Corso di Religione

Pag.  3
1   2   3   4    


LE SIBILLE

         


powered by FreeFind



La Sibilla di Tivoli
( Roma)
" Non sappiamo con esattezza a quale divinità fosse dedicato il tempio databile alla metà circa del II sec. a.C. se a Tibur o ad Ercole o a Vesta o ad Albunea , la decima Sibilla.
-

-

Il tempio, edificato in parte su una sostruzione artificiale che ampliava il piano dell'acropoli con un effetto altamente scenografico e tuttora estremamente suggestivo, è un periptero corinzio su podio molto elegante con le sue due gole rovesce, di base e di coronamento.

-
Sibilla Albunea
[Foto -credits: http://www.tibursuperbum.it]

La sibilla Cumana
( Cuma-Napoli)
Cuma è un'antica città della Campania, presso il litorale tirrenico a nord-ovest del lago d'Averno.

L'Averno è nato da un antico cratere vulcanico e questo specchio d'acqua è cantato da Omero e Virgilio nei loro poemi.Gli antichi credevano che il lago d'Averno fosse la porta d'ingresso agli inferi ( il Regno dei Morti) .

Questo specchio d'acqua è cantato da Omero e Virgilio nei loro poemi. Nella storia il lago d'averno è la località flegrea maggiormente evocato da Omero, Virgilio e il culto dell'oltretomba, perché ritenuta l'ingresso all'Ade ( il Regno dei Morti) . Virgilio, infatti nel VI libro dell'Eneide collocò nel lago l'entrata agli inferi così descrivendolo:

"[...] Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu, scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris, quam super haud ullae poterant impune volantes tendere iter pennis; talis sese halitus atris faucibus effundens supera ad convexa ferebat: (unde locum Grai dixerunt nomine Aornon.) [...] [...] Procul O procul este, profani,' conclamat vates, `totoque absistite luco [...]"

[...] C'era una grotta profonda e immensa di vasta apertura, rocciosa, difesa da un nero lago e dalle tenrebre dei boschi sopra la quale nessun volatile poteva dirigere il cammino con le ali impunente; un puzzo così intenso si diffondeva alle volte superiori sprigionandosi dalla oscura bocca. (Ecco perchè i Greci chiamarono quel luogo Aornon) [...] [...] Lontano, andate lontano grida la profetessa, e ritiratevi da tutto il bosco.


Oggi il fiato mortale dell'Averno è ormai spento e gli uccelli hanno ripreso a volare su questo specchio d'acqua, cosa che un tempo era impedita dai gas inalati dal lago.

Secondo te fonti è la più antica cetonia greca dell'Italia meridionale. Eusebio la pone addirittura nel 1051 a. C, ma in realta la sua fondazione va collegata con l'arrivo nel basso Tirreno, tra il sec IX e l'VIII a..C, di coloni provenienti da Calcide (Eubea).

Nella sua espansione, culminata con la fondazione di parecchie città (Napoli, Abella, Zancle, ecc.), si scontrò con gli Italici, ma soprattutto con gli Etruschi, sui quali riportò due grandi vittorie riuscendo a conservare la propria indipendenza.

Mezzo secolo dopo essa cadde sotto la dominazione dei Sanniti ; passò, quindi, sotto il controllo romano come civitas sine suffragio (338 a.C). Fedele a Roma durante la seconda guerra punica e quella sociale ed entrata sempre più nell'ambito della cultura latina, Cuma ricevette il pieno diritto di cittadinanza forse prima degli altri soci italici.

Ma la sua importanza diminuì, nonostante la deduzione di una colonia militare, contemporaneamente al crescente sviluppo di Napoli, di Baia e di Pozzuoli. Il cristianesimo vi si affermò molto precocemente; nel 560 d.C. fu S'ultima roccaforte dei Goti assediati da Narsete e nel 1216 fu distrutta dai Napoletani.


Serapeum


" La fama della Sibilla Cumana sorge in tempi antichissimi e si perpetua per una serie di motivi:

- per il mistero che avvolgeva la paurosa sede presso fa quate proferiva i suoi vaticini;
- per la preesistenza di una facoltà oracolare connessa ai luoghi che ispirano i riferimenti omerici sul viaggio di Ulisse;
- per i versi virgiliani e perchè, infine, essa è in qualche modo collegata con la storia di Roma.

La leggenda Secondo la leggenda Apollo le aveva promesso di esaudire qualunque suo desiderio in cambio del suo amore, ella gli chiese di poter vivere altrettanti anni quanti erano i granelli di sabbia che poteva tenere nella sua mano. Trascurò, tuttavia, di domandare al dio anche l'eterna giovinezza, che Apollo le offrì in cambio della sua verginità.


In seguito ai suo rifiuto la Sibilla Cumana iniziò ad invecchiare e a rinsecchire fino ad assomigliare ad una cicala e a essere appesa in una gabbia del tempio di Apollo, a Cuma.

