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Sommario  sx

Ecumenismo e dialogo tra le religioni

Per ecumenismo si intende normalmente il dialogo per l'unità delle Chiese cristiane.
Più generalmente si parla di dialogo tra religioni.


Incontro interreligioso di Assisi 1986

"Invito i rappresentanti delle religioni del mondo a venire ad Assisi il 24 gennaio 2002 a pregare per il superamento delle contrapposizioni e per la promozione dell'autentica pace". Giovanni Paolo II

Le religioni per la pace
Le tappe di un cammino ancora in corso

1893 - Primo incontro a Chicago del Parlamento mondiale delle religioni ("World's Parliament of Religions"), che riunì per 17 giorni 8000 rappresentanti di 16 grandi religioni, con lo scopo di conoscersi meglio e risolvere insieme i comuni problemi.

1910 - Prima Conferenza missionaria mondiale delle Chiese cristiane a Edimburgo (Scozia); altri 40 incontri mondiali sarebbero seguiti fino al 2000. Tra i temi studiati di volta in volta ci sono: la pacificazione tra cristiani, l'incontro con le grandi religioni asia tiche, la missione comune verso il mondo, la pace tra i popoli.

1934 - II teologo evangelico tedesco Dietrich Bonhoeffer propone un concilio di tutti i cristiani, capace di "gridare la pace di Cristo al mondo impazzito" (era imminente la seconda guerra mondiale).

1963 - Papa Giovanni XXIII scrive l'enciclica sulla pace "Pocem in terris", destinata "a tutti gli uomini di buona volontà"; fu definita subito "il manifesto del mondo nuovo".

1965 - I vescovi della Chiesa cattolica, riuniti in concilio in Vaticano, dichiarano che «è contraria alla volontà di Cristo ogni discriminazione tra gli uomini per motivi di rozza, di condizione sociale o di religione» (NAC, 5).

1970 - Prima Conferenza mondiale delle religioni per la pace a Kyoto. Giappone. Da al lora gli incontri proseguono a ritmo quinquennale (Lovanio 1974, Princeton 1979, Nairobi 1984, Melbourne 1989, Riva del Carda 1994, Amman 1999), per studiare problemi come il disarmo, i diritti umani, la giustizia in campo sociale e politico.

1983 - L'assemblea mondiale del Consiglio ecumenico delle Chiese a Vancouver (Canada) decide di organizzare un incontro mondiale sul tema "Giustizia, pace e salvaguar dia del creato".

1985 - Alla assemblea della Chiesa evangelico tedesca, a Ousseldorf. si rinnova l'ap pello urgente di organizzare "un concilio ecumenico per la pace".

1986 - Si svolge ad Assisi, su invito del Papa, il primo incontro interreligioso di pre ghiera per la pace; sono presenti 70 rappresentanti delle principali religioni mondiali;insieme chiesero lo tregua alle nazioni che erano in guerra. Aderirono tutti i gruppi guerriglieri in America latina, Israele. Iran. Iraq, Libano, i Khmer rossi, i Tamil e I'IRA. La rifiutò I'ETA. Da allora si parlò di "spirito di Assisi". La Comunità di Sant'Egidio tiene vivo questo spirito organizzando incontri interreligiosi ogni anno in paesi diversi.

1989 - Assemblea ecumenico delle Chiese europee a Basilea sul tema "Pace nella giustizia".

1993 - Secondo incontro interrei igioso di preghiera ad Assisi, a cui parteciparono i rappresentanti di Chiese cristiane, dell'ebraismo e dell'isiam; era in corso la guerra nei Balcani e nella ex Jugoslavia.

1993 - II Parlamento delle religioni mondiali, riunito a Chicago. pubblica una Dichiarazione per un'etica mondiale, documento che testimonia un inizio di consenso raggiunto sui valori morali fondamentali, ritenuti validi e applicabili per tutta l'umanità.

2001 - Giovanni Paolo II, rivolgendo un discorso alla Pontificia accademia delle scienze sociali, parla di un "codice etico comune dell'umanità" per garantire una convivenza pacifica a tutti.

2001 - Forum per la pace a Barcellona, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio di Roma. sul tema "Religioni e civiltà nel nuovo secolo".

2002 - Ad Assisi, su invito di Giovanni Paolo II, terzo incontro interreligioso di preghiera per la pace. a seguito degli attentati terroristici contro gli USA e la successiva guerra in Afghanistan.

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Ecumenismo

[Per i documenti vaticani consulta : PONTIFICIO CONSIGLIO PER L'UNITA' DEI CRISTIANI  e PRO UNIONE]

DECRETO SULL’ECUMENISMO
UNITATIS REDINTEGRATIO
1964

PROEMIO

1. Promuovere il ristabilimento dell'unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II. Da Cristo Signore la Chiesa è stata fondata una e unica, eppure molte comunioni cristiane propongono se stesse agli uomini come la vera eredità di Gesù Cristo. Tutti invero asseriscono di essere discepoli del Signore, ma hanno opinioni diverse e camminano per vie diverse, come se Cristo stesso fosse diviso (1). Tale divisione non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura.

Ora, il Signore dei secoli, il quale con sapienza e pazienza persegue il disegno della sua grazia verso di noi peccatori, in questi ultimi tempi ha incominciato a effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separati l'interiore ravvedimento e il desiderio dell'unione. Moltissimi uomini in ogni dove sono stati toccati da questa grazia, e tra i nostri fratelli separati è sorto anche per grazia dello Spirito Santo un movimento che si allarga di giorno in giorno per il ristabilimento dell'unità di tutti i cristiani. A questo movimento per l'unità, che è chiamato nuovamente ecumenico, partecipano quelli che invocano la Trinità e confessano Gesù come Signore e Salvatore, e non solo presi a uno a uno, ma anche riuniti in comunità, nelle quali hanno ascoltato il Vangelo e che essi chiamano la Chiesa loro e la Chiesa di Dio. Quasi tutti però, anche se in modo diverso, aspirano a una Chiesa di Dio una e visibile, che sia veramente universale e mandata al mondo intero, perché questo si converta al Vangelo e così si salvi per la gloria di Dio.

Perciò questo sacro Concilio, considerando con gioia tutti questi fatti, dopo avere già esposta la dottrina sulla Chiesa, mosso dal desiderio di ristabilire l'unità fra tutti i discepoli di Cristo, intende ora proporre a tutti i cattolici gli aiuti, gli orientamenti, e i modi, con i quali possano essi stessi rispondere a questa vocazione e a questa grazia divina.

CAPITOLO I

PRINCIPI CATTOLICI SULL'ECUMENISMO

Unità e unicità della Chiesa

2. In questo si è mostrato l'amore di Dio per noi, che l'unigenito Figlio di Dio è stato mandato dal Padre nel mondo affinché, fatto uomo, con la redenzione rigenerasse il genere umano e lo radunasse in unità (2). Ed egli, prima di offrirsi vittima immacolata sull'altare della croce, pregò il Padre per i credenti, dicendo: « che tutti siano una sola cosa, come tu, o Padre, sei in me ed io in te; anch'essi siano uno in noi, cosicché il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv 17,21), e istituì nella sua Chiesa il mirabile sacramento dell'eucaristia, dal quale l'unità della Chiesa è significata ed attuata. Diede ai suoi discepoli il nuovo comandamento del mutuo amore (3) e promise lo Spirito consolatore (4), il quale restasse con loro per sempre, Signore e vivificatore.

Innalzato poi sulla croce e glorificato, il Signore Gesù effuse lo Spirito promesso, per mezzo del quale chiamò e riunì nell'unità della fede, della speranza e della carità il popolo della Nuova Alleanza, che è la Chiesa, come insegna l'Apostolo: « Un solo corpo e un solo Spirito, come anche con la vostra vocazione siete stati chiamati a una sola speranza. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,4-5). Poiché « quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo... Tutti voi siete uno in Cristo Gesù » (Gal 3,27-28). Lo Spirito Santo che abita nei credenti e riempie e regge tutta la Chiesa, produce questa meravigliosa comunione dei fedeli e li unisce tutti così intimamente in Cristo, da essere il principio dell'unità della Chiesa. Egli realizza la diversità di grazie e di ministeri (5), e arricchisce di funzioni diverse la Chiesa di Gesù Cristo « per rendere atti i santi a compiere il loro ministero, affinché sia edificato il corpo di Cristo» (Ef 4,12).

