Corso di Religione

 Radicalismo - pag. 3
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ISLAM
         


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Il califfato source: Il califfato fra storia e mito di Paolo Branca in Twitter e Jihad. La comunicazione dell’Isisis  -ispionline.it

Il termine arabo khalifa designa, nel Corano, Adamo stesso, quale “vicario” di Dio sulla terra (2, 30) e l’autorità regale-profetica di Davide (38, 26). La designazione di un sostituto del Profeta – non prevista da alcuna disposizione di quest’ultimo, né dal Testo sacro – mostra come si avvertisse il bisogno di dare continuità all’opera iniziata da Muhammad dandogli un successore.

La sua funzione non sarebbe stata più ovviamente quella di trasmettere la rivelazione, ma piuttosto di custodire l’unità della neonata Comunità islamica (umma) e la sua fedeltà agli insegnamenti divini e all’esempio del fondatore.

L’istituzione califfale appena formatasi dovette tuttavia far fronte a tensioni di ogni tipo.

Com’è noto, già il primo califfo Abu Bakr si trovò a combattere le spinte centrifughe attraverso le quali lo spirito beduino cercò di svincolarsi dal potere centrale dopo la scomparsa del Profeta e le cose non migliorarono coi suoi successori a motivo del contrasto che si ebbe tra le differenti fazioni.

Con il conflitto tra il quarto califfo Ali (l’ultimo in linea cronologica dei primi quattro califfi) e i suoi avversari, eredi di Uthman (il suo predecessore assassinato), l’unità della umma si spezzò definitivamente, dando origine a differenti e opposte formazioni che non si limitarono a contendersi titoli e ruoli, ma elaborarono argomentazioni che implicavano una diversa concezione della natura e dell’esercizio della suprema autorità, sostenuta da interpretazioni delle fonti e letture dei paradigmi originari molto diversificate, quando non del tutto antitetiche.

La stessa tradizione islamica, celebrando l’epoca d’oro dei primi quattro califfi “ben diretti” (rashidun), se da un lato manifesta il desiderio di preservare del periodo delle origini un’immagine idealizzata, talvolta poco aderente alla realtà, ma proprio per questo ancor più paradigmatica, dall’altro esprime la consapevolezza della grave frattura prodottasi in seguito come di un fatto in un certo senso irreversibile.

Le teorizzazioni e le diatribe intorno alla figura e alle funzioni del capo supremo della comunità prendono tutte le mosse da questa crisi, dalla sua costante rilettura e dalle interpretazioni che ne sono state date nelle epoche successive, spesso più con l’intento di avallare questa o quella tendenza contemporanea agli autori che presero posizione a riguardo che con l’obiettivo di ristabilire con esattezza il dato storico.

È inoltre indispensabile richiamare l’attenzione sul fatto che nel corso della storia, come spesso accade, la pratica si discostò dalla teoria .

Il califfato, se pure ufficialmente abolito soltanto all’inizio del secolo scorso, era già stato di fatto affiancato o addirittura sostituito da altre forme di autorità che trovavano la loro legittimazione più nella necessità di riconoscere ruoli e funzioni di chi in pratica deteneva il potere che nella rispondenza di quest’ultimo a qualità e requisiti teoricamente stabiliti a proposito di chi dovesse reggere le sorti della Comunità.

Dal punto di vista storico, la distruzione di Baghdad da parte dei Mongoli nel 1258 venne sicuramente percepita nel mondo islamico come una sorta di vera e propria “Apocalisse”.

In seguito, nonostante formali “passaggi” del titolo califfale prima ai Mamelucchi d’Egitto e quindi agli Ottomani, non si riprodusse, di fatto, in un vero califfato universale.

Quest’ultima pur gloriosa e plurisecolare manifestazione storica, che almeno nominalmente ha potuto rifarsi al califfato, non assoggettò mai il Marocco e a oriente non seppe spingere il suo controllo oltre l’Iraq, lasciando autonome enormi aree del mondo islamico come quella iranica e centro-asiatica, il subcontinente indiano e l’insulindia, così come la gran parte dei paesi musulmani dell’Africa.

Con il crollo dell’Impero ottomano sia il sultanato sia il califfato vennero aboliti definitivamente de iure, ponendo fine alla secolare storia dell’istituto califfale e passando immediatamente alla fondazione di stati nazionali moderni in cui il recupero di un’autorità sovranazionale non si è mai riproposta neppure come progetto definito, tantomeno tramite azioni politiche o persino militari.