In queste condizioni la Sibilla aveva un solo desiderio la "morte" che tuttavia, non fu soddisfatto. La notevole longevità detta Sibilla la fa spesso raffigurare motto vecchia e addirittura immortale. Ovidio ce la presenta con 300 anni ancora da vivere, ma anche dopo te sopravviverà fa voce.

Si narra che, dopo essere stata a Delo, Delfi, Klaro e Samo, la sibilla Erofile sia ritornata nella Troade, dove venne colta dalla morte. Un'altra leggenda narra di un considerevole prolungamento della vita concessole da Apollo, a condizione di abbandonare la sua patria per poi stabilirsi a Cuma.

In una versione posteriore, guidò il principe troiano Enea nel mondo sotterraneo in cerca di suo padre Anchise; secondo un'altra leggenda apparve sotto le sembianze di una donna anziana a Tarqunio il Superbo, settimo ed ultimo re dì Roma, e gli offrì i suoi nove libri profetici ad un prezzo elevato.


Poiché questi rifiutò, la Sibilla distrusse tre libri e poi gli offrì gli altri sei alto stesso prezzo; Tarquinio rifiutò di nuovo e lei ne distrusse altri tre. Alla fine il re comprò ì tre libri rimasti al prezzo richiesto per nove, e i volumi furono posti nel Tempio di Giove a Roma e consultati in situazioni di emergenza.

I " libri sibillini " autentici bruciarono in un incendio dell' 83 a.C, ma in seguito ne fu compilata una nuova serie che venne distrutta in epoca tardoimperiale, all'inizio del V secolo. Caratteristico è il fatto che la Sibilla dotata dello straordinario potere non solo dì profetizzare ma anche di scrivere il volere del dio, sia stata rinchiusa in cavea ferrea (Ampetio, 8 16) o in ampulla (Petronio sat. 48-8).

In questi due autori emerge dunque chiaramente la volontà di tener rinchiusa la Sibilla in quanto considerata da molti potenzialmente pericolosa, ma soprattutto la volontà di ridurla a pura voce.


Testimonianze La Sibilla cumana è, comunque, una delle figure semimitiche più complesse e affascinanti che emergano dalla letteratura latina, anche se la sua prima menzione è in un autore greco del III sec. a.C, Licofrone.

Essa appare indirettamente già nel VI sec. a.C. quando, secondo una tradizione affermata, fu dalle sue mani che re Tarquinio Prisco acquistò una cospicua raccolta di oracoli, redatti in esametri greci su foglie di palma, poi definiti Libri Sibillini.


La leggenda che indica la Sibilla Cumana come autrice dei Libri Sibillini trova riscontro net fatto che l'area cumana fosse sede di oracoli sin da età remota.

E' forse più sulla scorta di questa tradizione locale che sulla presunta origine cumana dei Libri che Virgilio nelt libro VI dell'Eneide, descrisse la figura tremenda della Sibilla, maestosa sacerdotessa di Apollo e di Ecate Trivia, custode degli oracoli divini e delle porte dell'Ade .


A Enea che sbarca presso le sponde cumane e risale fino al suo antro, essa mostra il futuro, ma anche gli abissi del Tartaro. Nei poeti posteriori a Virgilio la solitaria, antica grandezza della Sibilla cede il posto a elementi superstiziosi e, talvolta, popolareschi.

Properzio, Ovidio e Lucano tracciano la figura della longaeva Sibylla con mille anni di vita, mentre il Satyricon dell'irridente Petronio descriverà una Sibilla decrepita che, concorde con la testimonianza di Servio, Apollo ha reso immortale ma non eternamente giovane: essa, ridotta a minuscolo essere chiuso in una bottiglia, invoca (in greco) la morte.


I fenomeni vulcanici.
Per comprendere meglio lo sviluppo della Sibilla Cumana, bisogna analizzare il contesto geografico e la particolare fenomenologia del territorio che da sempre hanno accompagnato questa semimitica figura costituendo una sorta di ambiente surreale.

Cuma è interessata da alcuni fenomeni legati all'attività magmatica (meno appariscente dell'attività vulcanica vera e propria) che si verificano spesso nelle regioni vulcaniche antiche, anche molto tempo dopo la fine dell'attività vulcanica principale.

Questi fenomeni sostituiscono la conclusione definitiva dell'attività vulcanica di una regione, essi sono caratterizzati da una violenza minore e sì originano da gas e vapori che giungono alla superficie attraverso te fratture delle rocce, sfruttando te energie residue dei magmi.

L'antro della Sibilla

Un compito non poco controverso ha rappresentato sin dall'antichità il tentativo d'identificare l'esatta collocazione dell'antro dove la Sibilla Cumana invasata dal dio Apollo vaticinava.