Per stabilire dovunque fino alla fine dei secoli questa sua Chiesa santa, Cristo affidò al collegio dei dodici l'ufficio di insegnare, governare e santificare (6). Tra di loro scelse Pietro, sopra il quale, dopo la sua confessione di fede, decise di edificare la sua Chiesa; a lui promise le chiavi del regno dei cieli (7) e, dopo la sua professione di amore, affidò tutte le sue pecore perché le confermasse nella fede (8) e le pascesse in perfetta unità (9), mentre egli rimaneva la pietra angolare (10) e il pastore delle anime nostre in eterno (11).

Gesù Cristo vuole che il suo popolo, per mezzo della fedele predicazione del Vangelo, dell'amministrazione dei sacramenti e del governo amorevole da parte degli apostoli e dei loro successori, cioè i vescovi con a capo il successore di Pietro, sotto l'azione dello Spirito Santo, cresca e perfezioni la sua comunione nell'unità: nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio. Così la Chiesa, unico gregge di Dio, quale segno elevato alla vista delle nazioni (12), mettendo a servizio di tutto il genere umano il Vangelo della pace (13), compie nella speranza il suo pellegrinaggio verso la meta che è la patria celeste (14).

Questo è il sacro mistero dell'unità della Chiesa, in Cristo e per mezzo di Cristo, mentre lo Spirito Santo opera la varietà dei ministeri. Il supremo modello e principio di questo mistero è l'unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo.

Relazioni dei fratelli separati con la Chiesa cattolica

3. In questa Chiesa di Dio una e unica sono sorte fino dai primissimi tempi alcune scissioni (15), condannate con gravi parole dall'Apostolo (16) ma nei secoli posteriori sono nate dissensioni più ampie, e comunità considerevoli si staccarono dalla piena comunione della Chiesa cattolica, talora per colpa di uomini di entrambe le parti. Quelli poi che ora nascono e sono istruiti nella fede di Cristo in tali comunità, non possono essere accusati di peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li circonda di fraterno rispetto e di amore. Coloro infatti che credono in Cristo ed hanno ricevuto validamente il battesimo, sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica. Sicuramente, le divergenze che in vari modi esistono tra loro e la Chiesa cattolica, sia nel campo della dottrina e talora anche della disciplina, sia circa la struttura della Chiesa, costituiscono non pochi impedimenti, e talvolta gravi, alla piena comunione ecclesiale. Al superamento di essi tende appunto il movimento ecumenico. Nondimeno, giustificati nel battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo (17) e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani, e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti quali fratelli nel Signore (18).

Inoltre, tra gli elementi o beni dal complesso dei quali la stessa Chiesa è edificata e vivificata, alcuni, anzi parecchi ed eccellenti, possono trovarsi fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica: la parola di Dio scritta, la vita della grazia, la fede, la speranza e la carità, e altri doni interiori dello Spirito Santo ed elementi visibili. Tutte queste cose, le quali provengono da Cristo e a lui conducono, appartengono a buon diritto all'unica Chiesa di Cristo.

Anche non poche azioni sacre della religione cristiana vengono compiute dai fratelli da noi separati, e queste in vari modi, secondo la diversa condizione di ciascuna Chiesa o comunità, possono senza dubbio produrre realmente la vita della grazia, e si devono dire atte ad aprire accesso alla comunione della salvezza.

Perciò queste Chiese (19) e comunità separate, quantunque crediamo abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza non son affatto spoglie di significato e di valore. Lo Spirito di Cristo infatti non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica.

Tuttavia i fratelli da noi separati, sia essi individualmente, sia le loro comunità e Chiese, non godono di quella unità, che Gesù Cristo ha voluto elargire a tutti quelli che ha rigenerato e vivificato insieme per formare un solo corpo in vista di una vita nuova, unità attestata dalle sacre Scritture e dalla veneranda tradizione della Chiesa. Infatti solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è il mezzo generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà noi crediamo che al solo Collegio apostolico con a capo Pietro il Signore ha affidato tutti i tesori della Nuova Alleanza, al fine di costituire l'unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio. Il quale popolo, quantunque rimanga esposto al peccato nei suoi membri finché dura la sua terrestre peregrinazione, cresce tuttavia in Cristo ed è soavemente condotto da Dio secondo i suoi arcani disegni, fino a che raggiunga gioioso tutta la pienezza della gloria eterna nella celeste Gerusalemme.

L'ecumenismo

4. Siccome oggi, sotto il soffio della grazia dello Spirito Santo, in più parti del mondo con la preghiera, la parola e l'azione si fanno molti sforzi per avvicinarsi a quella pienezza di unità che Gesù Cristo vuole, questo santo Concilio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all'opera ecumenica.

Per « movimento ecumenico » si intendono le attività e le iniziative suscitate e ordinate a promuovere l'unità dei cristiani, secondo le varie necessità della Chiesa e secondo le circostanze. Così, in primo luogo, ogni sforzo per eliminare parole, giudizi e opere che non rispecchiano con giustizia e verità la condizione dei fratelli separati e perciò rendono più difficili le mutue relazioni con essi. Poi, in riunioni che si tengono con intento e spirito religioso tra cristiani di diverse Chiese o comunità, il « dialogo » condotto da esponenti debitamente preparati, nel quale ognuno espone più a fondo la dottrina della propria comunione e ne presenta con chiarezza le caratteristiche. Infatti con questo dialogo tutti acquistano una conoscenza più vera e una stima più giusta della dottrina e della vita di ogni comunione. Inoltre quelle comunioni vengono a collaborare più largamente in qualsiasi dovere richiesto da ogni coscienza cristiana per il bene comune, e possono anche, all'occasione, riunirsi per pregare insieme. Infine, tutti esaminano la loro fedeltà alla volontà di Cristo circa la Chiesa e, com'è dovere, intraprendono con vigore l'opera di rinnovamento e di riforma.

Tutte queste cose, quando con prudenza e costanza sono compiute dai fedeli della Chiesa cattolica sotto la vigilanza dei pastori, contribuiscono a promuovere la giustizia e la verità, la concordia e la collaborazione, la carità fraterna e l'unione. Per questa via a poco a poco, superati gli ostacoli frapposti alla perfetta comunione ecclesiale, tutti i cristiani, nell'unica celebrazione dell'eucaristia, si troveranno riuniti in quella unità dell'unica Chiesa che Cristo fin dall'inizio donò alla sua Chiesa, e che crediamo sussistere, senza possibilità di essere perduta, nella Chiesa cattolica, e speriamo che crescerà ogni giorno più fino alla fine dei secoli.

È chiaro che l'opera di preparazione e di riconciliazione delle singole persone che desiderano la piena comunione cattolica, si distingue, per sua natura, dall'iniziativa ecumenica; non c'è però tra esse alcuna opposizione, poiché l'una e l'altra procedono dalla mirabile disposizione di Dio.

I fedeli cattolici nell'azione ecumenica si mostreranno senza esitazione pieni di sollecitudine per i loro fratelli separati, pregando per loro, parlando con loro delle cose della Chiesa, facendo i primi passi verso di loro. E innanzi tutto devono essi stessi con sincerità e diligenza considerare ciò che deve essere rinnovato e realizzato nella stessa famiglia cattolica, affinché la sua vita renda una testimonianza più fedele e più chiara della dottrina e delle istituzioni tramandate da Cristo per mezzo degli apostoli.

Infatti, benché la Chiesa cattolica sia stata arricchita di tutta la verità rivelata da Dio e di tutti i mezzi della grazia, tuttavia i suoi membri non se ne servono per vivere con tutto il dovuto fervore. Ne risulta che il volto della Chiesa rifulge meno davanti ai fratelli da noi separati e al mondo intero, e la crescita del regno di Dio ne è ritardata. Perciò tutti i cattolici devono tendere alla perfezione cristiana (20) e sforzarsi, ognuno secondo la sua condizione, perché la Chiesa, portando nel suo corpo l'umiltà e la mortificazione di Gesù (21), vada di giorno in giorno purificandosi e rinnovandosi, fino a che Cristo se la faccia comparire innanzi risplendente di gloria, senza macchia né ruga (22).

Nella Chiesa tutti, secondo il compito assegnato ad ognuno sia nelle varie forme della vita spirituale e della disciplina, sia nella diversità dei riti liturgici, anzi, anche nella elaborazione teologica della verità rivelata, pur custodendo l'unità nelle cose necessarie, serbino la debita libertà; in ogni cosa poi pratichino la carità. Poiché agendo così manifesteranno ogni giorno meglio la vera cattolicità e insieme l'apostolicità della Chiesa.

