hanno la loro sinagoga centrale, al numero 770 di Eastern Parkway. Quella migrazione nell’America infedele, con i suoi tanti ebrei secolarizzati, fu vissuta come una discesa nel mondo delle tenebre, preludio voluto da Dio alla manifestazione salvifica del Messia. Che infatti essi videro arrivare nella persona del genero e successore di Joseph Isaac, il nuovo “rebbe” Menachem Mendel Schneerson .

Il 12 giugno 1994 (3 di tamuz del 5754) il rebbe dei Lubavitch muore a 92 anni, veneratissimo, dopo una dolorosa malattia. Per molti dei suoi seguaci non muore con lui l'identificazione con la figura del messia che gli ebrei aspettano da migliaia di anni.Non designò nessuno a succedergli. I suoi seguaci credono che egli risorgerà da morte e ritornerà a inaugurare il definitivo regno messianico.

Prende forma una nuova dottrina secondo la quale il messia può certamente essere una persona morta ("fisicamente", nelle parole di molti seguaci) e che questi risorgerà per compiere tutto quando previsto dai profeti d'Israele.

A nulla valgono i richiami dei principali leader spirituali del popolo ebraico, nella diaspora e in Israele, secondo i quali l'idea dell'identificazione di rav Shneerson con il messia è priva di qualsiasi fondamento, avendo il primo lasciato questo mondo senza che nessuno degli obiettivi previsti si avverasse: moltissimi seguaci Chabad-Lubavitch in tutto il mondo (e anche in Italia) continuano, chi in segreto (molti), chi manifestamente (pochi), a mantenere la fede incrollabile nella prossima e imminente resurrezione e rivelazione finale del rebbe morto. Come ha ribadito più volte rav Elazar Menachem Man Schach zz”l. deceduto lo scorso anno alla veneranda età di 104 anni, capo della prestigiosa Yeshiva di Ponevezh a Bene Berak e considerato il più grande Saggio di Tora’ della nostra generazione questa convinzione è un’eresia.

I Lubavitcher costituiscono una porzione rilevante e dinamica dell’ebraismo religioso hassidico.
Sono attivi in molti paesi con oltre duemilaseicento loro istituti. Circa tremilasettecento loro famiglie sono partite in missione. In Italia sono presenti a Milano e Venezia, e controllano la più importante macelleria rituale di Roma. Centocinquanta rabbini di tutto il mondo hanno sottoscritto un riconoscimento della messianità del “rebbe” Schneerson. Ma proprio questo loro messianismo ha attirato sui Lubavitcher gli strali di altre componenti del mondo ebraico.

David Berger, famoso rabbino ortodosso legato ad ambienti “liberal” li definisce eretici e idolatri. Vuole che siano messi al bando. Perché a suo giudizio il loro messianismo sconvolge la dottrina ebraica classica e mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’ebraismo nel mondo. Berger è convinto che il messianismo dei Lubavitcher faciliti l’espansione missionaria dei cristiani tra gli ebrei.

Dopo Gesù le dottrine messianiche entrarono in ombra, nell’ebraismo. Divennero materia di trattazioni riservate a pochi. I Lubavitcher le hanno dissotterrate e hanno fatto leva proprio sui due passi biblici che sono centrali nel riconoscimento di Gesù da parte cristiana come Messia, applicandoli al loro “rebbe”. Il primo è di Zaccaria 12: “E guarderanno a colui che hanno trafitto”. Il secondo è di Isaia 53: “È stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità. [...] Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca. [...] Offrendo la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni”.