I più antichi riferimenti ad un antro della Sibilla si trovano in un testo pseudoaristotelico (De mirab. ause, LV-HI sec a.C) e in Licofrone (111 sec a.C), ma l'evocazione più famosa, che tende però più a riprodurre un'immagine suggestiva e misteriosa del luogo che a fornirci riferimenti concreti sulla sua reale collocazione, è sicuramente quella di Virgilio nel VI libro dell'Eneide.

Per avere una descrizione più compiuta e una rappresentazione topografica più reale della sede oracolare della Sibilla si dovranno attendere parecchi secoli. Infatti saranno lo pseudo-Giustino (IV sec. d.C), Procopio e Agathias a fornirci dati e indicazioni più concrete ma, queste come è stato attestato da recenti studi, si riferiscono alla Crypta romana, costruzione augustea destinata a collegare la città bassa con la zona del porto, per cui non sono di aiuto per l'identificazione dell'antro.

O sono poi delle fonti che escludono, almeno in età tarda, l'esistenza di un'apposita sede oracolare; Infatti secondo Pausania (II sec. d. C.) i cumani non avevano da mostrare alcun oracolo della Sibilla ma soltanto un'urna con le ceneri della profetessa custodita nel tempio di Apollo. Una notizia tramandata nella vita dell'imperatore Clodio Albino, secondo la quale l'imperatore avrebbe interrogato l'oracolo nel tempio di Apollo Cumano (196-197 d.C), potrebbe avvalorare questa tesi.

Questa tradizione, però, non sembra essere motto attendibile perché se la Sibilla si fosse sempre trovata nel tempio di Apollo nessuno avrebbe potuto interrogarla visto che il tempio come luogo sacro non era accessibile a tutti.



La permanenza del mito della Sibilla alla scomparsa del mondo antico ha rafforzato nel medioevo il problema detta localizzazione dell'antro. Primo fra tutti è stato riletto e ristudiato il VI libro dell'Eneide che, con il rilievo e l'importanza dell'incontro di Enea e della Sibilla e dell'episodio della discesa agli inferi sotto la guida della profetessa, spinse per lungo tempo a cercare proprio sulle rive del lago Averno la sede dell'oracolo sibillino dove fu rinvenuta una lunga spelonca nota ancora oggi come Grotta detta Sibilla.

Per lungo tempo sì credette di aver finalmente trovato il luogo sacro tanto cercato e questa convinzione, ripresa anche dal Petrarca e dal Boccaccio, è stata sostenuta in tutto il Rinascimento anche quando sulla scia degli studi dell'Alberti e del Capaccio si respinse la localizzazione presso l'Averno per la suggestione del luogo e il fascino della tradizione .

Soltanto verso la metà dell'800 l'interesse degli archeologi si portò sulle rovine dell'Acropoli di Cuma.
Dopo il 1910 E. Gabriel rivolse la sua attenzione esclusivamente al colle di Cuma perché, fallite ormai le ricerche del secolo precedente, si riteneva che l'antro dovesse trovarsi proprio nei pressi della città.
Dal 1925 al 1932 ci furono ancora intense ricerche e ai primi tentativi fallimentari del Cabrici si affiancarono quelli del Maiuri che, in un primo momento, identificò l'antro con una galleria che attraversava il monte di Cuma, la Crypta romana descritta dallo pseudo-Giustino.

Nel 1932, ritenuta errata tale identificazione, Amedeo Maiuri riprese le ricerche scoprendo un ambiente a pianta quadrangolare, utilizzato come cellaio. La grotta identificata come l'antro della Sibilla ha subito interventi romani e bizantini e per il caratteristico taglio trapezoidale della parete è databile in età molto arcaica, probabilmente alla seconda metà del IV secolo a.C.

Michelangelo: cappella sistina

L'antro è costituito da un lungo corridoio (met. 131,20) con nove bracci nella parte accidentale di questi sei comunicanti con l'esterno e tre chiusi: verso la metà del secolo scorso, sulla sinistra vi è un braccio articolato in tre ambienti rettangolari disposti a acce, usati in età romane come cisterne.

Sul fondo delle cisterne alcune fosse in muratura e fosse sepolcrali indicano che questa parte della galleria svolse in età cristiana funzione di catacomba.

Alla stessa epoca risale un Arcosolium (arco scavato nel tubo e ornato di dipìnti, sormontate di loculi) visuale poco più avanti lungo il corridoio c'è una sala rettangolare.

Da qui un vestibolo a sinistra, anticamente chiuso da un cancello, introduce in un piccolo ambiente che si suddivide in tre celle minori disposte a croce.

Questa stanza è stata interpretata come Oikos Endotatos, in cui la Sibilla, assisa su un trono avrebbe pronunciato i suoi vaticini. La copertura a volte ha fatto però ipotizzare per la sua sala una datazione alla tarda età imperiale.