Come, dunque, e perché si sia giunti solo ora a pretendere la restaurazione del califfato, forse non assente tra quanto a lungo vagheggiato, ma mai individuato almeno come obiettivo programmatico realizzabile a breve termine, resta un problema da chiarire.

Il terrorimo dello Stato Islamico ( IS) Anzitutto va tenuto conto che il fenomeno del terrorismo di matrice islamica, benché abbia scelto bersagli simbolici anche in Occidente, non è tanto ingenuo da poter pretendere di sconfiggere direttamente la superpotenza americana né Israele, ma ha sempre mirato piuttosto a una destabilizzazione a danno dei vari regimi arabi e islamici.

L’acuirsi della tensione fra sunniti e sciiti e la degenerazione della situazione irachena e siriana verso una vera e propria guerra civile ne sono la più eloquente dimostrazione.

ll caos seguito al periodo delle cosiddette “primavere arabe” ha interessato principalmente questi due paesi ( Siria ed Iraq ) che da un lato sono stati le sedi storiche del califfato omayyade di Damasco e di quello abbaside di Baghdad e dall’altro sono emersi come entità statuali proprio un secolo fa con la Prima guerra mondiale, il dissolvimento dell’Impero ottomano e l’iniqua spartizione dei territori arabi tra Francia e Gran Bretagna in forza degli accordi segreti Sykes-Picot...

Questo caos è un’occasione troppo ghiotta per non cercare di ottenere in un sol colpo numerosi vantaggi:
la liquidazione del nazionalismo arabo, o di quel che ne resta, nonostante i suoi meriti nell’ottenimento dell’indipendenza dalle potenze coloniali, denunciandone l’origine allogena e quindi illegittima, se non addirittura perniciosa per aver favori-to una frammentazione della grande umma in entità fragili e litigiose;
la messa in stato d’accusa di tutti i regimi che si sono da allora succeduti, collusi con le potenze straniere e responsabili della svendita della causa araba e dell’orgoglio islamico cui sarebbe stato impedito scientemente e sistematicamente di ritornare agli antichi splendori;
lo scavalcamento di tutta la galassia di movimenti islamisti che negli ultimi decenni hanno in vario modo “accettato” d’intraprendere una sorta di lunga marcia nelle istituzioni, rinunciando alla lotta armata o comunque riducendola, colpevoli di tradimento anche e forse soprattutto per esser scesi a patti con un “sistema”, almeno formalmente e gradualmente, indirizzato verso una pluralizzazione delle forze politiche e sociali chiamate a confrontarsi all’interno di una competizione politica ispirata ai modelli dell’odiato Occidente;
l’intercettazione di un certo numero di militanti delusi e scoraggiati in forza sia di un programma di mobilitazione senza tentennamenti, sia del collegamento con simboli forse arcaici, ma appunto per questo meno usurati dalla globalizzazione, e dalla crisi economica, che hanno tolto smalto a tutte le ideolo-gie più recenti, sia infine di un abile e spregiudicata campagna mediatica che unisce l’utilizzo degli strumenti tecnologici più raffinati al recupero di antichissime attese messianiche che parlano degli stendardi neri dei combattenti musulmani provenienti da est prima della fine dei tempi e dell’avvento dell’atteso Mahdi, la versione musulmana del Messia.
...

Ogni forma di governo che non dipenda direttamente dalle norme islamiche sarebbe priva di qualsiasi legittimità.

Non si tratta certamente di un argomento nuovo, basti pensare (oltre ai kharijiti ) che persino il califfato omayyade di Damasco (terminato del 750 d.C.) fu accusato di essere solo una forma di potere (mulk) e di essersi distaccato dalla prassi corretta improntata alla religione (din) dei primi quattro califfi “ben diretti”.

Il movimento dei kharijiti ebbe origine dai contrasti nati tra i seguaci di Ali dopo che quest'ultimo ebbe accettato di interrompere il combattimento in atto a Siffin, nel 657 d.C., per affidare a un arbitrato la soluzione della controversia che lo opponeva ai suoi avversari.

Se non vi sono dubbi sul fatto che questa sia stata la causa immediata della defezione dal campo di Ali da parte dei kharijiti,

le vicende relative a questo movimento dissidente sono ben più complesse e rivelatrici di dinamiche profonde che sono state giustamente richiamate dagli specialisti.


Ciò che è più interessante per noi, in questa sede, è notare come

già nella denominazione di questo movimento e nelle sue “parole d’ordine” fossero prefigurate posizioni che ancor oggi si ritrovano presso gli esponenti del radicalismo islamico, che le riprendono più o meno consapevolmente.