D'altra parte è necessario che i cattolici con gioia riconoscano e stimino i valori veramente cristiani, promananti dal comune patrimonio, che si trovano presso i fratelli da noi separati. Riconoscere le ricchezze di Cristo e le opere virtuose nella vita degli altri, i quali rendono testimonianza a Cristo talora sino all'effusione del sangue, è cosa giusta e salutare: perché Dio è sempre mirabile e deve essere ammirato nelle sue opere.

Né si deve dimenticare che quanto dalla grazia dello Spirito Santo viene compiuto nei fratelli separati, può pure contribuire alla nostra edificazione. Tutto ciò che è veramente cristiano, non è mai contrario ai beni della fede ad esso collegati, anzi può sempre far sì che lo stesso mistero di Cristo e della Chiesa sia raggiunto più perfettamente.

Tuttavia le divisioni dei cristiani impediscono che la Chiesa realizzi la pienezza della cattolicità a lei propria in quei figli che le sono certo uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione. Inoltre le diventa più difficile esprimere sotto ogni aspetto la pienezza della cattolicità nella realtà della vita.

Questo santo Concilio costata con gioia che la partecipazione dei fedeli all'azione ecumenica cresce ogni giorno, e la raccomanda ai vescovi d'ogni parte della terra, perché sia promossa solertemente e sia da loro diretta con prudenza.

CAPITOLO II

ESERCIZIO DELL'ECUMENISMO

L'unione deve interessare a tutti

5. La cura di ristabilire l'unione riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i pastori, e tocca ognuno secondo le proprie possibilità, tanto nella vita cristiana di ogni giorno quanto negli studi teologici e storici. Tale cura manifesta già in qualche modo il legame fraterno che esiste fra tutti i cristiani e conduce alla piena e perfetta unità, conforme al disegno della bontà di Dio.

La riforma della Chiesa

6. Siccome ogni rinnovamento della Chiesa (23) I consiste essenzialmente in una fedeltà più grande alla sua vocazione, esso è senza dubbio la ragione del movimento verso l'unità. La Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno. Se dunque alcune cose, sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica ed anche nel modo di enunziare la dottrina - che bisogna distinguere con cura dal deposito vero e proprio della fede--sono state osservate meno accuratamente, a seguito delle circostanze, siano opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine. Questo rinnovamento ha quindi una importanza ecumenica singolare. I vari modi poi attraverso i quali tale rinnovazione della vita della Chiesa già è in atto - come sono il movimento biblico e liturgico, la predicazione della parola di Dio e la catechesi, l'apostolato dei laici, le nuove forme di vita religiosa, la spiritualità del matrimonio, la dottrina e l'attività della Chiesa in campo sociale--vanno considerati come garanzie e auspici che felicemente preannunziano i futuri progressi dell'ecumenismo.

La conversione del cuore

7. Non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione. Infatti il desiderio dell'unità nasce e matura dal rinnovamento dell'animo (24), dall'abnegazione di se stessi e dal pieno esercizio della carità. Perciò dobbiamo implorare dallo Spirito divino la grazia di una sincera abnegazione, dell'umiltà e della dolcezza nel servizio e della fraterna generosità di animo verso gli altri. « Vi scongiuro dunque - dice l'Apostolo delle genti - io, che sono incatenato nel Signore, di camminare in modo degno della vocazione a cui siete stati chiamati, con ogni umiltà e dolcezza, con longanimità, sopportandovi l'un l'altro con amore, attenti a conservare l'unità dello spirito mediante il vincolo della pace» (Ef 4,1-3). Questa esortazione riguarda soprattutto quelli che sono stati innalzati al sacro ordine per continuare la missione di Cristo, il quale « non è venuto tra di noi per essere servito, ma per servire » (Mt 20,28).

Anche delle colpe contro l'unità vale la testimonianza di san Giovanni: « Se diciamo di non aver peccato, noi facciamo di Dio un mentitore, e la sua parola non è in noi» (1 Gv 1,10). Perciò con umile preghiera chiediamo perdono a Dio e ai fratelli separati, come pure noi rimettiamo ai nostri debitori.

Si ricordino tutti i fedeli, che tanto meglio promuoveranno, anzi vivranno in pratica l'unione dei cristiani, quanto più si studieranno di condurre una vita più conforme al Vangelo. Quanto infatti più stretta sarà la loro comunione col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, tanto più intima e facile potranno rendere la fraternità reciproca.

L'unione nella preghiera

8. Questa conversione del cuore e questa santità di vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per l'unità dei cristiani, devono essere considerate come l'anima di tutto il movimento ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale.

È infatti consuetudine per i cattolici di recitare insieme la preghiera per l'unità della Chiesa, con la quale ardentemente alla vigilia della sua morte lo stesso Salvatore pregò il Padre: « che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21).

In alcune speciali circostanze, come sono le preghiere che vengono indette « per l'unità » e nelle riunioni ecumeniche, è lecito, anzi desiderabile, che i cattolici si associno nella preghiera con i fratelli separati. Queste preghiere in comune sono senza dubbio un mezzo molto efficace per impetrare la grazia dell'unità e costituiscono una manifestazione autentica dei vincoli con i quali i cattolici rimangono uniti con i fratelli separati: « Poiché dove sono due o tre adunati nel nome mio, ci sono io in mezzo a loro » (Mt 18,20).

Tuttavia, non è permesso considerare la « communicatio in sacris » come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per il ristabilimento dell'unità dei cristiani. Questa « communicatio » è regolata soprattutto da due principi: esprimere l'unità della Chiesa; far partecipare ai mezzi della grazia. Essa è, per lo più, impedita dal punto di vista dell'espressione dell'unità; la necessità di partecipare la grazia talvolta la raccomanda. Circa il modo concreto di agire, avuto riguardo a tutte le circostanze di tempo, di luogo, di persone, decida prudentemente l'autorità episcopale del luogo, a meno che non sia altrimenti stabilito dalla conferenza episcopale a norma dei propri statuti, o dalla santa Sede.

La reciproca conoscenza

9. Bisogna conoscere l'animo dei fratelli separati. A questo scopo è necessario lo studio, e bisogna condurlo con lealtà e benevolenza. I cattolici debitamente preparati devono acquistare una migliore conoscenza della dottrina e della storia, della vita spirituale e liturgica, della psicologia religiosa e della cultura propria dei fratelli. A questo scopo molto giovano le riunioni miste, con la partecipazione di entrambe le parti, per dibattere specialmente questioni teologiche, dove ognuno tratti da pari a pari, a condizione che quelli che vi partecipano, sotto la vigilanza dei vescovi, siano veramente competenti. Da questo dialogo apparirà più chiaramente anche la vera posizione della Chiesa cattolica. In questo modo si verrà a conoscere meglio il pensiero dei fratelli separati e a loro verrà esposta con maggiore precisione la nostra fede.

La formazione ecumenica

10. L'insegnamento della sacra teologia e delle altre discipline, specialmente storiche, deve essere impartito anche sotto l'aspetto ecumenico, perché abbia sempre meglio a corrispondere alla verità dei fatti. È molto importante che i futuri pastori e i sacerdoti conoscano bene la teologia accuratamente elaborata in questo modo, e non in maniera polemica, soprattutto per quanto riguarda le relazioni dei fratelli separati con la Chiesa cattolica. È infatti dalla formazione dei sacerdoti che dipende soprattutto l'istituzione e la formazione spirituale dei fedeli e dei religiosi. Anche i cattolici che attendono alle opere missionarie in terre in cui lavorano altri cristiani devono conoscere, specialmente oggi, le questioni e i frutti che nel loro apostolato nascono dall'ecumenismo.

Modi di esprimere e di esporre la dottrina della fede

11. Il modo e il metodo di enunziare la fede cattolica non deve in alcun modo essere di ostacolo al dialogo con i fratelli. Bisogna assolutamente esporre con chiarezza tutta intera la dottrina. Niente è più alieno dall'ecumenismo che quel falso irenismo, che altera la purezza della dottrina cattolica e ne oscura il senso genuino e preciso.

Allo stesso tempo la fede cattolica va spiegata con maggior profondità ed esattezza, con un modo di esposizione e un linguaggio che possano essere compresi anche dai fratelli separati. Inoltre nel dialogo ecumenico i teologi cattolici, fedeli alla dottrina della Chiesa, nell'investigare con i fratelli separati i divini misteri devono procedere con amore della verità, con carità e umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o « gerarchia » nelle verità della dottrina cattolica, in ragione del loro rapporto differente col fondamento della fede cristiana. Così si preparerà la via nella quale, per mezzo di questa fraterna emulazione, tutti saranno spinti verso una più profonda cognizione e più chiara manifestazione delle insondabili ricchezze di Cristo (25).