Dopo un mese dalla sua scoperta l'antro liberato da tutti i detriti delle vecchie cave di tufo utilizzate in età borbonica, apparve molto simile ad un dromos. Dopo la sua scoperta il Maiuri poteva affermare "Il lungo corridoio trapezoidale alto e solenne come la navata di un tempio, e la grotta a volta e a nicchioni, formano un unico insieme" .

Era la grotta della Sibilla, I' antro del vaticinio quale ci apparve dalla poetica visione di Virgilio e della prosaica e non meno commossa descrizione dell' Anonimo scrittore cristiano dei IV secolo".

Recentemente, tuttavia, si è ritenuto che l'antro fosse struttura difensiva. A sostegno di quest'ultima ipotesi vi sono la posizione della galleria posta sotto la sella che unisce l'acropoli con la collina meridionale e l'analogia con altre strutture difensive.

La ricerca del vero antro della Sibilla non è ancora conclusa, infatti ora lo si cerca nei pressi del peritola del tempio di Apollo, dove è situato un ambiente quasi completamente sotterraneo : "la cisterna greca".
"

 
Il monumento, tutto scavato nel tufo, affascina e incute paura, per l'atmosfera di mistero che lo circonda.

Stando alla descrizione di Virgilio (Eneide, libro VI), è proprio in questo luogo da ricercare la sede della leggendaria sacerdotessa di Apollo.

Ma potrebbe essere anche un raro esempio di architettura funeraria di ispirazione cretese-micenea ,anche se,recenti studi attribuiscono alia struttura una funzione difensiva della sottostante area portuale.

Dell'antica colonia greca resta l'acropoli, che conserva ancora le mura del V sec e comprende i resti del Tempio di Apollo (collegato attraverso un cunicolo all'antro della Sibilla), del Tempio di Giove e la Cripta Romana.

La Sibilla Picena Lago di Pilato

«Ai confini delle regioni Umbria e Marche si ergono quattro grandi colossi che, con la loro altezza e con la loro bellezza sembra che vogliano sfidare il cielo. Sono come quattro gioielli incastonati nel cuore dell'Appennino.

Attraverso i secoli hanno lavorato attorno ad essi, in perfetta armonia, la realtà e la fantasia, il presente ed il passato, creandone un'atmosfera mitica e leggendaria. Essi rappresentano un mondo essenzialmente pastorale.

La morfologia è ricca di superfici orizzontali, ripiani e conche carsiche rivestite di erba per cui la vegetazione è più ricca di prati che di boschi. Paesaggi di alta montagna, panorami che si perdono nell'infinito; aspri contrasti, fenomeni carsici, geologia, la presenza inoltre di molte specie floreali e perfino la presenza di stelle alpine, fanno dei monti Sibillini un piccolo angolo di paradiso.

Vette che si confondono in un unico abbraccio nell'azzurro; guglie che si stagliano nel cielo simili alle torri di antichi castelli; pareti impervie, gole strettissime, vallate protette da creste affilate, piccoli laghi che non hanno nulla da invidiare, nella loro superba bellezza, a tanti altri decantati paesaggi.

"Quassù - ha scritto Achille Voluzzi, membro di alcune spedizioni alpinistiche nei gruppi più famosi del mondo - ho scoperto uno dei posti più belli della terra. Ho girato in lungo ed in largo tutti i continenti, ho visto tante montagne nei gruppi più famosi; ma posso sostenere che nessun luogo può essere definito superiore in bellezza".

"Rimpiango soltanto - mi ha lasciato scritto un amico - gli anni sprecati sulle Alpi, quando qui avevo delle bellezze superiori".

Uomini di ogni età e condizione hanno potuto visitarli ed ammirarne la suggestiva bellezza e sentirne una potente attrattiva: poeti, eroi, scrittori, studiosi, escursionisti, esperti conoscitori della montagna, come pure gente che l'ha dovuta frequentare per motivi di lavoro, ne hanno sentito il potente fascino.

Anche Giacomo Leopardi, il grande poeta recanatese, ammirandoli dal colle dell'Infinito, li vedeva come immersi in un colore azzurro e per questo non esitava a chiamarli: "monti azzurri". Primo fra tutti, sia per importanza e sia per altitudine, è il monte Vettore.

Dal latino "Victor" cioè che supera tutti, raggiunge i 2476 metri di altezza. Intorno alla cima più alta, formando come una specie di ferro di cavallo, giostrano tanti altri colossi non meno belli, non meno importanti.

A destra il più importante è il monte Torrone; mentre a sinistra la punta di Pratopulito, la cima del Redentore (chiamata così, forse per addolcire le asperità del luogo) ed infine il pizzo del Diavolo che, con le sue pareti formate da altissime muraglie, si affaccia a strapiombo sul lago di Pilato, uno dei laghetti di montagna più pittoreschi e più suggestivi del nostro paese.