Si sa che il loro principio ispiratore di fondo fu quello espresso dall'affermazione “Non v'ha giudizio se non quello di Dio” (la hukma illa li-llah) e che uno dei versetti coranici da loro più volte citato era “Combatteteli finché non vi sia più scandalo e il culto tutto sia reso solo a Dio” (Corano 8, 39).

Soltanto nell’epoca più recente l’anatema (takfir) rivolto all’intera società ritenuta “non più musulmana” o “apostata” ha cercato di giustificare il ricorso al terrorismo che colpisce indiscriminatamente anche innumerevoli civili innocenti .

Nessun compromesso sembra pertanto possibile, come del resto è stato ribadito dal portavoce dell’IS Abu Muhammad al-Adnani al-Shami nella lettera aperta resa nota all’inizio del mese di Ramadan 20142 nella quale ogni autorità
salvo quella califfale sarebbe «un semplice regno, frutto di conquista e di conseguenza, foriero di distruzione, corruzione, ingiustizia, terrore e riduzione dell’essere umano al livello animale».

Nella stessa missiva si annunciava tra l’altro la modifica dell’acronimo Isis semplicemente in IS, unica forma di stato ammissibile per i credenti non fuorviati da “democrazia, laicità o nazionalismo”, perciò invitati a riconoscersi in esso e a schierarsi dalla sua parte.

La recente risposta delle istituzioni islamiche ufficiali conferma la natura assai problematica di una questione irrisolta e tutta interna: la barbara esecuzione del pilota giordano arso vivo dall’Isis ha scatenato, come si sa, la reazione militare del suo paese, ma anche l’università di al-Azhar non ha mancato di far udire la sua condanna in termini perentori: «Devono essere uccisi, crocifissi e bisogna tagliare loro le mani e i piedi».

La durissima affermazione è coranica, ma ripeterla tale e quale senza contestualizzarla rischia di far percepire il linguaggio del Testo sacro simile a quello dei fanatici che si vorrebbero in tal modo intimorire.

La sanzione stabilita dal Corano è, infatti, riservata al brigantaggio e oggi sarebbe da interpretare piuttosto come somma minaccia per la criminalità organizzata, tenendo però anche conto che all’epoca del Profeta non esistevano prigioni e vigeva la legge del taglione in una società che non poteva certo definirsi uno stato di diritto.

Quand’anche si ritenga il Corano parola di Dio “alla lettera”, non si dovrebbe dimenticare che nessun testo può esser letto senza la testa (a meno che non lo si ripeta come i pappagalli) e occorrerebbe riflettere sul motivo che ha spinto il creatore a mettere la testa in cima a tutto il resto del corpo.

Altrimenti si corre il serio rischio di ragionare con altre parti assai meno nobili del corpo stesso, finendo per sragionare e dare implicitamente ragione ai nostri avversari semplicemente perché ci mettiamo al loro livello, legittimandone il linguaggio e la logica che esso sottende.

Logica perversa e distruttiva per entrambi i presunti contendenti, due facce della medesima moneta fasulla.


Con le recenti sollevazioni che in molti paesi arabi hanno condotto alla fine di regimi autoritari e corrotti abbiamo visto grandi masse mobilitarsi in nome di princìpi e valori che ritenevamo estranei o comunque lontani dalla sensibilità di popolazioni in gran parte musulmane.

Anche l’assenza di slogan anti-occidentali o comunque ostili all’imperialismo, al neocolonialismo e al sionismo hanno sorpreso non pochi osservatori, e chi ha potuto seguire in lingua originale il dibattito che si è aperto in quei giorni ha avuto occasione di constatare che esso verteva anche su neologismi altamente significativi.

Il concetto di laicità, infatti, comunemente espresso in arabo col termine ‘ilmaniyya (da ‘ilm, “scienza”, o da ‘alam, “mondo”), fortemente dipendente da concezioni appunto razionaliste o secolariste tipicamente europee e un po’ “datate”, è stato sostituito dal termine madaniyya (unito a dawla, cioè “stato”) che significa “civile”, non soltanto contrapposto a “militare”, ma anche a “clericale” o “religioso” in senso confessionale.

Ciò spiega, tra l’altro, anche la decisa partecipazione alle proteste sia di cristiani arabi sia di musulmani non radicali.

Il fatto che, specialmente in Tunisia e in Egitto, si sia passati alla vittoria di movimenti islamisti alla prima tornata elettorale sembrerebbe contraddittorio, ma era in parte inevitabile che ne approfittassero inizialmente quei movimenti già esistenti e radicati nel territorio che hanno a lungo rappresentato l’unica forza di opposizione organizzata in quei paesi.