“Molto peggiore della sconvolgente presenza dei messianisti Lubavitcher, sulla scena attuale dell’ebraismo ortodosso, sarebbe la loro totale assenza. Un ebraismo ortodosso nel quale la speranza nel Messia rimanesse ridotta per sempre al livello di una pia affermazione, non sarebbe niente più che un corpo morto religioso. Chiamiamoli pazzi, chiamiamoli eretici, ma i messianisti Lubavitcher portano una potente, anche se strana, testimonianza della inesauribile vitalità della fede ebraica nel Messia”. David Singer, direttore di ricerca all’American Jewish Committee,

“.. in un’epoca di ‘pensiero debole’ e in un mondo che vede nell’omologazione o nell’assimilazione l’ideale supremo, i Lubavitcher sono testimoni viventi che la fede nel Messia – venuto o venturo – è il centro della fede giudeo-cristiana”.

“Gli ebrei cabalisti di Isaac Luria a Safed nel 1500, e ancora oggi gli ebrei osservanti, seguendo le profezie commentate nel Talmud e nello Zohar, aspettano la manifestazione del Messia nella ‘Galilea dei pagani’, immagine storico-geografica che annuncia una speranza quando l'uomo è arrivato al colmo della tristezza, dell'umiliazione e della disperazione”.

Giuseppe Gennarini  ( Il Foglio) -fonte : Sito messianista italiano ufficiale - http://www.moshiach.it

Il messianismo dei Lubavitcher

Il Moshiach e l'era messianica sono il traguardo ultimo del mondo, prefissato già all'inizio della creazione, per il quale il mondo è stato creato. Dunque, il Moshiach ha preceduto la creazione. Quest'affermazione però riguarda il concetto e l'anima del Moshiach poichè, rispetto alla realtà del mondo fisico, il Moshiach è un essere umano.

Personalità Carattere e Qualità

Il Moshiach è un essere umano nato in modo naturale da genitori umani. La sola particolarità delle sue origini è la discendenza dalla casa del re Davide, attraverso la linea del figlio Salomone. Dalla nascita in poi la sua rettitudine aumenterà senza sosta, e in virtù delle sue azioni egli meriterà livelli sublimi di perfezione spirituale. Il Moshiach Presente In Ogni Generazione Ogni momento è potenzialmente adatto alla venuta del Moshiach. Ciò non significa però che, arrivato tale momento, egli apparirà di colpo dai cieli per rivelarsi in terra. Al contrario il Moshiach è già in terra, sotto le spoglie di un essere umano di grande levatura spirituale (uno tzadìq) che appare e vive in ogni generazione.

Nel giorno particolare che segnerà la fine dell'esilio, quando il Moshiach redimerà Israele, l'unica anima preesistente del Moshiach "conservata" nel giardino dell'Eden fin dall'inizio della creazione discenderà sopra quello tzadìq. Rabbi Moshe Sofer riassume tale principio nei seguenti termini: Per quanto riguarda la venuta del figlio di Davide, devo fare una premessa: Moshè, il primo redentore di Israele, raggiunse l'età di ottant'anni senza sapere nè presentire che avrebbe redento Israele. Perfino quando il Santo, benedetto Egli sia, gli disse vieni e ti manderò dal faraone (Esodo 3, 10), Moshè declinò l'invito e non volle accettare quella missione. Lo stesso avverrà con il redentore finale. Il giorno nel quale venne distrutto il Tempio nacque colui che, in virtù della sua rettitudine, è adatto a diventare il redentore.

Nel momento opportuno D-o si rivelerà a lui e lo manderà, e da allora su di lui dimorerà lo spirito del Moshiach che è stato nascosto e trattenuto fino al momento della sua venuta. E' quanto accadde anche nel caso di Shaul: lo spirito della regalità e lo spirito divino, che egli non aveva mai sentito prima, discesero su di lui soltanto dopo la sua unzione... Lo tzadìq non si rende conto del suo potenziale. A causa dei nostri peccati molti di questi tzadiqìm se ne sono già andati; non abbiamo meritato che venisse loro conferito lo spirito del Moshiach. Essi erano adatti e appropriati a ciò, ma non la generazione cui appartenevano...

Tratto dal libro "Il Messia"- Lulav - Rav J. Immanuel Schochet

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