"In questo stupisce il mondo - scrisse un monaco benedettino del seicento - come abbia potuto la natura nella sommità di un monte sì alto farvi ricetto d'acqua, in due grossi laghi".

Le sue acque sono dovute allo scioglimento di un nevaio perenne che non scompare neanche nei mesi più caldi di estate ed ospitano una biologia molto interessante, per alcuni aspetti unica, come la presenza di un piccolo crostaceo, che vive esclusivamente nelle acque di questo lago, ma sempre più minacciata dalla disattenzione di molti escursionisti che fanno la fatica di arrivare fin lassù per depositarvi rifiuti.

Storie e leggende, attraverso i secoli, si sono intrecciate attorno ad esso, dando così origine ad una cultura popolare che collega la presenza, nelle sue acque tormentate dai venti e dalle bufere, di demoni sotto forma di pesci, e la famosa leggenda di Pilato.

Reo di avere lasciato mettere a morte il Cristo, egli fu con-dannato alla pena capitale. Il suo corpo fu poi deposto su di un carro trainato da due tori che, fuggendo all'impazzata, lo trascinarono fin sul monte Vettore e lo scaraventarono nel lago maledetto che poi da lui prese il nome.

Data la sua inaccessibilità ed essendo un luogo molto solitario e molto adatto all'esercizio di pratiche magiche, ben presto divenne notissimo. Vi arriveranno negromanti da ogni parte per consacrare "i libri del comando", i quali raccoglievano formule spaventose che giungevano perfino ad insegnare cosa fare per stipulare un patto con il demonio, e comunicare con lui.

Fra i tanti personaggi che vi si recarono nel passato ricordiamo il notissimo F.Stabili l'autore dell'"Acerba" ed acerrimo avversario e denigratore di Dante: medico, astrologo, alchimista e laureato, conosciuto comunemente con il nome di "Cecco d'Ascoli".

Il lago era circondato da mura sorvegliate da custodi che ne vietavano l'accesso. Chi osava violarlo, veniva rapito dai demoni almeno che non fosse stato un negromante.

Dopo di avere fatto tre cerchi in terra il negromante si poneva nel terzo e chiamava il demone con cui desiderava venire a patti. La sua passione e la sua ostinazione con cui voleva appagare le sue brame, servivano da attrazione degli spiriti infernali; in tal modo riusciva ad attirarli e a comunicare con loro.

Il demone si impegnava a prestare la sua opera malvagia, mentre lui doveva donare, in cambio, la propria anima. Sul posto erano state erette anche delle forche per i trasgressori ed, ogni anno, la città di Norcia sceglieva un delinquente e lo faceva gettare nel lago come tributo ai demoni contro le tempeste.»


Il monte Sibilla

Il Monte Sibilla (2150 mt) è la cima che dà il nome a tutta la catena dei Monti Sibillini e deve il suo alone di mistero alla leggenda della maga/fata/strega (ognuno la definisca come crede) che viveva nella grotta che si trova nei pressi della cima (la cima è posta a 2173 metri).

A partire dai primi anni del 1400 Andrea da Barberino ha contribuito a diffondere la leggenda attraverso la sua opera “Il Guerrin Meschino” divenuta in pochi anni uno dei romanzi piu’ conosciuti dell’epoca.

E' la storia di un cavaliere errante che finì per vivere un anno nella grotta della Sibilla tentando con tutte le sue forze di resistere alle innumerevoli tentazioni del luogo. Di altro tipo i racconti del francese Antoine de la Sale che il 18 Maggio del 1420 scalò la cima del Monte Sibilla partendo da Montemonaco. Il suo libro dal titolo “Le Paradis de la Reine Sybille” (Il paradiso della Regina Sibilla) raccoglie dettagli molto importanti sulla morfologia della zona e sulle attività degli abitanti del quindicesimo secolo.

La sua esperienza costituisce quindi uno straordinario documento dal punto di vista naturalistico e storico se pensiamo che nella maggior parte dei casi le notizie relative alla zona sono state tramandate oralmente con tutto ciò che ne consegue a livello di precisione.

«Il monte della Sibilla non è meno ricco per la sua storia e le sue leggende   e dalla sua sommità è possibile contemplare tutto l'immenso scenario dei Sibillini che proprio da questa montagna prendono il nome. Una corona di rocce rosate ne proteggono quasi l'inviolabilità e per questo viene chiamata la "Corona della Sibilla".


Il vento disegna con le nuvole una figura alata sul monte della Sibilla.