Il processo di trasformazione iniziato con le “primavere arabe” ha dunque contribuito a un’emersione ancor più evidente di molti nodi irrisolti piuttosto che alla loro soluzione. Si sono manifestate così dinamiche finora represse o sottostimate che potrebbero ancora dar frutto nel medio periodo.

Ne sono una prova alcune provocazioni che esponenti dei gruppi più tradizionalisti hanno osato manifestare e che, pur nel loro carattere paradossale o forse proprio grazie a esso, pongono in questione alcuni punti cruciali e dirimenti rispetto alla posizione dei singoli e dei gruppi circa uno stato moderno e rispettoso dei diritti umani dei suoi stessi cittadini.

Il presunto ritorno all’applicazione integrale e intransigente della cosiddetta legge islamica, che mai è stata codificata e si è configurata piuttosto come una giurisprudenza che come un diritto positivo, ha rappresentato il pretesto per qualcuno non solo di proporre il ripristino (come ad esempio in Tunisia dov’era vietata) della poligamia, ma addirittura del concubinato.

Quando certa propaganda si ostina a considerare l’islam in se stesso incompatibile con la democrazia in quanto “teocratico”, commette due errori fondamentali:
- il primo è quello appunto di usare un termine errato, il vero rischio in ambito musulmano, infatti, non è quello della teocrazia ma del cesaropapismo, essendo il potere politico a strumentalizzare la religione e non viceversa


(almeno in campo sunnita, che rappresenta circa il 90 per cento del mondo islamico),

- il secondo è quello di dare per scontato che tutti i musulmani ritengano giusto, se non indispensabile, reintrodurre le norme mutuate dalle fonti tradizionali, ignorando che molto probabilmente gran parte di loro riterrebbe inconcepibile tornare alla schiavitù o alla discriminazione delle minoranze religiose, una volta posta chiaramente di fronte a tale prospettiva.

Resta tuttavia evidente che la gestione piuttosto fallimentare del consenso ottenuto dai gruppi islamici radicali “storici” in casi come quello dell’Egitto possano aver contribuito a un ritorno di fiamma favorevole ai movimenti oltranzisti ed eversivi quali appunto l’IS.

Il caos dominante quasi ovunque e la consapevolezza di vivere un periodo di profonda crisi porta fatalmente alla ribalta simboli e slogan da “fine del mondo”.

Lo stesso stendardo nero del neo-califfato è collegato, nella lettera menzionata in precedenza, a quello che i veri credenti innalzeranno in prossimità del Giudizio finale per “passarlo al Messia” nello scontro decisivo fra le forze del bene e del male.

Il 19 settembre 2014 oltre centoventi sapienti musulmani hanno reso nota una “lettera aperta” indirizzata al neo auto-dichiarato califfo, significativamente nota con un titolo che non vi appare You Don’t Understand Islam.

Il testo tenta di confutare le argomentazioni del “discorso d’insediamento” di al-Baghdadi con ampio ricorso a versetti coranici e detti profetici. Se da un lato ciò è stato in qualche misura inevitabile, dall’altro mostra quanto lo pseudo-califfo abbia costretto i suoi avversari a confrontarsi con lui sul medesimo terreno, il che è già di per sé emblematico.

Un conflitto sull’interpretazione delle Fonti rivela, infatti, da un lato quanto esse siano ancora potenti, ma dall’altro manifesta anche una spaventosa carenza di elaborazione di un discorso politico alternativo, esito di una stagnazione e perfino di una regressione intellettuale quanto mai perniciosa.

È tuttavia rilevante che molte prassi dell’IS siano state condannate proprio in forza di quelle fonti, come l’uccisione di civili innocenti e disarmati o di emissari diplomatici, l’inammissibile “scomunica” di altri musulmani, il mancato rispetto per le minoranze religiose, le conversioni forzate, l’indiscriminata applicazione di pene corporali e la distruzione di luoghi cari alla pietà popolare.

Sul versante politico, tuttavia, si ammette che il califfato sia un’istituzione che i musulmani dovrebbero restaurare, senza però riconoscere ad al-Baghdadi l’autorità necessaria per poterlo pretendere.

Le ragioni storiche e soprattutto l’esperienza dei milioni di credenti che da secoli ormai conducono un’esistenza perfettamente in linea con i principi e i precetti dell’islam in condizioni socio-politiche svariatissime non è purtroppo in grado di mettere in crisi un modello mitico che sembra resistere a ogni contestualizzazione e analisi critica articolata.

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