La cooperazione con i fratelli separati

12. Tutti i cristiani professino davanti a tutti i popoli la fede in Dio uno e trino, nel Figlio di Dio incarnato, Redentore e Signore nostro, e con comune sforzo nella mutua stima rendano testimonianza della speranza nostra, che non inganna. Siccome in questi tempi si stabilisce su vasta scala la cooperazione nel campo sociale, tutti gli uomini sono chiamati a questa comune opera, ma a maggior ragione quelli che credono in Dio e, in primissimo luogo, tutti i cristiani, a causa del nome di Cristo di cui sono insigniti. La cooperazione di tutti i cristiani esprime vivamente l'unione già esistente tra di loro, e pone in più piena luce il volto di Cristo servo. Questa cooperazione, già attuata in non poche nazioni, va ogni giorno più perfezionata-- specialmente nelle nazioni dove è in atto una evoluzione sociale o tecnica--sia facendo stimare rettamente la dignità della persona umana, sia lavorando a promuovere il bene della pace, sia applicando socialmente il Vangelo, sia facendo progredire con spirito cristiano le scienze e le arti, come pure usando rimedi d'ogni genere per venire incontro alle miserie de. nostro tempo, quali sono la fame e le calamità, l'analfabetismo e l'indigenza, la mancanza di abitazioni e l'ineguale distribuzione della ricchezza. Da questa cooperazione i credenti in Cristo possono facilmente imparare come ci si possa meglio conoscere e maggiormente stimare gli uni e gli altri, e come si appiani la via verso l'unità dei cristiani.

CAPITOLO III

CHIESE E COMUNITÀ ECCLESIALI SEPARATE DALLA SEDE APOSTOLICA ROMANA

Le varie divisioni

13. Noi rivolgiamo ora il nostro pensiero alle due principali categorie di scissioni che hanno intaccato l'inconsutile tunica di Cristo.

Le prime di esse avvennero in Oriente, sia per la contestazione delle forme dogmatiche dei Concili di Efeso e di Calcedonia, sia, più tardi, per la rottura della comunione ecclesiastica tra i patriarchi orientali e la sede romana.

Le altre sono sorte, dopo più di quattro secoli, in Occidente, a causa di quegli eventi che comunemente sono conosciuti con il nome di Riforma. Da allora parecchie Comunioni sia nazionali che confessionali, si separarono dalla Sede romana. Tra quelle nelle quali continuano a sussistere in parte le tradizioni e le strutture cattoliche, occupa un posto speciale la Comunione anglicana. Tuttavia queste varie divisioni differiscono molto tra di loro non solo per ragione dell'origine, del luogo e del tempo, ma soprattutto per la natura e gravità delle questioni spettanti la fede e la struttura ecclesiastica. Perciò questo santo Concilio, il quale né misconosce le diverse condizioni delle diverse Comunioni cristiane, né trascura i legami ancora esistenti tra loro nonostante la divisione, per una prudente azione ecumenica decide di proporre le seguenti considerazioni.

I. Speciale considerazione delle Chiese orientali

Carattere e storia propria degli orientali

14. Le Chiese d'Oriente e d'Occidente hanno seguito per molti secoli una propria via, unite però dalla fraterna comunione nella fede e nella vita sacramentale, sotto la direzione della Sede romana di comune consenso accettata, qualora fra loro fossero sorti dissensi circa la fede o la disciplina. È cosa gradita per il sacro Concilio richiamare alla mente di tutti, tra le altre cose di grande importanza, che in Oriente prosperano molte Chiese particolari o locali, tra le quali tengono il primo posto le Chiese patriarcali, e come non poche di queste si gloriano d'essere state fondate dagli stessi apostoli. Perciò presso gli orientali grande fu ed è ancora la preoccupazione e la cura di conservare, in una comunione di fede e di carità, quelle fraterne relazioni che, come tra sorelle, devono esistere tra le Chiese locali.

Non si deve parimenti dimenticare che le Chiese d'Oriente hanno fin dall'origine un tesoro dal quale la Chiesa d'Occidente ha attinto molti elementi nel campo della liturgia, della tradizione spirituale e dell'ordine giuridico. Né si deve sottovalutare il fatto che i dogmi fondamentali della fede cristiana sulla Trinità e sul Verbo di Dio incarnato da Maria vergine, sono stati definiti in Concili ecumenici celebrati in Oriente e come, per conservare questa fede, quelle Chiese hanno molto sofferto e soffrono ancora. L'eredità tramandata dagli apostoli è stata accettata in forme e modi diversi e, fin dai primordi stessi della Chiesa, qua e là variamente sviluppata, anche per le diversità di carattere e di condizioni di vita. Tutte queste cose, oltre alle cause esterne e anche per mancanza di mutua comprensione e carità, diedero ansa alle separazioni.

Perciò il santo Concilio esorta tutti, ma specialmente quelli che intendono lavorare al ristabilimento della desiderata piena comunione tra le Chiese orientali e la Chiesa cattolica, a tenere in debita considerazione questa speciale condizione della nascita e della crescita delle Chiese d'Oriente, e la natura delle relazioni vigenti fra esse e la Sede di Roma prima della separazione, e a formarsi un equo giudizio su tutte queste cose. Questa regola, ben osservata, contribuirà moltissimo al dialogo che si vuole stabilire.

Tradizione liturgica e spirituale degli orientali

15. È pure noto a tutti con quanto amore i cristiani d'Oriente celebrino la sacra liturgia, specialmente quella eucaristica, fonte della vita della Chiesa e pegno della gloria futura; in essa i fedeli, uniti al vescovo, hanno accesso a Dio Padre per mezzo del Figlio, Verbo incarnato, morto e glorificato, nell'effusione dello Spirito Santo, ed entrano in comunione con la santissima Trinità, fatti «partecipi della natura divina » (2 Pt 1,4). Perciò con la celebrazione dell'eucaristia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce (26), e con la concelebrazione si manifesta la comunione tra di esse.

In questo culto liturgico gli orientali magnificano con splendidi inni Maria sempre vergine, solennemente proclamata santissima madre di Dio dal Concilio ecumenico Efesino, perché Cristo conforme alla sacra Scrittura fosse riconosciuto, in senso vero e proprio, Figlio di Dio e figlio dell'uomo; similmente tributano grandi omaggi a molti santi, fra i quali vi sono Padri della Chiesa universale.

Siccome poi quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti - e soprattutto, in virtù della successione apostolica, il sacerdozio e l'eucaristia - che li uniscono ancora a noi con strettissimi vincoli, una certa « communicatio in sacris », presentandosi opportune circostanze e con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica, non solo è possibile, ma anche consigliabile.

In Oriente si trovano pure le ricchezze di quelle tradizioni spirituali che sono espresse specialmente dal monachismo. Ivi infatti fin dai gloriosi tempi dei santi Padri fiorì quella spiritualità monastica che si estese poi all'Occidente, e dalla quale, come da sua fonte, trasse origine la regola monastica dei latini e in seguito ricevette di tanto in tanto nuovo vigore. Perciò caldamente si raccomanda che i cattolici con maggior frequenza accedano a queste ricchezze de Padri orientali, che elevano tutto l'uomo alla contemplazione delle cose divine.

Tutti sappiano che il conoscere, venerare, conservare e sostenere il ricchissimo patrimonio liturgico e spirituale degli orientali è di somma importanza per la fedele custodia dell'integra tradizione cristiana per la riconciliazione dei cristiani d'Oriente e d'occidente.

Disciplina degli orientali

16. Inoltre fin dai primi tempi le Chiese d'Oriente seguivano discipline proprie, sancite dai santi Padri e dai Concili, anche ecumenici. Una certa diversità di usi e consuetudini, come abbiamo sopra ricordato, non si oppone minimamente all'unità della Chiesa, anzi ne accresce la bellezza e costituisce un aiuto prezioso al compimento della sua missione perciò il sacro Concilio, onde togliere ogni dubbio dichiara che le Chiese d'Oriente, memori della necessaria unità di tutta la Chiesa, hanno potestà di regolarsi secondo le proprie discipline, come più consone al carattere dei loro fedeli e più adatte a pro muovere il bene delle anime. La perfetta osservanza di questo principio tradizionale, invero non sempre rispettata, appartiene a quelle cose che sono assolutamente richieste come previa condizione al ristabilimento dell'unità.