Un gran numero di leggende che si perdono nella notte dei tempi, sono ruotate attorno a questa montagna. Luoghi famosi grazie all'atmosfera che li ha circondati e alle storie narrate da vecchi montanari: gente semplice che nelle leggende di fate, di streghe, di balli, di un mondo popolato da dame e cavalieri, esprimevano l'interna ed insopprimibile esigenza umana di evadere dalla dura realtà e di rifugiarsi nel mondo del sogno e della fantasia.

Leggende che fino a pochi anni fa, quando ancora non esisteva la televisione, amavano raccontare con compiacenza ai più piccoli per ingannare il tempo durante i lunghi mesi invernali. Le avevano apprese mentre pascolavano il gregge, leggendo (chi sapeva leggere) l'eroiche imprese del Guerrin Meschino o dei reali di Francia o della Gerusalemme liberata.

Attraverso i secoli, specie nel Medio Evo e nel primo Rinascimento, scrittori, poeti e letterati non solo italiani ma anche stranieri, si sono sbizzarriti a descrivere il fantastico mondo della Sibilla. Alcuni la confondono con quella Sibilla condannata a vagare per le montagne fino al giorno del Giudizio Universale; per altri è la maga buona che predice il futuro, quasi santificata; per altri, infine, è la maga Alcina, diabolica e lasciva, incantatrice di uomini. E proprio in quest'ultimo ambiente si svolgeranno le famose vicende di Guerrin Meschino, uno dei più noti romanzi cavallereschi scritto da Andrea da Barberino.

In cerca della propria identità, il protagonista Guerrin Meschino, che si dichiara figlio della sventura, affronterà tutta una sequela di viaggi attraverso l'Asia Minore, l'India, l'Arabia e l'Egitto, dove un eremita musulmano lo consiglia a dirigersi al monte della Sibilla Picena. Solo lei sarà in grado di rivelargli chi siano i suoi genitori. Approfittando di una imbarcazione diretta in Italia, raggiunge la città di Norcia dove prende alloggio presso un'osteria. Qui viene a sapere che la grotta della fata Alcina si trova "nelle montagne lì appresso"; ma viene dissuaso dall'oste, perché "di cento persone che la visitano, ne ritornano appena due".

Il mattino seguente si alza per tempo e prega l'oste di mandare suo figlio ad accompagnarlo in città "ad udir messa". Sulla piazza alcuni forestieri si intrattengono a raccontare storie sconvolgenti sull'incantatrice, lasciandolo "molto pensoso". Ormai, però, è deciso ad incontrare la maga: per questo aveva lasciato Costantinopoli ed affrontato tanti pericolosi viaggi. Procuratosi molte candele di cera, una tasca con il battifuoco, tre pani, del buon formaggio ed una fiasca di vino, all'indomani, accompagnato da Anuello, si avvia a cavallo verso la Rocca di Norcia.

L'ufficiale del castello cerca anche lui, in tutti i modi, di dissuaderlo a proseguire la sua ardita impresa; ma il Meschino non desiste: vuole ad ogni costo raggiungere la grotta dell'incantatrice. Andando "un po' a piedi e un po' a cavallo" incomincia ad affrontare la dura salita "su per le Alpi": è una via lunga, difficile, chiamata anche oggi "la strada dei cavalli". E' la stessa via che percorrevano i nostri vecchi che, dalle Marche, si recavano nelle piane del Castelluccio a mietere il grano o a raccogliere le lenticchie.


L'eremita all'ingresso dell'antro della Sibilla.

Sul far della sera, assai stanco e provato dal faticoso viaggio, giunge ad un romitorio "sito ai piè di due montagne". Sceso da cavallo, bussa all'uscio e subito, dall'interno, uno dei tre eremiti risponde:"Gesù Nazareno, ci aiuti".

Si affacciano poi all'uscio tenendo una crocetta in mano; ed uno di essi grida: "tornate indietro maledetti, illusi dalla vanità e dai fantasmi. Chi di voi vuole andare a perdere l'anima ed il corpo?".

"Non per vanità... - risponde il Meschino - né per superbia e neppure per disperazione, ma solo per ritrovare di che generazione io son nato; ho cercato in tutto il mondo, e non l'ho potuto sapere, e non riuscirò a saperlo se non vado dall'incantatrice". Chiuso di nuovo l'uscio, i tre monaci si consultano insieme, poi tornano e, dopo di averli aspersi, li fanno entrare offrendo loro ospitalità e dando al Meschino degli ottimi consigli.

Doveva, innanzitutto, tenere sempre a mente e nel cuore, specie nei momenti più difficoltosi, l'invocazione: "Gesù Nazareno aiutami"; poi doveva essere in perfetto possesso di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, e delle tre virtù teologali della fede, della speranza e della carità. Solo così sarebbe stato possibile resistere all'invincibile malia della maga e vincere le sue vane e false lusinghe ed atti disonesti.