Carattere proprio degli orientali nell'esporre i misteri

17. Ciò che sopra è stato detto circa la legittima diversità deve essere applicato anche alla diversa enunziazione delle dottrine teologiche. Effettivamente nell'indagare la verità rivelata in Oriente e in Occidente furono usati metodi e cammini diversi per giungere alla conoscenza e alla confessione delle cose divine. Non fa quindi meraviglia che alcuni aspetti del mistero rivelato siano talvolta percepiti in modo più adatto e posti in miglior luce dall'uno che non dall'altro, cosicché si può dire che quelle varie formule teologiche non di rado si completino, piuttosto che opporsi. Per ciò che riguarda le tradizioni teologiche autentiche degli orientali, bisogna riconoscere che esse sono eccellentemente radicate nella sacra Scrittura, sono coltivate ed espresse dalla vita liturgica, sono nutrite dalla viva tradizione apostolica, dagli scritti dei Padri e dagli scrittori ascetici orientali, e tendono a una retta impostazione della vita, anzi alla piena contemplazione della verità cristiana.

Questo sacro Concilio, ringraziando Dio che molti orientali figli della Chiesa cattolica, i quali custodiscono questo patrimonio e desiderano viverlo con maggior purezza e pienezza, vivano già in piena comunione con i fratelli che seguono la tradizione occidentale, dichiara che tutto questo patrimonio spirituale e liturgico, disciplinare e teologico, nelle diverse sue tradizioni, appartiene alla piena cattolicità e apostolicità della Chiesa.

Conclusione

18. Considerate bene tutte queste cose, questo sacro Concilio inculca di nuovo ciò che è stato dichiarato dai precedenti sacri Concili e dai romani Pontefici, che cioè, per ristabilire o conservare la comunione e l'unità bisogna « non imporre altro peso fuorché le cose necessarie » (At 15,28). Desidera pure ardentemente che d'ora in poi, nelle varie istituzioni e forme della vita della Chiesa, tutti gli sforzi tendano passo passo al conseguimento di essa, specialmente con la preghiera e il dialogo fraterno circa la dottrina e le più urgenti necessità pastorali del nostro tempo. Raccomanda parimenti ai pastori e ai fedeli della Chiesa cattolica di stabilire delle relazioni con quelli che non vivono più in Oriente, ma lontani dalla patria. Così crescerà la fraterna collaborazione con loro in spirito di carità, bandendo ogni sentimento di litigiosa rivalità. Se questa opera sarà promossa con tutto l'animo, il sacro Concilio spera che, tolta la parete che divide la Chiesa occidentale dall'orientale, si avrà finalmente una sola dimora solidamente fondata sulla pietra angolare, Cristo Gesù, il quale di entrambe farà una cosa sola (27).

II. Chiese e Comunità ecclesiali separate in Occidente

Condizione di queste comunità

19. Le Chiese e Comunità ecclesiali che, o in quel gravissimo sconvolgimento incominciato in Occidente già alla fine del medioevo, o in tempi posteriori si sono separate dalla Sede apostolica romana sono unite alla Chiesa cattolica da una speciale affinità e stretta relazione, dovute al lungo periodo di vita che il popolo cristiano nei secoli passati trascorse nella comunione ecclesiastica.

Ma siccome queste Chiese e Comunità ecclesiali per la loro diversità di origine, di dottrina e di vita spirituale, differiscono non poco anche tra di loro, e non solo da noi, è assai difficile descriverle con precisione, e noi non abbiamo qui l'intenzione di farlo.

Sebbene il movimento ecumenico e il desiderio di pace con la Chiesa cattolica non sia ancora invalso dovunque, nutriamo speranza che a poco a poco cresca in tutti il sentimento ecumenico e la mutua stima.

Bisogna però riconoscere che tra queste Chiese e Comunità e la Chiesa cattolica vi sono importanti divergenze, non solo di carattere storico, sociologico, psicologico e culturale, ma soprattutto nell'interpretazione della verità rivelata. Per poter più facilmente, nonostante queste differenze, riprendere il dialogo ecumenico, vogliamo qui mettere in risalto alcuni elementi, che possono e devono essere la base e il punto di partenza di questo dialogo.

La fede in Cristo

20. Il nostro pensiero si rivolge prima di tutto a quei cristiani che apertamente confessano Gesù Cristo come Dio e Signore e unico mediatore tra Dio e gli uomini, per la gloria di un solo Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Sappiamo che vi sono invero non lievi discordanze dalla dottrina della Chiesa cattolica anche intorno a Cristo Verbo di Dio incarnato e all'opera della redenzione, e perciò intorno al mistero e al ministero della Chiesa e alla funzione di Maria nell'opera della salvezza. Ci rallegriamo tuttavia vedendo i fratelli separati tendere a Cristo come a fonte e centro della comunione ecclesiale. Presi dal desiderio dell'unione con Cristo, essi sono spinti a cercare sempre di più l'unità ed anche a rendere dovunque testimonianza della loro fede presso le genti.

Studio della sacra Scrittura

21. L'amore e la venerazione--quasi il culto-- delle sacre Scritture conducono i nostri fratelli al costante e diligente studio del libro sacro. Il Vangelo infatti « è la forza di Dio per la salvezza di ogni credente, del Giudeo prima, e poi del Gentile » (Rm 1,16).

Invocando lo Spirito Santo, cercano nella stessa sacra Scrittura Dio come colui che parla a loro in Cristo, preannunziato dai profeti, Verbo di Dio per noi incarnato. In esse contemplano la vita di Cristo e quanto il divino Maestro ha insegnato e compiuto per la salvezza degli uomini, specialmente i misteri della sua morte e resurrezione.

Ma quando i cristiani da noi separati affermano la divina autorità dei libri sacri, la pensano diversamente da noi - e in modo invero diverso gli uni dagli altri - circa il rapporto tra la sacra Scrittura e la Chiesa. Secondo la fede cattolica, infatti, il magistero autentico ha un posto speciale nell'esporre e predicare la parola di Dio scritta.

Cionondimeno nel dialogo la sacra Scrittura costituisce uno strumento eccellente nella potente mano di Dio per il raggiungimento di quella unità, che il Salvatore offre a tutti gli uomini.

La vita sacramentale

22. Col sacramento del battesimo, quando secondo l'istituzione del Signore è debitamente conferito e ricevuto con le disposizioni interiori richieste, l'uomo e veramente incorporato a Cristo crocifisso e glorificato e viene rigenerato per partecipare alla vita divina, secondo le parole dell'Apostolo: « Sepolti insieme con lui nel battesimo, nel battesimo insieme con lui siete risorti, mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha ridestato da morte (Col 2,12) (28).

Il battesimo quindi costituisce il vincolo sacramentale dell'unità che vige tra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati rigenerati. Tuttavia il battesimo, di per sé, è soltanto l'inizio e l'esordio, che tende interamente all'acquisto della pienezza della vita in Cristo. Pertanto esso è ordinato all'integra professione della fede, all'integrale incorporazione nell'istituzione della salvezza, quale Cristo l'ha voluta, e infine alla piena inserzione nella comunità eucaristica.

Le comunità ecclesiali da noi separate, quantunque manchi loro la piena unità con noi derivante dal battesimo, e quantunque crediamo che esse, specialmente per la mancanza del sacramento dell'ordine, non hanno conservata la genuina ed integra sostanza del mistero eucaristico, tuttavia, mentre nella santa Cena fanno memoria della morte e della resurrezione del Signore, professano che nella comunione di Cristo è significata la vita e aspettano la sua venuta gloriosa. Bisogna quindi che la dottrina circa la Cena del Signore, gli altri sacramenti, il culto e i ministeri della Chiesa costituiscano oggetto del dialogo.

La vita in Cristo

23. La vita cristiana di questi fratelli è alimentata dalla fede in Cristo e beneficia della grazia del battesimo e dell'ascolto della parola di Dio. Si manifesta poi nella preghiera privata, nella meditazione della Bibbia, nella vita della famiglia cristiana, nel culto della comunità riunita a lodare Dio. Del resto il loro culto mostra talora importanti elementi della comune liturgia antica.

La fede con cui si crede a Cristo produce i frutti della lode e del ringraziamento per i benefici ricevuti da Dio; a ciò si aggiunge un vivo sentimento della giustizia e una sincera carità verso il prossimo. E questa fede operosa ha pure creato non poche istituzioni per sollevare la miseria spirituale e corporale per l'educazione della gioventù, per rendere più umane le condizioni sociali della vita, per stabilire ovunque una pace stabile.

Anche se in campo morale molti cristiani non intendono sempre il Vangelo alla stessa maniera dei cattolici, né ammettono le stesse soluzioni dei problemi più difficili dell'odierna società, tuttavia vogliono come noi aderire alla parola di Cristo quale sorgente della virtù cristiana e obbedire al precetto dell'Apostolo: « Qualsiasi cosa facciate, o in parole o in opere, fate tutto nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di lui » (Col 3,17). Di qui può prendere inizio il dialogo ecumenico intorno alla applicazione morale del Vangelo.

Conclusione

24. Così dopo avere brevemente esposto le condizioni di esercizio dell'azione ecumenica e i principi con i quali regolarla, volgiamo fiduciosi gli occhi al futuro. Questo sacro Concilio esorta i fedeli ad astenersi da qualsiasi leggerezza o zelo imprudente, che potrebbero nuocere al vero progresso dell'unità. Infatti la loro azione ecumenica non può essere se non pienamente e sinceramente cattolica, cioè fedele alla verità che abbiamo ricevuto dagli apostoli e dai Padri, e conforme alla fede che la Chiesa cattolica ha sempre professato; nello stesso tempo tende a quella pienezza con la quale il Signore vuole che cresca il suo corpo nel corso dei secoli.

Questo santo Concilio desidera vivamente che le iniziative dei figli della Chiesa cattolica procedano congiunte con quelle dei fratelli separati, senza che sia posto alcun ostacolo alle vie della Provvidenza e senza che si rechi pregiudizio ai futuri impulsi dello Spirito Santo. Inoltre dichiara d'essere consapevole che questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell'unità di una sola e unica Chiesa di Cristo, supera le forze e le doti umane. Perciò ripone tutta la sua speranza nell'orazione di Cristo per la Chiesa, nell'amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo. «La speranza non inganna, poiché l'amore di Dio è largamente diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci fu dato » (Rm 5,5).

Tutte e singole le cose stabilite in questo Decreto sono piaciute ai Padri del Sacro Concilio. E Noi, in virtù della potest Apostolica conferitaci da Cristo, unitamente ai Venerabili Padri, nello Spirito Santo le approviamo, le decretiamo e le stabiliamo; e quanto stato cos sinodalmente deciso, comandiamo che sia promulgato a gloria di Dio.

Roma, presso San Pietro, 21 novembre 1964.
Io PAOLO Vescovo della Chiesa Cattolica

 

"IL DECRETO SULL’ECUMENISMO DEL CONCILIO VATICANO II QUARANT’ANNI DOPO:
RETROSPETTIVE E SIGNIFICATO PERMANENTE - SVILUPPI E SITUAZIONE ATTUALE
- PROSPETTIVE FUTURE-INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. WALTER KASPER"
Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede
Mercoledì, 10 novembre 2004

 

1. In questo anno celebriamo il quarantesimo anniversario di uno dei più significativi Decreti del Concilio Vaticano II, il Decreto sull’ecumenismo "Unitatis redintegratio", promulgato il 21 novembre 1964.

Quarant'anni sono una misura di tempo biblica. Abbiamo dunque buoni motivi per porci alcune domande: quale era il messaggio e lo scopo del documento? Quale effetto ha avuto in questi anni ? A che punto siamo oggi con l'ecumenismo? Quale è il cammino che esso deve ancora compiere ? Quale è il prossimo futuro che lo attende?

Per rispondere a tali domande il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani ha indetto una Conferenza, che si svolgerà dall’11 al 13 novembre 2004 a Rocca di Papa presso il Centro di Convegni e Spiritualità "Mondo Migliore". La Conferenza si concluderà sabato pomeriggio, 13 novembre, con la celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Pietro presieduta dal Santo Padre. Tutti i partecipanti al raduno attendono di ascoltare le Sue parole.

Alla Conferenza sono stati invitati tutti i Presidenti delle commissioni ecumeniche delle Conferenze episcopali del mondo e delle Chiese orientali cattoliche, i Delegati fraterni delle Chiese e Comunità ecclesiali con le quali siamo in dialogo, i co-presidenti delle Commissioni Miste Internazionali incaricate dei vari dialoghi teologici bilaterali, i membri ed i consultori del nostro Dicastero, alcuni ospiti speciali e tutti i collaboratori del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Saranno inoltre presenti al raduno rappresentanti dei Dicasteri della Curia e delle Università e Facoltà pontificie a Roma. Siamo stati più che lieti di constatare il grande – ed inaspettato – numero di adesioni alla Conferenza.

2. Nel Decreto "Unitatis redintegratio", sin dall'introduzione del documento, si legge che "da Cristo Signore la Chiesa è stata fondata una e unica", che la divisione è opposta alla volontà del Signore, è "di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo". "Promuovere il ristabilimento dell'unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II" (Unitatis redintegratio, 1).

Pertanto l'ecumenismo non è un qualcosa di secondario, non è soltanto un’appendice della missione e della pratica pastorale della Chiesa (Ut unum sint, 9; 20). Esso era ed è, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II afferma nella sua Enciclica ecumenica "Ut unum sint" (1995), una delle priorità pastorali del suo Pontificato (n. 99). La scelta ecumenica di "Unitatis redintegratio" è - secondo la stessa Enciclica - irreversibile e ha una validità permanente (3).

Una delle radici dell'ecumenismo è la consapevolezza che la divisione dei cristiani è uno degli ostacoli più gravi per l’evangelizzazione, alla quale oggi siamo chiamati. Non possiamo impegnarci per la pace nel mondo se contemporaneamente non ci impegniamo per l'unità e la pace fra gli stessi cristiani. Tali considerazioni, quarant'anni fa, davano l’avvio ad uno slancio ed un entusiasmo ecumenico.

3. Ovviamente, in questi quarant'anni il tempo non si è fermato; la situazione ecumenica è mutata e la scena ecumenica attraversa attualmente mutazioni profonde. Da una parte la ricezione e la consapevolezza ecumenica nella Chiesa è cresciuta. Tramite i dialoghi, a livello internazionale, regionale e locale, abbiamo eliminato molti malintesi e pregiudizi, abbiamo superato differenze del passato, approfondito ed arricchito la comunanza nella fede, e abbiamo stretto molte amicizie.

Un filmato preparato – in occasione della Conferenza – dal Centro Televisivo Vaticano ricorda i molti punti culminanti di questi quarant'anni: a cominciare dall’incontro storico fra Papa Paolo VI col Patriarca Atenagora, fino alla firma della Dichiarazione congiunta cattolico – luterana sulla dottrina della giustificazione ad Augsburg nel 1999, e alla consegna dell’Icona della Madre di Kazan a Mosca neppure tre mesi fa. Tutti questi eventi sarebbero stati inimmaginabili prima del Concilio.

Secondo la Enciclica "Ut unum sint" il frutto principale di questi quarant’anni di ecumenismo consiste nella fraternità ritrovata. Consideriamo gli altri cristiani non più come nemici o stranieri, ma vediamo in essi dei fratelli e delle sorelle. "La fraternità universale dei cristiani è diventata una ferma convinzione ecumenica" "In una parola, i cristiani si sono convertiti ad una carità fraterna." (Ut unum sint, 42)

4. D'altra parte esistono anche problemi e delusioni. Ovviamente non abbiamo ancora raggiunto lo scopo: la comunione piena e visibile. Siamo in uno stadio intermedio. Talvolta persistono antichi pregiudizi. Si devono anche lamentare pigrizie e ristrettezze. Inversamente, l'ecumenismo diventa a volte preda di un attivismo superficiale.

Oggi siamo confrontati a nuove sfide: da una parte, un relativismo e pluralismo qualitativo postmoderno, che non pone più la questione della verità, dall’altra un fondamentalismo aggressivo esercitato da sette antiche e nuove, con le quali non è possibile stabilire, per la maggior parte dei casi, un dialogo improntato a rispetto. In alcune Comunità ecclesiali si constata una sorta di liberalismo dottrinale e soprattutto etico, che crea nuovi dissensi sia all'interno di queste Comunità, che tra di esse e la Chiesa cattolica.

Non siamo più all’entusiasmo ecumenico del periodo immediatamente successivo al Concilio. Tuttavia non si può neppure affermare, come fanno alcuni, che l’ecumenismo attraversi un periodo di glaciazione o in un inverno ecumenico. Meglio parlare di uno stadio di maturazione e di un necessario chiarimento.

5. Tutti questi problemi conducono a porsi una domanda: Ecumenismo quo vadis? Quale sarà il futuro del movimento ecumenico? Quali sono le sue prospettive in un futuro prossimo ?

Una risposta uniforme è impossibile. La situazione è molto variegata nelle varie parti del mondo. Diversa in Europa occidentale rispetto all’Europa orientale con la sua impronta ortodossa; diversa in America del Nord rispetto all’America latina; ed ancora, diversa in Africa ed in Asia. La Conferenza, che si inaugurerà domani, sarà un’occasione utile per ascoltare la voce delle Chiese locali e dei fratelli ortodossi e protestanti.