Il Meschino gradisce molto i consigli dei santi monaci: chiede ed ottiene anche di potere confessare le proprie colpe e riceverne l'assoluzione. E così al mattino, allo spuntare dell'aurora, si cinge la spada, pone alla bisaccia un po' di pane, la pietra focaia ed alcune candele.

Abbracciati poi Anuello e i tre eremiti, si avvia verso la montagna tra la commozione di tutti. "Pregate Iddio - chiede ancora il Meschino mentre si va allontanando su per la montagna - che mi rimandi sano e salvo". "Abbi sempre in mente - gli ricorda ancora uno dei monaci - Gesù Nazareno".

Il sentiero che porta verso la sommità è lungo, ripido, spesso attraverso burroni e balzi alpestri che più volte mettono in difficoltà la tenacia del Meschino. Solo sul far della sera, stanco, stremato ormai di forze, riesce a guadagnare la grotta: "una largura, a modo di piazza quadrata; eravi gran quantità di pietre rovinate; innanzi a lui era una montagna molto maggiore delle altre.

Vide in questa montagna quattro entrate oscure; e perché il sole andava sotto, gli convenne dormire quella sera su pei sassi e la mattina quando fu levato, disse li sette salmi penitenziali e molte orazioni; segnossi, prese una candela accesa in mano e nell'altra teneva la spada ed entrò per mezzo una caverna perché erano quattro, ma pur tornavano tutte in una, e disse tre volte: Gesù Cristo Nazareno, aiutami".

Il primo impatto con l'interno della grotta è davvero raccapricciante: i suoi piedi, infatti, vanno ad incespicarsi in un mostruoso serpente che si lamenta di essere stato molestato: è Macco, l'ebreo errante, trasformato in serpente dalla maga Alcina e condannato a starsene fino al giorno del Giudizio in un fosso, a guardia della grotta. Il Meschino continua a discendere e giunge di fronte ad un grande portone dove è scritto: "Chi entra nella grotta e vi rimane più di un anno, non uscirà più ma sarà dannato per sempre".

Bussa per ben tre volte: tre bellissime damigelle vengono ad aprire il grande portone. E subito si presenta dinanzi al suo sguardo il regno incantato della maga Alcina: castelli d'oro, ville amene, giardini ricchi di fiori e di fontane, graziose damigelle "che lingua umana non potria dire". Lo introducono dalla maga Alcina che, assisa su di un trono e vestita di un drappo di porpora ricamato in oro ed argento, "lo accoglie con piacevolezza e sforzandosi di fargli i più bei sembianti. La sua vaghezza è così grande che ogni corpo umano ingannerebbe". 


Il Meschino non esita ad esporle le ragioni della sua visita. Lei lo ascolta volentieri e subito inizia la sua opera di corruzione per tentare di indurlo al peccato e perdere la sua anima.

Le prova tutte pur di riuscire nel suo scopo: tentazioni della gola, a cui Meschino resiste cibandosi di pane e sale; tentazioni della carne che riesce a superare ricordandosi degli ammonimenti dei santi monaci e ricorrendo a frequenti giaculatorie; tentazioni di ricchezza, di potenza ma, alla fine, il Meschino si accorge che " l'oro, l'argento, le pietre preziose, i gioielli erano tutti falsi ".

Persino la frutta che gli veniva offerta, era falsa "perché fuori stagione". (non so cosa direbbe il Meschino se vivesse ai nostri giorni) tenta perfino di tenergli nascosto il nome dei genitori, nella speranza di potere prolungare di un anno la sua permanenza nella grotta.

Tutto, insomma, tenta la maga Alcina pur di farlo cadere nel peccato; ma né le lusinghe della maga e neppure le tenere carezze delle bellissime fate riusciranno a piegare il Meschino, sempre sorretto dal nome di Gesù Nazareno che invoca con fiducia specialmente nei momenti più difficili e dai pii consigli dei santi monaci.

Come se tutto ciò non bastasse ogni venerdì, sul far della sera fino al calare del sole del sabato seguente, nella grotta si verifica un avvenimento straordinario: tutti gli abitanti della grotta, maschi e femmine, cambiano figura assumendo l'aspetto di vermi schifosi, a seconda dei peccati che li hanno condotti in quel luogo. Anche questo serve soltanto a confermarlo sempre più nel suo proposito: "Anche se dovessi stare qui diecimila anni - diceva - giammai mi farete peccare". Erano trascorsi ormai sette mesi dal giorno in cui il Meschino aveva messo piede nella grotta.

Falliti tutti i piani di seduzione, quindi di dannazione, da parte della maga Alcina, il Meschino, resosi conto che gli avrebbe svelato il nome dei genitori solo se fosse riuscita a farlo peccare, decide di abbandonare la grotta. "Essendo ormai giunto l'ultimo giorno - gli dirà una delle damigelle - per forza della Divina provvidenza, a noi conviene mostrarti l'ora ed il punto di uscire".