Vorrei accennare soltanto a due problemi ovvero a due compiti. Il primo si riferisce al sospetto che il dialogo ecumenico danneggi la nostra propria identità cattolica. Si tratta di un sospetto grave. Tuttavia è vero il contrario: il dialogo presuppone partner che hanno la loro propria identità. Non si tratta di modificare il deposito di fede, di cambiare il significato dei dogmi ecc. (Ut unum sint, 18). Il dialogo non si risolve in un più basso comune denominatore, ma in un arricchimento reciproco. Il Papa definisce il dialogo ecumenico uno scambio di doni. (Ut unum sint, 28). Tramite il dialogo, la propria identità si rafforza e si arricchisce. Cattolicità ed ecumenismo sono dunque le due facce della stessa medaglia.

Quanto appena detto, ci conduce ad un’altra questione: l'importanza dell'ecumenismo spirituale, che è il cuore e l'anima di tutto l’ecumenismo (Unitatis redintegratio, 8). L'ecumenismo non è una forma di diplomazia ecclesiastica; è un processo spirituale, un’avventura dello Spirito. L’ultima Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani nel 2003 ha suggerito di preparare un Vademecum di ecumenismo spirituale; una prima bozza sarà presentata e discussa alla Conferenza anche in vista di raccogliere per ulteriori suggerimenti. Ci auguriamo che il Vademecum, dopo una ulteriore elaborazione, possa essere pubblicato quanto prima.

Siamo convinti che il cammino ecumenico prepara il futuro della Chiesa. Secondo parametri umani, la via sarà probabilmente lunga e laboriosa, segnata anche da delusioni, incidenti di percorso e anche resistenze. Tuttavia è la via iniziata dallo Spirito quarant’anni fa e, in quanto tale, essa è una via che ha la speranza dalla sua parte.

INTERVENTO DI S.E. MONS. BRIAN FARRELL

S.E. il Cardinale Kasper, nel concludere l’introduzione a questa Conferenza Stampa, ha affermato che la via iniziata quarant’anni fa con la promulgazione del Decreto Unitatis redintegratio è una via suscitata dallo Spirito e, in quanto tale, essa è una via che ha la speranza dalla sua parte.

In effetti, scorrendo la lista dei partecipanti alla Conferenza che inizierà domani al Centro di «Mondo Migliore», si ha l’impressione che il Signore ha reso efficace ed operante l’impegno ecumenico.

La risposta delle Conferenze Episcopali, delle strutture ecumeniche delle Chiese orientali cattoliche, delle Riunioni Internazionali di Conferenze Episcopali nei cinque continenti è realmente degna di nota. La lista dei partecipanti indica che saranno rappresentate:
28 Conferenze episcopali dell’Africa
21 Conferenze episcopali delle Americhe
28 Conferenze episcopali dell’Asia
25 Conferenze episcopali dell’Europa
2 Conferenze episcopali dell’Oceania
In totale saranno presenti circa 260 persone.

La percentuale degli organismi episcopali e sinodali, che non hanno potuto accogliere l’invito rivolto loro è minima, e le assenze sono spesso dovute alle difficili (e tristi) situazioni dei paesi che hanno dovuto declinarlo. La lista dei partecipanti che sarà messa a disposizione della Sala Stampa per la consultazione potrà confermare queste mie parole.

Il Pontificio Consiglio potrà valersi durante la Conferenza della presenza dei Vescovi ed Arcivescovi che assumono attualmente l’incarico di presiedere da parte cattolica le Commissioni miste internazionali di dialogo teologico, che sono state attivate progressivamente dal Concilio in poi. Queste Commissioni sono uno degli aspetti più importanti e significativi dell’impegno che svolge il nostro Dicastero. Di grande importanza nel raduno sarà anche la presenza dei membri e consultori del Pontificio Consiglio. Essi potranno stabilire una continuità con le decisioni e le opzioni prese nell’ultima plenaria del 2003, specialmente al riguardo del tema dell’ecumenismo spirituale.

Una menzione particolare meritano gli ospiti speciali, tra i quali fedeli amici e collaboratori del Dicastero. Ci piace nominare tra di loro S.E. il Cardinale Cassidy, che ha assunto la carica di Presidente tra il 1990 ed il 2000. Il Cardinale Kasper aveva anche esteso un invito al Cardinale Johannes Willebrands, che egli non ha potuto accogliere a motivo della sua età avanzata. Né ha potuto essere presente S.E. Mons. Pierre Duprey, il quale è stato "l’accompagnatore" degli Osservatori durante il Concilio, ed ha ricoperto l’incarico di Sotto-Segretario e poi di Segretario del Pontificio Consiglio fino al 1999. Gli "ospiti speciali" presenti, coloro che si uniranno alla Conferenza con il pensiero e la preghiera, e coloro che hanno molto operato per il nobilissimo scopo della ricomposizione dell’unità di tutti i cristiani e che non sono più tra noi, saranno espressamente ricordati nella preghiera e nella messa che i partecipanti celebreranno ogni giorno nella chiesa di "Mondo Migliore".

Una menzione affettuosa va poi ai 27 "Delegati fraterni" delle Chiese ortodosse, delle Antiche Chiese dell’Oriente, delle Chiese e Comunità cristiane d’Occidente e alle organizzazioni cristiane internazionali, che hanno accettato il nostro invito ad essere presenti alla Conferenza. La prassi di associare dei Delegati fraterni – reciprocamente consolidata – è oramai una tradizione. La loro presenza tuttavia alla Conferenza di «Mondo Migliore» ha un significato commemorativo che non deve sfuggire. Essi sono gli eredi di coloro che affiancavano i Padri Conciliari, e oggi, come allora, essi sono con noi per partecipare alla via che ha la speranza dalla sua parte.

La presenza dei "Delegati fraterni" alla Conferenza non si limiterà ad uno "scambio di cortesia ecumenica". Il programma prevede infatti, il primo giorno, oltre all’introduzione di S.E. il Cardinale Walter Kasper, le "risposte" al tema svolto dal Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, in prospettiva ortodossa (Metropolita di Pergamo, S.E. Johannis Zizioulas, Patriarcato ecumenico), e secondo il pensiero del Prof. Geoffrey Wainwright, che rappresenta il Consiglio Metodista Mondiale e presenterà la prospettiva delle Comunioni derivate dalla Riforma Protestante circa il Decreto.

Oltre a discutere ed approfondire gli argomenti della Conferenza: significato permanente ed urgente di Unitatis redintegratio, Retrospettiva dell’impegno ecumenico e situazione attuale, prospettive future, il programma del raduno comprenderà un intervento del Segretario del Pontificio Consiglio, S.E. Mons. Brian Farrell, il quale darà una lettura delle «Risposte» delle Conferenze Episcopali ad un questionario inviato dal Dicastero in preparazione dell’incontro e allo scopo di raccogliere dati aggiornati sulla situazione ecumenica nei vari contesti locali. Mons. Eleuterio F. Fortino, Sotto-Segretario, presenterà un documento informativo dal titolo: «L’Azione del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani dalla promulgazione di Unitatis redintegratio ad oggi». La Conferenza prevede inoltre delle riunioni in gruppi di lavoro regionali e linguistici, ed una tavola rotonda, il 12 novembre, al quale parteciperanno persone distinte per appartenenza ecclesiale e per provenienza.

La Conferenza, secondo le intenzioni del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, comprenderà – oltre all’aspetto fondamentale della riflessione e dello studio sui temi – anche un aspetto più descrittivo ed immediato. Ci auguriamo che il Documentario – preparato per la circostanza dal Centro Televisivo Vaticano – che traccia alcune tappe dal dopo Concilio ad oggi, costituirà forse l’occasione per misurare meglio la strada che è stata percorsa.

Per sottolineare l’aspetto celebrativo, i partecipanti potranno assistere ad un intrattenimento musicale organizzato dalla sezione artistica di Rondine Cittadella della Pace di Arezzo, durante il quale sarà eseguito per la prima volta un brano composto per la circostanza anniversaria.

L’intenzione del Santo Padre di concludere con noi la Conferenza, presiedendo la celebrazione dei Vespri nella Patriarcale Basilica Vaticana sabato 13 novembre, è un vero e proprio dono per questa iniziativa del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Abbiamo constatato che la nostra volontà di commemorare Unitatis redintegratio è condivisa anche dagli altri cristiani di Roma, e ha suscitato gioia nei movimenti impegnati nella preghiera e nell’azione ecumenica.

Il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani si augura che la Conferenza possa rafforzare l’impegno ecumenico nei vari contesti locali e contribuisca a renderci tutti maggiormente consapevoli dei doni e dei frutti che il Decreto Unitatis redintegratio ha già dato alla Chiesa in questi quarant’anni.

INTERVENTO DI MONS. ELEUTERIO F. FORTINO

Uno degli elementi più importanti emergenti dal decreto Unitatis redintegratio (UR) – valido anche a 40 anni dalla promulgazione – è quello delle relazioni con le Chiese ortodosse. Il Concilio ha esortato tutti, "ma specialmente quelli che intendono lavorare al ristabilimento della desiderata piena comunione tra le Chiese Orientali e la Chiesa cattolica" a tenere "in debita considerazione la speciale condizione della nascita e della crescita delle Chiese d’Oriente e la natura delle relazioni vigenti fra esse e la Sede di Roma prima della separazione" (UR, 14). Su questa indicazione si sono stabilite relazioni, in tempi e modalità diverse, e lo stesso dialogo teologico, con tutte le Chiese d’Oriente, con le Chiese ortodosse e le antiche Chiese d’Oriente, o precalcedonesi. Una valutazione generale è stata data dal Santo Padre nella enciclica UUS. Per il dialogo con le Chiese ortodosse egli ha scritto: "Con spirito positivo, basandoci su quanto abbiamo in comune, la Commissione mista (di dialogo teologico) ha potuto progredire sostanzialmente" (UUS,59). Per quello con le Antiche Chiese d’Oriente ha affermato: "Per le tradizionali controversie sulla cristologia, i contatti ecumenici hanno reso dunque possibili chiarimenti essenziali, tanto da permetterci di confessare insieme quella fede che ci è comune" (UUS, 63).

Queste relazioni nel 40° del decreto UR trovano ancora in esso ispirazione e orientamento, anche nelle situazioni di nuove possibilità e di impreviste difficoltà.

1. Il dialogo teologico con le Chiese ortodosse, dopo un avvio positivo e con i risultati riassunti nell’enciclica UUS, gli ultimi 15 anni ha incontrato serie difficoltà e dall’ultima sessione plenaria (Baltimora, Usa, 2000) non si è potuta incontrare In quella sessione si era discusso il tema "Implicazioni ecclesiologiche e canoniche dell’uniatismo". Non si era potuto concordare un documento comune sull’argomento. La sessione tuttavia aveva ribadito la necessità della continuazione del dialogo e aveva messo in rilievo un dato importante per questo dialogo teologico. Si è insieme constatato che la nascita delle Chiese orientali cattoliche è intimamente legata alla questione del primato del vescovo di Roma nella Chiesa. La questione quindi deve essere affrontata in relazione al problema maggiore nelle relazioni fra cattolici e ortodossi.

2. Sul "Primato Petrino" il PCPUC ha organizzato un simposio accademico nel maggio 2003 con relazioni parallele di cattolici e ortodossi su quattro tematiche: a) Il fondamento biblico del primato, b)Il primato nel pensiero dei Padri della Chiesa, c) Il ruolo del vescovo di Roma nei Concili ecumenici, d) Le discussioni recenti in merito al primato in relazione al Concilio Vaticano I e sul primato fra i teologi ortodossi. Non si trattava di un dialogo ufficiale, ma di un simposio accademico con proprie caratteristiche. La ricerca della piena comunione però fa uso e tesoro di diversi contributi (relazioni fraterne, ricerca negli Istituti di teologia, dialogo strutturato, per mezzo di commissioni miste, preghiera, ecc.). Gli "Atti" sono stati pubblicati.

3. Negli ultimi anni si sono intensificati i rapporti con alcune Chiese che, nel passato si erano mostrate meno impegnate nei rapporti con la Chiesa cattolica. Dopo la visita del Santo Padre ad Atene (2001), la Chiesa di Grecia ha inviato a Roma, per la prima volta, una delegazione sinodale (8-13 marzo 2002). Di rimando la Chiesa cattolica ha inviato ad Atene (10-14 febbraio 2003) una delegazione, presieduta dal Card. Kasper, Si è instaurata un’attiva cooperazione in vari campi. I rapporti con la Chiesa di Grecia usano anche altre vie. Ne ricordo una: nel 2003 si è tenuto a Joannina (Grecia) l’VIII symposium sulla "Spiritualità in oriente e in occidente e reciproci influssi" organizzato dalla Facoltà teologica dell’Università di Tessalonica e dall’Ateneo Antonianum di Roma.

4. Il Santo Padre ha fatto visita in Bulgaria nel 2002 (23-26 maggio). Il Cardinale Presidente del PCPUC vi si recò nell’ottobre dello stesso anno (7-9 ottobre). Ad un anno di distanza dalla visita del Papa, una delegazione del Santo Sinodo di Sofia ha fatto visita a Roma (22-27 maggio 2003). Nella circostanza è stato inaugurato l’uso liturgico da parte della Comunità ortodossa di Roma della Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio presso Fontana di Trevi. La ricerca della comunione implica la solidarietà e lo scambio di doni.

5. Il Presidente del PCPUC ha visitato la Chiesa di Serbia (10-15 maggio 2002). Una delegazione del Santo Sinodo del Patriarcato di Serbia ha ricambiato la visita a Roma ( 3-8 febbraio 2003). Il Santo Sinodo di quella Chiesa e la locale Conferenza Episcopale Cattolica si incontrano ormai regolarmente.

6. Dopo la visita del Santo Padre in Romania (7-8 maggio 1999) e quella del Patriarca Teoctist a Roma (7 - 13 ottobre 2002) – eventi significativi delle fraterne relazioni, nonostante problemi ancora aperti nel paese fra greco-cattolici e ortodossi per la questione dei luoghi di culto - è stata conferita al Presidente del PCPUC un Dottorato Honoris causa congiuntamente da quattro facoltà teologiche dell’università di Cluj, dalla facoltà ortodossa, da quella greco-cattolica, da quella cattolica latina e da quella protestante.

7. Negli ultimi anni vi è stata una tensione fra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa cattolica. La Chiesa russa rimproverava alla Chiesa cattolica, a suo modo di vedere, atti di proselitismo e nuovo impulso alla prassi dell’uniatismo in Ucraina. Ci sono state varie iniziative di chiarimento. Importante la visita del card. Kasper a Mosca nel 2004 (17 - 23 febbraio). E’ stato istituito quindi un gruppo congiunto di lavoro tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nella Federazione russa per la soluzione dei problemi pratici esistenti tra le due Chiese in questo Paese. In seguito il gruppo ha tenuto due incontri, a maggio e a settembre (2004).

8. Il cardinale Presidente del PCPUC ha fatto visita alla Chiesa ortodossa in Bielorussia (15-18 dicembre 2002) con cui si è avviato un positivo rapporto.

9. Con le Antiche Chiese d’Oriente (copta, etiopica, sira, armena) nel loro insieme, sulla base degli accordi cristologici e dei risultati dei vari dialoghi bilaterali, si è avviato un dialogo teologico ufficiale nell’anno 2002. La prima riunione della Commissione mista ha avuto luogo al Cairo nel gennaio 2004; la seconda avrà luogo a Roma nel gennaio 2005.

10. Con la Chiesa Assira d’Oriente si è costituita una Commissione mista di dialogo. La prossima imminente riunione avrà luogo a Londra dal 18 al 24 novembre 2004. Due temi principali saranno studiati: la tradizione teologica dell’antica Chiesa di Mesopotamia e l’ecclesiologia di comunione secondo la tradizione assira e quella cattolica.

11. Con il Patriarcato di Costantinopoli si mantengono relazioni regolari e frequenti. Quando sorgono difficoltà o incomprensioni si risolvono direttamente. Lo scambio regolare di delegazioni per la festa di S. Andrea al Fanar e dei Santi Pietro e Paolo a Roma offre un utile strumento di conversazioni dirette. Il Patriarca Ecumenico S.S Bartolomeo I è stato a Roma per la festa dei Santi Pietro e Paolo di quest’anno. In quell’occasione aveva chiesto al Santo Padre delle reliquie di S. Giovanni Crisostomo e di S. Gregorio di Nazianzo, patriarchi di Costantinopoli, che si trovano nella Basilica di S. Pietro. Alla fine di questo mese S.S. Bartolomeo I verrà a Roma a ricevere dal Santo Padre il dono delle reliquie. Sarà l’occasione di un nuovo incontro.

Questa intensificazione di contatti aiuterà un nuovo avvio del dialogo teologico. Il decreto UR dà ancora ispirazione e orientamenti validi.

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