Lo accompagna fino al grande portone. "Dì alla maga - pregherà la damigella nell'accomiatarsi - che io son vivo e vivrò sano ed allegro, e salverò l'anima mia". Pone così fine alla sua avventura nel regno maledetto.

Lungo la via di ritorno, rivede il serpente Macco; attraversato il ruscello, stanco, riguadagna l'entrata della grotta. Dopo essersi un po' riposato riprende il sentiero che lo riporta al romitorio dove Anuello ed i tre eremiti, ormai sul punto di perdere la speranza di poterlo rivedere sano e salvo, lo accolgono con grande allegrezza e lo festeggiano a lungo.

Ascoltano con grande interesse il racconto di quanto il Meschino aveva sentito e veduto. Ringraziati di nuovo i tre eremiti per il buon ammaestramento datogli e per la loro ospitalità, risale in sella al suo cavallo e ritorna, insieme ad Anuello, a Norcia dove rimane tre giorni. Da qui prende la via verso Roma dove il Papa lo accoglie con molta comprensione e riconosce la sua retta intenzione. Lo assolve quindi da ogni colpa e gli dona perfino duecento denari d'oro. 


Sibilla persica- Michelangelo : cappella sistina

Tra i personaggi di spicco che, in seguito, si avventureranno nel regno della Sibilla troviamo, proveniente dalla Francia, Antoine de la Sale che nel 1420, trantaduenne, sale fino al monte Corona e visita personalmente l'ingresso della grotta facendone una minuziosa descrizione.

Nel "Paradiso della Regina Sibilla" egli racconta alla Duchessa di Borbone che si stava interessando alle ricerche di un cavaliere francese rimasto prigioniero della Sibilla, le cose che aveva veduto e sentito raccontare dagli abitanti di Montemonaco.

Da essi aveva ascoltato anche la storia di un cavaliere tedesco e del suo scudiero che dopo essere rimasti quasi per un anno intero nel regno della maga, anch'essi si erano recati a Roma. ma il Papa, contrariamente a come si era comportato con Guerrin Meschino, nega ad essi l'assoluzione e li scaccia da Roma. Ciò li induce a ritornare di nuovo nella grotta e rituffarsi nel peccato. 

Sarebbe troppo lungo lungo se ci volessimo soffermare a descrivere la potente attrattiva che , attraverso i secoli, ha sempre suscitato e suscita anche oggi il monte Sibilla. Molti personaggi di ogni età e condizione, si sono avventurati fin lassù per potere strappare alla montagna quell'alone di mistero che l'ha sempre circondata.

Purtroppo, anch'essa oggi è stata raggiunta dalla politica della ruspa e del cemento; anch'essa ha dovuto soccombere sotto i colpi devastatori dell'uomo che riesce, spesso, a creare delle alterazioni irreversibili di un ambiente che la natura ha faticosamente costruito in tanti millenni. Il suo fianco, nel versante sud, è oggi attraversato da una strada che chiamano "panoramica". Doveva collegare Montemonaco a Forza di Gualdo; ne sono testimoni i picchetti che ancora si possono osservare lungo la montagna.

E' una cicatrice che non può più essere rimarginata; uno sfregio sul volto di una montagna che custodiva leggende secolari. Sembra oggi che sia di moda camuffare o addirittura falsificare il significato delle parole: ciò che è vero scempio, non esitano a chiamarlo "strada panoramica". Della famosa grotta oggi non resta che una parvenza di entrata, delle pietre sconnesse che testimoniano i vari tentativi per riaprire quella che fu un tempo la reggia dell'incantatrice Alcina. »

Una sciamana polinesiana, qualche decennio fa , si presenta al monte raccontando di averlo "visto" in uno dei suoi viaggi sciamanici, e di esservi venuta "in spirito" per un " convegno di maghe".

Sotto il monte della Sibilla si trova un santuario mariano risalente all' anno 1073 - la " Madonna dell'Ambro" nella cui chiesa costruita nel '600 da Ventura Venturi, il pittore Martino Bonfini , tra il 1610 e il 1612 ha dipinto , insieme a figure di profetesse bibliche, alcune famose sibille italiche.



top




Pag.  3
1   2   3   4    

home

DISCLAIMER. Si ricorda - ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n. 62 - che questo sito non ha scopi di lucro, è di sola lettura e non è un "prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare" : gli aggiornamenti sono effettuati senza scadenze predeterminate. Non può essere in alcun modo ritenuto un periodico ai sensi delle leggi vigenti né una "pubblicazione"  strictu sensu. Alcuni testi e immagini sono reperiti dalla rete : preghiamo gli autori di comunicarci eventuali inesattezze nella citazione delle fonti o irregolarità nel loro  uso.Il contenuto del sito è sotto licenza Creative Commons Attribution 2.5 eccetto dove altrimenti dichiarato.